La presentazione del libro “Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV” a Cremona (Korazym 24.02.26)

Venerdì 27 febbraio 2026 alle ore 16.30 presso la Sala Conferenze “Virginia Carini Dainotti” della Biblioteca Statale di Cremona verrà presentato il volume del Prof. Andrea Fenocchio dal titolo Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV (‎Ronca Editore 2025, 136 pagine – AMAZON).

L’Armenia fu la prima nazione Cristiana e la sua Chiesa rimase in comunione con Roma fino al Concilio di Calcedonia, quando divergenze teologiche ne determinarono la separazione. Da allora, i rapporti tra la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Apostolica Armena conobbero fasi alterne fino al Novecento, segnato da due eventi decisivi: il genocidio armeno e il Concilio Vaticano II.

Durante la tragedia del genocidio, Papa Benedetto XV e Mons. Angelo Maria Dolci si adoperarono per soccorrere il popolo armeno senza distinzioni confessionali.

Il Concilio Vaticano II aprì una nuova stagione di dialogo con l’Oriente Cristiano.

Nel volume il Prof. Andrea Fenocchio ricostruisce queste vicende attraverso documenti e storiografia. Il libro contiene anche un’intervista ad Antonia Arslan, autrice di saggi fondamentali sulla narrativa popolare e la letteratura femminile tra Ottocento e Novecento. Nel 2004 in La masseria delle allodole (Rizzoli 2015, 233 pagine, premiato con moltissimi riconoscimenti e tradotto in 15 lingue, da cui i fratelli Taviani hanno tratto l’omonimo film) ha dato voce alle memorie familiari in un racconto della tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli Armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915, all’inizio dello sterminio degli Armeni da parte dei Turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia. In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna” salperanno per l’Italia.

Nel saggio Armenia, la paura di un genocidio infinito, pubblicato su Vita e Pensiero di luglio 2024, Antonia Arslan avverte che sugli Armeni incombe la promessa di Erdoğan: «Dobbiamo finire il lavoro…». «Nel territorio dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh) si stanno cancellando le tracce Cristiane: monumenti, chiese, croci di pietra, strade. E ora c’è la possibilità che si avveri per lo Stato sovrano che è l’Armenia lo stesso destino: la de-armenizzazione completa».

Nel dibattito storiografico contemporaneo, il genocidio armeno occupa un posto cruciale non solo come evento storico ma come paradigma della violenza di massa nel Novecento. Non è un caso che diversi studiosi lo considerino un precedente decisivo per comprendere le logiche dei genocidi successivi: secondo consolidati indirizzi storiografici, infatti, esso sarebbe il “primo genocidio della storia”, assunto come archetipo interpretativo nei successivi studi sulla Shoah. Questa prospettiva non riguarda soltanto la dimensione quantitativa della tragedia – stimata a un milione e mezzo di vittime – ma il suo significato politico e culturale: la distruzione sistematica di una minoranza percepita come estranea al progetto nazionale ottomano.

È dentro questo orizzonte di lunga durata, fatto di memoria, negazioni e riconoscimenti tardivi, che si colloca il lavoro del Prof. Andrea Fenocchio, che non affronta soltanto i fatti del 1915-1917, ma li inserisce nella trama secolare dei rapporti tra Oriente e Occidente e, soprattutto, nel ruolo svolto dalla Chiesa Cattolica Romana come osservatore, attore diplomatico e testimone morale di una delle più grandi tragedie del Novecento.

Dal 1965 molti Stati, tra i quali l’Italia, hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio.

Il popolo armeno è stato sempre nel cuore dei vari pontefici che si sono succeduti negli ultimi secoli.

Papa Leone XIII il 25 luglio 1888 rivolse ai Cattolici Armeni l’Enciclica Paterna caritas. Con affetto paterno conferma le istituzioni religiose armene a Roma, inclusa la fondazione del Pontificio Collegio Armeno e la donazione della chiesa di San Nicola da Tolentino, per preservarne rito, lingua e liturgia.

