Gandzasar, le pagine bianche mostrate ai diplomatici e le iscrizioni armene che Hajiyev non può cancellare (Korazym

«Vedere per credere» ha scritto Il Consigliere per la politica estera del Presidente azero Ilham Aliyev, Hikmet Haijev, al termine della visita compiuta con i rappresentanti del Corpo Diplomatico accreditato in Azerbaigian nei monasteri armeni di Gandzasar e Dadivank, nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh occupato e svuotato della sua popolazione armena. Ma ciò che il Consigliere del Presidente azero ha invitato a vedere non è la realtà storica dei due complessi.

Ai diplomatici ha mostrato anche le pagine bianche di un volume esposto nel museo di Gandzasar, presentandole come dimostrazione di una presunta falsificazione armena. Si trattava, invece, di una riproduzione museale realizzata dal Matenadaran [*], che già nel 2025 aveva spiegato pubblicamente perché soltanto due pagine contenessero testi e miniature e tutte le altre fossero state intenzionalmente lasciate bianche. L’archeologo Hamlet Petrosyan risponde indicando le oltre duecento iscrizioni armene di Gandzasar e Dadivank.

L’episodio aggiunge un elemento particolarmente significativo alla visita di circa 150 diplomatici, sulla quale abbiamo riferito nell’articolo 150 diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni. Ma qualcuno ha chiesto dove sono finiti?. La riscrittura dell’identità dei monumenti Cristiani dell’Artsakh, tuttavia, non è cominciata con questa visita. Questo Blog dell’Editore ne segue da anni sviluppi, protagonisti e modalità ricorrenti: monumenti armeni ribattezzati, iscrizioni dichiarate false, restauri presentati come vandalismi e una presunta eredità dell’Albania caucasica utilizzata per eliminare il rapporto storico con la Chiesa Apostolica Armena e con il popolo che ha costruito e custodito quei luoghi per secoli.

 

La versione di Hajiyev

Nel messaggio pubblicato il 12 settembre 2026 sui suoi canali social, Hajiyev ha dichiarato: «Insieme al corpo diplomatico abbiamo visitato le chiese di Ganjasar e Khudavang, parte integrante dell’antico patrimonio cristiano dell’Albania caucasica».

“Ganjasar” e “Khudavang” sono le denominazioni impiegate dall’Azerbaigian per Gandzasar e Dadivank.

Hajiyev ha quindi affermato: «Ganjasar fu fondato nel XIII secolo da Hasan-Jalal Dawla, sovrano dell’Albania caucasica, e costituisce un’importante testimonianza del secolare patrimonio cristiano dell’Albania caucasica».

Il Consigliere di Aliyev ha sostenuto inoltre che, durante quelli che ha definito gli «anni dell’occupazione», i due monumenti sarebbero stati sottoposti, sotto il pretesto di restauri improvvisati, a interventi esterni che ne avrebbero compromesso «l’autenticità architettonica e il carattere originario».

Secondo Hajiyev, tutti i monumenti storici e religiosi presenti nel territorio dell’Azerbaigian, indipendentemente dalla loro origine e appartenenza confessionale, farebbero parte del patrimonio culturale del Paese. Il governo azero, ha assicurato, sarebbe impegnato nella loro conservazione, protezione e restaurazione e l’esperienza di Baku in questo campo avrebbe ottenuto un «riconoscimento internazionale»: «Siamo pronti a condividere questa esperienza con altri Paesi, compresi i nostri vicini».

Rivolgendosi infine agli organi di informazione che accusa di diffondere «notizie false e narrazioni fuorvianti», Hajiyev li ha invitati a recarsi sul posto: «Invitiamo anche i media impegnati a diffondere notizie false e narrazioni fuorvianti su questo tema a visitare questi siti e a vedere di persona la realtà sul terreno. Vedere per credere».

Le dichiarazioni sono riportate tanto dai mezzi di informazione armeni, tra cui Azatutyun, quanto dalla stampa azera, che ne offre una formulazione più completa e aderente alla narrazione ufficiale di Baku, come Caliber.az.

Una narrazione già presentata alla Pontificia Università Gregoriana

Nell’aprile 2025 avevamo denunciato la medesima operazione nell’articolo Inaccettabile le parole contro gli Armeni alla Conferenza azero sul Cristianesimo in Azerbaigian alla Pontificia Università Gregoriana.

