Baku e il diritto di replica come battaglia della narrazione sull’Artsakh (Korazym 19.09.26)

Non è insolito che un’Ambasciata chieda a una testata di ospitare una replica. È parte del confronto pubblico e può offrire ai lettori elementi utili per valutare posizioni contrapposte. Il caso reso pubblico il 18 settembre 2026 da La Nuova Bussola Quotidiana, tuttavia, merita attenzione per ciò che rivela: dietro la forma legittima del diritto di replica emerge il tentativo di fissare in anticipo le parole ammesse, i fatti da considerare e perfino ciò che potrebbe essere chiamato con il proprio nome nella vicenda dell’Artsakh, o Nagorno-Karabakh.

La lettera a La Nuova Bussola Quotidiana del Consigliere dell’Ambasciata dell’Azerbaigian in Italia Vugar Hajiyev rispondeva all’articolo Antonia Arslan, la voce italiana della memoria armena, pubblicato in vista della Giornata della Bussola. La redazione ha scelto correttamente di pubblicarla integralmente, accompagnandola con una propria risposta documentata: L’Ambasciata dell’Azerbaigian replica al nostro articolo sulla Arslan. Noi rispondiamo con un po’ di storia.

Ne è nato un confronto che va oltre la singola testata: mostra come la diplomazia azera intervenga anche nello spazio mediatico italiano quando una ricostruzione non coincide con la narrazione ufficiale di Baku.

Le parole che Baku vorrebbe rendere impronunciabili

La missiva contesta anzitutto l’esistenza stessa dell’Artsakh e afferma che oggi non esisterebbe più neppure una regione denominata Nagorno-Karabakh, ma soltanto la “regione economica del Karabakh”. È un passaggio rivelatore. Il fatto che la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh non abbia ottenuto riconoscimento internazionale, non cancella né l’antico toponimo armeno, né l’esistenza storica del Nagorno-Karabakh, né la presenza plurisecolare della popolazione armena, rimasta nella regione fino all’offensiva azera del settembre 2023.

La replica sostituisce inoltre parole comunemente adoperate da organismi internazionali e mezzi d’informazione con il vocabolario ufficiale dello Stato azero: la guerra del 2020 diventa “Guerra Patriottica”, l’attacco di tre anni fa nel giorno di oggi 19 settembre 2023 diventa una “operazione antiterrorismo”, la conquista militare diventa una “liberazione”. Non siamo davanti a semplici sinonimi. Ogni formula incorpora già un giudizio politico e tende a trasformare una tesi di parte nella cornice obbligatoria entro cui raccontare i fatti.

La Nuova Bussola Quotidiana ha risposto ricordando, anche attraverso l’Enciclopedia Treccani, la profondità della presenza armena nella regione; ha richiamato le violazioni documentate durante la guerra del 2020, gli otto mesi di blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) e la distruzione o il danneggiamento di chiese armene. Ha così fatto ciò che compete a una redazione: non respingere la replica perché sgradita, ma verificarne le affermazioni e confrontarle con la storia e con le fonti.

L’affermazione più grave sull’esodo del 2023

Il punto più problematico della lettera dell’Ambasciata azera è l’affermazione secondo cui nessun residente Armeno sarebbe stato costretto a lasciare la propria casa e a tutti sarebbe stata offerta una pacifica convivenza. Ridurre l’esodo della popolazione armena a una somma di partenze volontarie significa isolare quei giorni dal contesto che li precedette: il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) [1], la penuria di viveri e medicinali, la pressione militare, l’attacco del 19 settembre e il fondato timore di una popolazione già segnata dalle violenze del conflitto [2].

