Accordo Armenia-Azerbaijan. Quali scenari tra Caucaso, Mar Nero e Mediterraneo (Formiche.it 27.03.25)

La mossa di Rubio sulla bozza di accordo tra Armenia e Azerbaijan è un elemento che può cambiare le carte in tavola dell’intera area, su cui si aspetta a questo punto una iniziativa europea per chiudere il cerchio. Nel mezzo le relazioni europee con Yerevan e Baku, le mire di Erdogan, il ruolo del dossier energetico (gli azeri sull’Ilva). L’Italia nei primi due mesi del 2025 si è affermata come il primo partner commerciale dell’Azerbaigian, coprendo oltre un quarto del fatturato commerciale totale del Paese

Che cosa sta cambiando geopoliticamente tra Caucaso, Mar Nero e Mediterraneo? La visita del presidente azerbaigiano Aliyev ad Ankara ha rafforzato il ruolo di Baku “oltre il gas”, ed è coinciso con un periodo che ha incluso il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia sul dossier Ucraina, la divergenza delle politiche di Stati Uniti e Ue nei confronti di Ucraina e Russia, la strategia più ampia per isolare la Cina, le contromosse europee. Ci saranno conseguenze anche per il Caucaso meridionale, oltre che nel Mediterraneo e nel fronte euroatlantico, da questi nuovi equilibri? E come le politiche europee potranno fare da raccordo, sia con l’ovest che con l’est del Mare Nostrum?

Qui Caucaso meridionale

I due maggiori attori, Azerbaijan e Turchia, hanno da tempo un ruolo significativo e la nuova geografia dettata dal cambio di amministrazione americana non le trova impreparate. Strumento di discussione è la piattaforma di cooperazione del Caucaso meridionale, un formato 3+3 creato al fine di stabilire un quadro di collaborazione regionale coinvolgendo Paesi come Armenia, Azerbaigian e Georgia assieme alle potenze vicine come Iran, Russia e Turchia. L’iniziativa, nata a seguito della seconda guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, intende affrontare le questioni di sicurezza e migliorare la stabilità complessiva nell’area, anche se ha registrato la riluttanza della Georgia a sedere allo stesso desco della Russia, che non ha partecipato ai tre tavoli (Mosca dicembre 2022, Teheran ottobre 2023 e Istanbul ottobre 2024). Anche l’Armenia era rimasta dubbiosa a causa della mancata presenza della Georgia, avendo tra l’altro orientato la sua politica estera verso Ue e Usa.

Gli obiettivi di Ankara e Baku

Il processo di normalizzazione e pace nel Caucaso meridionale è stato anche al centro del recente incontro tra il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio e il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, che ha portato all’attenzione di Washington gli obiettivi che, tempo addietro, lo stesso Fidan aveva sottoposto all’omologo russo Sergey Lavrov. Ovvero determinare in maniera attiva il nuovo corso nel Caucaso meridionale, svolgere il ruolo di mediatore nel dossier Ucraina, coagulare i soggetti filo-palestinesi nella stessa regione (e allargandola al Golfo), dando così un segnale unitario all’Europa.

Baku, da parte sua, punta a restare equidistante sia dai blocchi occidentali che da quelli eurasiatici al fine di essere soggetto diplomatico e dialogante a trecentosessanta gradi, senza dimenticare le relazioni con il sudamerica. Azerbaigian e Brasile hanno concordato di stabilire un percorso simbolico da Baku, dove si è tenuta la Cop29 nel 2024, a Belém, che ospiterà la Cop30 nel 2025, per attrarre finanziamenti globali per il clima: un gancio per allargare anche la cooperazione commerciale.

Washington e Yerevan

Molto rilevante a questo proposito è la posizione di Rubio su un trattato di pace tra Armenia e Azerbaigian, che ha avallato definendolo di fondamentale importanza per la sicurezza della regione, “per spezzare il ciclo del conflitto regionale e portare sicurezza e prosperità al Caucaso meridionale”, ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato Tammy Bruce in una dichiarazione dopo un colloquio telefonico tra Rubio e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. Entrambi hanno concordato su due punti: ogni escalation nel Caucaso meridionale è inaccettabile, e va rafforzata la cooperazione tra Washington e Yerevan. La telefonata è arrivata pochi giorni dopo che Azerbaigian e Armenia avevano annunciato un accordo sulla bozza di un accordo di pace per chiudere il noto conflitto e quindi provare a stabilire legami diplomatici tra Baku e Yerevan.

