Armenia, due fronti giudiziari scuotono il Paese. Kocharyan in carcere, il processo al Catholicos Karekin II passa a Yerevan (Korazym 29.08.26)

 In Armenia avanzano parallelamente due vicende giudiziarie diverse per natura e accuse, ma entrambe destinate ad avere conseguenze sul già tesissimo confronto politico e istituzionale del Paese. L’ex Presidente Robert Kocharyan è stato posto in custodia cautelare per due mesi nell’ambito della nuova inchiesta per corruzione che coinvolge anche il figlio Sedrak e l’ex Presidente Serzh Sargsyan. Intanto, il procedimento penale senza precedenti contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo della Chiesa Apostolica Armena incontra un nuovo ostacolo procedurale: dopo la ricusazione del primo giudice, il secondo magistrato incaricato ha sollevato una questione di competenza territoriale e disposto la trasmissione del fascicolo al Tribunale di primo grado di Yerevan.

Due procedimenti distinti, che sarebbe scorretto sovrapporre sul piano giuridico. Ma la loro contemporaneità assume inevitabilmente una dimensione politica nell’Armenia guidata dal Primo Ministro Nikol Pashinyan, dove lo scontro con una parte dell’opposizione e quello con la leadership della Chiesa Apostolica Armena procedono ormai da mesi su binari paralleli.

Robert Kocharyan in custodia cautelare per due mesi

Come abbiamo riferito nella nostra precedente copertura, l’ex Presidente Robert Kocharyan, che guidò l’Armenia dal 1998 al 2008 e oggi è una delle principali figure dell’opposizione, è stato arrestato il 25 agosto nell’ambito di un’indagine per presunti reati di corruzione commessi durante il suo mandato.

Il Tribunale anticorruzione ha successivamente disposto nei suoi confronti due mesi di custodia cautelare. Analoga misura era già stata adottata nei confronti del figlio maggiore Sedrak Kocharyan.

All’ex Capo dello Stato vengono contestati episodi di abuso dei poteri d’ufficio, accettazione di tangenti di particolare entità e riciclaggio di denaro su larga scala. Secondo gli investigatori, durante la sua Presidenza beni pubblici di notevole valore sarebbero stati trasferiti a soggetti privati a condizioni fortemente inferiori a quelle di mercato, con successivi passaggi societari destinati a occultarne l’effettiva proprietà.

La difesa respinge le accuse e considera il procedimento politicamente motivato. La responsabilità penale di Kocharyan, naturalmente, dovrà essere accertata nel processo.

La vicenda ha assunto un peso politico ancora maggiore perché le perquisizioni e gli arresti sono arrivati meno di ventiquattr’ore dopo il durissimo confronto parlamentare tra Pashinyan e Levon Kocharyan, figlio minore dell’ex Presidente e deputato dell’opposizione. Il Primo Ministro aveva pubblicamente contestato l’origine della ricchezza della famiglia Kocharyan e affermato che i beni acquisiti illegalmente dovranno essere restituiti allo Stato.

Pashinyan è successivamente tornato sull’argomento, sostenendo che Robert Kocharyan, Serzh Sargsyan e altri esponenti della precedente classe dirigente dovrebbero vivere delle pensioni e dei redditi legalmente ottenuti, mentre quanto acquisito illegalmente dovrà essere restituito allo Stato.

La coincidenza temporale non costituisce di per sé prova di interferenza politica nell’azione giudiziaria. Ma le dichiarazioni del Primo Ministro rendono ancora più importante che l’accertamento delle eventuali responsabilità rimanga chiaramente affidato agli organi giudiziari e sia accompagnato dalle necessarie garanzie dello Stato di diritto.

Mosca interviene sul caso Kocharyan

Il caso ha ormai superato anche i confini dell’Armenia. Dopo una prima prudente reazione del Cremlino, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov è intervenuto sulla vicenda, collegandola al più ampio mutamento degli orientamenti internazionali dell’Armenia. Mosca non ha accusato direttamente il governo Pashinyan di avere ordinato l’azione giudiziaria contro Kocharyan. Il riferimento di Lavrov alla politica estera dell’attuale leadership armena è tuttavia significativo, considerando che Kocharyan rappresenta storicamente una linea favorevole a stretti rapporti con la Russia, mentre il governo Pashinyan ha progressivamente avvicinato il Paese all’Unione Europea e all’Occidente. Il procedimento giudiziario contro l’ex Presidente entra così inevitabilmente anche nel delicato confronto geopolitico tra Yerevan e Mosca.

Il secondo fronte: il processo senza precedenti contro Karekin II

Contemporaneamente si registra un nuovo sviluppo nel procedimento contro il Catholicos Karekin II e sei Vescovi e Arcivescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo.

Il 28 agosto, nel Tribunale di Vagharshapat-Etchmiadzin, il giudice Serzh Rushanyan ha disposto che il fascicolo venga trasmesso al Tribunale di primo grado di giurisdizione generale di Yerevan per una questione di competenza territoriale. Non si tratta, propriamente, di una seconda ricusazione.

Il primo giudice incaricato del procedimento, Hakob Manukyan, si era ricusato durante l’udienza del 7 agosto, osservando che la propria precedente attività professionale di avvocato avrebbe potuto far sorgere dubbi sulla sua imparzialità. Il fascicolo era stato successivamente assegnato a Rushanyan.

