Antonia Arslan: «Quella storia di famiglia che cambiò la mia vita. Un consiglio chi vuol fare lo scrittore? Essere metodici» (Il Gazzettino 17.02.26)

Da docente di Letteratura italiana all’Università di Padova a scrittrice, passando per l’esperienza di traduttrice. Volendo sintetizzare in una riga chi è Antonia Arslan, si potrebbe dire questo. Ma, in realtà, Antonia Arslan è soprattutto una donna curiosa, energica e capace di cogliere insegnamento da tutti gli accadimenti della vita.
Nota al grande pubblico per il romanzo “La masseria delle allodole”, pubblicato da Rizzoli nel 2004, Arslan è nata a Padova nel 1938. La scrittrice ricorda che, bambina, camminava spesso per le vie del centro insieme al nonno paterno, che le raccontava la storia dei luoghi e della città. Un giorno le disse, agitando il bastone e indicando i palazzi di una via del centro storico: «Questa, ricordati, è la tua città. Devi amarla». Ma l’Antonia bambina preferiva la casa in provincia di Belluno, dove vivevano gli altri nonni, un luogo che sentiva più libero e a contatto con la natura.

E oggi, che rapporto ha con Padova?
«Aveva ragione mio nonno. Ho imparato ad amare questa città. È meraviglioso andare in giro in bicicletta per le sue vie piene di glicini».

Lei ha scritto a lungo saggi e studi letterari. Come è arrivata alla scrittura narrativa?
«Aver studiato e lavorato a lungo sui romanzi dell’Ottocento mi ha aiutata molto. Ti restano in testa tante situazioni, tante possibilità narrative e, anche, il modo in cui i grandi scrittori hanno risolto nodi di trama o fatto avanzare una storia. Detto questo, io non avevo mai scritto romanzi prima. Non avevo il classico “romanzo nel cassetto”. Scrivevo poesie, testi molto brevi, in modo discontinuo e privato, che leggevo solo agli amici. La poesia è stata fondamentale per me perché mi ha permesso di scoprire una parte profonda di me che era rimasta silente: la dimensione della mia origine armena. Io sono italiana, scrivo in italiano, ho studiato letteratura italiana ma sentivo questo richiamo misterioso che si è concretizzato quando ho scoperto un grandissimo poeta armeno, Daniel Varujan. Alla fine degli anni Novanta ho tradotto, riga per riga, la sua ultima raccolta poetica, scritta poco prima della sua morte nel 1915. È stato un lavoro enorme, fatto con due giovani studenti. Un lavoro che mi ha ricongiunta alle mie origini».

Da lì nasce anche la sua narrativa?
«Sì. In quel momento ho capito anche la mia storia familiare. I racconti di mio nonno, la tragedia vissuta dalla nostra famiglia armena. Ho studiato, approfondito e così è nata la scrittura del mio primo romanzo, “La masseria delle allodole”».

Un romanzo che ha cambiato la sua vita?
«Enormemente. Insegnavo ormai da oltre 40 anni e sentivo di voler cambiare. Intanto avevo un agente letterario a Milano a cui avevo dato il manoscritto. Lo tenne sulla sua scrivania nove mesi senza nemmeno leggerlo. Poi, un’amica americana che insegnava letteratura italiana mi convinse a dare il manoscritto a un agente di sua fiducia. E, stupore, mi telefonò il giorno di Ferragosto dicendomi che era bellissimo e che potevo scegliere qualsiasi casa editrice. Quando “La masseria delle allodole” uscì nel 2004 fu ristampata otto volte in tre mesi. Fu una sorpresa assoluta».

Ha dei riti quando scrive, delle consuetudini?
«Sì, ma solo quando inizio un libro. Allora mi costringo alla metodicità. Scrivo tutti i giorni, due o tre pagine al massimo, dalle cinque del pomeriggio fino all’ora di cena. Non di più. La scrittura va nutrita con regolarità».

Che consiglio darebbe a chi si avvicina alla scrittura?
«Essere metodici. Stabilire un tempo fisso, anche breve, ma regolare. Anche solo un’ora dopo cena o il fine settimana. E ricordarsi che non si scrive solo per sé stessi. Si scrive per un lettore. Le storie servono agli esseri umani. L’autobiografia pura, lo sfogo, non bastano. Bisogna costruire storie».

Lei è presidente della giuria del premio letterario Civitas Vitae – rendere la longevità risorsa di coesione sociale. Come deve essere un racconto perché sia considerato un buon lavoro?
«Il rispetto delle regole è importante. Lunghezza, tema, consegne. Se non rispetti le regole, sei fuori. Poi, ogni anno, con la giuria premiamo i testi che sono pubblicabili. Nei concorsi che seguo spesso emergono racconti molto belli. In questo, per esempio, è bello vedere come il rapporto tra nonni e nipoti permette di raccontare un mondo che cambia, visto dagli occhi dei più giovani perché sono spesso i nipoti a scrivere il racconto. Quest’anno gli elaborati che riceveremo, entro il primo marzo, dovranno rispondere al tema: Le invenzioni degli ultimi 70 anni che ci hanno cambiato, in meglio o magari in peggio la vita. Sono molto curiosa di leggerli»

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