Finalmente l’accordo?

Sul punto ci sarebbe la volontà anche di soggetti vicini e coinvolti (direttamente e indirettamente) come Iran, Russia e Turchia verso le prospettive di un accordo di pace. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che l’Iran accoglie con favore la conclusione di una bozza di accordo tra le Repubbliche di Armenia e Azerbaigian. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha salutato la bozza come un “evento importante”, affermando che Yerevan era “pronta ad avviare le discussioni sul luogo e il momento per la firma dell’accordo di pace”. Per cui al centro del ragionamento resta politicamente l’area che si affaccia sul Mare Nostrum, dove la contemporanea presenza di soggetti e interessi europei che presentano ambizioni diverse potrà determinare la creazione, o meno, di iniziative unitarie.

Francia e Germania

La Francia prosegue nel rafforzamento delle relazioni con l’Armenia puntando su vari ambiti, come la difesa: Parigi è interessata agli strumenti linguistici AI di uno sviluppatore armeno. Inoltre dall’Eliseo più volte hanno espresso la volontà di voler sostenere gli sforzi dell’Armenia per ampliare le sue capacità di difesa aerea. Sul punto, in virtù dell’accordo di cooperazione in materia di difesa siglato tra Parigi e Yerevan, la Francia ha fornito all’Armenia materiale militare per potenziarne le capacità difensive.

La Germania sta spingendo non poco sugli investimenti in Azerbaijan, grazie a 75 milioni di dollari fatti segnare nel 2024 (quasi tre volte in più rispetto a 12 mesi prima), che raccontano di un impegno finanziario robusto accanto alla futura evoluzione del panorama economico tra i due Paesi. Così Berlino punta non solo a fare cassa, ma ad avere una voce in capitolo nella regione del Caucaso, in linea con i suoi più ampi interessi geopolitici ed economici.

Il Regno Unito

Keir Stermer vuole cambiare passo verso l’Azerbaijan e ha designato John Alderdice, membro della Camera dei Lord, come nuovo inviato commerciale per l’Asia centrale, su indicazione del Segretario al Commercio che ha nominato un nuovo “team di crescita globale” per orientare le esportazioni e gli investimenti del Regno Unito. Al contempo le esportazioni di petrolio greggio azero verso la Manica aumentano: nei primi due mesi del 2025 l’Azerbaijan ha esportato ben 130.600 tonnellate di petrolio greggio e prodotti petroliferi derivati nel Regno Unito. Inoltre Donwning street ha nominato il primo addetto alla difesa in Azerbaijian, il tenente comandante Gavin Tarbard.

L’Italia

L’Italia nei primi due mesi del 2025 si è affermata come il primo partner commerciale dell’Azerbaigian, coprendo oltre un quarto del fatturato commerciale totale del Paese. In totale sono 2,3 miliardi di dollari fatti registrare tra gennaio e febbraio, con un aumento del 24,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Inoltre tra Roma e Baku c’è in ballo il possibile accordo sull’Ilva di Taranto, su cui il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha confermato che la “proposta migliore” per aggiudicarsi il mega polo siderurgico è arrivata dalla cordata azera composta da Baku Steel Company e dalla holding statale Azerbaijan Investment Company, controllata dal ministero dell’Economia dell’Azerbaijan.

Tra i due Paesi, come è noto, c’è un forte legame alla voce gas grazie al gasdotto Tap, e per il futuro ci potrebbe essere anche un nuovo rigassificatore da realizzare nello Ionio. Per cui la mossa di Rubio sulla bozza di accordo tra Armenia e Azerbaijan è un elemento che può cambiare le carte in tavola dell’intera area, su cui si aspetta a questo punto una iniziativa europea per chiudere il cerchio.

