Artsakh/Nagorno-Karabakh. 1988 – 20 febbraio – 2026 (Korazym 20.02.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 20.02.2026 – Vik van Brantegem] – Il 20 febbraio 1988, 38 anni fa, la 20ª sessione straordinaria del Consiglio dei Deputati del Popolo del Nagorno-Karabakh votò per chiedere il trasferimento della Regione autonoma del Nagorno-Karabakh dalla Repubblica Socialista Sovietica Azera alla Repubblica Socialista Sovietica Armena, invocando il diritto all’autodeterminazione. Questa decisione storica, basata su mezzi pacifici, segnò l’inizio del Movimento Karabakh durante la perestrojka sovietica. Il voto sfruttava le riforme della perestrojka per cercare una soluzione legale e politica alla questione territoriale, che durava dal 1921, quando Stalin assegnò la regione a maggioranza armena all’Azerbajgian. La richiesta pacifica provocò tensioni crescenti, che si trasformarono in un violento conflitto armato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il voto ha posto le basi per le successive dichiarazioni di indipendenza, portando alla formazione della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh nel settembre 1991.

Il 27 settembre 2020, in piena pandemia e nonostante le raccomandazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’Azerbajgian lanciava una campagna militare contro la de facta Repubblica di Artskah/Nagorno-Karabakh, che trenta anni prima – in un percorso democratico e legale – aveva sancito il proprio diritto all’autodeterminazione. Il Presidente azero Ilham Aliyev affermò che era arrivato il momento di mettere da parte la diplomazia e di agire con forza.

Al termine della cosiddetta “guerra dei 44 giorni” (costata quasi 9.000 morti fra entrambe le parti), il 9 novembre 2020 veniva firmato da Armenia, Azerbajgian e Russia un accordo di cessate il fuoco, che prevedeva il ritiro delle forze armene dai distretti circostanti l’ex Oblast’ Autonoma del Nagorno-Karabakh e una forza di pace russa a garanzia della popolazione armena presente.

Nel 2021 e nel 2022 le forze armate azere occupavano (e occupano tuttora) a più riprese porzioni di territorio della Repubblica di Armenia, causando altre centinaia di vittime.

A fine dicembre 2022 gli Azeri iniziavano un blocco del Corridoio di Lachin, con la strada di collegamento tra Armenia e Artsakh, causando una crisi umanitaria per la popolazione armena rimasta completamente isolata. A più riprese venivano tagliate le forniture di gas ed elettricità lasciando la popolazione al gelo nel pieno inverno caucasico.

Il 19 settembre 2023 l’Azerbajgian interveniva militarmente per occupare la residua porzione di territorio rimasto abitato dagli Armeni sotto blocco. Le autorità della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, onde evitare nuovi spargimenti di sangue e nuovi episodi di barbarie contro la popolazione civile, firmavano un cessate-il-fuoco dopo sole 24 ore.

Oltre centomila Armeni lasciavano precipitosamente la loro patria per non cadere vittima dei soldati azeri. Al termine delle operazioni militari orchestrate dal regime autocratico di Ilham Aliyev, la popolazione di circa 120.000 abitanti si è ridotta a poche unità. Gli ultimi 10 Armeni rimasti sono stati evacuati in Armenia nei giorni scorsi.

Il governo azero ha attuato una politica di sistematica demolizione di ogni simbolo civile e religioso che potesse ricondurre alla secolare presenza armena nella regione. Mentre abbatteva la sede del Parlamento, il governo azero innalzava archi di trionfo per celebrare la vittoria e insediava nuovi coloni a occupare le case degli Armeni.

La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh era considerata democratica dagli istituti specializzati, come ad esempio Freedom House, che invece oggi etichetta quel territorio alla stregua delle peggiori dittature senza alcun rispetto per i diritti civili e politici e senza alcuna libertà di informazione.

