ARMENIA/ Il sacrificio silenzioso dell’Artsakh e l’incognita del corridoio di Zangezur (Il Sussidiario 31.12.25)

Gli armeni dell’Artsakh sono stati sacrificati: espulsi da un territorio dove non torneranno. Il fulcro geopolitico è il corridoio di Zangezur (2)

Ogni pace pone una domanda preliminare che troppo spesso viene elusa: pace per chi? Per gli Stati? Per i confini? Per i commerci? Per le rotte energetiche? O per le persone concrete, con un nome, una storia, una casa, una tomba da visitare?

4. Pace sì, ma per chi?

Nel 2025, nel caso dell’Armenia, la risposta è fin troppo chiara. La pace è stata costruita per gli Stati, non per le comunità. Per la stabilità delle mappe, non per la giustizia delle vite, e per rassicurare i mercati e le cancellerie, non per restituire dignità agli espulsi. Gli armeni dell’Artsakh non sono soggetti della pace: ne sono il costo. Un costo che si accetta perché ritenuto necessario, perché “non c’erano alternative”, perché “meglio questo che la guerra”.

È la logica tragica del sacrificio silenzioso: qualcuno deve pagare affinché altri possano dormire tranquilli. Ma quando questo “qualcuno” è sempre lo stesso – il più piccolo, il più isolato, il più scomodo – allora non siamo davanti a una fatalità, ma a un sistema.

La pace del 2025 non prevede il ritorno dei profughi armeni; non lo garantisce, non lo auspica, non lo immagina nemmeno. È come se la loro assenza fosse ormai data per acquisita. Come se il mondo avesse deciso che quei 120mila uomini non torneranno mai, e che va bene così. La pace, in questo schema, coincide con la rassegnazione. Ma una pace che si fonda sulla rassegnazione delle vittime non costruisce futuro, costruisce solo una tregua armata, un equilibrio instabile che insegna una lezione pericolosa: che chi usa la forza con sufficiente decisione, e resiste abbastanza a lungo alle critiche, alla fine verrà premiato con il riconoscimento internazionale.

La pace del 2025, così come è stata concepita, non spegne questo messaggio ma lo rafforza. Dice che la comunità internazionale è disposta a tollerare l’espulsione di un popolo purché avvenga rapidamente, senza immagini troppo disturbanti, senza una guerra lunga che obblighi a schierarsi. Dice che la sofferenza può essere archiviata se non intralcia l’ordine.

Per questo la domanda “pace sì, ma per chi?” non è retorica. È la chiave di lettura dell’intero anno. Ed è anche il punto in cui l’Armenia smette di essere un caso lontano e diventa uno specchio. Infatti ciò che oggi accettiamo per gli armeni, domani potrà essere accettato per altri. E allora scopriremo che la pace senza giustizia non è pace, è solo una pausa tra due violenze.

5. Il boccone che apre l’appetito

Nella storia dei conflitti, e ancor più nella storia degli imperi, esiste una costante che raramente viene smentita: una conquista riuscita non placa, ma incoraggia. Non è una legge morale, è una legge empirica. Valeva per gli imperi antichi, vale per quelli moderni, vale anche oggi, in forme meno dichiarate ma non meno efficaci. L’Artsakh è stato un boccone relativamente piccolo: una regione montuosa, isolata, priva di sponsor forti, abitata da una popolazione numericamente ridotta e politicamente fragile. Proprio per questo è diventato il banco di prova ideale. La sua eliminazione come realtà armena non ha provocato sanzioni, non ha prodotto rotture diplomatiche significative, non ha alterato in modo sostanziale i rapporti economici internazionali. È stata, dal punto di vista del potere, un’operazione a basso costo politico.

Questo dato è decisivo, perché quando un’azione di forza produce risultati concreti senza conseguenze proporzionate, essa non resta un episodio isolato. Diventa un precedente operativo, insegna che è possibile spostare confini, cancellare comunità, riscrivere la realtà sul terreno e poi ottenere, col tempo, una ratifica diplomatica. Non immediata, forse, ma sufficiente.

