Land for peace: la caduta dell’ultimo tratto della cortina di ferro (Gariwo 25.02.26)

Se la parola pace affonda le sue radici etimologiche in un processo dinamico che fa riferimento al patto, al relazionarsi, al ripristinare un rapporto, risulta evidente che il presidente della Repubblica di Armenia Nikol Pashinyan sta percorrendo un cammino e cerca di costruire una “strategie di riuscita” lungo un percorso nel quale la meta, la pax agognata dai popolia tratti appare con contorni netti, a tratti “disappare”, si allontana, sembra dissolversi; e nelle comunità armene in patria e in diaspora si alternano sentimenti a volte improntati alla speranza, a volte alla sfiducia.

L’immagine di J. D. Vance che depone i fiori al Memoriale del genocidio armeno e il post pubblicato nell’immediatezza della visita in cui compariva il termine “genocidio” a indicare il milione e mezzo di vittime della deportazione “verso il nulla” del 1915, sembrava una riconferma della scelta della governance degli Stati Uniti, iniziata dal presidente Joe Biden, di indebolire il negazionismo del Governo di Ankara. Non è così; il post è stato cancellato già sulla scaletta dell’Air Force che portava il vicepresidente in Azerbaigian. Per il Primo ministro armeno si profila un altro ostacolo sul percorso della normalizzazione dei rapporti inter-regionali che è uno dei suoi grandi meriti, dopo quello di avere scelto per il suo popolo la vita e non la terraLand for peaceNel novembre del 2020 il cessate il fuoco con l’accordo trilaterale sotto la tutela di Mosca, (accordo non rispettato da Baku), è stato il primo passo, al quale è seguito l’esodo di più di centomila armeni per carestia provocata, accolti a Yerevan. Per gli armeni l’”uomo” è più importante della terra su cui abita. (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/il-nagornokarabakh-tra-ieri-e-oggi-26715.html).

Per circa trent’anni, dopo la dissoluzione dell’URSS, si sono susseguiti colloqui di pace tra armeni e azeri: la CSCE presieduta dall’Italia, l’OSCE con il Gruppo Minsk e la co-presidenza di Francia, Russia e Stati Uniti, la CSI, composta da alcune ex repubbliche sovietiche di fatto guidata dalla Russia, nel tentativo di tenere vivi i legami tra gli eredi dell’URSS, e che aveva nel suo statuto firmato a Minsk nel 1993, l’obiettivo di risolvere situazioni conflittuali tra gli stati membri; numerosi incontri diplomatici, colloqui, ispezioni sul territorio, ma un nulla di fatto. Alla fine l’Azerbaigian, con un esercito riorganizzato e dotato di armi moderne, sostenuto dalla Turchia, ha occupato l’Artsakh (Nagorno Karabakh) enclave armena in Azerbaigian, e altri territori in Armenia. Era il settembre del 2023 quando, nei giorni dell’esodo dei profughi, furono arrestati più di venti leader politici e dirigenti dell’Artsakh, e tra questi il filantropo Ruben Vardanyan, ministro per quattro mesi dell’enclave armena contesa. È notizia di pochi giorni fa la sua condanna a venti anni di carcere, dopo un processo che Amnesty International ha definito “parodia”.

Il Primo ministro Pashinyan da allora ha abbandonato la logica binaria del “tutto o nulla” e si è incamminato sulla strada del compromesso, letto come ”tradimento (?)” ma che in realtà dovrebbe significare dialogo, riconciliazione (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/tradimenti-26729.html). Strada irta di ostacoli, come si è visto con le scelte e il comportamento dell’amministrazione statunitense.

Ci sono ancora speranze che gli armeni possano sostenere il peso della lotta per la pace, o almeno per una solida condizione di a-conflittualità? Sono stati numerosi i tentativi di accordo e le proposte giunte dai leader delle regioni dell’area all’indomani della conclusione della guerra azero-armena. Ankara, e quasi in contemporanea Tehran, hanno proposto la “Piattaforma di Collaborazione Regionale 3+3”, che avrebbe dovuto avviare il processo di normalizzazione dei rapporti tra i 3 paesi del Caucaso meridionale, Georgia, Armenia, Azerbaigian, e i 3 vicini dell’area, Iran, Russia, Turchia, senza ”ingerenze esterne”. La proposta rimane a latere del processo in corso ma trova ostacoli ad ogni fase di ripresa dei colloqui.

