Il genocidio armeno porta in tribunale la regista curda Aksoy (Il Manifesto 20.03.26)
Nel 1918 viene pubblicato a New York Ravished Armenia (Armenia violata) un libro di memorie che diventa il primo documento sul genocidio commesso dalla Turchia contro gli armeni. A firmarlo è una giovane donna, Aurora Mardiganian che a partire dalla propria esperienza dà appunto voce a quella collettiva (e che sarà a lungo negata) di un popolo. Aurora viveva con la sua famiglia a Chmshkatsag, una importante città armena dell’impero Ottomano distrutta dai turchi nel 1915. Il padre era un commerciante di sete, lei studiava il violino, quando inizia il massacro degli armeni aveva quattordici anni, la sua famiglia viene uccisa, Aurora è torturata, violentata, venduta a degli ufficiali turchi e rinchiusa in un harem da dove dopo due anni riesce a fuggire arrivando nella zona occupata dall’esercito russo. Di lì con l’aiuto di alcuni missionari americani emigra in America dove vivrà fino alla sua morte, nel 1994, a Los Angeles, dedicandosi alla lotta per il riconoscimento del genocidio armeno di cui era diventata diventa il simbolo – la Giovanna D’Arco armena.
Dal libro che fu un grande successo venne tratto l’anno dopo un film, diretto da Oscar Apfel, Auction of Soul, con la stessa Mardiganian che era anche stata il volto di una delle più grandi campagne di beneficenza dell’epoca, come protagonista, e la partecipazione della numerosa comunità armena rifugiata negli Stati uniti. Libro e film scatenano anche molte polemiche, i turchi attaccano duramente la storia di Aurora, il film andrà poi perduto e oggi ne rimangono venti minuti che sono stati restaurati dall’Armenian Genocide Resource Center in California nel 2009.
È da questi materiali che parte la regista armena Inna Sahakyan per il suo Aurora’Sunrise (2022), in cui fa rivivere ancora una volta la vicenda di Aurora attraverso gli archivi, le immagini di quel film muto, l’animazione e le interviste. «Aurora ha dedicato la sua vita a sensibilizzare l’opinione pubblica sul genocidio. La sua incredibile forza e la sua dedizione alla missione, così come il modo in cui ha superato traumi personali e un dolore indicibile per raccontare al mondo la storia del suo popolo, sono fonte di ispirazione. Il suo percorso si è trasformato da semplice lotta per la sopravvivenza a lotta per l’umanità. Lei si è rifiutata di essere ridotta a una vittima o a un semplice oggetto della storia. Forse è proprio questo il segreto della sua forza» ha detto Sahakyan che l’Armenia ha candidato agli Oscar nel 2023 per il miglior film internazionale.
E il lavoro su questa memoria e la sua narrazione continua a essere una battaglia, specie a fronte al violento rifiuto della Turchia di ammettere storicamente il genocidio armeno, che è bandito per legge (c’è un articolo della costituzione) dalla discussione pubblica nel Paese e considerato un «atto insultante contro l’identità turca». Il governo di Erdogan si è spesso scontrato con i paesi che hanno riconosciuto il genocidio armeno, condannando la decisione anche con pesanti interferenze (specie in Germania), mentre chi in Turchia ne parla pubblicamente incorre in procedimenti penali.
È QUANTO accade questi giorni a Rojhilat Aksoy, regista e organizzatrice culturale curda, rinviata a giudizio per avere proiettato due anni fa, al Centro culturale di Diyarbarkir con l’associazione di cui era vicedirettrice Aurora’s Sunrise. L’accusa è di «vilipendio alla nazione turca e alle istituzioni statali», sostenuta da stralci dei dialoghi e scene del film.
Aksoy ha risposto dicendo che la proiezione rientra nell’ambito della libertà di espressione – la prossima udienza si terrà il 6 aprile. Figura centrale in quelle forme di resistenza culturale alla censura e alla repressione contro i curdi, la regista fa parte della Nahost Film Academy, che promuove il cinema indipendente e lavora sulla formazione dei cineasti curdi, fra i suoi film c’ è un documentario sullo sciopero della fame dei detenuti politici, e con la sua attività cerca di mantenere visibili la lingua, la cultura e la memoria curde contro l’assimilazione.
IERI il festival internazionale di Yerevan Golden Apricot ha diffuso una dichiarazione di solidarietà nei confronti di Aksoy in cui si legge: «Esprimiamo profonda preoccupazione per il procedimento penale avviato nei confronti di Rojhilat Aksoy (…) Riteniamo che il cinema debba rimanere uno spazio di dialogo specie quando si affrontano storie complesse e dolorose.
Considerare un organizzatore culturale responsabile di un film che non ha realizzato solleva gravi preoccupazioni riguardo alla libertà artistica e alla libertà di espressione. Opere come Aurora’s Sunrise dovrebbero essere affrontate con una discussione aperta, non con azioni legali. Siamo solidali con Aksoy e con tutti coloro che lavorano per mantenere gli spazi culturali aperti, liberi e significativi». Tale libertà però, come dimostrano anche i divieti posti su artiste e artisti palestinesi nel dibattito su Gaza e il genocidio palestinese in Europa (e negli Stati uniti) appare oggi sempre più minacciata e non solo in quei paesi come la Turchia definiti «autoritari».
