Karekin II, anche “Der Spiegel” scopre il caso. Ma resta fuori la domanda decisiva: può lo Stato decidere chi è Vescovo? (Korazym 9.08.26)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 09.08.2026 – Vik van Brantegem] – Il caso del processo contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, comincia finalmente a superare i confini dell’Armenia. È un fatto positivo. Quando il Capo di una delle più antiche Chiese Cristiane del mondo viene portato davanti a un tribunale penale insieme a sei Vescovi, ciò che accade non può essere considerato una semplice questione interna armena.

Sabato 8 agosto 2026 anche Der Spiegel ha dedicato attenzione alla vicenda, presentando ai suoi lettori il procedimento contro Karekin II come un fatto senza precedenti negli Stati sorti dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Che una testata internazionale autorevole dia spazio al caso è certamente importante. Significa che quanto sta accadendo a Etchmiadzin non può più essere confinato nel confronto politico interno tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena. Proprio per questo, però, sarebbe stato auspicabile un passo ulteriore.

I fatti ci sono. Il problema è la cornice

L’articolo di Der Spiegel riporta molti degli elementi essenziali della vicenda. Ricorda il lungo conflitto tra Pashinyan e Karekin II, riferisce che il Catholicos e sei Vescovi sono comparsi davanti al tribunale di Etchmiadzin, spiega che il procedimento riguarda la mancata esecuzione di una decisione della giustizia civile e informa che il giudice si è successivamente ricusato. Riferisce anche la posizione di Karekin II, secondo cui le autorità statali starebbero limitando la libertà della Chiesa attraverso accuse che egli considera illegali e costruite contro ecclesiastici e fedeli.

Dunque, non si tratta di contestare i fatti riportati. Il problema è piuttosto la cornice nella quale quei fatti vengono inseriti.

Leggendo l’articolo, il lettore può ricavare l’impressione che il cuore della vicenda sia relativamente semplice: un tribunale dello Stato ha pronunciato una decisione, il Catholicos non l’ha eseguita e per questo è finito sotto processo. Formalmente è il meccanismo dal quale nasce il procedimento penale. Ma è davvero questa la questione fondamentale?

Prima della sentenza civile viene un’altra domanda

Come abbiamo osservato ieri su questo Blog dell’Editore, bisogna compiere un passo indietro.

La decisione che Karekin II e gli altri imputati sono accusati di non avere eseguito una decisione della giustizia civile riguarda Gevorg Saroyan, già Vescovo di Masyatsotn, rimosso dal proprio incarico dall’autorità ecclesiastica.

Saroyan si è rivolto alla giustizia civile e un tribunale ha disposto la sua reintegrazione. La Santa Sede di Etchmiadzin non ha dato esecuzione al provvedimento e successivamente Saroyan è stato ridotto dallo stato clericale. Ed è precisamente qui che nasce la domanda che non può essere elusa.

Può un tribunale dello Stato imporre a una Chiesa di riconoscere come Vescovo una persona che l’autorità ecclesiastica competente ha rimosso dall’ufficio episcopale?

Non stiamo chiedendo se un Vescovo, un sacerdote o persino il Catholicos possano essere giudicati da un tribunale civile qualora commettano un reato previsto dalla legge dello Stato. Naturalmente possono esserlo. La questione è completamente diversa.

Qui occorre stabilire chi abbia competenza per decidere chi sia Vescovo, chi possa esercitare una funzione episcopale e chi possa essere rimosso secondo l’ordinamento proprio della Chiesa. È precisamente il confine tra giurisdizione civile e giurisdizione canonica.

Il punto che rischia di scomparire

Presentare il caso prevalentemente come il rifiuto di Karekin II di conformarsi alla decisione di un tribunale rischia quindi di cominciare il racconto dal secondo capitolo. Il primo è la decisione stessa.

Prima di domandarsi perché la Chiesa non abbia eseguito l’ordine del giudice, occorrerebbe chiedersi se e fino a che punto un giudice civile possa ordinare a una Chiesa di reintegrare qualcuno in una funzione episcopale. È qui che emergono le dimensioni canonica, costituzionale e istituzionale della controversia.

Ed è qui che assumono rilievo anche le preoccupazioni espresse dalla stessa Chiesa Apostolica Armena e da diverse istituzioni ecclesiali internazionali circa una possibile interferenza del potere politico negli affari interni della Chiesa.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto Karekin II. Riguarda il principio dell’autonomia delle comunità religiose rispetto allo Stato.

Uno scontro che Der Spiegel riconduce soprattutto alla politica

Der Spiegel inserisce inoltre il procedimento nel lungo conflitto politico tra Pashinyan e Karekin II. Ricorda le critiche del Catholicos al Primo Ministro dopo la guerra del 2020 e dopo l’occupazione dall’Azerbaigian della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh nel 2023, con lo sfollamento sforzata di tutta la popolazione. Ricorda anche le accuse di Pashinyan contro esponenti della gerarchia ecclesiastica, considerati vicini alla Russia, mentre il governo cerca di allontanare l’Armenia dall’orbita di Mosca e di avvicinarla all’Unione Europea.

Sono elementi reali e necessari per comprendere il contesto. Ma proprio questo rende indispensabile distinguere due livelli. Una cosa è lo scontro politico tra il Primo Ministro e il Catholicos. Altra cosa è stabilire se il potere civile possa intervenire nell’organizzazione interna della Chiesa fino a determinare chi debba esercitare un ministero episcopale.