Il 10 aprile 2025, in una sede della Gregoriana a Roma, si era svolta la XII Conferenza scientifica internazionale Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità, organizzata, tra gli altri, dal Baku International Multiculturalism Center e dall’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede. Amaras, Gandzasar e Dadivank, monumenti ricoperti da centinaia di iscrizioni armene, erano stati presentati come patrimonio dell’Albania caucasica. Alla conferenza non aveva partecipato alcuno studioso armeno e, come denunciò Monument Watch, non era stata pronunciata una sola parola sugli Armeni.

La narrazione proposta allora in una sede accademica romana è stata ora ripetuta direttamente sul terreno da Hikmet Hajiyev davanti ai rappresentanti diplomatici accompagnati dalle autorità di Baku. Nel frattempo, la popolazione armena alla quale quei luoghi appartengono storicamente continua a essere esclusa dall’Artsakh.

Nel 2021 erano “false” le iscrizioni nella pietra

Il precedente è ancora più remoto. Il 23 marzo 2021, nell’articolo Due manifesti che presentavano Shushi e Dadivank come azeri rimossi dalla metropolitana di Londra perché offensivi e falsi, avevamo ricordato che, pochi giorni dopo il cessate il fuoco del novembre 2020, il governo azero aveva già definito Dadivank “albanese”, accusando gli Armeni di averne falsificato e alterato l’identità.

In quell’articolo avevamo richiamato le iscrizioni armene presenti sulle pareti delle chiese, i khachkar con l’alfabeto armeno, l’architettura del complesso e il simbolismo delle sue croci di pietra.

Avevamo anche riferito quanto avvenuto il 17 marzo 2021, quando il Presidente Ilham Aliyev, visitando una chiesa armena ad Hadrut, aveva indicato le antiche iscrizioni armene sostenendo che fossero false e dovessero essere rimosse.

Nel 2021 erano dunque le iscrizioni scolpite nella pietra a essere dichiarate false. Nel 2026 sono le pagine intenzionalmente bianche di una riproduzione museale a essere esibite come prova di un’altra falsificazione. Cambia l’oggetto mostrato, non il metodo.

Una riproduzione museale scambiata per un manoscritto falso

Durante la visita a Gandzasar, Hajiyev ha aperto davanti ai diplomatici uno dei volumi presenti nell’allestimento museale. Dopo aver mostrato una pagina contenente testo e decorazioni, ha sfogliato le successive, completamente bianche, suggerendo che il volume fosse stato confezionato dagli Armeni per fabbricare una falsa testimonianza storica. Alcuni componenti della delegazione sono stati ripresi mentre ridevano.

La stampa azera ha presentato la scena senza esitazioni. Modern.az ha scritto che Hajiyev avrebbe mostrato ai diplomatici la «falsificazione armena», poiché i libri esposti come antichi manoscritti avrebbero contenuto testi e disegni soltanto su una pagina, mentre tutte le altre sarebbero rimaste bianche.

Il problema è che il volume non era e non pretendeva di essere un manoscritto originale. Era una riproduzione realizzata appositamente per l’esposizione museale di Gandzasar.

A seguito della diffusione di accuse analoghe nel 2025, il Matenadaran [*] aveva già chiarito che per ciascun volume erano state riprodotte in alta qualità soltanto due pagine dei manoscritti conservati a Erevan. Le altre erano state lasciate intenzionalmente bianche perché lo scopo non era ricostruire integralmente i codici, ma mostrare ai visitatori alcuni esempi della produzione manoscritta legata a Gandzasar. Gli originali non erano mai stati trasferiti nel monastero ed erano sempre rimasti custoditi al Matenadaran a Erevan.

La spiegazione, pubblicata il 23 luglio 2025, precede di oltre un anno la scena organizzata durante la visita diplomatica. Le pagine bianche non costituiscono dunque la scoperta di un falso, ma una caratteristica dichiarata di copie destinate a un’esposizione. Il nuovo caso è stato ricostruito dal portale armeno 301.

La risposta dell’archeologo Hamlet Petrosyan

A respingere la narrazione proposta da Hajiyev è intervenuto l’archeologo Hamlet Petrosyan, responsabile della Cattedra di Studi culturali dell’Università Statale di Erevan e uno dei principali studiosi del patrimonio storico e monumentale dell’Artsakh.