Nel 2025, la pace ha certificato proprio questo: che ciò che è stato fatto in Artsakh non verrà messo in discussione. Non verrà corretto, non verrà compensato, non verrà riequilibrato. Verrà accettato come nuova normalità. Ed è qui che il boccone apre l’appetito, non per una ragione ideologica, ma per una ragione razionale.

Chi osserva dall’esterno – e chi agisce dall’interno – trae conclusioni. Se un’azione riesce una volta, può riuscire ancora. Se il mondo ha accettato l’espulsione di 120mila persone senza reagire in modo significativo, perché dovrebbe reagire di fronte a pressioni più graduali, più frammentate, meno visibili? La forza non ha bisogno di essere brutale se può essere progressiva.

Questo non significa che esista un piano scritto, una tabella di marcia dichiarata. Le dinamiche storiche raramente funzionano così. Significa però che l’equilibrio di deterrenza morale si è indebolito, e quando ciò accade, la tentazione di andare oltre cresce. Non per hybris, ma per calcolo.

L’Armenia, in questo scenario, resta esposta. Non perché sia inevitabile una nuova aggressione, ma perché il messaggio trasmesso dal 2025 è che la sua sicurezza dipende più dalla convenienza altrui che da un principio condiviso. E questa è una condizione strutturalmente instabile.

6. Dove porta il corridoio di Zangezur?

Al centro delle trattative e delle tensioni del 2025 c’è un elemento che viene spesso presentato come tecnico, quasi neutro: il corridoio di Zangezur. In realtà, si tratta di uno dei nodi geopolitici più sensibili dell’intero Caucaso meridionale. Non per ciò che è oggi, ma per ciò che rappresenta. Il corridoio dovrebbe collegare l’Azerbaijan continentale con la sua exclave di Nakhchivan, attraversando il territorio armeno. Dal punto di vista delle mappe è una striscia di terra, dal punto di vista della strategia è una cerniera: collega il Mar Caspio all’Anatolia, l’Asia centrale al Mediterraneo, il mondo turcofono in un continuum territoriale che ha un valore simbolico e pratico insieme.

Per l’Armenia, questa striscia non è un dettaglio, ma una questione di sovranità. Accettare un corridoio sottratto al proprio controllo significherebbe intaccare l’integrità dello Stato. Non accettarlo significa esporsi a pressioni continue, politiche e militari. Il 2025 non ha risolto questo nodo: lo ha solo rinviato, lasciandolo in sospeso come fonte permanente di tensione.

Dal punto di vista azero-turco, il corridoio è l’elemento mancante di una visione più ampia. Non serve forzare le interpretazioni per capire che l’interesse non è solo logistico, è anche storico, culturale, identitario. Un collegamento stabile rafforzerebbe una direttrice di potere che va ben oltre l’Armenia, ridisegnando gli equilibri regionali a scapito non solo di Yerevan ma anche di altri attori, a cominciare dall’Iran.

Il fatto che il corridoio non sia stato definitivamente regolato nell’accordo di pace del 2025 è indicativo. Significa che la partita non è chiusa. Significa che la pace firmata è, in realtà, una tregua su questioni decisive; e le tregue, quando riguardano nodi strutturali, non sono mai neutre: tengono aperta la possibilità di nuove pressioni.

In questo contesto, l’Armenia appare come uno Stato chiamato a garantire stabilità senza ricevere garanzie equivalenti. Le si chiede di essere prevedibile, collaborativa, pacifica, mentre intorno a lei si consolidano assetti di forza che non dipendono dal diritto, ma dall’interesse. Non è una condizione eccezionale nella storia, ma è una condizione che richiede lucidità, non illusioni.

Il 2025, sotto questo profilo, non ha portato chiarezza, ha portato una pausa, e le pause, quando non sono accompagnate da un riequilibrio reale, servono soprattutto a chi ha già ottenuto molto.

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