Artsakh cancellato dall’Azerbaigian anche dai memoriali dei caduti. Nuove denunce sulla distruzione del patrimonio armeno (Korazym 14.10.26)

La distruzione del patrimonio armeno nel territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh occupato dalle forze armate dell’Azerbaigian torna al centro di una segnalazione diffusa da 301.am, che riferisce di ulteriori memoriali dei caduti scomparsi nei territori sotto controllo azero. Il Garante del Patrimonio Culturale dell’Artsakh, Hovik Avanesov, presenta questi casi come parte di una campagna sistematica di cancellazione della memoria storica armena, richiamando confronti tra immagini satellitari e chiedendo indagini indipendenti e responsabilità internazionali.

È un aggiornamento che si inserisce nella copertura di questo Blog dell’Editore sulla distruzione di chiese, monumenti e testimonianze della presenza armena.

Una nuova segnalazione non significa che tutte le demolizioni siano appena avvenute. Per il villaggio di Shosh, la fonte indica un intervallo compreso tra il 19 aprile 2024 e il 12 luglio 2025. Per gli altri casi riportati non fornisce analoghi intervalli di datazione.

I memoriali di Shosh Astghashen e Aygestan

Secondo quanto riferisce 301.am sulla base della documentazione presentata da Avanesov, a Shosh, nel distretto di Askeran della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, sono stati distrutti due memoriali: uno dedicato ai veterani della Seconda Guerra Mondiale e l’altro ad Arkam Harutyunyan, combattente nella guerra in Artsakh, insignito della Croce di Combattimento di Prima Classe della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh [1].

Ad Astghashen vengono segnalate la demolizione di un memoriale del 2012 dedicato ai soldati caduti dell’Artsakh e quella di un monumento della Seconda Guerra Mondiale risalente agli anni Settanta. Ad Aygestan, la denuncia riguarda un khachkar, la tradizionale croce di pietra armena, dedicato ai combattenti dell’Artsakh e un memoriale della Seconda Guerra Mondiale.

Il dato che emerge dalla segnalazione è che la distruzione investirebbe anche luoghi di memoria legati alla partecipazione armena alla guerra contro il nazismo. Si tratta di testimonianze che custodivano nomi, lutti e riconoscimenti delle comunità locali, accanto ai ricordi delle successive guerre dell’Artsakh.

Arkam e Arminé una famiglia dietro il monumento

Le fonti del 2015 permettono di restituire un nome e una storia al monumento nella fotografia pubblicato da 301.am, che mostra fiori deposti alla sua base: una testimonianza concreta del rapporto con quel luogo, precedente di molti anni alla denuncia della sua distruzione.

Il 15 gennaio 2015 Aparaj.am pubblicò un articolo nel giorno in cui Arkam avrebbe compiuto 47 anni (a seguire riportiamo il testo integrale nella traduzione italiana). Familiari, parenti e amici si erano riuniti davanti al monumento nel villaggio natale; parteciparono anche giovani della Federazione Rivoluzionaria Armena dell’Artsakh [2].

L’articolo di Aparaj.am ricorda la decorazione postuma con la Croce di Combattimento di Prima Classe e descrive il memoriale come una presenza nel villaggio attraverso la quale trasmettere alle generazioni successive la memoria del caduto.

La vicenda familiare emerge dal racconto di Herminé Avakian, pubblicato originariamente su Aparaj.am e ripreso da DiarioArmenia.org il 3 febbraio 2015 (a seguire riportiamo il testo integrale nella traduzione italiana).

Arminé guarda le fotografie delle nozze celebrate a Shosh il 24 e 25 ottobre 1992. Arkam, chiamato Ako di Shosh, aveva esitato a festeggiare mentre morivano i suoi compagni. Il secondo giorno accettò la musica; indossava l’uniforme e una rosa bianca sul petto. Al matrimonio partecipò anche la Baronessa Carolyn Cox, che durante gli anni della guerra dell’Artsakh aveva dimostrato la sua benevolenza e il suo sostegno alla popolazione combattente

L’8 marzo 1994 Arkam morì per l’esplosione di una mina durante i combattimenti a Fizuli. Il figlio Sergei aveva sette mesi. Crescendo, conobbe il padre attraverso i racconti della madre, dei parenti e dei commilitoni. Arminé affiancò alla cura del figlio l’impegno nell’associazione assistenziale armena HOM [3], alla cui sezione dell’Artsakh aderì nel 2011, diventandone presidente nel 2013.

