Karekin II davanti ai giudici. Ma può uno Stato decidere chi è Vescovo? Il processo si ferma subito: il giudice si ricusa (Korazym e altri 08.08.26)

Il processo contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è cominciato. Ed è finito, almeno per ora, dopo pochi minuti.

Nel pomeriggio di venerdì 7 agosto 2026, il Capo della Chiesa Apostolica Armena è comparso davanti al Tribunale Regionale di Primo Grado di Armavir nella città di Vagharshapat, nota anche come Etchmiadzin, capitale spirituale dell’Armenia e sede della Chiesa Apostolica Armena, insieme a sei Vescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo. Poi è accaduto qualcosa che difficilmente poteva essere previsto: il giudice Hakob Manukyan si è ricusato. Il fascicolo dovrà essere assegnato a un altro magistrato e soltanto allora potrà essere fissata una nuova udienza.

Il processo si ferma. Il problema, invece, rimane tutto intero. Perché al centro di questa vicenda non c’è soltanto una sentenza che qualcuno avrebbe rifiutato di eseguire. C’è una questione enormemente più grande: può un tribunale dello Stato stabilire chi debba essere riconosciuto come Vescovo da una Chiesa? E può perseguire penalmente il Capo di quella Chiesa e i suoi Vescovi quando essi applicano il proprio ordinamento canonico?

Sono domande che oltrepassano abbondantemente le mura del tribunale di Armavir.

Un processo che nasce da uno scontro molto più grande

Questo Blog dell’Editore segue da tempo l’escalation dello scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena.

Abbiamo raccontato gli arresti di ecclesiastici, le accuse rivolte alla gerarchia, le prese di posizione internazionali, le iniziative contro Karekin II e il progressivo spostamento di un conflitto inizialmente politico sul terreno giudiziario. Ora il confronto è arrivato davanti a un tribunale.

Il procedimento contro Karekin II e altri sei alti prelati nasce dalla controversia riguardante Gevorg Saroyan, già Vescovo di Masyatsotn della Chiesa Apostolica Armena e uno dei dieci Vescovi schieratisi con Pashinyan nella campagna del Primo Ministro contro il Catholicos.

Karekin II lo aveva rimosso dal suo incarico. Saroyan si era rivolto alla giustizia civile e un tribunale aveva disposto la sua reintegrazione. La Santa Sede di Etchmiadzin non aveva dato esecuzione al provvedimento e successivamente Saroyan era stato ridotto dallo stato clericale.

Ed eccoci al punto.

Per la Chiesa, stabilire chi sia Vescovo, chi possa esercitare una funzione episcopale e quali provvedimenti disciplinari debbano essere adottati nei confronti di un ecclesiastico appartiene alla giurisdizione canonica.

Per gli inquirenti, invece, la mancata esecuzione della decisione del tribunale costituisce un’ostruzione all’attività giudiziaria. Da qui l’incriminazione del Catholicos e dei sei Vescovi.

In caso di condanna, gli imputati potrebbero rischiare fino a due anni di reclusione.

Quando il potere civile entra nel diritto canonico

È qui che la vicenda assume una dimensione che non può essere ridotta alla formula rassicurante di un normale conflitto sull’esecuzione di una sentenza.

Un tribunale civile può naturalmente giudicare comportamenti sottoposti alla legge dello Stato. Ma può stabilire chi sia Vescovo? Può imporre a una Chiesa di considerare ancora investito dell’ufficio episcopale qualcuno che l’autorità religiosa competente ha rimosso? E, soprattutto, può trasformare la decisione ecclesiastica di non riconoscerlo più come tale in una condotta penalmente perseguibile?

La risposta della Santa Sede di Etchmiadzin è netta: la nomina, la rimozione e la disciplina dei Vescovi appartengono alla giurisdizione interna della Chiesa e sono regolate dal diritto canonico. I rappresentanti ecclesiastici sostengono inoltre che tale autonomia sia protetta dal diritto costituzionale all’autogoverno religioso.

