Antonia Arslan, la scrittrice: «Papà mi ha fatto scoprire il Corriere della Sera a 13 anni, ho raccolto oltre 300 articoli» (CDS Padova 23.06.26)

Il Corriere della Sera l’ha scoperto a 13 anni. «Papà lo lasciava aperto sul mio letto, in evidenza le pagine che mi consigliava di guardare». Da allora non ha mai smesso di leggerlo. Antonia Arslan, 88 anni, scrittrice padovana di fama internazionale, armena di origine e voce in prima linea nel testimoniare il genocidio armeno, a lungo docente all’Università di Padova, tra le autrici più importanti delle letteratura contemporanea, celebra idealmente i 150 anni del Corriere svelando il legame che fin da ragazzina ha con il giornale. Il papà di cui narra, è stato uno dei luminari dell’otorinolaringoiatria, Michele Arslan (il nome originario armeno, poi italianizzato, era Khayel Andon Aram Mariam Arslanian, figlio del patriarca della famiglia, Yerwant Arslanian), primario di Otorinolaringoiatria all’Ospedale di Padova dal 1935. Fu lui a dare una svolta mondiale alla professione, ideando l’operazione chirurgica per trattare la sindrome di Menière. Quest’anno, compie 22 anni il best-seller di Antonia Arslan La Masseria delle allodole (Rizzoli), da cui i fratelli Taviani hanno tratto l’omonimo film. È appena uscito il nuovo libro della scrittrice, Memorie di una Lady armena (Guerini), curato con Benedetta de Mari, romanzo tratto dai diari della contessa Maria Nazle Corinaldi, lasciati alla sua morte a Antonia Arslan.

Antonia Arslan, il suo rapporto con il Corriere della Sera?
«Sono sempre stata una lettrice compulsiva, fin da bambina leggevo di tutto, dalle tragedie greche, ai classici, a Grand Hotel che prendevo di nascosto dalla collezione della domestica… E il Corriere della Sera, ho iniziato grazie a mio padre, fedele e affezionato lettore, soprattutto di quella che allora si chiamava la Terza Pagina e aveva le grandi firme della cultura, Pietro Citati, Antonio Benedetti, Eugenio Montale, Paolo Milano, l’archeologo Amedeo Maiuri, Arrigo Benedetti, Roberto Ridolfi, Giacomo Devoto, Carlo Laurenzi… sono quelli che ricordo di più. Allora il Corriere rappresentava e intercettava proprio la coscienza del Paese. Ho imparato a interessarmi a dibattiti e approfondimenti culturali tra gli interventi pubblicati nella Terza Pagina, che mio padre mi segnalava ogni giorno».

Qual’era il rito della lettura del giornale nella famiglia Arslan?
«Mio padre doveva avere il Corriere ogni mattina, altrimenti piantava una lagna…Non lo leggeva subito, come chirurgo passava tutta la mattina in sala operatoria. Ma nella pausa pranzo, appena mangiato, il rito era la lettura del Corriere, strappava le pagine che gli interessavano, le metteva da parte o me le lasciava in bella vista. E alla sera ne parlavamo. Ho ancora oltre 300 articoli ritagliati e conservati in 70 anni di lettura del Corriere, vorrei raccoglierli in un’antologia».

Il ricordo che più le è rimasto impresso del papà con il Corriere della Sera?
«Le nostre chiacchierate alla sera, sugli articoli che l’avevano interessato, ne parlavamo a lungo. Ma anche quando trovavo le pagine che mi lasciava sul letto, incuriosendomi, facendo crescere in me il piacere della lettura».

La raccolta di articoli del Corriere che ha conservato dal 1955 cosa rivela?
«Sto aprendo in questi giorni tanti scatoloni e continuo a trovare vecchi articoli che mio padre aveva messo da parte. Riscopro autori di grande importanza dell’epoca, che poi ho fatto studiare anche a studentesse e studenti della mia facoltà. Su Carlo Laurenzi ho fatto fare una tesi di laurea. Maiuri e Ridolfi sono stati grandi intellettuali. Su Montale ho qualche riserva, ottimo poeta, ma come scrittore si faceva aiutare, era risaputo… Ho approfondito come accademica anche la figura di Eugenio Torelli Viollier, ideatore e co-fondatore nel 1876 del Corriere della Sera, che diresse fino al 1898. E della moglie, la scrittrice e giornalista Maria Antonietta Torriani, conosciuta con lo pseudonimo di Marchesa Colombi, fortemente voluta da Torelli come prima donna redattrice del quotidiano».

Come docente di Letteratura all’Università di Padova, lei è stata pioniera negli studi su letteratura e scrittura femminile italiana tra l’Ottocento e il Novecento, la Marchesa Colombi, ma anche Neera, Contessa Lara, Jolanda, Matilde Serao…
«Dopo l’Unità d’Italia sono fioriti i giornali e il salto di qualità per tante brave scrittrici e giornaliste è stato quello di essere finalmente pagate e guadagnare con il loro lavoro. Una vera svolta per l’autonomia e il riconoscimento del valore delle donne».

Quali sono i punti di forza del Corriere?
«Ha sempre intercettato l’opinione della maggioranza degli italiani».

Cosa le piace del giornale di oggi?
«Mi piace lo sviluppo dell’online, la sinergia e interazione tra carta e online, credo sia molto utile. Aprire il computer in ogni parte del mondo e trovare subito notizie e approfondimenti è importante. La parte online è fatta davvero molto bene».

Cosa invece non le piace di come è cambiato il giornale?
«Credo oggi ci sia troppa roba dentro il giornale, troppi inserti che non rendono agevole la lettura, ma questo riguarda tutti i quotidiani».

Un suggerimento?
«Più spazio alla rubrica delle lettere. La gente continua a scrivere ai giornali, le rubriche di lettere, se fatte

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