Questa storia rende concreto ciò che rischia di restare un’affermazione generale sul valore della memoria. Il monumento era un luogo nel quale una famiglia e una comunità potevano ritrovarsi attorno a una persona perduta. La riunione documentata da Aparaj.org e i fiori visibili nella fotografia mostrano come la commemorazione continuasse oltre la guerra. La demolizione denunciata oggi colpisce anche questo spazio di relazione tra chi era morto e chi ne custodiva il ricordo.

Shushi e gli altri luoghi della memoria

A Shushi, secondo il resoconto di 301.am, è stato demolito un memoriale dedicato alle vittime del Genocidio Armeno, della Seconda Guerra Mondiale e della guerra dell’Artsakh. La stessa fonte riferisce che l’area viene trasformata con la realizzazione di un museo azero, una moschea e una piazza pubblica. Segnala inoltre la distruzione dei busti di Nelson Stepanyan e Ivan Tevosyan, figure armene della storia sovietica.

La denuncia elenca ulteriori perdite a Berdzor, Stepanakert, Askeran e Hadrut, comprese opere dedicate a Hovhannes Baghramyan, Hovhannes Isakov e Armenak Khanperyants.

Avanesov avverte che gli episodi documentati rappresentano soltanto una parte delle distruzioni e chiede che proseguano il monitoraggio satellitare, le indagini indipendenti e le iniziative per accertare le responsabilità. Richiama anche l’articolo 243.4 del Codice Penale della Federazione Russa in relazione alla tutela dei memoriali della Seconda Guerra Mondiale.

Un aggiornamento alla nostra copertura

Già il 30 agosto, nell’articolo Artsakh cancellato dalle pietre, ma non dalla storia, avevamo collegato la perdita del patrimonio culturale alla condizione degli Armeni sfollati e al loro diritto al ritorno. La distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio di Stepanakert comportava anche la perdita di opere d’arte sacra concepite per quel luogo. Ora la denuncia sui memoriali estende l’attenzione ai segni materiali attraverso i quali le comunità ricordavano i propri caduti.

Il quadro generale dispone anche di riscontri indipendenti. Caucasus Heritage Watch, nella rilevazione pubblicata il 4 maggio 2026, ha documentato con immagini satellitari la distruzione del memoriale del Genocidio Armeno e di un complesso commemorativo associato a Stepanakert tra il 14 luglio 2025 e il 25 aprile 2026. Lo stesso aggiornamento ha confermato la demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio tra il 3 marzo e il 2 aprile 2026 e presentato immagini di monitoraggio relative alla distruzione della chiesa di San Giacomo.

La memoria delle comunità e il diritto al ritorno

Un memoriale dei caduti è anche un luogo in cui una comunità riconosce la propria storia. Vi si depongono fiori, si ricordano i familiari, si trasmettono ai più giovani nomi ed esperienze. Quando gli abitanti sono costretti ad abbandonare la propria terra e questi luoghi vengono demoliti, si perde una parte del legame visibile tra la popolazione e il territorio.

La tutela del patrimonio riguarda quindi anche le condizioni di un eventuale ritorno. Tornare significa poter ritrovare i luoghi della propria vita, i cimiteri e le testimonianze della propria storia. La distruzione di queste tracce rende più difficile ricostruire quel rapporto, anche qualora si aprissero possibilità politiche e garanzie di sicurezza.

La denuncia di Avanesov richiede verifiche puntuali e una risposta sul piano della tutela. Il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian deve affrontare anche il destino di ciò che resta della presenza armena nell’Artsakh. Documentare le demolizioni, preservare i siti superstiti e accertare le responsabilità sono esigenze che riguardano le persone sfollate e un patrimonio che appartiene anche alla storia dell’umanità.

«La dignità è molto difficile da ottenere e molto facile da perdere. L’Artsakh non è solo per l’Artsakh. L’Artsakh è per il mondo intero. Credimi, non c’è altra opzione. Se non c’è l’Artsakh, non ci sarà il mondo armeno» (Ruben Vardanyan nel maggio 2023. Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh tra il novembre 2022 e il febbraio 2023. Arrestato il 27 settembre 2023 dai servizi di sicurezza azeri al posto di blocco illegale dell’Azerbaigian sul Ponte Hakari, al confine con l’Armenio, il 17 febbraio 2026 è stato condannato da una corte militare di Baku a 20 anni di carcere).

