Il nuovo scenario geopolitico nel conflitto del Nagorno Karabakh (cesi-italia.org 21.03.16)

Autoproclamatosi indipendente nel 1991 con la dissoluzione dell’URSS e la secessione dall’Azerbaijan, la Repubblica del Nagorno Karabakh (NKR), abitata in maggioranza da armeni (95%) ma racchiusa nei confini azeri, ha vissuto uno dei più sanguinosi conflitti del Caucaso, con 30.000 morti e circa un milione di profughi, senza che la Comunità Internazionale potesse agire in maniera incisiva a causa della contemporanea crisi delle guerre balcaniche.

Dopo più di un ventennio, lo scontro armeno-azero resta uno dei più spigolosi conflitti congelati dello spazio-post sovietico, costituendo una polveriera nel territorio del Caucaso Meridionale. Nonostante il cessate il fuoco stabilito dagli Accordi di Pace di Bishkek (Kirghizistan,1994) e la dichiarazione di intenti dei più recenti Principi di Madrid del 2007, vicendevoli attacchi si sono susseguiti a più riprese e addirittura si sono intensificati negli ultimi due anni. Dall’agosto del 2014, il conflitto si è esacerbato, allargandosi anche oltre la linea di confine e raggiungendo alcune zone limitrofe alla frontiera armeno-azera (provincia di Tavush). In questa escalation di violenza, la più grave che sia mai avvenuta dal 1994, sono cadute vittima sia militari che civili. Fino ad oggi, i negoziati portati avanti dal Gruppo di Minsk, organo istituito dall’OSCE nel 1992 e guidato dalla co-presidenza di Russia, Francia e Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere risultati significativi. Quello guidato dalla troika continua ad essere l’unico organo preposto a ruolo di mediatore nonostante ci siano stati tentativi, soprattutto da parte turca e azera, di aprire diversi negoziati in seno alla PACE (Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa per la Pace) e alle Nazioni Unite, accusando il Gruppo di Minsk di favoritismi nei confronti di Erevan.

Al di fuori delle trattative sostenute dal Gruppo di Minsk, i rappresentanti di Armenia e Azerbaijan si sono incontrati in più di 20 summit ma la ricerca del dialogo ha sempre ceduto di fronte alla mancanza di volontà di stabilizzare la regione del Nagorno Karabakh attraverso il raggiungimento di un compromesso. Inoltre, l’atteggiamento di Russia e Turchia si è rivelato essere di ostacolo. Entrambi con i propri interessi economici e strategici nell’area, Ankara e Mosca favoriscono più o meno direttamente alla condizione di stallo del conflitto, rendendo la piccola Repubblica una vera e propria pedina della loro partita sullo scacchiere caucasico.

A peggiorare la condizione della regione contribuiscono anche le politiche interne dei due Stati che hanno prodotto un’esasperazione dei rispettivi nazionalismi e una radicalizzazione delle rispettive opinioni pubbliche. Il conflitto del Nagorno Karabakh ha radici profonde nella storia di entrambi i Paesi. Per gli armeni, la guerra contro gli azeri è una lotta all’autodeterminazione del popolo armeno residente nella NKR, nonché una questione di identità storica, di giustizia verso l’ingegneria sociale sovietica che, nella figura di Stalin, decise per il cedimento del territorio a Baku. Con il proposito futuro di riunire l’Artshak (nome armeno del Nagorno Karabakh) all’Armenia, le Forze Armate di Erevan continuano ad occupare le sette province azere che circondano la regione per garantirne la sicurezza. Nell’ambito delle operazioni belliche anti-azere, tra il 1992 e il 1993, gli armeni sono riusciti ad assicurarsi delle zone cuscinetto prendendo il controllo dapprima del “corridoio di Lachin” ed in seguito dei territori di Kalbaijan, Kubartli, Jebrail, Zangelam, Agdam e Fuzuli, occupando il 20% del suolo azero.

