Ghazanchetsots scompare dalla vista. A Shushi la cancellazione della memoria armena dell’Artsakh passa anche dall’urbanistica (Korazym 07.09.26)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 7 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Prima il duplice bombardamento dell’8 ottobre 2020. Poi la profanazione seguita all’occupazione azera di Shushi, la rimozione degli elementi architettonici che ne attestavano l’identità armena e una cosiddetta “restaurazione” utilizzata per riscriverne la storia. Ora la Cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots della Chiesa Apostolica Armenia rischia di scomparire anche dallo spazio visivo della città. Due edifici residenziali di cinque piani stanno sorgendo nell’area adiacente al monumento: per posizione e altezza ne modificano la visibilità, nascondendone progressivamente la mole dietro la nuova costruzione.
Lo documentano alcuni filmati apparsi sui social media il 6 e 7 agosto 2026, esaminati da Monument Watch, la piattaforma accademica indipendente che monitora il patrimonio culturale dell’Artsakh sotto controllo azero.
È un nuovo passaggio nel processo di cancellazione della presenza armena da Shushi. Non si interviene più soltanto sulla struttura della cattedrale, sui suoi simboli e sulla sua attribuzione storica, ma sul paesaggio urbano che per oltre un secolo l’ha riconosciuta come uno dei propri riferimenti monumentali. Dopo aver tentato di trasformare Ghazanchetsots in qualcosa che non è, adesso la si rende meno visibile: un monumento nascosto agli occhi degli abitanti e progressivamente espulso dall’immagine della città. Nella Shushi privata della sua popolazione armena, cancellare la memoria significa anche impedire che le sue pietre continuino a raccontare a chi appartiene la storia che si vorrebbe riscrivere.
Una cattedrale nascosta dietro i nuovi edifici
La Cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots torna al centro dell’attenzione per un intervento che non riguarda direttamente le sue pietre, ma il contesto urbano nel quale è inserita.
Secondo quanto segnalato il 27 agosto 2026 da Monument Watch, nei filmati pubblicati su Facebook il 6 e 7 agosto 2026 si vedono due edifici residenziali di cinque piani in costruzione nell’area adiacente alla cattedrale. La loro collocazione e la loro altezza ne riducono sensibilmente la visibilità, fino a occultarne una parte rilevante dietro le nuove costruzioni. «Dopo la distorsione della storia armena della chiesa da parte dell’Azerbaigian, ora ci troviamo di fronte alla cancellazione della sua visibilità», osserva la piattaforma di monitoraggio. La cattedrale viene così progressivamente espulsa dallo spazio visivo di Shushi, trasformandosi in un monumento nascosto dalla nuova edificazione e sottratto allo sguardo degli abitanti.
La notizia, diffusa il 7 settembre 2026 da Armenia Today, è stata ripresa anche da NEWS.am e Aparaj.
Non si tratta di una questione semplicemente estetica. Un monumento come Ghazanchetsots non è soltanto un edificio da conservare materialmente. La sua posizione, la sua riconoscibilità da lontano e il rapporto con il paesaggio urbano costituiscono parte integrante del suo valore storico e culturale. Nasconderlo dietro edifici di maggiori dimensioni significa indebolirne deliberatamente la presenza simbolica nella città.
Dal bombardamento alla “restaurazione”
La nuova edificazione non può essere considerata isolatamente. Rappresenta l’ultimo passaggio di una successione di interventi iniziata durante la guerra dei 44 giorni del 2020.
L’8 ottobre di quell’anno Ghazanchetsots fu colpita due volte a distanza di alcune ore. Il primo attacco aprì una vasta breccia nella copertura e provocò gravi danni all’interno; il secondo ferì alcuni giornalisti accorsi per documentare quanto era avvenuto.
Un’indagine di Human Rights Watch rilevò che i due attacchi, condotti con munizioni guidate contro un edificio civile di grande importanza culturale, apparivano intenzionali. L’organizzazione non trovò prove che la cattedrale fosse utilizzata per scopi militari e chiese che i responsabili fossero individuati e chiamati a risponderne.
Dopo la presa di Shushi da parte delle forze azere, il monumento fu sottoposto a vandalismi e trasformazioni. Le statue degli angeli del campanile vennero danneggiate e furono avviati lavori presentati da Baku come recupero del presunto «aspetto originario» della chiesa.
Quella “restaurazione”, realizzata senza il coinvolgimento della Chiesa Apostolica Armena e senza un controllo internazionale indipendente, comportò la rimozione della caratteristica copertura conica della cupola. Vennero inoltre eliminati o modificati elementi architettonici, figurativi ed epigrafici legati alla storia e all’identità armena del monumento, tra cui una finestra cruciforme e il rilievo del Cristo portacroce collocato sulla facciata occidentale.
Nel 2024 nuove immagini mostrarono il risultato dell’intervento: una cattedrale profondamente alterata, presentata nella narrazione azera non come uno dei maggiori monumenti della tradizione armena apostolica, ma come una chiesa di origine russa.
Una storia che le pietre continuano a raccontare
La Cattedrale del Santo Salvatore fu costruita tra il 1868 e il 1887 e consacrata nel 1888. L’iscrizione collocata sopra l’ingresso meridionale ricordava che l’edificio era stato innalzato grazie alle offerte dei parrocchiani Armeni di Shushi.
Il nome Ghazanchetsots deriva dagli Armeni originari del villaggio di Ghazanchi, nel Nakhichevan, che si erano stabiliti in uno dei quartieri della città. Progettata dall’architetto Simon Ter-Hakobian, la cattedrale divenne uno dei principali edifici di culto armeni del Caucaso e successivamente la sede della Diocesi dell’Artsakh della Chiesa Apostolica Armena.