Ridurre il secondo problema al primo rischia di trasformare una questione di libertà religiosa e autonomia istituzionale in un semplice episodio della lotta politica armena.

Non soltanto la versione della Chiesa

Chiedere che questa dimensione venga approfondita non significa assumere automaticamente come vera ogni accusa formulata contro il governo armeno. Il giornalismo deve verificare, confrontare e contestualizzare.

Proprio per questo sarebbe necessario esaminare con altrettanta attenzione le ragioni delle autorità statali e quelle della Chiesa, la legislazione armena e l’ordinamento canonico, le garanzie costituzionali e la concreta portata della decisione giudiziaria contestata. Solo così il lettore può comprendere ciò che realmente è in gioco.

E soltanto così si evita che la formula apparentemente semplice – «il Catholicos non ha rispettato una sentenza» – finisca per contenere già, implicitamente, la risposta alla questione che dovrebbe invece essere sottoposta a verifica.

Perché prima ancora di chiedere se Karekin II abbia obbedito al tribunale, bisogna chiedersi che cosa quel tribunale avesse il potere di ordinare alla Chiesa.

È positivo che il mondo cominci a guardare Etchmiadzin

La crescente attenzione della stampa internazionale è dunque una buona notizia. Il processo contro il Catholicos di Tutti gli Armeni merita di essere seguito fuori dall’Armenia, senza trasformarlo né in una battaglia confessionale né in una semplice appendice dello scontro politico tra maggioranza e opposizione.

Der Spiegel ha contribuito a portare il caso davanti a un pubblico internazionale più ampio. È un contributo importante. Ma proprio l’autorevolezza della testata rende legittimo aspettarsi che il racconto non si fermi alla superficie giudiziaria della vicenda. Perché il giudice che avrebbe dovuto celebrare il processo si è ricusato e un altro magistrato verrà nominato. Il procedimento, con ogni probabilità, continuerà. La domanda posta ieri da questo Blog dell’Editore, invece, è già sul tavolo e continuerà a esserlo indipendentemente dal nome del prossimo giudice: può uno Stato decidere chi è Vescovo?

È questa la questione che la stampa internazionale non dovrebbe lasciare ai margini.

Foto di copertina: domenica 7 giugno 2026, la Chiesa Apostolica Armena ha celebrato la Festa della Cattedrale Madre di Etchmiadzin. In occasione di questo giorno benedetto, la Divina Liturgia è stata celebrata nella Cattedrale della Discesa dell’Unigenito, presieduta da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. Ha celebrato il Vescovo Zakaria Baghumyan, Direttore del Centro di Predicazione della Santa Sede di Etchmiadzin. Al Sacro Rito erano presenti i primati diocesani della Chiesa Apostolica Armena, il clero monastico della Santa Sede Etchmiadzin e numerosi pellegrini.
Nella sua omelia, riflettendo sul significato spirituale della Santa Sede di Etchmiadzin, il Vescovo Baghumyan ha osservato: «Nel corso dei secoli, la Cattedrale Madre, trascendendo i limiti della sua forma in pietra, è diventata l’incarnazione di una sacra missione, di uno spirito indomabile e di una volontà possente, guidando il nostro popolo attraverso i decisivi crocevia della storia. I nostri antenati vedevano in questo sacro tempio un simbolo di unità e una fonte viva di coesione nazionale, e nutrivano il nobile sogno di restaurare, preservare e rafforzare lo Stato armeno. Non è solo una casa di preghiera, ma anche un tesoro della nostra memoria collettiva, che preserva la vitalità e la continuità del nostro “piccolo gregge”. La Santa Sede di Etchmiadzin è anche la casa di tutti gli Armeni, e la devozione a Etchmiadzin rappresenta un fulgido esempio di amore per la patria e amore per Dio.
Questo nome amato e venerabile ci è caro perché l’Etchmiadzin, dono di Dio, è, in un profondo senso, noi stessi. Ogni volta che ci allontanavamo dallo spirito della Santa Sede di Etchmiadzin, vagavamo nelle tenebre, ci allontanavamo dalle nostre radici e dalla vera Fede di San Gregorio l’Illuminatore tramandata dai nostri antenati, e ci piegavamo di fronte a innumerevoli prove. Eppure, ogni volta che riscoprivamo la Santa Sede di Etchmiadzin, venivamo trasformati e illuminati, radicandoci sempre più saldamente nella nostra identità armena.
Nei momenti più critici della nostra storia, ci siamo uniti e ci siamo stretti attorno alla Santa Sede di Etchmiadzin, fermamente convinti che finché l’altare della nostra Fede rimarrà saldo, anche la nazione armena durerà.
Pertanto, la festa della Santa Sede di Etchmiadzin non è solo la commemorazione di un evento storico, ma un appello nazionale e personale – a tutti gli Armeni e a ogni credente – a rinnovare le nostre vite e la nostra Fede, a conoscere noi stessi e a rimanere saldi nella nostra identità, per non smarrire la strada in questo mondo in continua evoluzione, pieno di sfide e prove».
Al termine della Divina Liturgia, è stata recitata una Preghiera Patriarcale davanti al Santo Altare della Discesa nella Cattedrale, presieduta dal Catholicos di Tutti gli Armeni. I fedeli e il clero riuniti hanno rivolto preghiere a Dio per la solidità, la prosperità e l’eterna luce della Santa Sede di Etchmiadzin.

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