Petrosyan ha osservato che nei complessi monastici di Gandzasar e Dadivank sono sopravvissute oltre duecento iscrizioni armene risalenti al periodo compreso tra il XII e il XVII secolo e che non vi sono iscrizioni in altre lingue. L’identità armena dei due monasteri non dipende, pertanto, da una riproduzione collocata in un museo contemporaneo, ma da un insieme imponente di testimonianze epigrafiche, architettoniche, scultoree, manoscritte e documentarie sedimentate nel corso dei secoli.

Secondo l’archeologo, nei monasteri di Dadivank e Gandzasar non esiste alcuna componente non armena, dal progetto architettonico degli edifici alle sculture, dai khachkar alle iscrizioni. Le pietre dei monasteri documentano direttamente chi li costruì, li abitò, li ornò e vi pregò.

I rappresentanti del Corpo Diplomatico durante la visita organizzata dalle autorità azere al monastero armeno di Dadivank, nell’Artsakh occupato, il 12 settembre 2026 (Foto di AzerNews).

 

Dadivank prima reso inaccessibile, poi lasciato nelle mani di Baku

La nostra copertura ha seguito anche il progressivo allontanamento degli Armeni da Dadivank. Nell’aprile 2021 riferimmo che le forze armate azere avevano impedito a venticinque pellegrini armeni di entrare nel monastero, dove era prevista una cerimonia di ordinazione sacerdotale per la Diocesi di Artsakh della Chiesa Apostolica Armena.

Il Difensore dei diritti umani dell’Artsakh denunciò allora che l’Azerbaigian «rimuove intenzionalmente le iscrizioni e le tracce armene e impedisce artificialmente l’ingresso dei fedeli armeni ai luoghi sacri».

Il 17 aprile 2024, nell’articolo La Russia si è ritirata dall’Artsakh, sconfitta nel Caucaso meridionale, documentammo infine la partenza da Dadivank del contingente russo di mantenimento della pace. Il monastero passò così sotto la sorveglianza diretta dei dipendenti del Ministero degli Interni dell’Azerbaigian.

Oggi i rappresentanti diplomatici vengono condotti nello stesso luogo dalle autorità che ne hanno escluso i fedeli armeni e ascoltano una ricostruzione che separa il monastero dalla sua storia e dalla sua comunità religiosa.

La grande iscrizione di fondazione di Gandzasar

Tra le testimonianze che contraddicono la ricostruzione di Hajiyev vi è la grande iscrizione armena di ventisette righe incisa all’interno della chiesa di San Giovanni Battista di Gandzasar, sulla parete settentrionale, ai lati della finestra.

L’iscrizione ricorda che Hasan-Jalal Dawla, figlio di Vakhtang e principe del «grande Paese dell’Artsakh», fece edificare la chiesa nel luogo di sepoltura dei suoi antenati. I lavori iniziarono nel 1216 e terminarono nel 1238. Non è quindi una pubblicazione armena moderna a stabilire il legame con l’Artsakh e con la famiglia armena degli Hasan-Jalalyan: è lo stesso committente medievale a dichiararlo nella pietra e nella propria lingua.

Il tentativo di trasformare Hasan-Jalal Dawla in un «sovrano dell’Albania caucasica», separandolo dal contesto armeno documentato dalle fonti e dalle iscrizioni, appartiene alla politica azera di “albanizzazione” del patrimonio Cristiano armeno. Il riferimento storico all’Albania caucasica viene utilizzato per spezzare artificialmente la continuità tra i monumenti, la Chiesa Apostolica Armena e la popolazione che li ha custoditi fino alla deportazione del settembre 2023.

La Santa Sede Etchmiadzin: «Un’aperta falsificazione»

La Santa Sede di Etchmiadzin della Chiesa Apostolica Armena è intervenuta ufficialmente il 14 settembre 2026, condannando con fermezza le dichiarazioni pronunciate da Hikmet Hajiyev durante la visita ai complessi monastici di Gandzasar e Dadivank. Il comunicato rileva che il Consigliere presidenziale azero ha negato l’appartenenza armena dei due monasteri, presentandoli come “albanesi”, e ha manifestato un atteggiamento irridente nei confronti del patrimonio spirituale e culturale del popolo armeno. «Questi tentativi di distorcere le realtà storiche secondo convenienze politiche costituiscono un’aperta falsificazione e un’aggressione alla memoria storica e al patrimonio spirituale del popolo armeno».

La Santa Sede di Etchmiadzin ha definito tale condotta una manifestazione evidente della politica armenofoba adottata dalle autorità dell’Azerbaigian e ha osservato che la nuova visita propagandistica aveva lo scopo di trarre in inganno la comunità internazionale.