Il secondo giudice ha invece rilevato un problema nell’imputazione formulata nei confronti del Catholicos: a differenza delle contestazioni riguardanti gli altri imputati, quella relativa a Karekin II non specificherebbe il luogo nel quale il presunto reato sarebbe stato commesso. Un elemento tutt’altro che secondario, perché da esso dipende quale tribunale sia territorialmente competente a giudicare il caso.

«Non sto cercando di evitare questo processo»

Il giudice Rushanyan ha spiegato che una determinazione errata della competenza territoriale potrebbe successivamente costituire motivo per l’annullamento della decisione da parte della Corte d’Appello o della Corte di Cassazione e potrebbe persino esporre il giudice a conseguenze disciplinari.

Spetterà quindi alla Procura chiarire se la mancata indicazione del luogo del presunto reato nell’imputazione del Catholicos sia un semplice errore tecnico oppure rifletta una circostanza non adeguatamente determinata durante l’indagine, e se l’imputazione possa essere modificata.

Il magistrato ha contemporaneamente escluso di volersi sottrarre al procedimento. Ha precisato che, qualora il conflitto sulla competenza territoriale si concludesse con la restituzione del fascicolo al suo tribunale, riprenderebbe regolarmente l’esame del caso.

Il procedimento passa quindi per il momento a Yerevan, dove dovrà essere risolta la questione preliminare della competenza.

Il nodo tra giurisdizione statale e autonomia della Chiesa

Karekin II e i sei membri del Consiglio Spirituale Supremo sono accusati di avere deliberatamente ostacolato, attraverso l’esercizio delle proprie funzioni, l’esecuzione di una decisione giudiziaria.

La vicenda nasce dalla decisione del Catholicos di rimuovere nel gennaio scorso il Vescovo Gevorg Saroyan dalla guida della Diocesi di Masyatsotn. Saroyan si rivolse alla giustizia civile e un tribunale dispose, in via cautelare, che rimanesse in carica durante il procedimento, vietando alla Chiesa di ostacolarne l’esercizio delle funzioni e il controllo delle finanze diocesane.

Successivamente il Consiglio Spirituale Supremo procedette alla riduzione di Saroyan allo stato laicale. Secondo la Procura, quella decisione avrebbe deliberatamente eluso l’ordine del tribunale.

La Chiesa Apostolica Armena sostiene invece che la nomina, la rimozione e lo status canonico dei Vescovi appartengano all’autonomia ecclesiastica e siano disciplinati dal diritto canonico, non dalla giurisdizione dello Stato.

È proprio qui che il procedimento supera il caso personale di Karekin II e pone una questione assai più ampia: fino a dove può arrivare un tribunale statale nell’imporre a una Chiesa la permanenza in un ufficio ecclesiastico di un Vescovo che la competente autorità religiosa ha deciso di rimuovere?

Un procedimento già contestato sul piano internazionale

Le preoccupazioni non provengono soltanto dalla Chiesa Armena. Organismi ecclesiali internazionali e organizzazioni impegnate nella tutela della libertà religiosa hanno espresso riserve sull’azione delle autorità armene. Anche sei esperti delle Nazioni Unite hanno sollevato questioni riguardanti la libertà religiosa, l’autonomia della Chiesa e le garanzie dello Stato di diritto.

La Santa Sede di Etchmiadzin, alla vigilia dell’udienza del 28 agosto, ha ribadito che le accuse contro il Catholicos e i sei Vescovi costituiscono, a suo giudizio, un’ingerenza illegittima nella vita interna della Chiesa e ha chiesto la cessazione del procedimento penale.

Durante l’udienza, inoltre, il giudice Rushanyan ha respinto la richiesta dell’accusa di impedire ai media di trasmettere la seduta e di procedere a porte chiuse.

Due processi diversi, una stessa domanda sullo Stato di diritto

Sarebbe improprio stabilire un collegamento giudiziario tra il caso Kocharyan e quello del Catholicos. Le accuse sono diverse, diverse sono le vicende che le hanno originate e differenti sono gli organi giudiziari interessati. Esiste però un contesto politico comune che non può essere ignorato.

Nel giro di pochi giorni, uno dei principali leader dell’opposizione armena è stato posto in custodia cautelare insieme al figlio, mentre il procedimento penale senza precedenti contro il Capo della Chiesa Apostolica Armena ha incontrato una seconda difficoltà procedurale e dovrà ora passare attraverso un altro tribunale. A ciò si aggiungono lo scontro ormai aperto tra Pashinyan e Karekin II, le controversie giudiziarie che hanno interessato altre personalità dell’opposizione e della Chiesa, e le crescenti preoccupazioni internazionali sulla tutela dell’autonomia ecclesiastica.

La questione, ancora una volta, non consiste nello stabilire preventivamente l’innocenza o la colpevolezza degli imputati. Consiste nel verificare se le istituzioni armene sapranno dimostrare, proprio nei procedimenti più politicamente sensibili, che l’azione della giustizia rimane indipendente dal confronto politico e che la lotta alla corruzione e il rispetto delle decisioni giudiziarie possono convivere con le garanzie del giusto processo, la libertà religiosa e l’autonomia della Chiesa.

È su questo terreno che si misura la solidità dello Stato di diritto. Ed è su questo terreno che l’Armenia continua oggi a essere osservata.

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