Arkam Harutyunyan avrebbe compiuto oggi 47 anni
Aparaj.am, 15 gennaio 2015

Arkam Harutyunyan o Ako di Shosh, come lo chiamavano i suoi commilitoni, avrebbe compiuto oggi 47 anni.

 

In questa occasione, la famiglia, i parenti e gli amici dell’eroe si sono riuniti oggi nel suo villaggio natale di Shosh, vicino al monumento che ne immortala la memoria (prima foto sopra). Anche gli amici dell’Unione del Bicentenario dell’ARF Artsakh [2] sono venuti a rendergli omaggio (seconda foto sopra).

Pioniere del movimento e della guerra in Artsakh, Arkam Harutyunyan, membro dell’ARF, formò nel 1990 il distaccamento partigiano (poi diventato compagnia) del villaggio di Shosh, nella regione di Askeran. Nel 1991-92 fu comandante in capo dei distaccamenti congiunti di volontari dei villaggi della gola di Shosh (Karintak, Mkhitarashen, Avetaranots, Gomel, Verin Sznek, Nerkin Sznek, Karmirgyugh).

Dal 1988 al 1994, ha partecipato alle battaglie di autodifesa dei villaggi della gola di Shosh, nonché alle battaglie di liberazione di Krkzhan, Shushi e Fizuli.

Gli fu conferita postuma la Croce di Combattimento di Prima Classe della Repubblica di Artsakh. Il suo busto in pietra (scultore: Yu. Hovhannisyan) è collocato nel suo villaggio natale di Shosh, a ricordo della costante presenza dell’eroe nel villaggio e per tramandare alle generazioni future la sua impresa e il segreto dell’immortalità.

Anche la donna armena è una combattente nel Karabakh
Memorie di una combattente
DiarioArmenia.org, 3 febbraio 2015

Lo scrittore Herminé Avakian ha recentemente pubblicato sul giornale di ARF Dashnaktsutyun, Aparaj di Stepanakert [2], una commovente storia vera di donne che hanno sostenuto le loro famiglie e combattuto al fianco dei loro mariti per la liberazione del Nagorno-Karabakh (Nota del traduttore).

Arminé [3] apre il vecchio album di famiglia e i suoi occhi si soffermano sulla fotografia del matrimonio. La nostalgia offusca l’immagine; la nostalgia la spinge a sorridere… nella foto, Arminé è diversa; o meglio, i suoi occhi sono diversi, perché sono pieni di quella scintilla inspiegabile che possiedono le donne felici… guerra e felicità.

Arminé ricorda i giorni del suo matrimonio; festeggiarono per due giorni e due notti durante la guerra. Il 24 e 25 ottobre 1992, nel villaggio di Shosh, nella regione di Askeran, sebbene non ci fossero zurna e dhol, il matrimonio di Arkam e Arminé fu un evento gioioso. Arkam (Ako) era contrario alla musica e al canto durante la celebrazione. “Ogni giorno perdiamo compagni; queste sono battaglie terribili; madri che perdono i loro figli; Bekor non c’è più… come posso sposarmi se lui non è qui!”, continuava a ripetere. Tuttavia, un pensiero nascosto lo tormentava: “Domani potrei non esserci più… nessuno conosce il proprio destino… Almeno devo lasciare un erede”.

Il primo giorno di festeggiamenti trascorse senza canti né balli, ma il secondo i suoi compagni insistettero e Arkam, in qualche modo, acconsentì ad accendere il giradischi. Arminé si ferma un attimo e ripensa al video del matrimonio. Lo estrae dalla custodia e lo inserisce. I soldati ballano al ritmo di canti nazionali, nonostante la guerra. Tra loro ci sono volti familiari; molti non ci sono più. Lo sposo, Arkam, indossa la sua uniforme militare con una rosa bianca sul petto. Il soldato, ovunque e in ogni momento, è un soldato. Arminé ricorda le parole di Arkam: “Non mi toglierò l’uniforme militare né deporrò le armi finché l’Artsakh non sarà liberato”.

Tra i presenti al matrimonio c’era la Baronessa Carolyn Cox, che durante gli anni della guerra dell’Artsakh aveva dimostrato la sua benevolenza e il suo sostegno alla popolazione combattente. In ogni brindisi sono stati espressi auguri di felicità; in ognuno è stato menzionato il sacro sogno della liberazione dell’Artsakh.