Al contrario, l’area di Shahumian e una piccola parte della regione di Martuni e Mardakert, rivendicate dall’NKR, si trovano sotto il controllo del governo di Baku. Dal canto proprio, gli azeri vivono il conflitto come una guerra per la propria integrità territoriale e la propria identità nazionale, una lotta contro l’aggressione e l’occupazione armena. I negoziati tenutisi in questi anni sono costantemente stati frenati da problematiche di ordine giuridico inerenti allo status di queste province, poiché l’Armenia non accetta di abbandonare i territori occupati se prima non riceve garanzie per la sicurezza del Nagorno Karabakh, compreso il riconoscimento della sua indipendenza, punto sul quale Baku non è disposta a cedere. Giocando su queste rivendicazioni di matrice storica ed etnica si è contribuito a peggiorare la percezione dell’altro” e a mobilitare le masse per ottenere il sostegno alla guerra, alla propria “causa nazionale”. Tuttora continua la corsa agli armamenti che ha reso l’Armenia e l’Azerbaijan due dei Paesi più militarizzati al mondo.

Il 18 Febbraio del 2016, presso un seminario organizzato dall’OSCE a Vienna, il Ministro della Difesa armeno David Tonoyan ha dichiarato l’intenzione di iniziare una strategia militare basata sul concetto di “deterrenza” e non di escalation, con l’obbiettivo di ridurre il confronto armato diretto tra i due Paesi. Tale dichiarazione è giunta a poca distanza dalla ratifica di accordi militari con Mosca per un prestito di 200 milioni di dollari per l’acquisto di equipaggiamenti (sistemi di lancio missilistico multiplo e missili anticarro e antiaereo). L’Armenia ha speso circa 470 milioni di dollari per il suo apparato militare e ha continuato a firmare accordi con la Russia per unificare il sistema di difesa aerea.
Di contro, nel 2011, il governo azero della “dinastia” Aliyev ha speso 3 miliardi di dollari in armamenti, un numero superiore all’intero PIL armeno dello stesso anno. Oggi il bilancio è salito a 3,5 miliardi di dollari. Tutto ciò non fa altro che allontanare qualsiasi tentativo di riconciliazione e rende la ricerca di mediazione una pura retorica. La Repubblica del Nagorno Karabakh e le province che lo circondano appaiono come un ostaggio delle rivalità geopolitiche tra diversi paesi che nel mantenere uno stato del conflitto in perenne stallo, traggono maggiore vantaggio in termini di potere e controllo della regione. Basti pensare che la Russia, nonostante sia il principale mediatore del Gruppo di Minsk, fornisce di armi e sistemi di difesa il suo storico alleato armeno, ma allo stesso tempo porta avanti una cooperazione tecnico-militare con l’Azerbaijan per circa 4 miliardi di dollari. La politica adottata da Mosca è improntata a controllare il Caucaso meridionale, poiché da sempre considera quest’area come sotto la sua sfera d’influenza. Legata all’Armenia dai tempi dell’Unione Sovietica, Mosca non allenta la pressione su Erevan, convincendo la sua elite politica della necessità di ricevere protezione e aiuto da parte della Russia. L’Armenia, visto il complicato rapporto con i vicini, ha accettato la partnership strategica russa, determinando una dipendenza energetica ed economica da Mosca suggellata dall’ adesione all’Unione Economica Euroasiatica (2014), insieme alla Bielorussia e al Kazakistan.

La Russia possiede il 90% degli impianti e delle strutture di produzione energetica del Paese, cedute come pagamento di un debito di 95 milioni di dollari. Nel 2013 Erevan si è impegnata a trasferire il 20% delle azioni di ArmRosGazprom (società che regola la distribuzione di gas ed energia nel territorio nazionale) alla società russa Gazprom per coprire un ulteriore debito di 300 milioni di dollari, consegnando la gestione del gas nel Paese a Mosca. Il governo armeno ha anche concesso l’installazione di due basi militari russe nel proprio territorio, nella città di Erebuni (nord di Erevan) e a Gyumri (al confine con la Turchia) poiché la presenza russa è vissuta come garante della sicurezza territoriale, tema di grande sensibilità per gli armeni come per gli abitanti dell’NKR. Nell’ultimo periodo, la popolazione armena ha mostrato la sua insofferenza non solo per i circa 5.000 uomini russi schierati nel proprio territorio, ma anche per la forte dipendenza del Paese da Mosca. L’Armenia ha affrontato un aumento delle disuguaglianze ed una emergenza sociale legata alla povertà e alla disoccupazione giovanile. Come in tutte le ex repubbliche sovietiche, anche in Armenia il potere è concentrato nelle mani di una ristretta oligarchia che intreccia interessi economici e politica costituendo una elite privilegiata, quasi intoccabile. La decisione di aumentare per la terza volta in un anno la tassa sull’elettricità del 16% ha causato un ondata di proteste nell’estate del 2015 (Electric Yerevan) represse duramente dalla polizia. Il movimento di Electric Yerevan è stata una dimostrazione del malcontento popolare per le discutibili decisioni dell’esecutivo armeno in materia economica e sociale e ha messo in luce tutte le fragilità del sistema politico, compresa la corruzione al suo interno.