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Annunciata l’apertura di un desk dell’Ice in Armenia (Ansa 27.02.25)

(ANSA) – ROMA, 27 FEB – Annunciata l’apertura di un Desk dell’Ice in Armenia, con sede presso l’Ambasciata d’Italia, dedicato a promuovere e rafforzare l’interscambio commerciale tra i due Paesi. L’annuncio è stato dato nel corso di una cerimonia in occasione della mostra fotografica organizzata dall’Ambasciata d’Italia a Jerevan, in collaborazione con l’Istituto per il Commercio Estero con sede a Mosca, competente anche per l’Armenia.
La mostra, dal tema “Fotografia alla Carriera. Omaggio della fotografia italiana ai maestri del Compasso d’Oro”, si svolge presso il Centro Culturale HayArt di Jerevan, nell’ambito della IX edizione della Giornata del Design Italiano nel Mondo.
L’evento, che ha visto la partecipazione di numerosi rappresentanti delle Autorità locali, del Corpo Diplomatico e del mondo dell’economia, del design e della cultura, è stato inaugurato con i discorsi dell’Ambasciatore d’Italia in Armenia Alessandro Ferranti, e del Direttore dell’Agenzia ICE di Mosca, Alessandro Liberatori. (ANSA).

Le conseguenze del conflitto nella regione del Karabakh I minori in Armenia tra problemi di scolarizzazione e disagio psicologico (Osservatore Romano 26.02.25)

Le conseguenze del conflitto nella regione del Karabakh I minori in Armenia tra problemi di scolarizzazione e disagio psicologico

L a crisi dei rifugiati in Armenia, dopo le ultime violenze del 2023 nel Karabakh, non accenna a risolversi del tutto, nonostante le misure prese. Una grossa porzione di coloro che si sono trasferiti in Armenia dopo la conquista della regione da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023 sono minori, circa 36.000 su 115.000 rifugiati. Secondo le ultime stime dell’Unicef, la metà di questi minori in Armenia non vanno a scuola e chi le frequenta starebbe affrontando notevoli problemi nel loro percorso di scolarizzazione. Secondo i numeri forniti dal fondo delle Nazioni Unite, più di 16.000 minori sono iscritti a corsi scolastici, mentre poco più di 1.600 sono iscritti a corsi vocazionali. Le preoccupazioni della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti dei Minori (Uncrc) sono relative al tasso di iscrizione e di presenza soprattutto tra i minori che frequentano le scuole secondarie superiori e agli effetti di lungo periodo che l’assenza tra i banchi di scuola può creare per questi ragazzi. Lo stesso tipo di preoccupazione c’è nei confronti dei bambini che dovrebbero frequentare le elementari — con conseguenti danni alla capacità di lettura e di comprensione — e per i bambini in età da nido, visto che il 42% delle famiglie con figli in quella fascia di età non frequenta l’asilo nido o non l’ha mai frequentato.

 

A peggiorare il quadro della situazione dei minori in Armenia ci sono anche le conseguenze psicologiche del conflitto e della fuga del 2023. L’Uncrc denuncia che tra i quasi 35.000 rifugiati che hanno ricevuto supporto psicologico ci sono «bambini, adolescenti e caregiver». Si tratta di cifre importanti in relazione al numero complessivo dei rifugiati, ma che diventano ancora più preoccupanti se si considera che riguardano più di una famiglia rifugiata su quattro e che le richieste di servizi psicoterapeutici specializzati per bambini e genitori sono in aumento. Da questo punto di vista, la raccomandazione dell’Uncrc è di aumentare la disponibilità e l’accesso a cure di questi tipo nelle zone in cui sono maggiormente concentrati i rifugiati, ovvero la capitale Erevan e i suoi dintorni. L’arrivo dei rifugiati dal Karabakh è stata una delle crisi interne più importanti per l’Armenia dall’indipendenza. Il programma di aiuti varato alla fine del 2023 è stato esteso nel novembre dello scorso anno per coprire il periodo gennaio-marzo 2025. In termini economici, per il trimestre attuale saranno ancora distribuiti centoventicinque dollari a persona. Questi aiuti però verranno modificati a partire dal prossimo aprile, quando si incominceranno ad aiutare solo alcune fasce della popolazione rifugiata come le persone disabili, chi ha figli minori di diciotto anni, gli anziani di età maggiore di sessantatré anni. Per loro il governo armeno continuerà a garantire sussidi economici che però verranno diminuiti fino a raggiungere i settantacinque dollari nel mese di dicembre 2025. Allo stesso tempo verranno introdotte altre forme di supporto, a seconda delle necessità di ciascuna famiglia.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2025-02/quo-047/i-minori-in-armenia-tra-problemi-di-scolarizzazione-e-disagio-ps.html

