ARMENIA/ Nelle parole di Leone XIV, il ruolo della memoria come sorgente di (vera) pace (Il Sussidiario 02.01.26)

Armenia vuol dire custodire la memoria perché i genocidi non si ripetano. Un compito che riguarda tutti coloro che hanno a cuore la libertà e la fede (4)

Arrivati a questo punto, il bilancio dell’Armenia nell’anno appena trascorso non può essere ridotto a una cronaca diplomatica. È qualcosa che interpella più in profondità. Interpella l’idea stessa di civiltà, di memoria, di responsabilità storica. L’Armenia infatti non è solo uno Stato tra gli altri; è un luogo simbolico, una soglia.

10. Essere “spiritualmente armeni”

Essere “spiritualmente armeni” non significa adottare una causa nazionale, né indulgere in un’identificazione sentimentale. Significa riconoscere che esistono popoli la cui storia funziona come una cartina di tornasole. Popoli che, semplicemente esistendo, costringono gli altri a decidere se la verità conta ancora, se la memoria ha un valore, se la fede può sopravvivere alla sconfitta.

L’Armenia è uno di questi popoli. Primo Stato cristiano della storia, attraversato da secoli di persecuzioni, sopravvissuto a un genocidio che ha inaugurato il Novecento, continua a porre una domanda scomoda: è possibile cancellare un popolo senza cancellare anche qualcosa dell’umanità intera?

Questa domanda nell’anno che si è chiuso non ha ricevuto una risposta adeguata. Occorre sperare che avvenga in quello che comincia. La pace tra Armenia e Azerbaijan ha fermato le armi, ma non ha restituito la parola a chi l’ha perduta. Ha protetto i confini, ma non la memoria. È per questo che il bilancio non può essere celebrativo. Può essere solo sobrio, vigile, aperto.


Armeni lasciano il Nagorno-Karabakh, settembre 2023 (Ansa)

Difendere l’Armenia, oggi, non significa chiedere vendette o nuove guerre, ma rifiutare la normalizzazione dell’ingiustizia, e continuare a nominare ciò che è accaduto, anche quando il linguaggio diplomatico preferisce il silenzio. Significa ricordare che la pace, se vuole durare, deve poggiare su qualcosa di più solido del semplice equilibrio delle forze.

Conclusione

In questo contesto, acquistano un peso particolare le parole pronunciate da Papa Leone XIV durante la sua visita alla cattedrale armena di Istanbul, una chiesa resa quasi invisibile all’esterno, murata nella sua presenza pubblica, come se la fede stessa dovesse chiedere permesso per esistere. Non parole di accusa, di rivendicazione, ma di riconoscimento.

Il saluto di Leone XIV si è esteso anche al Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, che il Pontefice aveva ricevuto a Castel Gandolfo il 16 settembre. A lui, e a tutta la comunità armena apostolica di Istanbul e della Turchia, il Papa ha rivolto un ringraziamento che vale come un sigillo morale su una storia lunga e dolorosa: per l’impavido esempio di virtù cristiana mostrato lungo la storia, “spesso in circostanze tragiche”. Traduzione: il genocidio c’è stato, anche se Turchia e Azerbaijan non lo riconoscono.

In quella frase c’è tutto ciò che il 2025 non è riuscito a dire nei suoi trattati: il riconoscimento della sofferenza senza enfasi, la memoria senza rancore. C’è la consapevolezza che alcune fedeltà non producono vittorie immediate, ma custodiscono ciò che rende ancora possibile la speranza.

La pace, forse, verrà davvero un giorno anche per l’Armenia. Ma perché sia pace e non solo silenzio, dovrà tornare a includere anche chi oggi non viene nominato. Fino ad allora, il compito di chi guarda non è applaudire, ma ricordare, a sé stessi e a tutti. E chi può, preghi.

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