Particolarmente dolorosa e preoccupante, prosegue il comunicato, è la partecipazione alla diffusione di queste falsificazioni storiche dei diplomatici stranieri accreditati in Azerbaigian e dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali presenti nel tour.

La Santa Sede di Etchmiadzin ha espresso l’aspettativa che questi rappresentanti formulino una valutazione adeguata della deformazione dell’identità dei luoghi santi armeni, degli attacchi contro il patrimonio spirituale e culturale dell’Artsakh e della politica armenofoba. Li ha inoltre esortati a non contribuire, attraverso la loro partecipazione, alla legittimazione della politica di appropriazione del patrimonio storico armeno.

La Chiesa Apostolica Armena ha ricordato di avere ripetutamente denunciato che, dopo lo spopolamento forzato dell’Artsakh, le autorità azere hanno perseguito una politica di appropriazione dei monumenti storici, distruzione dei luoghi santi armeni, dei khachkar e dei cimiteri, nonché eliminazione delle testimonianze che ne documentano l’identità. Le dichiarazioni di Hajiyev vengono indicate come una nuova manifestazione della medesima politica.

Il comunicato contiene anche un richiamo diretto alle autorità della Repubblica di Armenia, alle quali viene chiesto di formulare una valutazione adeguata dei continui attacchi contro il patrimonio spirituale e culturale armeno dell’Artsakh e di adottare misure concrete per impedirli.

La Santa Sede di Etchmiadzin ha infine rivolto un appello agli Stati amici e alle competenti organizzazioni internazionali e nazionali, affinché compiano ogni sforzo per prevenire l’ulteriore distruzione e appropriazione dell’antico patrimonio cristiano armeno: «L’instaurazione di una pace duratura nella regione richiede il rispetto della Fede, della memoria storica e dei diritti fondamentali dei popoli».

La conservazione integra del patrimonio spirituale dell’Artsakh e l’attuazione dei diritti della Chiesa e del popolo armeno che lo hanno creato, conclude la Santa Sede di Etchmiadzin, costituiscono un obbligo inderogabile della comunità internazionale.

Magdalena Grono: dall’Artsakh al Matenadaran

Tra i partecipanti alla visita organizzata dalle autorità azere figurava anche Magdalena Grono, Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Caucaso Meridionale e la Crisi in Georgia. La sua presenza ha suscitato particolare attenzione, poiché non si è trattato soltanto della partecipazione personale di una diplomatica, ma della presenza nel tour di una rappresentante ufficiale dell’Unione Europea.

La presa di posizione della Santa Sede di Etchmiadzin assume un rilievo particolare anche per la presenza nel tour di Magdalena Grono. Il comunicato non ha nominato singolarmente i partecipanti, ma ha rivolto la propria contestazione anche ai rappresentanti delle organizzazioni internazionali coinvolti nella visita.

Dopo la visita dell’11 e 12 settembre, Grono ha scritto che persistono «visioni e narrazioni profondamente divergenti, per esempio sull’origine di alcuni siti», aggiungendo che tali divergenze dovrebbero essere affrontate dall’Armenia e dall’Azerbaigian nell’ambito di un più ampio processo di riconciliazione.

La formulazione ha suscitato critiche perché sembra collocare sullo stesso piano una narrazione statale azera e la documentazione storica, epigrafica e religiosa che attesta l’identità armena di Gandzasar e Dadivank. Le iscrizioni armene, la committenza medievale, i khachkar, la tradizione manoscritta e il rapporto secolare con la Chiesa Apostolica Armena non costituiscono semplicemente una delle due “narrazioni” contrapposte.

Il 14 settembre Grono si è recata al Matenadaran di Erevan, accompagnata dal Vice Ministro degli Affari Esteri e del Commercio internazionale armeno Vahan Kostanyan. Secondo quanto comunicato dalle autorità armene, la Rappresentante speciale dell’Unione Europea ha conosciuto la collezione dei manoscritti armeni, la loro storia e le tecniche utilizzate per la conservazione e la realizzazione delle riproduzioni destinate alle esposizioni museali. È un particolare particolarmente significativo, considerate le pagine bianche della riproduzione esibita da Hajiyev a Gandzasar.

Interpellata successivamente da Armenpress, Grono ha precisato: «Certamente non contesto la passata presenza armena e la ricca impronta armena nelle aree del Karabakh precedentemente interessate dal conflitto. Ho potuto vederla direttamente per la prima volta durante la visita della scorsa settimana nei distretti di Kalbajar e Aghdara».

