Dopo la guerra, l’oro dell’Artsakh. L’Azerbaigian avvia lo sfruttamento della parte occupata della miniera di Sotk (Korazym 08.09.26)

L’Azerbaigian ha compiuto un altro passo verso lo sfruttamento industriale della parte del giacimento aurifero di Sotk passata sotto il controllo dell’Azerbaigian alla fine di novembre 2020, in seguito alla guerra dei 44 giorni e all’attuazione della dichiarazione trilaterale del 9 novembre.

 

La società mineraria AzerGold, interamente appartenente allo Stato azero e affidata alla gestione dell’Azerbaijan Investment Holding, ha annunciato il 7 settembre 2026 di avere effettuato la prima operazione di perforazione e brillamento… ha annunciato il 7 settembre 2026 di aver effettuato la prima operazione di perforazione e brillamento nel giacimento che Baku denomina Soyudlu o Zod, situato nella regione di Karvachar, chiamata Kalbajar dall’Azerbaigian, al confine con la provincia armena di Gegharkunik.

Il primo brillamento effettuato dalla società statale AzerGold segna il passaggio dalle esplorazioni allo sfruttamento industriale di uno dei maggiori giacimenti auriferi del Caucaso meridionale. È un nuovo capitolo di un processo che abbiamo documentato su questo Blog dell’Editore durante il blocco dell’Artsakh: dietro il falso ambientalismo utilizzato da Baku per isolare 120.000 Armeni emergevano anche interessi concreti sulle miniere di Kashen e Drmbon, sulle centrali idroelettriche e sulle risorse idriche della regione. Il controllo delle ricchezze naturali non spiega da solo la guerra, l’assedio e lo svuotamento dell’Artsakh, ma ne costituisce una dimensione economica e strategica ormai documentabile. Dopo l’occupazione militare e lo sfollamento forzato della popolazione armena, quelle risorse vengono progressivamente incorporate nell’economia dell’Azerbaigian.

Il primo brillamento nella parte del giacimento aurifero di Sotk controllata dall’Azerbaigian. Il filmato, diffuso da AzerGold il 7 settembre 2026, documenta il passaggio dalle attività esplorative alla preparazione dello sfruttamento industriale della miniera. Video di AzerGold CJSC, via 1news.az.
AzerGold CJSC ha diffuso il filmato della prima operazione di perforazione e brillamento effettuata il 7 settembre 2026 nel giacimento aurifero denominato Soyudlu/Zod dalle autorità azere e Sotk dagli Armeni. Secondo la società statale, prima dell’esplosione è stato delimitato un perimetro di sicurezza e sono stati emessi i segnali di avvertimento; successivamente l’area è stata controllata dai tecnici. L’operazione segna l’avvio della fase preparatoria allo sfruttamento industriale della parte del giacimento passata sotto il controllo dell’Azerbaigian dopo la guerra del 2020. Si tratta di materiale ufficiale prodotto e diffuso dalla società mineraria statale azera AzerGold.

 

Non si tratta soltanto di una nuova attività esplorativa. Secondo la stessa società, il primo brillamento rappresenta il passaggio alla fase operativa e un passo decisivo verso l’immissione delle risorse del giacimento nel circuito economico azero.

Dal mese di agosto 2025 AzerGold ha condotto studi geologici, rilievi topografici e perforazioni per una profondità complessiva di 18.000 metri. Le riserve auree recuperabili nella sezione controllata dall’Azerbaigian vengono stimate in 1,03 milioni di once secondo il codice internazionale JORC: circa 32 tonnellate d’oro.

Parallelamente, la società sta valutando la costruzione di un moderno impianto di flottazione per il trattamento del minerale. Il progetto impiega attualmente 236 persone; AzerGold prevede la creazione di circa 700 posti di lavoro diretti e indiretti tra il 2026 e il 2029 e di oltre 1.300 occupati quando la miniera avrà raggiunto la piena capacità produttiva.

