Armenia. Arriva carburante dall’Azerbaijan: la pace che muove le merci (Notizie Geopolitiche 21.12.25)
di Giuseppe Gagliano –
La spedizione di carburante azero verso l’Armenia per via ferroviaria non è una notizia tecnica, né un episodio marginale. È un segnale politico forte, perché traduce in economia ciò che per decenni è rimasto confinato alle dichiarazioni diplomatiche. 22 vagoni cisterna, 1.210 tonnellate di benzina premium AI-95 prodotta da SOCAR, partiti il 18 dicembre e transitati dalla Georgia, raccontano una storia nuova nel Caucaso meridionale: quella di una pace che comincia a muovere merci, non solo parole.
Armenia e Azerbaigian arrivano da un passato segnato da guerre, frontiere chiuse e infrastrutture interrotte. Per questo l’elemento ferroviario conta più del volume della fornitura. Il ripristino di un collegamento sospeso per anni è una scelta simbolica e pratica insieme: la rotaia è il contrario del confine militarizzato, è continuità, prevedibilità, scambio. Non a caso entrambi i governi parlano di “benefici economici concreti della pace”.
Oggi l’Armenia importa oltre il 60 per cento del carburante dalla Russia. Inserire l’Azerbaigian tra i fornitori non significa solo diversificare le fonti, ma ridisegnare i margini di autonomia politica ed economica. In un contesto regionale instabile, la sicurezza energetica diventa uno strumento di sovranità. Per Baku, invece, l’operazione rafforza il ruolo di hub energetico regionale, capace di usare petrolio e infrastrutture come leve diplomatiche.
La spedizione è figlia diretta dell’incontro di Gabala tra il vice primo ministro azero Shahin Mustafayev e l’omologo armeno Mher Grigoryan. Ma si inserisce in una cornice più ampia, avviata dopo il vertice di Washington e il trattato di pace che ha aperto la strada al progetto della Trump Route for International Peace and Prosperity, il corridoio destinato a collegare l’Azerbaigian all’exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia. Qui la geografia diventa politica: strade, ferrovie ed energia sono gli strumenti con cui si ricostruisce un ordine regionale.
Il dialogo parallelo tra Armenia e Turchia, con al centro la possibile riapertura della ferrovia Kars-Gyumri, completa il quadro. Se queste linee torneranno operative, il Caucaso meridionale smetterà di essere una periferia bloccata e diventerà un nodo di transito tra Mar Nero, Mediterraneo e Asia centrale. Non è solo commercio: è geoeconomia, perché ridefinisce rotte, interessi e dipendenze.
Nessuno a Baku o a Erevan ignora quanto il processo resti fragile. Le delimitazioni di confine sono in corso, le diffidenze profonde non spariscono con un treno di benzina. Ma proprio per questo il valore dell’operazione è alto: la pace, quando funziona, si vede nei contratti, nei vagoni che attraversano confini un tempo chiusi, nelle infrastrutture che tornano a vivere. Nel Caucaso, oggi, la normalizzazione passa dalla ferrovia. E per una volta, il rumore non è quello delle armi, ma delle ruote sui binari.