Il territorio è stato abitato per secoli dalla popolazione armena come testimoniano chiese e monasteri sparsi tra le sue montagne. Non “separatisti”, ma una popolazione autoctona, che la prepotenza di un guerrafondaio ha cacciato per sempre dalla propria patria, l’Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Il 17 febbraio 2026 si è conclusa la farsa “processuale” messa in atto dal regime autocrate dell’Azerbaigian contro 16 prigionieri di guerra Armeni illegalmente detenuti dal regime dell’autocrate Ilham Aliyev, in relazione al loro ruolo nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, prima della sua occupazione da parte delle forze azere nel 2023. Anche il filantropo e benefattore Ruben Vardanyan (“colpevole” di essere stato Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh per quattro mesi) è stato condannato, dopo già due anni e mezzo di prigionia a Baku, a 20 anni di carcere.

Il corrispondente di Armenpress a Brussel ha riferito ieri, che Fernand Kartheiser, deputato del Parlamento europeo del Lussemburgo, si è nuovamente rivolto alla leadership estera dell’Unione Europea con un appello a intraprendere passi più concreti e pratici per la liberazione dei prigionieri Armeni detenuti in Azerbajgian, avvertendo che questa questione potrebbe danneggiare i fragili progressi raggiunti nel processo di pace armeno-azero.

Dopo aver sollevato la questione degli Armeni detenuti a Baku a marzo dello scorso anno, Kartheiser, in una nuova lettera al Vicepresidente della Commissione Europea e Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha sottolineato che i procedimenti giudiziari a Baku sono politicamente motivati e non rispettano gli standard di legalità e trasparenza. Ha invitato l’Unione Europea a intervenire per favorire la liberazione incondizionata di tutti i detenuti Armeni, sottolineando anche la necessità di proteggere il diritto internazionale e i diritti umani.

In risposta alla lettera di Kartheiser, l’Ufficio di Kaja Kallas ha osservato che l’Unione Europea sta monitorando i procedimenti giudiziari contro i rappresentanti della ex leadership militare-politica della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Ha sottolineato che il diritto a un processo equo e a condizioni adeguate di detenzione sono diritti fondamentali e che l’Unione Europea ha esortato le autorità azere a rispettare i loro obblighi internazionali. Ha assicurato che l’Unione Europea continua a chiedere alle parti di sfruttare l’atmosfera creata durante il processo di pace dall’agosto per risolvere le questioni in sospeso, comprese quelle umanitarie. Il Parlamento europeo continua a tenere all’ordine del giorno la questione del ritorno immediato dei prigionieri Armeni detenuti illegalmente a Baku e a esercitare pressioni per ottenere risultati tangibili.

Prima o poi il tiranno invasore azero sarà cacciato.
L’Artsakh è stato, è e sarà per sempre.

 

Foto di copertina: la bandiera della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e il monumento a Stepanakert “Noi siamo le nostre montagne”. Il messaggio del simbolo del popolo armeno dell’Artsakh.
La bandiera della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è stata adottata il 2 giugno 1992 dal Consiglio Supremo dell’autoproclamata repubblica, allora chiamata Repubblica del Nagorno-Karabakh (poi nel 2017 rinominata Artsakh). Essa è evidentemente basata sulla bandiera dell’Armenia, con l’aggiunta di un disegno bianco che vuole sia richiamare i tipici disegni dei tappeti locali, sia per rappresentare la separazione dall’Armenia, considerata come Stato madre.
Secondo quanto riportato dalla Costituzione del 2006, la bandiera si compone di tre fasce orizzontali di eguale misura: il colore rosso simboleggia la continua lotta del popolo armeno per l’esistenza, il cristianesimo, l’indipendenza e la libertà; il colore blu rappresenta la volontà del popolo armeno a vivere in pace mentre il colore arancione simboleggia il potere creativo e l’impegno del popolo armeno. A partire dall’angolo superiore destro si sviluppa un disegno bianco dentato con nove gradini (quattro superiori, quattro inferiori e uno centrale di unione) che raccorda l’ultimo terzo della bandiera e termina nell’angolo inferiore destro.
Il motivo bianco, oltre che i tappeti locali, rappresenta le montagne dell’Artsakh e forma anche una freccia che punta verso ovest per simboleggiare l’aspirazione a un’eventuale unione con l’Armenia. Questo simboleggia il patrimonio, la cultura e la popolazione armena dell’area, mentre la forma triangolare e il taglio a zig-zag rappresentano l’Artsakh come regione separata dell’Armenia.

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