Non siamo dunque davanti a una semplice disputa amministrativa. Siamo davanti al confine delicatissimo che separa la sovranità dello Stato dall’autonomia di una comunità religiosa.

Poi il giudice si ricusa

La prima udienza avrebbe dovuto segnare l’inizio formale del processo. Invece, poco dopo l’apertura, il giudice Hakob Manukyan si è ricusato.

Secondo quanto riferito dall’avvocato difensore Ara Zohrabyan, Manukyan aveva precedentemente esercitato come avvocato e aveva ottenuto la propria licenza professionale nel periodo in cui Zohrabyan era Presidente dell’Ordine degli Avvocati dell’Armenia. Il magistrato ha ritenuto che questa circostanza potesse sollevare dubbi sulla sua imparzialità.

Prima della ricusazione, Manukyan aveva disposto che la prima parte dell’udienza si svolgesse a porte chiuse, richiamando ragioni di riservatezza connesse alla vita privata.

Zohrabyan ha accolto favorevolmente la decisione e ha pronunciato una frase che fotografa il clima nel quale si svolge il procedimento: secondo il difensore, il giudice si sarebbe sostanzialmente rifiutato di partecipare a un «processo vergognoso». È la valutazione dell’avvocato, naturalmente. Ma dà la misura della distanza ormai esistente tra le parti.

«Persecuzione giudiziaria»

Nel frattempo, quello che accade a Etchmiadzin non viene più considerato una vicenda interna armena.

Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, ha definito la convocazione giudiziaria di Karekin II «inaccettabile e condannabile». Ha riferito di aver espresso direttamente al Catholicos la propria profonda indignazione e di avergli persino suggerito di non comparire personalmente davanti al tribunale, inviando un rappresentante. Allo stesso tempo, Aram I ha invitato le autorità dello Stato a cercare una soluzione attraverso il dialogo e il rispetto reciproco, tenendo conto tanto della legislazione armena quanto del diritto canonico e dell’ordinamento interno della Chiesa.

Il Patriarcato Armeno di Gerusalemme è andato ancora oltre, parlando apertamente di «persecuzione giudiziaria in corso» contro la Chiesa Apostolica Armena, la sua leadership e il suo alto clero. E ha individuato precisamente il pericolo: l’interferenza degli organi dello Stato nelle questioni canoniche, amministrative e disciplinari interne della Chiesa contraddirebbe il principio dell’autonomia ecclesiastica e creerebbe un precedente pericoloso nei rapporti tra Chiesa e Stato.

Anche la Diocesi Orientale della Chiesa Armena d’America ha ribadito che le decisioni riguardanti la leadership, il governo e la disciplina ecclesiastica appartengono al sistema canonico della Chiesa stessa.

La questione armena è ormai diventata una questione per tutta la Chiesa Apostolica Armena nel mondo.

Inoltre, anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) ha espresso profonda preoccupazione per l’attuale situazione che coinvolge la Chiesa Apostolica Armena, mettendo in guardia contro le interferenze negli affari interni della Chiesa. Il Moderatore del Comitato Centrale del CEC, Vescovo Dr. Heinrich Bedford-Strohm, e il Segretario Generale del CEC, Rev. Prof. Dr. Jerry Pillay, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano il ruolo centrale della Chiesa Apostolica Armena nella vita spirituale, culturale e storica dell’Armenia.

“Il CEC, in quanto comunità globale di chiese, afferma il ruolo vitale della Chiesa Apostolica Armena nella vita spirituale, culturale e storica del popolo armeno e nella più ampia famiglia cristiana”, hanno dichiarato Bedford-Strohm e Pillay. Hanno espresso in particolare preoccupazione per le interferenze esterne in questioni che riguardano la Chiesa stessa. “Come CEC, esprimiamo la nostra preoccupazione per le indebite interferenze nelle questioni interne della Chiesa”.

