Gli Usa di Trump si espandono nel Caucaso ma ignorano la Georgia. Ecco perché (Insider Over 23.03.26)

A metà di febbraio il vice-presidente Usa J.D. Vance ha compiuto una storica visita ufficiale in Armenia e Azerbaigian, la prima di un presidente o vice-presidente Usa sia nell’uno sia nell’altro Paese. Il viaggio, arrivato sei mesi dopo la mediazione con cui Donald Trump ha portato Baku e Erevan a un accordo di pace, è servito per siglare un accordo di ampio spettro con l’Armenia (uso dell’energia nucleare e Difesa) e con l’Azerbaigian, in questo caso addirittura un partenariato strategico per lo sviluppo regionale. Il vero obiettivo, però, era un altro: dare ulteriore impulso al TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), il corridoio commerciale che dovrebbe collegare Baku (capitale dell’Azerbaigian) a Kars (Turchia) passando attraverso l’Armenia. Progetto ovviamente impossibile finché Azerbaigian e Armenia erano in guerra.

In sostanza, il TRIPP è la ricompensa che Trump ha preteso per intervenire a pacificare le parti. Una volta realizzato, potrebbe diventare la principale rotta di comunicazione e trasporto tra Est e Ovest, con due effetti: ridimensionare le rotte più a Nord, quelle che passano per la Russia; consolidare la presenza e l’influenza politica americana in una regione cruciale posta sul fianco Sud-Est della Russia, affacciata sul Mar Caspio e quindi sull’Iran e sull’Asia Centrale. Il progetto, peraltro, ha brillanti prospettive: affidata per 99 anni a una concessione americana e a un consorzio di agenzie private, la gestione prevede un fatturato tra i 50 e i 100 miliardi di dollari all’anno. Baku ha già investito parecchio nel suo tratto di competenza e nel suo tratto del corridoio il transito merci ha già registrato un significativo incremento.

La Georgia tagliata fuori

Dallo storico viaggio Vance, come si vede, è rimasto fuori l’altro grande Paese del Caucaso meridionale, cioè la Georgia, che negli scorsi decenni era stato invece l’avamposto dell’influenza americana nella regione, mentre Azerbaigian e Armenia ancora subivano l’influenza di Mosca. C’entra l’ostentata neutralità che le autorità di Tbilisi, dal 2012 sostanzialmente espresse dal partito Sogno Georgiano, mantengono nei confronti della guerra in Ucraina, neutralità rivendicata anche al costo di compromettere i rapporti con la Ue e di vedere così bloccato fino al 2028 il processo di adesione (la Georgia è Paese candidato dal 2023) e, di converso, intensificare quelli con la Russia, Paese con cui peraltro non vi sono relazioni diplomatiche dalla guerra del 2008?

La risposta è no. Intanto perché, com’è noto, lo stesso Donald Trump intrattiene con l’Ucraina rapporti controversi, al punto da decidere che ile armi americane potranno andare a Kiev ma solo se pagate dagli europei. E poi perché il distacco degli Usa dalla Georgia precede le decisioni di Trump sull’Ucraina. Trump aveva appena fatto in tempo a rientrare alla Casa Bianca che il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze gli scrisse una lettera chiaramente imbonitrice, in cui si dicevano cose come “Abbiamo parlato apertamente delle attività criminali del deep state, dell’USAID, del NED [National Endowment for Democracy] e di altri gruppi anni prima che voi rilasciaste dichiarazioni simili. Abbiamo valutazioni identiche sulla guerra in Ucraina, sulla propaganda di genere e LGBT e su molte altre questioni». Scopo della lettera era riavvicinarsi a Washington e magari, con un po’ di fatica, ottenere che Trump eliminasse le sanzioni contro la Georgia decise da Joe Biden.

Il braccio di ferro con la Cina

La lettera di Kobakhidze funzionò così bene che Trump non rispose mai. Il che fa chiaramente capire che dalla visione strategica della Casa Bianca la Georgia era esclusa in partenza. Non perché filo-russa , come molti non si stancano di ripetere, ma perché poco influente rispetto al vero obiettivo, che non è tanto contestare il Caucaso a Mosca (troppo debole per poter pensare di conservare anche in tempi di guerra e di emergenza economica l’influenza che aveva prima) ma contestare l’Asia Centrale a Pechino, a partire dai corridoi commerciali.

Nel giugno del 2025, mentre gli Usa si univano a Israele nel bombardare l’Iran, ad Astana, in Kazakhstan, cominciava il secondo vertice Cina-Asia Centrale, il frutto più recente della campagna di espansione avviata da Xi Jinping nel 2013 con il progetto della Nuova Via della Seta. Un vertice arrivato dopo anni in cui la Cina ha largamente investito in Asia Centrale in ferrovie, strade e oleodotti, destinati a interconnettere la regione e a connetterla alla Cina; in cui Turkmenistan e Kazakstan sono diventati grandi fornitori di gas e petrolio per l’industria cinese; e in cui l’influenza cinese è andata visibilmente allargandosi. Nello stesso tempo, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), accoglieva altri 3 Paesi membri (India, Iran e Pakistan), 3 Paesi osservatori (Afghanistan, Bielorussia e Mongolia) e 14 partner per il dialogo (Arabia Saudita, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive, Myanmar, Nepal, Qatar, Sri Lanka e Turchia).

Gli Usa non potevano rimanere inerti. Il TRIPP è la loro prima risposta organica alla sfida cinese. E per quella risposta la Georgia, come si vede, a dispetto della posizione strategica sul Mar Nero e dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (che all’epoca di George W. Bush sembrò una grande conquista americana), non serve più. È chiaro che ignorandola a questo modo Trump la spinge sempre più nelle braccia di Mosca. Ma forse anche questo fa parte del piano.

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