La comunicazione azera non lascia dubbi sul significato economico attribuito all’operazione. AzerGold afferma che lo sfruttamento del giacimento dovrà aumentare la produzione del settore minerario, accrescere le entrate del bilancio statale e contribuire alla cosiddetta “integrazione economica” dei territori che Baku definisce «liberati».

È precisamente in questo linguaggio che la notizia supera la dimensione industriale. Il territorio acquisito con la guerra viene descritto come uno spazio vuoto da reintegrare e mettere a reddito, cancellando dalla narrazione ufficiale la presenza armena, le attività economiche che vi si svolgevano e le modalità attraverso le quali l’Azerbaigian ne ha ottenuto il controllo.

Sotk, una miniera divisa dalla guerra

Il giacimento di Sotk è uno dei maggiori depositi auriferi del Caucaso meridionale. Si estende attraverso l’attuale linea di confine tra l’Armenia e la regione di Karvachar dell’Artsakh, passata sotto il controllo azero in seguito alla dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020.

Prima della guerra, la miniera era gestita dalla GeoProMining Gold, società registrata in Armenia e appartenente a un gruppo russo. Il minerale veniva trasportato fino all’impianto di lavorazione dell’oro di Ararat. Nell’ottobre 2020 l’attività dava lavoro a 1.654 persone e rappresentava una componente importante non soltanto dell’industria mineraria armena, ma anche del sistema dei trasporti e dell’economia delle comunità della zona.

Dopo il trasferimento di Karvachar all’Azerbaigian, la linea di separazione ha attraversato il giacimento. Soltanto una parte è rimasta accessibile all’Armenia, mentre la sezione orientale è finita sotto il controllo delle forze azere.

Negli anni successivi, la parte armena della miniera è stata ripetutamente esposta al fuoco proveniente dalle posizioni azere. Nel maggio 2022 un dipendente venne ferito. L’intensificarsi degli attacchi nella primavera del 2023 costrinse più volte all’evacuazione dei lavoratori, fino a quando GeoProMining sospese a tempo indeterminato le operazioni a cielo aperto per ragioni di sicurezza. Più di 700 dipendenti furono collocati in aspettativa non retribuita.

Anche durante il blocco dell’Artsakh riferimmo ripetutamente degli attacchi azeri contro Sotk. Nel 194° giorno del #ArtsakhBlockade, il 23 giugno 2023, registrammo ancora l’apertura del fuoco delle forze azere contro le posizioni armene a Verin Shorzha e Sotk.

Il risultato è stato duplice: da una parte, la progressiva riduzione delle attività nella sezione rimasta all’Armenia; dall’altra, l’avvio da parte azera delle esplorazioni e, ora, delle operazioni necessarie allo sfruttamento industriale della parte acquisita dopo la guerra.

Il falso ambientalismo con cui iniziò il blocco

La notizia non arriva in un vuoto informativo. Si inserisce in una vicenda che su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito quotidianamente fin dall’inizio, raccogliendo gli articoli nell’Indice – #ArtsakhBlockade.

Il 12 dicembre 2022, uomini e donne presentati dalla propaganda di Baku come “eco-attivisti” occuparono l’autostrada Stepanakert-Berdzor-Goris nel Corridoio di Berdzor (Lachin), l’unico collegamento terrestre tra l’Artsakh, l’Armenia e il resto del mondo.

La motivazione dichiarata era la richiesta di verifiche ambientali nelle miniere di Kashen e Drmbon. L’Azerbaigian accusava le autorità armene dell’Artsakh di sfruttare illegalmente le risorse minerarie e di impedire un monitoraggio delle attività estrattive.

