ARMENIA/ L’errore di considerare il Caucaso una periferia della storia (e della memoria) (Il Sussidiario 01.01.26)

La cancellazione dell’Artsakh è il negazionismo turco che diventa politica. Al tempo stesso pone all’Armenia un problema di identità, oggi lacerata (3)

Per comprendere fino in fondo il significato della pace del 2025 nel Caucaso, è necessario allargare lo sguardo oltre i confini immediati dell’Armenia e dell’Azerbaijan. Non per cercare colpe indirette, ma per osservare il contesto politico e culturale nel quale quella pace prende forma.

7. La Turchia oggi: la verità come reato

In questo quadro, la Turchia contemporanea rappresenta un elemento decisivo, non tanto per ciò che dichiara, quanto per ciò che consente e proibisce. Nel 2025, in Turchia, riconoscere pubblicamente il genocidio armeno continua a essere un atto penalmente perseguibile. Non come eccezione, ma come prassi. Giornalisti, intellettuali, cittadini vengono incriminati per “insulto alla nazione”, formula giuridica elastica che consente di colpire chiunque pronunci parole ritenute incompatibili con la narrazione ufficiale.

Non si tratta solo di negazionismo storico, ma di gestione repressiva della memoria. Questo dato non è secondario. Un Paese che considera la verità storica una minaccia all’ordine pubblico è un Paese che non ha mai realmente chiuso i conti con il proprio passato. E quando il passato non viene elaborato, esso continua ad agire nel presente, spesso in forme nuove, meno esplicite ma non meno incisive. La rimozione del genocidio armeno non è un residuo ideologico: è una componente attiva dell’identità politica dello Stato turco

Nel 2025, mentre l’Armenia firma una pace che cancella l’Artsakh dal linguaggio diplomatico, in Turchia chi osa ricordare ciò che accadde nel 1915 viene perseguito. Le due dinamiche sono convergenti. In entrambi i casi, il problema non è solo il controllo del territorio, ma il controllo del racconto. Chi domina la narrazione decide chi esiste e chi no.

Il fatto che la pace caucasica venga accolta con favore anche da un contesto nel quale la memoria armena è ancora considerata sovversiva dice qualcosa di essenziale: ovvero che la cancellazione può avvenire anche senza violenza diretta, attraverso l’assuefazione, il silenzio, l’archiviazione diplomatica.

È una forma di pressione più lenta, ma spesso più efficace. Non è necessario attribuire intenzioni unitarie o disegni coordinati, basta osservare la coerenza degli esiti. Nel 2025, la Turchia rimane un Paese in cui la parola “genocidio” applicata agli armeni è vietata; e l’Armenia si ritrova firmataria di un accordo in cui gli armeni dell’Artsakh non sono nominati. In entrambi i casi, la sparizione simbolica precede e accompagna quella reale. Questo contesto aiuta a capire perché la pace non abbia incluso alcun riferimento alla tutela della memoria, dei luoghi sacri, delle comunità espulse.

8. L’Armenia divisa e ferita

Il 2025 non è stato solo un anno di pressione esterna per l’Armenia, ma anche un anno di frattura interna, vissuta con intensità e sofferenza. La pace ha posto il Paese di fronte a una scelta tragica, che nessuna retorica può addolcire: accettare una perdita irreversibile per preservare lo Stato, oppure rifiutarla rischiando una nuova catastrofe. Il governo armeno ha scelto la prima opzione. Non per leggerezza, ma per calcolo.

In un contesto di isolamento crescente, con alleanze indebolite e protezioni inaffidabili, la priorità è diventata la sopravvivenza dell’Armenia come entità statale. Questa scelta, tuttavia, ha avuto un costo altissimo sul piano simbolico e morale. Ha prodotto una scissione tra lo Stato e una parte profonda della coscienza nazionale.

Per molti armeni, dentro e fuori i confini della Repubblica, la firma dell’accordo ha rappresentato non solo una resa territoriale, ma una rinuncia alla memoria. Non tanto perché si chiedesse al governo di continuare una guerra impossibile, quanto perché si percepiva che, nel testo e nel tono della pace, la sorte degli armeni dell’Artsakh veniva accettata come definitiva e non più discutibile.

