Nell’ultimo libro di Narinè Abgarjan, scrittrice armena e russa, la poesia malinconica dell’Armenia dimenticata (Il Messaggero 10.05.26)
Oltrepassata la soglia dei cinquant’anni, la bibliotecaria Anatolija, in un piccolo villaggio armeno sperduto tra le montagne, una sera si corica convinta che la morte sarebbe arrivata di lì a poco. Ha rassettato la casa, sistemato ogni cosa, come chi sente di avere ormai concluso il proprio cammino dopo aver attraversato gioie, dolori e lutti. È da questo incipit, insieme semplice e potentissimo, che prende avvio E dal cielo caddero tre mele (Einaudi, 18 euro, 220 pagine) il romanzo della scrittrice armena Narine Abgarjan, capace pagina dopo pagina di trasformarsi in una favola malinconica, intrisa di poesia e umanità.
Il titolo rimanda a un’antica leggenda caucasica: una mela per chi ha visto i fatti, una per chi li ha raccontati e la terza per chi ha saputo ascoltare, con attenzione e stupore, il bene ancora nascosto nel mondo. Ed è proprio questa attenzione ai dettagli minimi dell’esistenza che attraversa tutto il romanzo.
Sul fondo della narrazione si staglia Maran, villaggio immaginario arroccato sul monte Manis Kar, un luogo fuori dal tempo, sospeso tra realtà e mito. Negli anni il paese si è svuotato: i giovani sono partiti, i vecchi sono rimasti soli ad attendere lentamente la fine di una comunità destinata apparentemente all’estinzione. Eppure, dentro quella rassegnazione collettiva, l’autrice riesce a far emergere una rete profondissima di relazioni, solidarietà e memoria condivisa.
Anatolija, donna colta e silenziosa, simbolo di una civiltà antica e resistente, rappresenta il cuore morale del romanzo. Convinta di stare morendo per un’emorragia che da giorni la tormenta, si prepara all’ultimo passaggio con una naturalezza quasi disarmante. Ma proprio quando tutto sembra spegnersi, la vita torna a insinuarsi inattesa: attraverso due bambini e una serie di eventi che finiranno per riaccendere anche il destino del villaggio.
La grande forza del libro sta nella capacità di fondere continuamente il reale e il meraviglioso. «Gli abitanti di Maran erano un popolo razionale che tuttavia credeva nei sogni e nei segni», scrive Abgarjan. I sogni fatti «tra il primo e il secondo canto del gallo» possiedono un significato nascosto; le premonizioni diventano strumenti di salvezza; le superstizioni convivono con la concretezza di una comunità abituata alla fatica e alla sopravvivenza.
Emblematico è il personaggio di Akop, uomo noto per prevedere sciagure e disgrazie, ma grazie al quale gli abitanti riescono a salvarsi da una frana costruendo in tempo una barriera di pietra. In questo mondo narrativo il soprannaturale non irrompe mai come elemento estraneo: si intreccia invece naturalmente con la quotidianità, come accade nelle culture contadine dove il confine tra visibile e invisibile resta poroso.
Sebbene Maran non esista sulle carte geografiche, il romanzo restituisce con straordinaria autenticità l’anima del popolo armeno: le sue tradizioni, il senso della famiglia, la nostalgia, il peso della memoria storica. Sullo sfondo resta infatti, quasi silenzioso ma costante, il trauma del genocidio armeno perpetrato dai turchi tra il 1915 e il 1916, ferita collettiva che continua a segnare identità e immaginario.
Non è casuale che molti abbiano accostato questo romanzo a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Come nel realismo magico sudamericano, anche qui il tempo sembra circolare, i morti convivono con i vivi, le leggende si mescolano alla cronaca quotidiana. Ma Abgarjan mantiene una voce del tutto personale: più intima, meno visionaria, profondamente radicata nella spiritualità e nella malinconia armena.
Lo stile è delicato, quasi carezzevole, e racconta la fatica quotidiana di persone semplici ma capaci di custodire una sapienza antica. Gli abitanti di Maran vivono lontani dal rumore del mondo moderno e proprio per questo sembrano ancora in grado di percepire una dimensione ulteriore dell’esistenza, come se il confine tra terra e trascendenza fosse rimasto aperto.
Il finale incanta senza concedere consolazioni definitive. Non c’è una vera rassicurazione, perché — suggerisce l’autrice — nessuno può sapere davvero come andrà a finire. Ed è forse proprio questa sospensione, questo fragile equilibrio tra dolore e speranza, a rendere il romanzo così memorabile.