Già il 23 dicembre 2022, nel dodicesimo giorno del blocco, nell’articolo Perché l’Azerbaigian ha bloccato la “Strada della Vita” per l’Artsakh? documentammo che molti dei sedicenti ambientalisti erano funzionari, membri di organizzazioni finanziate dallo Stato, giornalisti filogovernativi, ex militari e persone legate al partito di Ilham Aliyev. Non si trattava di un movimento ecologista spontaneo in un Paese nel quale le autentiche manifestazioni di dissenso vengono abitualmente represse.

Le richieste dei manifestanti si trasformarono rapidamente. Dall’accesso alle miniere passarono alla pretesa di un posto di controllo azero nel Corridoio di Berdzor (Lachin), alla rimozione delle autorità dell’Artsakh e alla cosiddetta “integrazione” della sua popolazione armena nell’Azerbaigian.

Il posto di blocco militare azero venne effettivamente installato il 23 aprile 2023 presso il ponte Hakari, alla frontiera con l’Armenia. Il 15 giugno seguì la chiusura totale del Corridoio. Il falso ambientalismo aveva assolto la propria funzione: preparare e legittimare il passaggio dall’assedio esercitato attraverso civili controllati dallo Stato al blocco militare diretto.

Il carattere strumentale della messinscena venne ricostruito estesamente nell’articolo del 2 marzo 2023 La narrazione azera che l’assedio dell’Artsakh abbia una motivazione ecologica è una TRUFFA. Vi documentammo sia la composizione della sedicente protesta sia le pretese dell’Anglo Asian Mining sulle miniere di Drmbon e Kashen, nonché la rinuncia della compagnia a Sotk in cambio di nuove aree contrattuali.

Il giorno precedente avevamo riferito anche dell’incontro del 1° marzo 2023 tra rappresentanti dell’Artsakh e dell’Azerbaigian, con la mediazione del contingente russo, nel quale furono affrontati il ripristino del Corridoio di Berdzor (Lachin), le forniture di elettricità e gas e il funzionamento della miniera di Kashen. Baku tentò immediatamente di presentare quel confronto tecnico come l’avvio di una presunta “reintegrazione” degli Armeni dell’Artsakh.

Kashen, Drmbon e le concessioni dell’Anglo Asian Mining

Nel quadro minerario dell’Artsakh aveva assunto un ruolo centrale l’Anglo Asian Mining PLC, società registrata nel Regno Unito ma operante esclusivamente in Azerbaigian.

La compagnia rivendicava diritti concessi da Baku già nel 1997 su diverse aree che allora non erano sotto il controllo azero. Tra queste figuravano Kyzlbulag, corrispondente principalmente alla miniera di rame e oro di Drmbon, e Demirli, nome utilizzato dall’Azerbaigian per la miniera di rame e molibdeno di Kashen.

La miniera di Kashen costituiva una delle principali risorse economiche dell’Artsakh. La Base Metals, società del gruppo Vallex che la gestiva, impiegava circa 2.000 persone ed era il maggiore contribuente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Nel luglio 2022 il governo azero modificò il proprio accordo di condivisione della produzione con Anglo Asian Mining. La società rinunciò ai diritti su Soutely, ossia Sotk, ricevendo in cambio altre tre aree contrattuali, tra le quali Demirli/Kashen, che in quel momento si trovava ancora all’interno del territorio amministrato dagli Armeni dell’Artsakh.

È quindi necessario distinguere le vicende societarie. L’attuale operazione nella sezione di Sotk controllata dall’Azerbaigian è condotta da AzerGold, non da Anglo Asian Mining. Quest’ultima è invece determinante per comprendere le pretese azere sulle miniere dell’Artsakh e il contesto nel quale venne preparato il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin).

Il 20 dicembre 2022, otto giorni dopo l’inizio del blocco dell’Artsakh, Anglo Asian Mining comunicò alla Borsa di Londra di essersi rivolta alle Nazioni Unite, al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al Ministero degli Esteri britannico e all’Unione Europea. Chiedeva sostegno per ottenere il “ripristino” dei propri diritti commerciali e l’accesso fisico dei suoi dipendenti alle miniere di Kyzlbulag e Demirli, che definiva illegittimamente sfruttate da società armene.

