Ritrovano un murale di 2600 anni con i colori intatti in un’antica fortezza che sfida il passare del tempo (Storicang 01.08.26)
na missione archeologica franco-armena ha ritrovato un frammento straordinario di un antico murale con colori eccezionalmente ben conservati nel sito archeologico di Erebuni, secondo quanto annunciato dall’Ambasciata di Francia in Armenia.
Lì, sulle colline che dominano l’attuale Ereván, la capitale dell’Armenia, nelle profondità della mitica fortezza di Erebuni, gli archeologi hanno portato alla luce un ritrovamento senza precedenti: un frammento di murale policromo risalente a più di 2600 anni fa, che conserva ancora i suoi colori vividi.
Un viaggio nel tempo alla fortezza di Erebuni
Viaggiamo fino all’VIII secolo a.C. Nell’anno 782 a.C. (quasi tre decenni prima della mitica fondazione di Roma), il re urarteo Argishti I ordinò la costruzione della fortezza di Erebuni. Questo imponente bastione militare e amministrativo è, di fatto, il seme da cui sarebbe germogliata la moderna Ereván.
Il frammento di murale appena scoperto è stato datato tra la seconda metà del VII secolo a.C. e l’inizio del VI secolo a.C. Si tratta di un’epoca turbolenta, il crepuscolo del regno di Urartu (conosciuto anche come regno di Van) e l’alba della dinastia degli Orontidi. Ciò che colpisce maggiormente gli esperti è la stratificazione dei suoi pigmenti. Dopo essere rimasto per due millenni e mezzo sotto terra, l’affresco conserva una tale vivacità nei colori da permettere agli studiosi di analizzare direttamente le tecniche, i materiali e la sofisticata cultura visiva dell’epoca. Non a caso, Erebuni è uno dei monumenti archeologici più importanti dell’Armenia.
L’enigma dei colori
Per molto tempo, la storiografia occidentale ha trattato “Urartu” e “Armenia” come entità separate. Oggi la scienza e l’archeologia ci raccontano una realtà diversa. Testi antichi, come la famosa iscrizione trilingue di Behistun (circa 520 a.C.) del re persiano Dario I, utilizzano i termini Urashtu (Urartu) e Armina (Armenia) come sinonimi per indicare la stessa terra e lo stesso popolo. La stessa civiltà.
A ciò si aggiungono recenti studi genetici che dimostrano come la popolazione armena sia rimasta geneticamente isolata e in continuità nel proprio territorio per quasi ottomila anni; in altre parole, non vi fu un popolo invasore che sostituì gli urartei: furono loro stessi a evolversi. Pertanto, questo murale dai colori vivaci non appartiene a una civiltà estinta ed estranea, ma rappresenta una testimonianza diretta dell’arte reale armena nella sua fase più antica. È l’anello mancante che collega il passato dell’Età del bronzo con il presente.
Armenia: la culla della civiltà che affascina l’Unesco
Il ritrovamento di Erebuni non è un evento isolato. L’Armenia sta vivendo una vera e propria età dell’oro archeologica, tanto che molti esperti definiscono l’intero Paese come un immenso museo a cielo aperto. E, come in questo caso, a volte l’arte è capace di sconfiggere il tempo.
Quasi in contemporanea al ritrovamento dell’affresco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha aggiunto alla sua Lista Indicativa del Patrimonio Mondiale la grotta di Areni-1, situata nella gola del fiume Arpa. Ciò che rende questa caverna così speciale è che custodisce la più antica cantina vinicola del mondo, risalente a seimila anni fa (datata al 4000 a.C.), e la scarpa in cuoio meglio conservata della preistoria (3600 a.C.), più antica del celebre calzare dell’uomo dei ghiacci Ötzi.
L’inserimento di Areni-1, promosso dal Ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport dell’Armenia dopo la recente elezione del Paese a membro del Comitato del Patrimonio Mondiale, sottolinea l’importanza del Caucaso meridionale come uno dei grandi laboratori dell’umanità. Questa regione, infatti, fu pioniera di innovazioni che hanno contribuito a plasmare il mondo moderno.