La breve missione delle Nazioni Unite giunta nella regione dopo l’esodo non poteva accertare ciò che era avvenuto mentre decine di migliaia di persone fuggivano, né ascoltare sul posto una comunità che non c’era più. È inoltre significativo che il 17 novembre 2023 la Corte Internazionale di Giustizia abbia ordinato all’Azerbaigian di garantire a quanti avevano lasciato il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre e desideravano tornare un rientro sicuro, senza impedimenti e rapido. L’ordinanza non qualifica giuridicamente l’esodo come deportazione, ma conferma che la sicurezza del ritorno e la possibilità di rimanere nella regione costituiscono questioni ancora aperte e tutelate dalla Corte.

Dalla censura interna alla proiezione esterna

Il tentativo di orientare il racconto fuori dai confini assume un significato particolare se confrontato con le condizioni dell’informazione in Azerbaigian. Reporters sans frontières descrive il Paese come privo di autentico pluralismo e segnala una nuova ondata repressiva contro gli ultimi giornalisti indipendenti iniziata nel novembre 2023. Nel 2025 le autorità hanno imposto la sospensione delle attività locali della BBC; nel giugno dello stesso anno sette giornalisti di Abzas Media e Radio Free Europe/Radio Liberty sono stati condannati a pene comprese fra sette anni e mezzo e nove anni di carcere. Nell’agosto 2026 altre nove persone legate a Toplum TV, tra giornalisti e attivisti, hanno ricevuto condanne da dodici a quindici anni in un procedimento denunciato dalle organizzazioni per la libertà di stampa [3].

All’estero i metodi sono necessariamente diversi: relazioni pubbliche, iniziative diplomatiche, viaggi organizzati, proteste ufficiali, richieste di rettifica o replica e un’intensa promozione della terminologia governativa. Nessuna di queste attività, considerata isolatamente, prova un illecito né rende illegittimo l’intervento di un’Ambasciata. Il problema nasce quando il dialogo non mira ad aggiungere informazioni, ma a delegittimare ogni lessico e ogni ricostruzione che non coincidano con quelli del potere.

Il contesto europeo invita alla vigilanza. Le inchieste sulla cosiddetta “diplomazia del caviale” hanno documentato negli anni reti d’influenza e rapporti opachi impiegati per attenuare le critiche alla situazione dei diritti umani in Azerbaigian. Nel 2018 l’organo investigativo indipendente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa rilevò violazioni del Codice di condotta e forti sospetti di attività corruttive riguardanti alcuni membri dell’Assemblea nei rapporti con interessi azeri [4]. Ciò non significa che ogni contatto diplomatico con una redazione appartenga a quello schema. Significa, però, che i tentativi di influenzare la percezione europea dell’Azerbaigian non possono essere considerati episodi senza precedenti.

Il diritto di replica non è un diritto alla verità di Stato

Pubblicare una replica può essere una scelta di trasparenza. Ma il contraddittorio non obbliga una testata a porre sullo stesso piano fatti documentati e negazioni, né a rinunciare alla verifica. Un’Ambasciata ha pieno diritto di esporre la posizione del proprio governo; non ha il diritto di stabilire per i giornalisti quale nome attribuire a una regione, quali fonti siano ammissibili o quale memoria debba essere cancellata.

La risposta de La Nuova Bussola Quotidiana è perciò importante non soltanto per ciò che dice sull’Artsakh. Mostra un metodo: ospitare la posizione ricevuta, indicare con chiarezza chi la sostiene e sottoporla allo stesso controllo riservato a qualsiasi altra fonte interessata. La correttezza giornalistica non consiste nell’accogliere senza verifica il linguaggio di una rappresentanza diplomatica, ma nel permettere ai lettori di distinguere tra fatti, interpretazioni e propaganda.

La pace tra Armenia e Azerbaigian è auspicabile e necessaria. Proprio per questo non può essere costruita trasformando l’esodo forzato di un popolo dalla propria terra in una partenza volontaria, né il patrimonio armeno in una presenza senza nome. La pace richiede verità, responsabilità e il diritto al ritorno; non un vocabolario imposto a chi racconta ciò che è accaduto.

 

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