Erdogan con il leader dell'Azerbaijan
Vertice Azerbaijan-Turchia, i Presidenti Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdogan (ANSA-EPA 2025)

La diaspora, numerosa e influente, ha reagito con durezza. Ma anche all’interno del Paese la frattura è stata evidente: la Chiesa apostolica armena ha espresso riserve profonde, non come attore politico, ma come custode di una continuità storica che va oltre le contingenze. Per la Chiesa, l’Artsakh non è solo una regione perduta, è una parte del corpo ecclesiale, una ferita che non può essere archiviata con un atto amministrativo.

Il 2025 ha così messo in luce una tensione che attraversa l’Armenia contemporanea: quella tra realismo politico e fedeltà storica. Non è una contrapposizione semplice. Entrambe le posizioni nascono da una volontà di protezione: una vuole proteggere ciò che resta, l’altra ciò che dà senso a ciò che resta. Ma quando queste due esigenze non riescono più a parlarsi, il rischio è una lacerazione profonda.

L’Armenia esce dal 2025 più sicura sul piano militare immediato, ma più fragile sul piano identitario. Non perché abbia perso un territorio (la storia armena è fatta di perdite), ma perché ha dovuto accettare che una parte del suo popolo scomparisse dal quadro ufficiale senza essere nominata, senza essere difesa fino all’ultimo livello possibile del linguaggio. È una ferita che non produce subito instabilità, ma che resta aperta.

9. Il doppio standard dell’Occidente

Il 2025 ha reso evidente una dinamica che da tempo attraversa la politica internazionale, ma che raramente viene detta con chiarezza: l’esistenza di un doppio standard nella valutazione delle tragedie. Non tutte le vittime pesano allo stesso modo, non tutte le espulsioni suscitano la stessa indignazione, non tutte le pulizie etniche meritano lo stesso vocabolario.

Nel corso dell’anno, l’Occidente ha mostrato, e giustamente, una forte sensibilità verso alcune crisi: ha parlato di diritti umani, di diritto al ritorno, di tutela delle popolazioni civili, di protezione delle minoranze. Ha invocato il diritto internazionale come argine alla legge del più forte. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi dell’opinione pubblica, con un linguaggio carico di partecipazione morale. Eppure, quando si è trattato dell’Armenia e dell’Artsakh, lo stesso apparato concettuale si è come dissolto. Le parole si sono fatte prudenti, tecniche, distaccate: la pulizia etnica è diventata “conseguenza del conflitto”, l’esodo forzato è stato ridotto a “sfollamento”, e il genocidio è scomparso dal lessico, come se pronunciarlo fosse sconveniente, fuori luogo, destabilizzante.

Questo non è accaduto per ignoranza. Le informazioni erano disponibili, documentate, verificate. È accaduto per una scelta implicita: quella di considerare il Caucaso una periferia della storia, un luogo dove le categorie morali possono essere applicate con maggiore elasticità. Un’area in cui la stabilità vale più della giustizia, e la chiusura rapida dei dossier più della tutela delle persone.

Il risultato è stato un accordo che ha rassicurato le cancellerie ma lasciato senza risposta una domanda essenziale: che fine fanno gli armeni dell’Artsakh? Una domanda che non ha trovato spazio nei comunicati ufficiali, né nei grandi vertici, né nei documenti finali. Come se fosse una domanda imbarazzante, capace di incrinare la narrazione di una pace riuscita.

Questo doppio standard non è solo un problema etico, ma politico, perché ogni volta che il diritto internazionale viene applicato in modo selettivo perde autorevolezza. Ogni volta che una tragedia viene relativizzata perché riguarda un popolo piccolo, isolato o geopoliticamente scomodo, si rafforza l’idea che la forza possa essere premiata se esercitata con sufficiente determinazione. Nel 2025, l’Armenia ha pagato anche questo prezzo: quello di essere diventata un caso “minore”, una questione da archiviare in nome di equilibri più grandi. Ma la storia insegna che le ingiustizie considerate minori sono spesso quelle che preparano le crisi maggiori.

(3 – continua)

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