Arminé racconta la biografia del marito con un orgoglio celato; per quanto si sforzi, non riesce a nasconderlo. I suoi occhi tradiscono la sua ammirazione. E dovremmo davvero essere orgogliosi degli eroi, perché non nascono tutti i giorni. Emergono per l’imperativo del tempo e della storia; vivono secondo il credo della Patria; loro stessi, inconsapevoli, stanno creando una storia gloriosa che sarà fonte di orgoglio per i posteri.

I suoi compagni chiamavano Arkam Harutyunyan spesso Ako di Shosh, in riferimento alla sua città natale. Quel nome racchiude tutta la sua vita di lotta. Ako di Shosh fu uno dei primi che, alla vigilia del movimento per l’Artsakh, comprese la necessità di armarsi per resistere; solo in questo modo, e attraverso l’unità, sarebbe stato possibile raggiungere la tanto agognata libertà. Ako fu uno dei primi ad arruolarsi per la difesa dell’Artsakh.

Comprendeva la gravità del problema della prigionia; perciò, intraprese questo compito pericoloso. Ako organizzò e fondò una brigata unita di patrioti provenienti da vari villaggi, chiamandola Brigata Shosh. Essi parteciparono alle battaglie di Togh, Sarushen, Karintak, Malibeili, Joyalou, Horadis, Kupatlu, Chabrail, Agdam, Martakert, del Passo Omar, Fizuli, Shushi, Chanhasan, Krkchan, Askeran e molte altre.

 

La brigata si distinse brillantemente nella liberazione di Shushi, attirando l’attenzione per la sua organizzazione, abilità e coraggio. La brigata di Ako si fece notare anche durante la liberazione di Berdzor e Kashatagh. Egli si fece strada gradualmente nella lotta, che rappresenta uno dei capitoli eroici dell’Artsakh.

Testimoni oculari raccontano di come evitasse telecamere e fotografie: “Non provate a fotografarmi; non voglio, e basta”, diceva… e chi avrebbe potuto disobbedire al suo ordine! È sorprendente come tutti i veri eroi siano coloro che rifuggono i riflettori, coloro che non amano le lodi e la pubblicità… coloro i cui nomi sono già scolpiti nella storia.

Nel 1992, Arkam Harutyunyan era il primo ufficiale del comandante Pegor Ashot. Si completavano a vicenda alla perfezione. La loro alleanza era di per sé un trionfo… i loro commilitoni raccontano che in un’occasione Ako disse: “Non ho paura dei proiettili dei Turchi; possono spararmi alle spalle o posso morire per l’esplosione di una mina”. E così fu. L’8 marzo 1994 fu un giorno di tragiche notizie per tutto l’Artsakh. Durante la difesa di Fizuli, Ako cadde vittima dell’esplosione di una mina; o meglio, divenne immortale, poiché gli eroi non cadono, semplicemente diventano immortali. I 26 anni di Ako non svaniranno mai.

Ako era un membro della Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF-Dashnaktsutyun) [2]. In ogni suo passo, rimase fedele all’ideale condiviso, che non era altro che la dedizione alla Patria. Postumo, per i suoi servizi all’Armenia, Arkam Harutyunyan fu insignito della Croce di Combattimento di Prima Classe e di Medaglie per la liberazione di Shushi.

 

Un monumento è stato eretto in suo onore nella sua città natale di Shosh, dove riposano le spoglie dell’eroe (foto sopra, di Aparaj.am). Arkadi Karapetian, compagno d’armi di Ako, disse una volta: “Ako è uno dei pilastri della nostra nazione. Non trovo le parole per descriverlo; dirò solo che non era solo un compagno d’armi, un soldato e un generale, ma anche un leader politico… Ako si sacrificava ogni giorno”. Desiderava ardentemente un figlio, e l’Onnipotente esaudì il suo desiderio. Arminé gli diede un figlio, che chiamarono Sergei, come suo nonno. Il bambino aveva solo sette mesi quando fu privato del padre, che non poté mai godere della gioia che aveva sognato.

Naturalmente, oggi Sergei non ricorda suo padre. Vive nutrendosi dei ricordi di sua madre, dei suoi parenti e dei commilitoni di suo padre; e questi ricordi sono così numerosi e così ricchi da aver creato un’immagine autentica, sincera, coraggiosa e devota di suo padre.

Arminé, come una virtuosa donna armena, nonostante la sua solitudine, ha cresciuto suo figlio con onore, affinché facesse parte di una generazione degna di suo padre Ako e di coloro che lo hanno conosciuto, e affinché comprendesse che tutti gli armeni devono essere soldati, poiché per gli armeni le guerre non finiscono mai… Nel 2011, Arminé si è unita alla sezione dell’Artsakh di HOM [4]. “La donna armena è una soldatessa a modo suo”, diceva Arminé, seguendo sempre con simpatia le attività filantropiche e caritatevoli di HOM. “Non è stato un caso che abbia deciso di diventarne membro”.