Grazie alla mediazione dell’Arcivescovo Angelo Maria Dolci, Nunzio Apostolico a Costantinopoli, Papa Benedetto XV scrisse almeno tre missive al Sultano ottomano Mehmet V, che lo stesso diplomatico si impegnò a consegnare personalmente. Papa Benedetto XV il 10 settembre 1915 nella sua supplica al Sultano, per far cessare le violenze e le deportazioni ai danni degli Armeni, scrisse: «Ci giunge dolorosissima l’eco dei gemiti di tutto un popolo, il quale nei vasti domini ottomani è sottoposto a inenarrabili sofferenze. La nazione armena ha già veduto molti dei suoi figli mandati al patibolo, moltissimi, tra i quali non pochi ecclesiastici e anche qualche vescovo, incarcerati o inviati in esilio. Ci vien riferito che intere popolazioni di villaggi e di città sono costrette ad abbandonare le loro case per trasferirsi con indicibili stenti e patimenti in lontani luoghi di concentrazione, nei quali oltre le angosce morali debbono sopportare le privazioni della più squallida miseria e le torture della fame».

Il 15 gennaio 1916 il Papa ricevette la risposta del sultano: «Le notizie che pervengono dalla Santa Sede sulla sorte degli armeni nel nostro Paese non rispondono alla realtà dei fatti». Il Papa, in ogni caso, si adoperò affinché la persecuzione venisse attenuata. Mons. Dolci fece di più, mobilitando, nello scenario intricato della Prima Guerra Mondiale, l’Arcivescovo Eugenio Pacelli, al tempo Delegato Apostolico a Monaco, il quale cooperò concretamente con lui per soccorrere, attraverso i buoni uffici della Germania, dell’Austria e dell’Ungheria, il popolo armeno. Come evidenziò un francescano nel 1917 in merito al destino di 200 famiglie di Ankara: «Si oppongono al mutamento di nome. Non vogliono abiurare il Cristianesimo, così come chiede il Governo».

Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni il 27 settembre 2001 hanno sottoscritta a Etchmiadzin una Dichiarazione comune, in occasione della Celebrazione del 1700° anniversario della proclamazione del Cristianesimo quale religione dell’Armenia.

Papa Francesco ha inviato il 12 aprile 2015, in occasione del Centenario del genocidio armeno, un Messaggio agli Armeni: «Cari fratelli e sorelle Armeni, un secolo è trascorso da quell’orribile massacro che fu un vero martirio del vostro popolo, nel quale molti innocenti morirono da confessori e martiri per il nome di Cristo (cfr Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001). Non vi è famiglia armena ancora oggi, che non abbia perduto in quell’evento qualcuno dei suoi cari: davvero fu quello il “Metz Yeghern”, il “Grande Male”, come avete chiamato quella tragedia. In questa ricorrenza provo un sentimento di forte vicinanza al vostro popolo e desidero unirmi spiritualmente alle preghiere che si levano dai vostri cuori, dalle vostre famiglie, dalle vostre comunità. (…)
La vostra vocazione cristiana è assai antica e risale al 301, anno in cui san Gregorio l’Illuminatore guidò alla conversione e al battesimo l’Armenia, la prima tra le nazioni che nel corso dei secoli hanno abbracciato il Vangelo di Cristo. Quell’evento spirituale ha segnato in maniera indelebile il popolo armeno, la sua cultura e la sua storia, nelle quali il martirio occupa un posto preminente, come attesta in modo emblematico la testimonianza sacrificale di san Vardan e dei suoi compagni nel V secolo.
Il vostro popolo, illuminato dalla luce di Cristo e con la sua grazia, ha superato tante prove e sofferenze, animato dalla speranza che deriva dalla Croce (cfr Rm 8,31-39). Come ebbe a dirvi san Giovanni Paolo II: «La vostra storia di sofferenza e di martirio è una perla preziosa, di cui va fiera la Chiesa universale. La fede in Cristo, redentore dell’uomo, vi ha infuso un coraggio ammirevole nel cammino, spesso tanto simile a quello della croce, sul quale avete avanzato con determinazione, nel proposito di conservare la vostra identità di popolo e di credenti» (Omelia, 21 novembre 1987).
Questa fede ha accompagnato e sorretto il vostro popolo anche nel tragico evento di cento anni fa che «generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione Comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001). Il Papa Benedetto XV, che condannò come «inutile strage» la Prima Guerra Mondiale (AAS, IX [1917], 429), si prodigò fino all’ultimo per impedirlo, riprendendo gli sforzi di mediazione già compiuti dal Papa Leone XIII di fronte ai «funesti eventi» degli anni 1894-96. Egli scrisse per questo al sultano Maometto V, implorando che fossero risparmiati tanti innocenti (cfr Lettera del 10 settembre 1915) e fu ancora lui che, nel Concistoro Segreto del 6 dicembre 1915, affermò con vibrante sgomento: «Miserrima Armenorum gens ad interitum prope ducitur»,  (AAS, VII [1915], 510).
Fare memoria di quanto accaduto è doveroso non solo per il popolo armeno e per la Chiesa universale, ma per l’intera famiglia umana, perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori, che offendono Dio e la dignità umana. Anche oggi, infatti, questi conflitti talvolta degenerano in violenze ingiustificabili, fomentate strumentalizzando le diversità etniche e religiose. Tutti coloro che sono posti a capo delle Nazioni e delle Organizzazioni internazionali sono chiamati ad opporsi a tali crimini con ferma responsabilità, senza cedere ad ambiguità e compromessi.
Dio conceda che si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco, e la pace sorga anche nel Nagorno Karabakh. Si tratta di popoli che, in passato, nonostante contrasti e tensioni, hanno vissuto lunghi periodi di pacifica convivenza, e persino nel turbine delle violenze hanno visto casi di solidarietà e di aiuto reciproco. Solo con questo spirito le nuove generazioni possono aprirsi a un futuro migliore e il sacrificio di molti può diventare seme di giustizia e di pace. (…)».

