Tra Russia ed Europa la Chiesa armena va in frantumi. E l’Azerbaigian vince, con il plauso di Roma (Messalino 24.01.26)
Luigi C.
L’Armenia cristiana e l’Azerbaigian musulmano erano parte dell’Unione Sovietica, a sud del Caucaso, tra la Turchia e il Mar Caspio. Ma da quando sono indipendenti si sono sempre combattuti, fino all’attuale simulacro di pace firmato a Washington lo scorso 8 agosto, con l’Azerbaigian vittorioso e l’Armenia sconfitta ed esausta, dilaniata anche al suo interno, in campo politico come nella Chiesa.
La sfortuna dell’Armenia è che tutto quanto sta accadendo oggi nel mondo si ritorce a suo svantaggio e a favore invece del suo rivale. Persino ai vertici della Chiesa cattolica l’Azerbaigian gode da tempo di un trattamento più favorevole.
Papa Leone ha incontrato a Istanbul, lo scorso 30 novembre, il patriarca armeno di Costantinopoli Sahak II (nella foto), dopo aver ricevuto il 16 settembre a Castel Gandolfo il Catholicos, ossia il capo supremo della Chiesa armena Karekin II. Ma nulla è trapelato di quest’ultima udienza, nonostante Karekin sia in patria al centro del conflitto ecclesiale e civile, per le sue posizioni filorusse e antigovernative.
Invece, l’udienza accordata dal papa il 17 ottobre alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva, moglie del presidente Ilham Aliyev, si è svolta col sontuoso cerimoniale riservato ai capi di Stato, con tanto di comunicato sulle “buone relazioni esistenti” specialmente nella “collaborazione in ambito culturale”.
In effetti, da molti anni Aliyeva, a capo di una ricca fondazione che porta il nome di Heydar Aliyev, padre del marito e capostipite della dinastia che governa ininterrottamente e autocraticamente l’Azerbaigian dal 1993, finanzia importanti restauri nelle antichità romane, d’intesa con la pontificia commissione di archeologia sacra e con i cardinali che presiedono il dicastero vaticano per la cultura, ieri Gianfranco Ravasi e oggi José Tolentino de Mendonça, da ultimo nelle catacombe di Commodilla e dei Santi Marcellino e Pietro e nel complesso monumentale di San Sebastiano fuori le Mura, ogni volta con solenni inaugurazioni.
Non solo. Durante il pontificato di Francesco fu conferita ad Aliyeva – come anche all’ambasciatore dell’Azerbaigian – la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza concessa dalla Santa Sede, la stessa data da Leone lo scorso 23 ottobre alla regina Camilla d’Inghilterra.
Mentre al contrario la Santa Sede si è distinta per la freddezza con cui ha seguito l’andamento del conflitto tra Azerbaigian e Armenia, con appelli alla pace solo generici : una freddezza di cui s’è lamentato il presidente francese Emmanuel Macron dopo una sua udienza con papa Francesco il 18 novembre 2022.
In realtà nei primi anni di indipendenza, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le sorti del conflitto per il controllo dell’Artsakh, o Alto Karabakh, la regione a forte maggioranza armena inclusa in epoca sovietica nel territorio dell’Azerbaigian, erano state a favore dell’Armenia, che si era impadronita anche di altre aree attigue con popolazione azera.
Ma nei primi anni Duemila, con la dinastia Aliyev al potere, l’Azerbaigian seppe acquistare molto credito in campo internazionale, grazie ai suoi cospicui giacimenti di petrolio e gas e alla costruzione d’intesa con gli Stati Uniti di un oleodotto che li esportava in Occidente attraverso la Georgia e la Turchia, con una successiva diramazione anche in Italia, e non più attraverso la Russia.
A Baku, la capitale, lasciarono la loro impronta i più famosi archistar e trovarono posto grandi eventi culturali e sportivi, fino ad ospitare nel 2024 la COP 29, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. E ciò nonostante accreditati istituti come Freedom House e Transparency International denunciassero ripetutamente in questo paese la diffusa corruzione e la sistematica repressione dei diritti umani.
Intanto, già nei primi anni Duemila e nel disinteresse di tutti, il governo Aliyev operò la distruzione completa delle chiese, dei monasteri e dei monumenti armeni nella regione del Nakhichevan, una exclave assegnata all’Azerbaigian in epoca sovietica e da esso separata da un corridoio in territorio armeno chiamato “di Zangezur”.
Nel 2016 l’Azerbaigian riprese l’offensiva per la conquista dell’Artsakh e nel 2020 firmò un armistizio che gli riconsegnava tutti i territori con popolazione azera e una buona metà di quelli etnicamente armeni, compresa la città di Shushi.
La Russia interpose una sua forza di “peacekeeping” tra armeni e azeri, ma senza intervenire per fermare le continue violazioni dell’armistizio da parte dell’Azerbaigian. Che nel 2022 e più ancora nell’anno successivo prima bloccò il “corridoio di Lachin”, l’unica via di collegamento tra l’Armenia e l’Artsakh, impedendo ogni rifornimento di beni essenziali e riducendo la popolazione alla fame, e poi occupò militarmente l’intera exclave, costringendo tutti i 120 mila armeni che l’abitavano ad espatriare nell’arco di pochi giorni e dando inizio anche qui alla distruzione di chiese e monumenti.