Più solido il progetto che il Premier armeno Nikol Pashinyan ha presentato come “Crocevia della Pace”, con l’obiettivo di uscire dall’isolamento creando relazioni economiche e commerciali con la Georgia, l’Azerbaigian, la Turchia e l’Iran, paesi confinanti. Tale progetto prevedeva anche il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), oltre a quello Est-Ovest.

I rapporti con l’Iran non hanno mai costituito un problema, la crisi riguarda i rapporti con la Russia incrinati dalla svolta pro-occidentale dell’Armenia, tradita dal suo principale garante della sicurezza nel corso del conflitto per l’Artsakh.

Il crollo del Muro di Berlino e la smobilitazione del patto di Varsavia non hanno avuto come conseguenza la caduta della cortina di ferro tra Turchia e Armenia. La chiusura della frontiera con la Turchia ha trasformato da 33 anni l’Armenia in un paese con un’economia fortemente dipendente dai due unici corridoi di transito, Georgia e Iran, situazione che ha comportato costi di trasporto elevati e accessi limitati ai mercati internazionali. Quadro aggravato dal conflitto con l’Azerbaigian per l’enclave armena in territorio azero. Oggi sembra profilarsi all’orizzonte la riapertura del confine tra Armenia e Turchia, grazie al progetto “Crocevia della pace” avviato fra Armenia e Azerbaigian, quest’ultimo, da sempre, stretto alleato della Turchia. Nelle relazioni armeno-turche sono prevalse le ragioni dell’economia e del commercio: la perdita dell’Artsakh e il riconoscimento del genocidio non sono più la barriera invalicabile eretta dalla storia; riaprire i confini per realizzare la libertà dei commerci è diventata la via della riconciliazione.

È naturale che la caduta dell’ultima cortina di ferro esistente ha una importanza particolare per lo sviluppo delle regioni orientali della Turchia e di quelle occidentali dell’Armenia, con le dogane di Kars-Gyumri, Margara-Igdir che sarebbero direttamente interessate dai nuovi flussi di merci e persone. Gli imprenditori della regione di Kars in Turchia e di Gyumri in Armenia attendono da molti anni l’apertura del confine, con benefici per entrambe le parti. La risposta di Ankara è visibile nel fatto che ha già iniziato a organizzare la costruzione delle infrastrutture e della linea ferroviaria, ma Yerevan deve trattare con Mosca, proprietaria della rete ferroviaria armena; inoltre, malgrado la crisi politica, i legami economici ed energetici con Mosca, se pure ridotti, sono ancora in essere.

Lo sviluppo a nord dell’Armenia delle province orientali turche e di quelle occidentali armene nell’area Kars-Gyumri, è una conseguenza di scelte affrontate nel corso di incontri bilaterali, ma la strategia regionale turca è incentrata sul Sud dell’Armenia. La fase del percorso di pace definita “pace americana”, per il vertice trilaterale di Washington dell’8 agosto 2025, prevede la realizzazione della TRIPP, Trump Route for International Peace and Prosperity, che collegherebbe le regioni orientali della Turchia, via Nakhchivan e Meghri con l’Azerbaigian. Tra Nikol Pashinyan, Ilham Aliyev e il presidente Trump, (proposto per il Nobel per la pace), strette di mano e firme: meno dipendenza dalle rotte di transito controllate dalla Russia e il consolidamento della scelta del Premier dell’Armenia di guardare a Occidente. La strada nel Sud dell’Armenia da Est a Ovest, collega l’Azerbaigian, l’Iran, il Nakhchivan (Repubblica autonoma dell’Azerbaigian), e la Turchia.

L’apertura del confine di Meghri, con adeguate infrastrutture, permetterebbe al “consorzio economico occidentale” di raggiungere i confini della Cina attraversando gli Stati turcofoni a Oriente (Azerbaigian, Kazakhstan, Kirghisistan, Uzbekistan, Turkmenistan). Non si può fare a meno di ricordare che questo era il sogno panturco ripreso dal “Padre della patria”, Mustafa Kemal, che guardava al Turan per collegarsi e unire tutti i popoli turcofoni. Si garantirebbe l’accesso per le merci occidentali verso il Mar Caspio e oltre, mentre il trasporto passeggeri potrebbe concretizzarsi dopo avere risolto i problemi dei controlli burocratici ancora vigenti, gestiti dall’Armenia in partnership con gli uffici doganali russi.

In questo quadro appare geopoliticamente significativa e lungimirante, l’operazione di acquisto compiuta nel 1936 dal Presidente della Turchia repubblicana, Mustafa Kemal, usando il suo patrimonio personale, di una striscia di pochi chilometri di territorio persiano che ha permesso di collegare il Nakhchivan, un tempo armeno e ora azero, con la Turchia.