Bedford-Strohm e Pillay hanno affermato di sperare che il conflitto in corso si risolva in modo da contribuire alla prosperità del popolo armeno. “In questo momento, sosteniamo la Chiesa armena e il suo popolo con la preghiera e il nostro supporto”, hanno aggiunto.

Un’altra tappa di una vicenda che seguiamo da tempo

Questo processo non può essere isolato da ciò che lo ha preceduto.

Questo Blog dell’Editore ha documentato ripetutamente il deterioramento dei rapporti tra Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin, e le accuse rivolte al governo armeno di esercitare pressioni sulla Chiesa.

Abbiamo raccontato una crisi che ha progressivamente superato il normale confronto, anche duro, tra istituzioni civili e religiose, fino a coinvolgere direttamente esponenti della gerarchia ecclesiastica.

Il conflitto si era già aggravato dal 2024, quando un movimento di protesta guidato da un alto prelato aveva chiesto le dimissioni di Pashinyan dopo l’accordo con cui l’Armenia aveva accettato di cedere il controllo di alcuni villaggi di confine all’Azerbaigian.

Da allora la distanza tra governo e Chiesa si è trasformata progressivamente in uno scontro istituzionale. Ora siamo arrivati al punto in cui il Capo della Chiesa Apostolica Armena siede sul banco degli imputati.

 

Karekin II esce dal tribunale e torna a Etchmiadzin

Fuori dal tribunale si erano raccolti parlamentari dell’opposizione e sostenitori del Catholicos.

Aram Vardevanyan, parlamentare dell’opposizione, ha definito illegale il procedimento e ha denunciato quella che considera un’ingerenza contro il clero. Quando gli è stato chiesto di commentare la possibilità di una condanna alla reclusione di Karekin II, ha rifiutato di farlo: discutere della pena, ha spiegato, significherebbe quasi riconoscere legittimità al processo.

Dopo la ricusazione del giudice, Karekin II ha lasciato il tribunale circondato dai sostenitori. Non si è ritirato in una sede politica. Non ha convocato una conferenza stampa. È tornato alla Santa Sede di Etchmiadzin, dove era in corso una funzione religiosa. È un particolare di cronaca. Ma possiede anche una forza simbolica difficilmente ignorabile. A Etchmiadzin da una parte il tribunale, dall’altra la Santa Sede. Da una parte un procedimento penale, dall’altra una Chiesa che rivendica il diritto di governarsi secondo il proprio ordinamento.

Il giudice può cambiare. La domanda resta

Ora verrà nominato un nuovo giudice. Verrà fissata una nuova udienza. Il processo riprenderà. Probabilmente assisteremo ad altre battaglie procedurali e ad altre dichiarazioni politiche. Ma sarebbe un errore perdere di vista la questione essenziale: può uno Stato decidere chi è Vescovo? Non se un Vescovo abbia commesso un reato previsto dalla legge dello Stato. Questa sarebbe un’altra questione. Qui il nodo è precedente: chi possiede l’autorità per attribuire, mantenere o revocare uno status ecclesiastico?

Perché, se un tribunale civile può imporre a una Chiesa di riconoscere un proprio Vescovo contro la decisione della competente autorità ecclesiastica, allora non siamo più soltanto nel campo dell’esecuzione di una sentenza. Siamo entrati nel governo della Chiesa. E questo spiega perché il processo contro Karekin II e i sei Vescovi riguarda molto più di Karekin II e i sei Vescovi.

L’Armenia è la nazione che per prima adottò il Cristianesimo come religione di Stato all’inizio del IV secolo. La Santa Sede di Etchmiadzin occupa da secoli un posto centrale nella storia, nella cultura e nell’identità del popolo armeno. Oggi il suo Catholicos è imputato davanti alla giustizia dello Stato per una vicenda che nasce dall’esercizio dell’autorità ecclesiastica su un Vescovo.

Il primo giudice si è ricusato. Invece, la domanda se uno Stato può decidere chi è Vescovo, nessuno può ricusarla.

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