Il tutto con la Russia, formalmente alleata dell’Armenia, a fare da spettatore inerte della sua capitolazione, impelagata com’era e com’è nel pantano della contemporanea guerra all’Ucraina.
Con l’accordo firmato a Washington lo scorso 8 agosto, l’Armenia ha rinunciato a ogni pretesa di riconquista dell’Artsakh. Ma ancor più a beneficio dell’Azerbaigian – e degli Stati Uniti – è stata l’assegnazione a un’azienda americana, voluta da Donald Trump, della costruzione e del futuro controllo del cosiddetto “corridoio di Zangezur”, che collegando l’Azerbaigian alla Turchia attraverso l’Armenia potenzierebbe le rotte commerciali tra Asia ed Europa, tagliando fuori sia la Russia che l’Iran.
Per l’Azerbaigian si prospetta persino un ruolo importante nell’ardua soluzione della guerra israelo-palestinese. Le armi di cui si avvale sono per il 70 per cento importate da Israele, che a sua volta è un grande acquirente di petrolio azero. Della forza internazionale di stabilizzazione prospettata dal piano di pace di Trump dovrebbe far parte anche l’Azerbaigian, anche a motivo dei suoi buoni rapporti con la Turchia, paese tra i più ostili a Israele. E si prevede che Israele potrebbe siglare proprio con l’Azerbaigian il primo di una nuova serie di “accordi di Abramo”, dopo la soluzione del conflitto.
Ma intanto in Armenia che cosa accade ? Contro il primo ministro Nikol Pashinyan, marcatamente pro Europa e in rottura con Mosca, si batte il Catholicos Karekin, che invece è filorusso e contesta il cedimento all’Azerbaigian. Lo scontro tra i due è arrivato al punto che Pashinyan accusa Karekin d’avere avuto una figlia e quindi di non essere più degno di ricoprire il suo ruolo, mentre Karekin e il clero a lui fedele invocano le dimissioni e la scomunica per il premier e per la moglie.
Un arcivescovo vicino a Karekin, Bagrat Galstanyan, si è dato alla militanza politica attiva, contro Pashinyan. Ma dopo mesi di sue manifestazioni di piazza con tanto di insegne episcopali e di assalti ai palazzi del potere, il premier l’ha accusato di tramare un colpo di Stato e lo scorso giugno l’ha messo agli arresti, assieme a un altro arcivescovo ribelle, Mikael Adzpayan, e poi ancora ad altri due arcivescovi, uno nipote di Karekin e un altro suo cancelliere.
Un effetto di tutto ciò è una drammatica frattura all’interno della Chiesa armena, che è divenuta pubblica lo scorso 4 gennaio nella residenza del premier Pashinyan, con la firma sua e di dieci arcivescovi e vescovi di una dichiarazione “per la riforma della Santa Chiesa Apostolica Armena”.
Nella dichiarazione, premesso “il fallimento del capo de facto della Chiesa e della sua cerchia ristretta nel vivere e predicare secondo i principi del Vangelo”, si annunciano la rimozione di Karekin dal suo ruolo, la nomina di un nuovo capo provvisorio, il varo di un nuovo statuto e infine la nomina di un nuovo Catholicos.
Il giorno dopo, Karekin e i suoi hanno reagito contestando la legittimità del passo compiuto da Pashinyan e dai dieci vescovi firmatari della dichiarazione.
Ma di nuovo il premier e i vescovi a lui alleati hanno riconfermato la loro linea di azione nel pieno delle celebrazioni del Natale armeno, il 6 gennaio, con una messa nella capitale Yerevan nella quale non è stato più fatto il nome di Karekin e con una affollata processione verso la cattedrale coronata da un appello dello stesso Pashinyan a “liberare la Santa Chiesa Apostolica Armena dallo scisma e restituirla al popolo”.
Il 13 gennaio, nella sede storica del Catholicos a Echmiadzin, anche il Supremo Consiglio Spirituale che governa la Chiesa ha condannato l’attacco sferrato da Pashinyan e dai dieci vescovi ribelli. E ha convocato per febbraio un’assemblea di tutti i 57 vescovi armeni.
Ma col risultato di infiammare ancor più la contesa. In una conferenza stampa del 15 gennaio, a una domanda sui vescovi che avrebbero “tradito” il Catholicos, Pashinyan ha risposto : “In questo affare c’è un solo traditore, Ktrich Nersisyan [il nome anagrafico di Karekin]. È lui che ha tradito Gesù Cristo, la santa Chiesa armena, i suoi seguaci e il suo gregge di fedeli. Lui non è il patriarca supremo. È un comune traditore che ha tradito Gesù Cristo”.
Alla fine della primavera sono in programma in Armenia nuove elezioni, con i partiti filorussi in cerca di una rivincita sull’europeista Pashinyan. Ma all’esito del voto è legato anche il futuro della Chiesa armena, più che mai profondamente divisa.