All’inizio della Santa Messa per i fedeli di rito armeno celebrata il 12 aprile 2015 nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha rivolto un Saluto ai fratelli e sorelle Armeni: «(…) La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001); essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. (…) oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito. Ricordarli è necessario, anzi, doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!
Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra testimonianza. (…)».

Papa Francesco è stato molto vicino agli Armeni anche nelle tragiche vicende dell’occupazione dell’Azerbajgian della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh in settembre 2020. Al termine della recita dell’Angelus in Piazza San Pietro con i fedeli il 1° ottobre 2024 ha detto: “Seguo in questi giorni la drammatica situazione degli sfollati del Nagorno-Karabakh. Rinnovo il mio appello al dialogo tra l’Azerbajgian e l’Armenia, auspicando che i colloqui tra le parti, con il sostegno della comunità internazionale, favoriscano un accordo duraturo che ponga fine alla crisi umanitaria”.

I 120.000 Cristiani Armeni, che sono stati forzati a fuggire dalla loro patria ancestrale, l’Artsakh, verso l’Armenia, sono stati sempre al centro del pensiero di Papa Francesco, davanti al muro del silenzio con cui Italia, l’Europa e il mondo occidentale circondano la tragedia senza fine del popolo Cristiano Armeno.

Papa Leone XIV ha rafforzato i legami con la Chiesa Apostolica Armena, incontrando il Sua Santità Karekin II a Castel Gandolfo il 16 settembre 2025 (la foto di copertina del libro Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV), discutendo di pace e della situazione nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Il 30 novembre 2025 ha visitato la Cattedrale Apostolica Armena di Istanbul, pregando con il Patriarca Sahak II. Papa Leone XIV ha ricordato le “circostanze tragiche” del passato del popolo armeno, ha elogiato la “coraggiosa testimonianza” Cristiana degli Armeni e ha auspicato l’unità, ricordando le loro sofferenze storiche. Questi gesti si inseriscono nel solco della tradizione di rapporti fraterni tra la Santa Sede e la Chiesa Apostolica Armena, iniziata con le visite di Papa Giovanni Paolo II e di Papa Francesco alla Santa Sede di Etchmiadzin.

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