Mentre 120.000 Armeni venivano isolati dal mondo con il pretesto di una protesta ecologica, una compagnia mineraria chiedeva dunque alle istituzioni internazionali di aiutarla ad accedere alle stesse miniere invocate dai manifestanti.

L’intera rete di concessioni, interessi societari e pretese sulle risorse dell’Artsakh venne ricostruita il 13 agosto 2023 nell’articolo Perché Aliyev affama l’Artsakh? Azione legale collettiva a Washington contro l’Anglo Asian Mining.

L’11 luglio 2023 lo studio legale Kerkonian Dajani LLP aveva promosso dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia l’azione Lalabekyan v. Vaziri contro Mohammad Reza Vaziri, Presidente e Amministratore delegato di Anglo Asian Mining. Secondo le accuse formulate dai ricorrenti – che rimangono accuse giudiziarie e non fatti definitivamente accertati – Vaziri avrebbe favorito la falsa detenzione degli Armeni dell’Artsakh per assicurarsi l’accesso ai depositi di oro, rame e altri metalli preziosi.

La natura selettiva dell’“ambientalismo” azero apparve ancora più evidente nel giugno 2023, quando le autorità di Baku repressero le autentiche proteste degli abitanti del villaggio azero di Söyüdlü contro l’inquinamento provocato da una miniera d’oro gestita proprio dall’Anglo Asian Mining.

Ne riferimmo il 23 giugno 2023 nel già citato articolo sul 194° giorno del #ArtsakhBlockade. Mentre ai falsi eco-attivisti veniva consentito di assediare 120.000 Armeni, i cittadini Azeri che protestavano contro un concreto pericolo ambientale venivano dispersi, arrestati e isolati dalla stampa.

L’acqua, l’energia e il bacino di Sarsang

Le risorse minerarie rappresentano soltanto una parte del quadro. L’Artsakh occupa una posizione importante anche nel sistema idrico ed energetico del Caucaso meridionale.

Dopo la guerra del 2020 la Repubblica di Artsakh perse gran parte delle proprie centrali idroelettriche, oltre a terreni agricoli, pascoli e risorse minerarie. Delle 36 dighe allora presenti nel territorio, 30 passarono sotto il controllo azero.

Rimase nelle mani degli Armeni il bacino di Sarsang, nella regione di Martakert, formato dalla diga costruita nel 1976 sul fiume Tartar. Con una capacità di circa 560 milioni di metri cubi e una centrale idroelettrica da 50 megawatt, Sarsang costituiva una delle principali fonti di produzione elettrica dell’Artsakh. Le sue acque erano inoltre essenziali per irrigare ampie zone agricole situate più a valle in territorio azero.

Il controllo e la gestione dell’acqua erano stati a lungo oggetto di accuse contrapposte. Tuttavia, nel giugno 2022 le autorità dell’Artsakh e quelle azere avevano raggiunto un’intesa informale per il rilascio giornaliero di 18.000 metri cubi d’acqua durante l’estate, destinati all’irrigazione dei terreni agricoli dell’Azerbaigian.

Durante il blocco, Baku impedì la riparazione dell’unica linea elettrica ad alta tensione che collegava l’Armenia all’Artsakh, danneggiata il 9 gennaio 2023 in una sezione sotto controllo azero. La popolazione rimase dipendente quasi esclusivamente dalla centrale di Sarsang.

Il 1° febbraio 2023 riferimmo che l’utilizzo forzato della centrale idroelettrica stava rapidamente riducendo le riserve del bacino. Per garantire un minimo di energia agli abitanti assediati, l’Artsakh consumava l’acqua che sarebbe stata necessaria in primavera per irrigare tanto i propri campi quanto quelli azeri: Vardanyan: abbiamo il diritto di affermare che non possiamo vivere sotto l’Azerbaigian.

