“La testa non serve solo a mangiare”: il pasticcino che ha fatto infuriare l’Armenia (Politicamentecorretto 15.03.26)

Mentre Teheran riporta schermaglie al confine con la Repubblica armena (Corridoio di Zangezur, conflitto con l’Azerbaigian e la presenza sui confini di forze esterne) a Yerevan i media discutono su come affrontare una grave crisi che potrebbe nascere dalle elezioni del 7 giugno prossimo. L’attenzione è scivolata sui pasticcini che il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, e il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Alen Simonyan, sono riusciti a tenere in mano durante il loro tour elettorale nelle varie regioni.

Nel suo canale Telegram, il politologo ed editorialista di Alphanews TV, Beniamin Matevosyan, ha individuato nel dibattito elettorale due scenari che sollevano altrettante domande: “Se la guerra si prolungasse l’Iran potrebbe spingere ondate di rifugiati verso l’Armenia. In questo caso, sarebbero pronte le infrastrutture della regione di Syunik ad affrontare una tragedia umanitaria di questa portata? Inoltre, essendo l’Iran popolata da molti azeri, le autorità azerbaigiane potrebbero approfittare della situazione per inviare in Armenia rifugiati pronti a sostenere il progetto ‘Azerbaigian occidentale’”.

 

Secondo il giornalista, quello che desta maggior preoccupazione in questa escalation è proprio l’agenda pubblica dell’attuale Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan. Non è la prima volta che il Premier è accusato d’incompetenza ed emotività unite a una visione strategica limitata e a una palese incapacità di pianificazione nei momenti critici. In questo contesto si inserisce la caustica critica del giornalista Abraham Gasparyan, autore della frase diventata virale: «Dopotutto, una testa non è fatta solo per mangiarci». Nonostante l’espressione sia stata trasformata in un meme sui social media, essa riflette una profonda preoccupazione dell’opinione pubblica: la mancanza di una seria strategia anti crisi da parte del governo.

Secondo il noto analista politico Vahe Hovhannisyan, co-fondatore di Alternative Projects Group (Progetti alternativi) e autore di analisi critiche molto seguite, le autorità della Repubblica armena hanno cambiato tattica in vista delle elezioni. A giudicare da un’analisi dei recenti discorsi dei funzionari governativi, se due settimane fa i messaggi del partito al governo erano sulla difensiva: “Non permetteremo un Gyumri-2“, ora sono passati all’attacco ostentando fiducia ferrea. Il riferimento alle elezioni amministrative di Gyumri del 2025, dove il partito di governo non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta, implicherebbe la vittoria dell’opposizione con una percentuale del cinquanta più uno.

Hovhannisyan sostiene che le autorità armene sarebbero impegnate a diffondere l’idea di un’opposizione debole che lotta per poco più del venti percento, mentre il partito di governo oltrepasserebbe senza fatica la metà delle preferenze. “Nel prossimo futuro, utilizzando sondaggi falsi, l’élite al potere promuoverà attivamente questa idea per creare l’impressione di una vittoria senza resistenza. Questa, però, è solo una tattica che si sgretolerà davanti al mondo tecnologico nel quale chiunque ha la possibilità di verificare linformazione.

Secondo il partito “Progetti Alternativi”, il Governo si troverebbe in uno stato d’isolamento politico nel quale nessuna “forza politica o economica influente” sarebbe disposta a stringere coalizioni o collaborazioni con il partito al governo “Contratto Civile”. Per gestire il calo del consenso democratico e la crisi delle elezioni del 2026, il Governo starebbe pensando di appoggiarsi alle forze di sicurezza per mantenere e contenere eventuali movimenti di protesta sociale. Intanto, tutta l’opposizione armena accusa Pashinyan di aver trasformato il Paese in uno “stato di polizia” per consentirgli di restare in sella anche dopo le sconfitte militari e le crisi politico-sociali interne.

Analisi politica

Il giornalista Vahe Hovhannisyan è convinto che il partito al governo prenderà spunto dallo “scenario moldavo”, promuovendo se stesso come unica via verso l’Europa e la democrazia, trasformando le elezioni parlamentari in un referendum “Est contro Ovest” e tutta l’opposizione in “agenti del Cremlino” sotto copertura. Come accaduto in Moldavia ai candidati legati all’oligarca Shor, verranno esclusi i partiti o i candidati politici più pericolosi, con le ormai arcinote accuse di corruzione, di finanziamento illecito o di minaccia alla sicurezza nazionale. L’instabilità o l’allarme per colpi di stato serviranno a giustificare il soffocamento violento della protesta e il bavaglio ai media. Non mancherà la valorizzazione della diaspora armena, naturalmente occidentale, per bilanciare i voti di protesta interni, cioè quelli che subiscono in prima persona gli effetti negativi dell’inflazione e dell’insicurezza dei confini. Un film tristemente già visto e rivisto in ambito europeo, ma che nasconde il rischio dell’imprevedibilità delle proteste di piazza e del voto di protesta verso le forze di opposizione.

Ma chi dovrebbe vincere le elezioni del 2026? Il Presidente del Parlamento armeno e uomo di spicco del partito di governo “Contratto Civile”, Alen Simonyan, in un commento del 3 marzo sulle imminenti elezioni parlamentari, ritiene improbabile che l’ex secondo presidente dell’Armenia, forte oppositore dell’attuale Governo, Robert Kocharyan, riesca ad accumulare sufficienti voti. Per Simonyan solo i partiti “Armenia Forte”, di Samvel Karapetyan, e “Armenia Prospera”, di Gagik Tsarukyan, avranno la possibilità di superare lo sbarramento ed entrare in parlamento per contendersi la leadership dell’opposizione. Tuttavia, commenta il Presidente del parlamento armeno Simonyan, sarà proprio l’attuale partito di governo “Contratto Civile” a vincere le elezioni a mani basse, con più voti del 2021.

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