“Ti cerco amata”, la tragedia profondamente umana del genocidio armeno (Micromega 08.10.26)

Sempre più di rado, in tempi meschini e dominati dal rancore, capita di leggere una letteratura di qualità, capace di toccarci e trasformare, grazie alla sua forza, il nostro sguardo sul mondo; sempre più di rado, capita di imbatterci in testimonianze di umanità che ci ricordino come le donne e gli uomini possono ancora essere capaci di coraggio e bellezza. Ebbene, Ti cerco amata (e/o edizioni, 2026) – romanzo straordinario firmato dallo scrittore e giornalista turco Ahmet Altan – è entrambe le cose.

Un libro delicato, intenso, coinvolgente, che pur essendo incentrato sul genocidio armeno e sulla grande guerra, non indugia mai – con una ambiguità tipica di tanti prodotti recenti, sia cinematografici che letterari – sul farsi della violenza più brutale, senza per questo voler tacere su nulla. La parola genocidio, coniata dal giurista Raphael Lemkin proprio ispirandosi a una comparazione fra lo sterminio degli armeni e la Shoah, non vi compare mai, eppure, grazie al potere dell’immaginazione e a una conoscenza per nulla affatto scontata della storia, quella che troviamo è una disamina sistematica e profonda della psicologia che portò quello che fu, pur fra tante contraddizioni, un impero multietnico e plurireligioso, a programmare e eseguire la cancellazione di una delle sue anime, quella armena.

Come scrive lo storico Taner Akçam, fra i primi accademici turchi a riconoscere e studiare il genocidio armeno: «Già solo dallo stile narrativo è evidente come Ahmet Altan abbia letto con grande attenzione le memorie dei sopravvissuti al genocidio. Il processo viene descritto come una tragedia profondamente umana. Non credo che il genocidio sia mai stato affrontato in questo modo nella letteratura turca. Questo è il primo romanzo che ho letto che descrive il 1915 esattamente com’è stato».

Parte conclusiva del suo Quartetto ottomano che include i romanzi Come la ferita di una spada, Amore nei giorni della rivolta e La lettera e il pianoforte, che le edizioni e/o hanno avuto il merito di portare per intero in italiano prima che in altre lingue, Ti cerco, amata è un libro che merita di incontrare molti lettori. Grazie all’ottima traduzione di Nicola Verderame, capace di renderlo in una prosa tersa e impeccabile, possiamo addentrarci nel grande affresco di un’epoca e nei meandri psicologici – e qui affiora tutta l’intelligenza dell’intellettuale – di chi, da un lato, pianificò il genocidio, ma anche e soprattutto di chi, per interesse o ideologia, volle chiudere gli occhi, oltre ai pochi che cercarono di opporvisi.

«La storia è una lanterna: a seconda di dove la dirigi, illumina una certa parte e lascia al buio il resto. […] E chi tiene la lanterna decide cosa illuminare,» vi leggiamo. E ancora, trattandosi di un romanzo a cornice, in cui Osman, un cittadino della Turchia di oggi, dialoga con i suoi antenati morti che gli fanno visita, in un passaggio rivelatorio: «Solo lui riusciva liberamente a muoversi entro i confini della morte e del tempo […] Anche la letteratura può farlo». Nel romanzo, oltre a personaggi di invenzione che vivono una loro vita a tutto tondo capace di illuminare tanti temi, dalla spiritualità all’amore fino alla follia, troviamo anche figure storiche ben note a chi abbia studiato il genocidio armeno.

Dopo una breve apparizione del compositore Komitas Vardapet, una delle sue vittime più note, ampio spazio viene riservato al ritratto di una delle figure più affascinanti del Novecento tedesco: lo scrittore Armin T. Wegner, onorato tanto dallo Yad Vashem – ebbe il coraggio di sfidare Hitler in persona per opporsi alla Shoah –, che a Tsitsernakaberd a Yerevan, nel monumento che ricorda il genocidio, dove grazie a Pietro Kuciukian, Console onorario armeno a Milano, e al figlio dello scrittore Michael si trovano oggi le sue ceneri. A lui, Gabriele Nissim ha dedicato una bella biografia in italiano edita da Mondadori.

Grazie a Wegner e alle sue fotografie, che giocano un ruolo di primo piano nel romanzo e, soprattutto, nella storia del riconoscimento internazionale di questo genocidio a lungo dimenticato, nel libro si affronta anche il tema della responsabilità e della complicità tedesca in questo sterminio. Ancor più interessante è il ritratto dell’architetto del genocidio, Talat Pascià – perché la parte più difficile, quando la letteratura affronta la storia, è sempre capire se si è in grado di mantenere lo sguardo fisso sul male. E Ahmet Altan, forse anche in ragione del suo vissuto, avendo fra l’altro scontato anni di carcere a causa del suo coraggio e del suo impegno, non fallisce.

Ma il libro è anche una toccante storia d’amore fra Efronya, capo infermiera armena all’ospedale tedesco di Istanbul, e l’ufficiale dell’esercito turco Ragıp, un eroe di guerra capace di rimettersi in discussione e rischiare in nome di un affetto profondo. Di grande intelligenza la scelta, tramite lui, di sovrapporre il racconto del genocidio armeno, seguito in tutte le sue fasi, dagli arresti del 24 aprile 1915 fino alla deportazione in Siria, alla battaglia di Gallipoli ad esso contemporanea, celebrata ancora oggi come una grande vittoria degli ottomani sugli inglesi. Mentre, pur fra tante battute d’arresto e un perdurante negazionismo da parte del regime turco, sembra avvenire un lento riavvicinamento fra l’Armenia e la Turchia, Altan, come già prima di lui il regista turco-tedesco Fatih Akin (ricordiamo il film Il padre, di grande valore), ha compiuto un passo importante verso la riconciliazione. Un’opera, ne siamo certi, che resterà nella storia.

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