Il 27 febbraio 2023, nel settantottesimo giorno del blocco, riportammo l’avvertimento di Artak Beglaryan: a causa dell’interruzione della fornitura elettrica, 96.000 ettari di territorio azero rischiavano di non ricevere acqua sufficiente da Sarsang durante la stagione irrigua, poiché l’Artsakh era costretto a utilizzare quelle risorse per produrre l’elettricità necessaria alla propria popolazione.

Il 18 marzo 2023, nel novantasettesimo giorno del #ArtsakhBlockade, ricostruimmo estesamente il ruolo dell’acqua nella guerra del 2020. Il Nagorno-Karabakh comprende infatti tre affluenti del basso Kura e cinque del basso Aras, utilizzati per irrigare importanti zone agricole dell’Azerbaigian nelle quali non scorrono altri fiumi.

La conquista territoriale aveva già consegnato a Baku dighe, canali e infrastrutture idriche. Sarsang rimaneva la risorsa più rilevante ancora fuori dal suo controllo. Nel settembre 2023 anche il bacino, insieme al resto dell’Artsakh, è finito nelle mani dell’Azerbaigian.

Dall’assedio all’incorporazione economica

Il 19 settembre 2023, dopo oltre nove mesi di blocco, l’Azerbaigian lanciò l’offensiva militare finale. In pochi giorni più di 100.000 Armeni furono costretti a lasciare la propria terra ancestrale. L’Artsakh venne svuotato della sua popolazione autoctona.

Con lo sfollamento forzato degli abitanti sono venuti meno anche coloro che avrebbero potuto rivendicare il diritto di partecipare alle decisioni sulle risorse della propria terra, chiedere controlli indipendenti, contestare le concessioni minerarie o denunciare le conseguenze ambientali delle attività estrattive.

Il territorio viene ora progressivamente incorporato nel sistema amministrativo ed economico azero: strade, insediamenti, agricoltura, produzione energetica, miniere e bacini idrici. La trasformazione materiale procede insieme alla cancellazione della presenza armena, alla distruzione o alterazione del patrimonio culturale e religioso e alla sostituzione dei toponimi.

Nell’ottobre 2023, quando l’intera popolazione era ormai stata sfollata, il giornalista Marut Vanyan riassunse tragicamente quanto era avvenuto: «In estate stavamo facendo previsioni su cosa avremmo fatto in inverno se il bacino di Sarsang fosse stato svuotato… Elettricità, problema dell’acqua… ma si è scoperto che invece del bacino, era stato svuotato l’intero Nagorno-Karabakh… dei suoi abitanti». Riportammo queste parole nell’articolo Solidarietà agli Armeni dell’Artsakh, sfollati con la forza dalla terra ancestrale.

L’avvio dei brillamenti nella parte di Sotk controllata dall’Azerbaigian non dimostra che l’oro o l’acqua siano stati l’unico motivo della guerra, del blocco e della pulizia etnica. Un conflitto tanto complesso non può essere ridotto a una sola causa.

Dimostra però che la conquista territoriale possedeva anche una dimensione economica e strategica precisa. Le risorse minerarie e idriche non erano un elemento marginale della propaganda azera: furono invocate per giustificare il blocco, figuravano nei contratti conclusi da Baku e oggi vengono concretamente messe a disposizione dell’economia dell’Azerbaigian.

Nel dicembre 2022 si pretendeva di controllare le miniere in nome dell’ambiente. Nel settembre 2026 si fanno brillare le rocce per estrarne l’oro.

In mezzo vi sono stati nove mesi di assedio, la fame imposta a una popolazione civile, un’offensiva militare e lo svuotamento dell’Artsakh dei suoi abitanti Armeni.

È questa successione dei fatti – non una supposizione – a conferire al primo brillamento di Sotk il suo significato.

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