Il riferimento riguarda proprio Dadivank e Gandzasar. Grono ha aggiunto: «Questo patrimonio deve essere preservato e custodito, senza indebite politicizzazioni e manipolazioni».

La precisazione riconosce dunque la presenza e la «ricca impronta» armena, ma non affronta direttamente la qualificazione dei due monasteri come patrimonio dell’Albania caucasica proposta da Hajiyev davanti alla delegazione. La Rappresentante europea ha ribadito che il patrimonio culturale costituisce un elemento essenziale dei processi di pace e che, per arrivare a una riconciliazione complessiva, sarà necessario affrontare anche le questioni umanitarie e culturali.

«Le chiese vengono presentate senza le loro comunità»

La visita ha provocato anche la reazione del Comitato per la difesa dei diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh, che in una lettera aperta ai membri del Corpo Diplomatico accreditato in Azerbaigian ha chiesto che le missioni diplomatici non diventino uno strumento per normalizzare le conseguenze della pulizia etnica: «La vostra presenza sta offrendo all’Azerbaigian proprio la legittimazione internazionale che cerca».

Secondo il Comitato, la partecipazione ai tour organizzati da Baku, accompagnata da fotografie e dichiarazioni che ignorano la scomparsa della presenza armena, trasmette un’immagine di normalità in una situazione che normale non è: «Oggi nel Nagorno-Karabakh vengono mostrate case senza i loro proprietari e chiese senza le loro comunità».

Un appello distinto è stato rivolto alle rappresentanze diplomatiche dall’ex Ministro della Cultura, della Gioventù e del Turismo dell’Artsakh Lernik Hovhannisyan Shahverdyan. Ricordando di essere nato e cresciuto a Stepanakert e di avervi lasciato la propria casa, ha osservato: «Se visitate Stepanakert, dovete chiedere dove siano i suoi ex residenti. Se visitate un monastero armeno, dovete chiedere perché la sua identità armena venga alterata. Se visitate Shushi, dovete chiedere che cosa sia accaduto alle chiese, ai musei e al patrimonio culturale armeno della città».

La sua conclusione riassume il significato politico attribuito a queste visite: «Non dovete permettere che la pulizia etnica venga trasformata in un itinerario turistico».

Alla ferma presa di posizione della Santa Sede di Etchmiadzin non ha corrisposto, almeno fino al momento in cui scriviamo, un’analoga e circostanziata contestazione pubblica da parte del governo armeno delle affermazioni di Hajiyev. Nello stesso giorno, tuttavia, il Vice Ministro degli Affari Esteri Vahan Kostanyan ha accompagnato Magdalena Grono al Matenadaran, dove sono stati illustrati il patrimonio manoscritto armeno e i procedimenti impiegati per produrre le riproduzioni destinate alle esposizioni museali. Un’iniziativa significativa nel contesto della controversia, ma non equivalente a una risposta politica ufficiale alla narrazione presentata da Baku.

“Vedere per credere”, ma guardando tutto

Hajiyev ha ragione su un punto: occorre vedere. Bisognerebbe però guardare non soltanto le pagine bianche di una riproduzione museale, ma anche le centinaia di iscrizioni armene incise sulle pareti; non soltanto le versioni predisposte dalle guide governative, ma anche le fonti storiche e gli studi scientifici; non soltanto gli edifici rimasti nell’Artsakh, ma anche la popolazione armena che intorno a quegli edifici ha vissuto per secoli e che oggi non può più tornarvi.

La scena di Gandzasar rivela il metodo. Prima si conduce il corpo diplomatico in un territorio dal quale è stata espulsa la popolazione autoctona; poi si espone una narrazione unilaterale sull’identità dei suoi monumenti; infine si presenta una caratteristica perfettamente normale di una riproduzione museale come prova di una falsificazione storica.

Le pagine mostrate da Hajiyev erano bianche. Le pietre di Gandzasar e Dadivank, invece, sono coperte di iscrizioni armene. Sarebbe bastato voltarsi e leggerle.

 

[*] Il Matenadaran – termine che in armeno antico sta per biblioteca – nome ufficiale “Istituto Mesrop Mashtots di Manoscritti Antichi”, è un’istituzione culturale a Erevan, che custodisce una collezione di manoscritti antichi in lingua armena e in moltissime altre lingue.