La strada di Smirne di Antonia Arslan. Per non dimenticare il genocidio armeno (Imolaoggi.it 08.11.16)

Dopo il successo de ‘La masseria delle allodole’ la scrittrice di origine armena, Antonia Arslan, ci regala altre pagine piene piene di dolore con ‘La strada di Smirne’ (Rizzoli). L’autrice narra in questa saga gli eventi umani della sua famiglia, che durante il I conflitto mondiale subì le violenze da parte dei militari turchi. Nei suoi romanzi la microstoria si intreccia alla Storia con la maiuscola e al milione e mezzo di armeni trucidati dal nuovo governo controllato dal partito nazionalista di Mustafà Kemal.

Quello armeno è considerato il primo genocidio del XX secolo, poiché come afferma il Diritto Internazionale vengono riscontrate tre circostanze correlate: elemento materiale (uno o più atti criminali), elemento morale (intenzione di distruggere una parte o tutto un gruppo in quanto tale), destinatario particolare (un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso). In questa definizione si mette in evidenza non tanto la volontà omicida in sé, quanto quella di eliminare una cultura diversa. Il primo romanzo ha avuto una eco notevole, tradotto in numerose lingue ed in quella lingua universale che è il cinema, con un film bello e coraggioso diretto dai fratelli Taviani.

Il secondo ‘La strada di Smirne’, seguito de La masseria delle allodole’, si apre con la fuga dalla Turchia di Shushanig (moglie del fratello del nonno dell’autrice), con le sue tre figlie e il piccolo Nubar, salvatosi perché travestito da bambina. Mentre i piccoli sbarcano in Italia cercando di adattarsi ad una nuova vita, ad Aleppo in Siria, rimane Ismene la lamentatrice greca che tanto li ha amati, e che, continua a prendersi cura degli orfani armeni provando a dare corpo all’illusione di salvare altre vite. Intanto le sorti del conflitto volgono a sfavore dei turchi e per tre anni greci e armeni trovano pace a Smirne, città spensierata e tollerante, la seconda dell’Impero, dove gli armeni sognano di fondare il loro Stato sovrano. Purtroppo i sogni non sempre diventano realtà e le speranze bruceranno nell’incendio della città, durante l’entrata dell’esercito turco.

L’autrice, come appare dal prologo del primo romanzo, è fortemente legata alle radici e alla figura del nonno, venuto in Italia a studiare anni prima della tragedia, sente il dovere di scrivere, testimoniare il dolore di un popolo che vive l’angoscia, il tormento della Patria perduta, la diaspora e l’esilio. A lei va il merito di averci commosso, dandoci uno spaccato di realtà sul popolo armeno, della sua religiosità, della sua sofferenza, aumentata a dismisura dal beffardo negazionismo del governo turco.

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