Le sue dimensioni – circa 35 metri di lunghezza e altrettanti di altezza – e la collocazione dominante ne facevano uno degli elementi più riconoscibili del panorama di Shushi. Il complesso, costruito in pietra calcarea bianca, comprende la chiesa e il campanile indipendente, originariamente coronato da quattro statue di angeli che suonano la tromba.
Ghazanchetsots attraversò già nel Novecento distruzioni, abbandono e tentativi di cancellazione. Fu danneggiata durante i massacri del marzo 1920 e, nel periodo sovietico, conobbe un lungo degrado. Durante la prima guerra dell’Artsakh venne utilizzata dalle forze azere come deposito di munizioni. Dopo il ritorno della città sotto controllo armeno fu restaurata e nuovamente consacrata nel 1998.
Definirla una chiesa russa o cancellarne gli elementi armeni non costituisce pertanto una diversa interpretazione di una vicenda incerta. Significa contraddire le iscrizioni, le fonti documentarie, l’architettura e la continuità ecclesiale di un monumento che appartiene inequivocabilmente alla storia religiosa e culturale armena.
Bombardare, alterare, falsificare, nascondere
Questo Blog dell’Editore segue la vicenda di Ghazanchetsots fin dall’autunno 2020. Il 14 novembre, pochi giorni dopo la presa di Shushi, documentammo la distruzione dell’Angelo di Ghazanchetsots e il pericolo che incombeva sul patrimonio cristiano dell’Artsakh. Due giorni dopo riferimmo della profanazione della Cattedrale del Santo Salvatore, collocandola nel più ampio pericolo per i monasteri e le chiese passati sotto il controllo azero.
Il 28 marzo 2021 tornammo sulla cancellazione del patrimonio Cristiano con la documentazione relativa alle storiche chiese armene rase al suolo a Shushi e Mekhakavan.
Il successivo 4 maggio riferimmo la protesta ufficiale dell’Armenia contro i cosiddetti «lavori di restauro» alla Cattedrale Ghazanchetsots, già allora oggetto di forti preoccupazioni per la rimozione della caratteristica copertura conica della cupola e per l’alterazione dell’identità architettonica del monumento.
Nel febbraio 2022 approfondimmo prima la campagna azera contro le chiese armene dell’Artsakh e poi la politica di falsificazione storica e appropriazione del patrimonio del popolo armeno. Nel luglio 2023 mostrammo inoltre come la stessa cattedrale fosse diventata uno strumento della propaganda internazionale di Baku, presentata durante il Global Media Forum di Shushi come una chiesa «restaurata» e restituita a una comunità Cristiana che, dopo l’esodo forzato degli Armeni dell’Artsakh, non poteva più accedervi: un’affermazione che nascondeva la trasformazione già compiuta e quella ancora in corso.
Il nuovo sviluppo completa una sequenza ormai difficilmente interpretabile come una serie di episodi indipendenti. Prima il monumento è stato colpito; poi sono stati rimossi o trasformati gli elementi che ne rendevano riconoscibile l’identità; quindi ne è stata riscritta la storia. Ora viene modificato il contesto urbano affinché la cattedrale non domini più il paesaggio di Shushi.
Anche la recente distruzione del cimitero storico armeno-russo di Shushi si inserisce in questo quadro. Come abbiamo riferito nell’articolo Artsakh, cancellata la memoria a Shushi mentre a Baku i prigionieri Armeni restano nell’isolamento, le immagini satellitari esaminate dal Caucasus Heritage Watch documentano che, tra il 9 e il 14 maggio 2026, l’area è stata demolita, cancellando almeno 35 sepolture ottocentesche e cinque khachkar. Non scompaiono soltanto edifici o lapidi: vengono eliminati i testimoni materiali capaci di attestare la presenza secolare degli Armeni nella città.
Bombardare, profanare, alterare, falsificare e infine nascondere: sono modalità differenti di un medesimo processo di cancellazione.
Cancellare il paesaggio per riscrivere la memoria
La tutela del patrimonio culturale non riguarda esclusivamente la stabilità fisica dei monumenti. Comprende la loro autenticità, la leggibilità storica e il rapporto con l’ambiente nel quale furono costruiti.
Il Documento di Nara sull’autenticità, adottato nel 1994 nel quadro dell’UNESCO, afferma la necessità di preservare e trasmettere conoscenze veritiere sul significato e sulla storia dei beni culturali. La risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2022 sulla distruzione del patrimonio culturale nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh ha inoltre chiesto all’Azerbaigian di evitare qualsiasi intervento sui siti armeni capace di comprometterne l’autenticità.
La vicenda di Ghazanchetsots mostra quanto la cancellazione del patrimonio possa assumere forme graduali: non sempre è necessario abbattere un monumento. Lo si può svuotare della sua identità, attribuirlo a un’altra tradizione, rimuoverne i simboli e infine costruirgli attorno, finché la sua presenza diventa marginale e quasi impercettibile.
La cattedrale rimane in piedi, ma viene resa sempre meno capace di parlare. È proprio questo il significato della nuova denuncia: nella Shushi occupata e ormai privata della sua popolazione armena autoctona, anche lo spazio urbano viene utilizzato per rendere invisibile la memoria.
Le pietre di Ghazanchetsots continuano tuttavia a raccontare una storia che nessuna nuova costruzione può cambiare. Nasconderle alla vista non basta a cancellarne l’origine.
