Armenia: scontro tra lo Stato e la Chiesa Apostolica mette a rischio la stabilità nazionale (InfoVaticana 02.02.26)
Una profonda crisi istituzionale è scoppiata in Armenia tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, l’istituzione religiosa più antica e rispettata del paese, che minaccia l’unità spirituale e culturale della nazione. Il conflitto, che combina accuse personali, tentativi di riforma e pressione politica, ha sconvolto un paese in cui la fede e l’identità nazionale sono strettamente intrecciate.
Il primo ministro Nikol Pashinyan ha intensificato negli ultimi mesi i suoi attacchi contro il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, chiedendo apertamente la sua rinuncia e proponendo cambiamenti strutturali nella Chiesa. Secondo lo stesso Pashinyan, il capo spirituale avrebbe violato i suoi voti di celibato e si è trasformato in un ostacolo per la modernizzazione del paese, sebbene lui stesso neghi l’esistenza di un conflitto tra Stato e Chiesa.
Una Chiesa millenaria di fronte al potere politico
La Chiesa Apostolica Armena è un’istituzione con più di 1.700 anni di storia, culla della cristianizzazione del primo paese ufficialmente cristiano del mondo. La sua influenza trascende il mero aspetto religioso: è un pilastro dell’identità culturale, morale e nazionale armena. La Costituzione armena riconosce questo ruolo “eccezionale” e la protegge formalmente.
Ma Pashinyan, fermo difensore di un’Armenia laica e orientata verso la modernizzazione socioeconomica, vede nella Chiesa un potere paralizzante. Ha promosso una “road map” per riformare la Chiesa Apostolica, inclusa una nuova legge sul governo ecclesiastico, maggiore trasparenza finanziaria e l’eventuale elezione di un nuovo Catholicos secondo norme riviste.
Escalation politica e attacchi personali
La disputa ha superato i limiti istituzionali e si è trasformata in qualcosa di profondamente personale. Il premier ha accusato pubblicamente Karekin II di aver violato il suo voto di celibato e lo ha indicato come un agente che ostacola gli interessi dello Stato, arrivando persino ad affermare che la sua permanenza in carica rappresenta un “danno alla sicurezza nazionale”.
Queste affermazioni sono state amplificate da membri del suo entourage, come sua moglie, che ha paragonato alcuni chierici a “pedofili” e ha descritto il Catholicos in termini altamente dispregiativi, scatenando un’onda di indignazione popolare e una profonda divisione interna.
Risposta della Chiesa e appoggi esterni
Dal Patriarcato di Etchmiadzin, la risposta è stata ferma. Il Consiglio Spirituale Supremo ha denunciato ciò che ha qualificato come “repressione” e violazioni dell’autonomia canonica della Chiesa, inclusa l’omissione forzata del nome del Catholicos nelle liturgie ufficiali.
Inoltre, leader di altre Comunioni cristiane, come la Chiesa Ortodossa Siriaca, hanno espresso la loro solidarietà con la Chiesa Apostolica Armena di fronte a ciò che considerano un’interferenza inaccettabile dello Stato negli affari religiosi.
La tensione si intensifica alla vigilia delle elezioni
Man mano che si avvicinano le elezioni parlamentari del 2026, la tensione è ulteriormente escalata. Pashinyan ha lanciato campagne per “restituire la Chiesa al popolo”, che includono arresti di sacerdoti, perquisizioni in proprietà e persino l’esclusione della Chiesa dall’accesso a certi monasteri storici.
Alcuni analisti avvertono che questo confronto potrebbe approfondire ulteriormente le divisioni sociali in Armenia, mettendo a rischio non solo la stabilità interna ma anche la coesione nazionale in un paese che ha fatto della sua fede cristiana un elemento centrale della sua identità da secoli. In un contesto in cui la Chiesa Apostolica Armena continua ad avere tra l’80% e il 90% dei fedeli della popolazione, minimizzare il suo ruolo politico e sociale potrebbe generare una frattura dalle conseguenze imprevedibili.
Un conflitto con ramificazioni culturali e civili
Questo scontro tra Stato e Chiesa non è solo un confronto tra due istituzioni, ma un sintomo più profondo di un’Armenia che cerca di ridefinire il suo futuro dopo anni di crisi, sconfitta militare contro l’Azerbaigian e sfide geopolitiche. La Chiesa, dal canto suo, rivendica il suo ruolo come garante della memoria storica, morale e spirituale di un popolo che si riconosce nella sua fede da diciassette secoli.
Il modo in cui evolverà questo conflitto segnerà non solo il rapporto tra Chiesa e Stato in Armenia, ma anche il modo in cui una società profondamente religiosa interpreta la sua identità nazionale in tempi di prova.
