Il pane di pietra di Narine Arakelian all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze (Il Giornale dell’Arte 12.05.26)

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano» è il passaggio del Padre Nostro con cui il fedele chiede a Dio il nutrimento materiale e spirituale. Nel Vangelo di Matteo il pane diventa infatti materia e trascendenza, simbolo eucaristico di condivisione e comunione, nutrimento dello spirito che lega l’uomo a Dio. Una duplice natura nella quale si colloca la mostra personale dell’artista armena Narine Arakelian, intitolata «Pane» e ospitata all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze dal 15 al 30 maggio. Il punto di partenza dell’intero percorso è la grande forma di pane scolpita nel tufo rosa armeno, suddivisa in tredici parti, attraverso la quale Arakelian lavora sulla perdita. Il pane è per definizione la materia della vita condivisa: ciò che si spezza, si distribuisce, si consuma insieme. È uno dei primi dispositivi sociali della storia umana, non esiste civiltà agricola che non abbia costruito attorno al pane una simbologia religiosa, politica e collettiva. Dalla Mezzaluna fertile fino ai cenacoli rinascimentali fiorentini, il pane coincide con il concetto stesso di comunità. Arakelian prende un materiale originariamente organico, caldo, deperibile, fragrante e lo trasforma in una pietra, in un fossile. Il pane conserva la sua forma, ma perde la sua funzione. È riconoscibile, ma non è più consumabile. Non può nutrire nessuno. Il tufo vulcanico — materiale nato da pressione, tempo e catastrofe geologica — diventa il medium perfetto per parlare di una civiltà che continua a produrre immagini della vita mentre perde progressivamente il rapporto con le sue condizioni materiali di esistenza. Le tredici sezioni richiamano l’Ultima Cena, ma non c’è alcuna celebrazione liturgica: la distribuzione non produce comunione, ma assenza. Il gesto dello spezzare il pane sopravvive soltanto come simulacro. È il passaggio più radicale dell’intero progetto: l’idea che il contemporaneo abbia sostituito l’esperienza concreta con codici e simulazioni che conservano la forma dell’esperienza svuotata della sua funzione reale. La superficie del pane è incisa da pattern che rimandano al linguaggio delle criptovalute e a frammenti testuali come «to be or not to be», segni di un’economia sempre più astratta, dove il valore non deriva più dal lavoro, dalla terra o dal corpo, ma da sistemi immateriali fondati sulla speculazione, sulla volatilità e sulla fede algoritmica.  La pietra armena porta con sé la memoria di un popolo segnato da diaspora, distruzioni e sopravvivenza culturale. Non è solo materiale scultoreo: è materia storica sedimentata. Il pane di pietra diventa dunque un altare contemporaneo da attraversare, fatto di tagli, incisioni e motivi ripetuti che invitano lo spettatore a un’esperienza meditativa e collettiva.

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