Con i protocolli siglati, l’Armenia concederebbe il proprio territorio in “leasing” per 99 anni a imprese americane. Una vera e propria rivoluzione geo-economica, parte di un più largo progetto destinato a collegare il Caucaso meridionale all’Asia centrale, componente essenziale della rete di trasporto intercontinentale che dalla Cina arriverebbe in Europa. La pace nel Caucaso meridionale libererebbe un potenziale economico rimasto inattivo a causa di continui, reiterati conflitti. L’Armenia uscirebbe dal suo isolamento, entrando nella rete di grandi connessioni economiche; sembrerebbe garantita la sovranità armena sul percorso e il controllo doganale e di frontiera, pur con la concessione agli Stati Uniti di una quota affittuaria.

Nel frattempo, è sorto un progetto collaterale al “Crocevia della pace”: la costruzione di una nuova linea ferroviaria Meghri – Nakhchivan – Kars (in via di completamento) che taglia il più diretto collegamento esistente via Nakhchivan per Yerevan-Gumry, fino al confine con la Georgia, escludendo la vecchia strada ferrata dell’epoca sovietica ancora in funzione e sotto il controllo della Russia. La Turchia ha cercato così di aggirare il controllo russo. Il progetto TRIPP comporta la costruzione di grandi infrastrutture, di nuove strade, oleodotti, cavi, linee energetiche e di una rete efficiente di comunicazione che coinvolge direttamente i confini armeni sino ad ora controllati dalla Russia.

Il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian è diventato un elemento chiave per trasformare il Caucaso meridionale in uno spazio di stabilità, essenziale per una “a-conflittualità” duratura. L’apertura delle frontiere rafforzerà sicuramente il ruolo della Turchia come centro logistico internazionale, mentre per l’Armenia l’uscita dall’isolamento e dalla dipendenza da mercati fluttuanti come quelli georgiani, russi, azeri e iraniani è di fondamentale importanza, se non questione di sopravvivenza futura.

Va sottolineato che l’attivazione del TRIPP, il “Corridoio di Mezzo”, è solo una parte del progetto iniziale Cross Road of Peace, e i nuovi accordi di libero transito tra Armenia e Azerbaigian, potrebbero danneggiare i rapporti definibili “fraterni“ tra l’Armenia e l’Iran che si troverebbe escluso da un’interazione Est-Ovest, sebbene sia in costruzione un nuovo ponte sul fiume Arax tra i due paesi confinanti a dimostrazione della volontà dell’Armenia di rimanere fedele al suo storico alleato.

Il progetto iniziale del Premier Pashinyan, “Cross Road of Peace” ancora in gestazione, contempla, come si è visto, oltre a quello Est- Ovest, il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), tra Armenia e Iran, ben visto da India, Iran e Cina, poiché da Bandar Abbas potrebbe congiungere l’Europa, via Armenia e Georgia; l’INSTC, aprendosi ad altri Stati, costituirebbe un potenziamento della pace. Se per la Turchia e gli occidentali la connessione Est-Ovest è prioritaria, per la Russia è altrettanto importante il collegamento Nord-Sud che la libererebbe dall’isolamento. Non è dato sapere se tale progetto entrerebbe in conflitto con quello Est-Ovest, vista la situazione politica “liquida” che stanno vivendo le varie nazioni che compongono il mosaico mondiale sempre più indefinibile e i rapporti tra gli Stati che evolvono in continuazione.

In prospettiva, l’Armenia punta ad ampliare l’accesso ai mercati per le proprie esportazioni e a inserirsi nei corridoi regionali di trasporto. Tali benefici restano subordinati alla normalizzazione politica, al completamento dei lavori sul territorio e alla volontà di tradurre gli accordi nella concretezza dell’operatività.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha dato la disponibilità armena a facilitare da subito il transito commerciale con la Turchia e l’Azerbaigian, mostrando un orientamento pragmatico verso l’obiettivo della cooperazione regionale. Per l’Armenia concedere questo passaggio sul suo territorio nazionale, è un grande sacrificio, che ha costi politici alti in patria e in diaspora. La pace è in gestazione e ogni gestazione è attesa che contiene incognite. L’Armenia è circondata da vicini agguerriti, ma pur di raggiungere una pace duratura è disposta, ancora una volta, a sacrificare terra in cambio di vita, legalità in cambio di sopravvivenza.

Confida sulla lealtà dei suoi nuovi alleati per preservare l’autonomia nazionale.

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