Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno. Intervista a Baykar Sivazliyan: “Venezia, porto sicuro dove la cultura armena si fece libro” (Ilnuovoterraglio 30.04.26)
Nel palinsesto delle celebrazioni per la Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno, promossa dal Comune di Venezia, si è tenuto al Centro Culturale Candiani un incontro che ha saputo coniugare la memoria della tragedia con la celebrazione di una sbalorditiva resistenza culturale
VENEZIA . Il quarto appuntamento del ciclo “Incontri alla Memoria ed al Ricordo”, introdotto da Germana Daneluzzi e realizzato in collaborazione con Il Circolo Veneto, ha visto protagonista il Prof. Baykar Sivazliyan, Presidente dell’Unione Armeni d’Italia.
Al centro della serata, il legame indissolubile tra la Serenissima e il popolo della Croce: una storia scritta con l’inchiostro tra il 1512 e il 1800, epoca in cui Venezia divenne, di fatto, la capitale mondiale dell’editoria armena.
Professor Sivazliyan, la conferenza si intitola “Tipografie armene a Venezia dal 1512 al 1800”. Perché la stampa è così centrale nel ricordo di un popolo?
La risposta risiede nella sopravvivenza. Un popolo che ha subito il primo genocidio del XX secolo è riuscito a restare unito grazie alla propria lingua e alla propria cultura. Le tipografie sono state il motore di questa resistenza. Pensate che tra il 1512 e il 1800 esistevano a Venezia ben 19 tipografie diverse che stampavano in armeno, producendo oltre 250 titoli. Non era solo un fatto religioso, era la costruzione di un’identità che nessun esercito avrebbe potuto cancellare.
Come nasce questo legame così profondo tra Venezia e l’Armenia? Non è stato un caso, vero?
Niente affatto. Tutto inizia molto prima, intorno al 1200, quando i mercanti veneziani usavano il piccolo regno di Cilicia — in quell’angolo di Mediterraneo dove Turchia e Siria si toccano — come un magazzino strategico per le rotte verso la Cina, l’India e la Persia. I veneziani non si limitarono a commerciare: “presero per mano” intere famiglie armene influenti e le portarono in laguna. È un caso unico nella storia: non furono gli immigrati a bussare alla porta, ma i veneziani a invitarli per la loro preziosa rete di contatti. Da lì nacque la Chiesa di Santa Croce e quel quartiere, tra San Marco e Rialto, dove ancora oggi leggiamo “Sottoportico degli Armeni”.
Venezia però non offriva solo ospitalità, offriva tecnologia e opportunità economiche.
Esattamente. I veneziani erano pragmatici: capirono che il libro armeno era un affare d’oro. Mentre tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 i grandi banchi veneziani come il Garzoni fallivano, il settore editoriale fioriva. Nel 1512, Hagop Meghapart stampò a Venezia il primo libro in assoluto in lingua armena. Venezia esportava tecnologia: i libri venivano stampati qui, rilegati con maestria e poi spediti tramite il naviglio veneziano in tutto l’Oriente, fino a Costantinopoli e Smirne. I veneziani dimostrarono che con la cultura si mangiava eccome, creando una rete di distribuzione che oggi definiremmo “globale”.

Tra i protagonisti della serata c’è stata la Congregazione Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro. Che ruolo ha avuto in questo panorama?
Un ruolo di eccellenza assoluta. L’isola divenne un faro di scienza orientale. Pensate che la loro tipografia era in grado di stampare in 36 lingue diverse, con caratteri originali fusi sul posto. Era un’istituzione così prestigiosa che persino Napoleone, che chiuse quasi tutti i conventi di Venezia, non ebbe il coraggio di toccarla, elevandola al rango di “Accademia delle Scienze”. Da quel fervore nacque nel 1836 il Collegio Moorat-Raphael, che ha formato tutta l’intelligenza armena moderna, me compreso. Dopo il genocidio, è stato quel collegio a “ricostruire” la classe dirigente armena, sostituendo con la cultura ciò che la violenza aveva strappato.
Lei ha mostrato un reperto molto personale: un libro che ha compiuto un viaggio incredibile.
Sì, un volume stampato a Venezia nel 1896. Lo trovarono i miei antenati a Sivas, nell’Anatolia centrale, con i timbri della libreria locale in francese, ottomano e armeno. Quel libro è sopravvissuto al genocidio, ha attraversato le tragedie del secolo ed è tornato con me a Venezia. È la dimostrazione vivente che il libro armeno nato in Laguna è un ambasciatore che non muore mai. È tornato a casa, dove tutto è cominciato.
Un’eredità che continua
La conferenza, arricchita dalle letture di Laura Voltan (Voci di Carta), ha lasciato al pubblico una consapevolezza profonda: celebrare le tipografie armene non significa solo guardare al passato, ma riconoscere a Venezia il merito storico di essere stata la custode di una civiltà. Come ricordato dal Prof. Sivazliyan, i libri stampati nel 1700 sono ancora oggi più leggibili e chiari di molti testi moderni, a testimonianza di una perfezione tecnica che era, prima di tutto, un atto d’amore per la propria memoria.
L’evento è stato realizzato dal Circolo Veneto in collaborazione con l’Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina e l’Unione Armeni d’Italia.