Nel 2013, Arminé è stata eletta presidente della sezione dell’Artsakh di HOM e, come lei stessa afferma, questo è stato il suo più grande incarico: “Con il popolo, per il popolo, è il motto di HOM. E con questo motto, da oltre un secolo l’istituzione svolge un compito importante in patria e nella diaspora, fungendo da forte collegamento tra noi e il mondo esterno”.

Arminé apparecchia la tavola. «Chiunque entri in questa casa non se ne va senza aver mangiato. Questa è la regola di casa nostra». Sorrido e, allo stesso tempo, osservo i suoi gesti attenti. Per quanto sincere siano le sue parole, tanta forza ed entusiasmo risiedono in questa donna riservata ma risoluta; in questa donna raffinata ma al tempo stesso forte e determinata.

La guerra le rubò la felicità, ma non riuscì a spezzare il suo spirito combattivo. Trovò in sé la forza di trionfare sul dolore; trovò l’energia per rimanere salda, per camminare su quella terra liberata dal sangue di suo marito, Ako, e di tanti altri come lui. Trovò conforto in Sergei, suo figlio. In ogni suo movimento, in ogni sua parola, in ogni suo gesto, si ricongiunge al marito, Ako.

«La notte di Capodanno, le donne hanno visitato diverse basi militari in Artsakh. Abbiamo appreso qualcosa sulla loro vita quotidiana e abbiamo portato loro dei piccoli doni. Oggi dico loro che il nostro compito più importante dovrebbe essere quello di assicurarci che tutti preghino prima di andare a dormire per i soldati che presidiano il confine; che preghino come se stessero pregando per i propri figli. Che Dio dia forza alle loro braccia».

[1] L’Ordine della Croce di Combattimento di Prima Classe è stata una delle più importanti onorificenze militari statali della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, strettamente speculare all’omonimo Ordine della Croce di Combattimento dell’Armenia, istituito nei primi anni Novanta.

[2] La Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF Dashnaktsutyun) è un partito politico nazionalista socialdemocratico fondato nel 1890.
Il partito è stato una forza politica attiva e di primo piano nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e nella lotta per la sua autodeterminazione fin dai movimenti della fine degli anni Ottanta e durante le guerre del Nagorno-Karabakh.
Il partito sostiene storicamente il concetto di Armenia Unita o Grande Armenia, che include il riconoscimento e l’autonomia o l’unificazione di territori come l’Artsakh/Nagorno-Karabakh, l’Armenia occidentale, il Nakhichevan e il Javakheti.

Dopo l’offensiva militare dell’Azerbaigian del settembre 2023, il disarmo delle istituzioni e l’occupazione di tutto il territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, e il conseguente esodo forzato della popolazione armena, l’attività della sezione locale in Artsakh è cessata sul campo, mentre il partito continua a operare in Armenia, in Libano e nella diaspora armena

Aparaj era il giornale ufficiale del Comitato Centrale del partito Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF Dashnaktsutyun) nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. La sua sede storica e redazione si trovava nella capitale Stepanakert.

[3] Il nome armeno Arminé, una forma femminile del nome Armen, è uno dei nomi femminili più diffusi e tradizionali in Armenia. Il suo legame con quest’ultimo richiama l’Armenia e l’identità del popolo armeno, conferendogli un significato culturale di appartenenza alle proprie radici. Espressioni come «donna armena» o «appartenente al popolo armeno» possono descriverne il valore simbolico, ma non costituiscono traduzioni letterali del nome. È un nome classico che ha vissuto un picco di enorme popolarità in Armenia e nella diaspora armena soprattutto nel corso del XX secolo.

[4] HOM, acronimo di Hay Oknutean Miutean (Associazione di Soccorso Armeno), nota a livello internazionale come Armenian Relief Society – ARS, è la più antica organizzazione umanitaria e assistenziale composta interamente da donne armene, fondata a New York nel 1910. Nata inizialmente con il nome di Croce Rossa Armena per prestare soccorso ai profughi e ai sopravvissuti del Genocidio Armeno, la HOM è oggi una ONG indipendente, ramificata in 27 Paesi del mondo, con status consultivo presso l’ECOSOC delle Nazioni Unite.

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