La Turchia, come Mosca, è protagonista principale nello scenario politico caucasico e non ha mai nascosto il suo interesse per la regione. Ankara ha sempre portato avanti una linea di difesa nei confronti di Baku alla quale è legata da numerosi interessi convergenti, da quelli economici e politici sino a quelli culturali ed etnici, tanto da parlare di “un popolo, due Stati”. Il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha ribadito alla Conferenza degli Otto Ambasciatori, tenutasi all’inizio di quest’anno presso l’Università di Gaziantep (Turchia, 10-16 Gennaio), l’importanza primaria per la dirigenza turca di trovare una soluzione al conflitto nel territorio della Repubblica del Nagorno Karabakh. Inoltre, Cavusoglu è tornato a parlare anche dei difficili rapporti turco-armeni, sottolineando che un possibile riavvicinamento, dopo la chiusura delle frontiere nel 1993, è subordinato all’abbandono dell’esercito armeno delle sette province azere intorno all’NKR. Le relazioni con un Paese ricco di giacimenti petroliferi come l’Azerbaijan, sono segnate da importanti accordi economici e commerciali. L’Azerbaijan degli Aliyev negli ultimi anni ha subito una forte crescita economica grazie ai proventi dell’esportazione di greggio e gas, acquisendo appetibilità per i Paesi europei in cerca di un alternativa energetica alla Russia. Nel 2006 è entrato in attività l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) che collega l’Azerbaijan, la Georgia e la Turchia, portando il petrolio dei giacimenti azeri dal Mar Caspio fino al Mediterraneo. L’Europa si assicura il rifornimento di petrolio di cui necessita riducendo i disagi derivanti dai difficili rapporti tra Mosca e Kiev, purtroppo spesso soprassedendo sulle accuse di violazione dei diritti umani rivolte al governo di Ilham Alyiev dalle opposizioni azere.

In conclusione, la Repubblica del Nagorno Karabakh continua la sua esistenza senza essere riconosciuta da nessun Paese nel mondo, tantomeno dall’Armenia. E’ difficile pensare ad una risoluzione definitiva in breve tempo. La recente crisi del prezzo del petrolio ha messo in luce tutte le difficoltà strutturali dell’Azerbaijan, indebolendo l’asse turco-azera ed impedendo al governo di Baku di intraprendere azioni più incisive nella regione. Con l’intento di non essere coinvolta nelle ultime crisi diplomatiche tra Mosca ed Ankara, Baku continua a mantenere buoni rapporti con la Russia, temendo le stesse sanzioni poste alla Turchia dopo l’abbattimento del caccia su-24 in Siria. In quanto suo primario partner commerciale, l’Azerbaijan non vuole rischiare di prendere posizioni che possano aggravare la sua economia, senza tralasciale il peso delle rimesse azere dei lavoratori in Russia.

Come negli anni novanta, la risoluzione al conflitto armeno-azero è messa nuovamente in secondo piano dai conflitti in Medio Oriente. Possibili cambiamenti a livello politico nei rispettivi Paesi potrebbero mutare gli atteggiamenti nazionali nei confronti del conflitto, alimentato in gran parte dai rispettivi governi. Un profondo cambiamento del sistema di potere oligarchico armeno o la caduta della gestione familistica della politica di Baku aumenterebbero le possibilità di raggiungere un compromesso che ponga fine al conflitto “congelato”. Un ulteriore recessione economica dell’Azerbaijan farebbe cadere un intero sistema che ha resistito fino ad adesso grazie alle sue risorse energetiche e agli affari dietro di esse. Di contro, l’aria di malcontento popolare a Erevan non è recente (dimostrazioni contro il risultato delle elezioni presidenziali del 2008, campagna di protesta “Voch” contro le modifiche costituzionali del 2015) e non si escludono nuovi ed importanti sviluppi. Ad oggi, è molto più plausibile la continuazione di una politica volta al mantenimento dello status quo, poiché un ulteriore escalation della violenza porterebbe ad un disastro degli equilibri geopolitici dell’area.

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