Incontro sulla cultura armena a Venegono Superiore (Ilsaronno 25.02.25)

VENEGONO SUPERIORE – “La bellezza della storia e della cultura armena! Relatori d’eccezione per un folto pubblico, attento e coinvolto. Si è trattato – spiegano dal Comune in relazione all’incontro che si è svolto lo scorso fine settimana nella sala consigliare – una importante serata organizzata dalle associazioni territoriali con il patrocinio della Provincia di Varese e del Comune di Venegono Superiore, alla presenza del vice sindaco Antonio Bison e dei rappresentanti dell’Amministrazione comunale”. Relatori Aldo Ferrari dell’Università Cà Foscari di Venezia; Pietro Kuciukian, console della Repubblica di Armenia e Agopik Manoukian dell’Università di Trento.

Ad impegnarsi nell’allestimento dell’evento sono state la sezione Avis del paese, con l’associazione Luogo eventuale e la Pro loco di Venegono Superiore. Per tutti i presenti, una riuscita occasione di arricchimento culturale.

Lunedì del Cinema: l’Armenia vista da vicino in “Amerikatsi” (Ciacomo 23.02.25)

L’apertura è potente e simbolica: un bambino armeno si nasconde in un baule durante il genocidio del 1915, spiando l’orrore attraverso un piccolo foro. Il film dei Lunedì del Cinema al Gloria è Amerikatsi di Michael A. Goorjian, attore, sceneggiatore e regista di origini armene, nato e cresciuto a San Francisco.
Ad introdurre la proiezione sarà Agopik Manoukian, sociologo comasco di origine armena che si è distinto per i suoi studi  sulla comunità armena e sul suo inserimento nella società italiana.

Protagonista del film è Charlie che, da ragazzo, era scappato al Genocidio Armeno nascondendosi clandestinamente in un camion diretto negli Stati Uniti. La sua famiglia non era stata così fortunata. Nel 1948 Charlie rimpatria in Armenia, dove viene accolto dalla dura realtà del Comunismo Sovietico nel periodo staliniano. L’anima armena è soffocata dalla cortina di ferro e dopo poco Charlie viene assurdamente arrestato per il solo fatto di indossare una cravatta. Da una finestrella dentro la sua cella può osservare l’appartamento vicino. La coppia che ci abita, Tigran e Ruzan, diventano per Charlie l’unica e salvifica connessione con il mondo. Appena può, Charlie li osserva mentre cenano, ridono, piangono, cantano, danzano, vivono. Guardarli nella loro vita quotidiana gli permette di scoprire la cultura armena, di cui era sempre stato ignaro.

lunedì del cinema

Michael Goorjian porta sullo schermo una storia che intreccia tragedia, ironia e malinconia: Amerikatsi esplora l’identità e la connessione umana attraverso lo sguardo di un uomo sospeso, letteralmente e simbolicamente, tra due mondi. L’apertura del film con l’occhio di quel bambino che assiste, non visto, alla distruzione, diventa una chiave di lettura:  la violenza della storia non è il centro del racconto, ma una presenza costante, che incombe mentre la narrazione si concentra su ciò che sopravvive. Quel bambino è cresciuto ed è diventato Charlie Bakhchinyan (interpretato dallo stesso Goorjian), un uomo ingenuo e ottimista che lascia gli Stati Uniti per tornare in Armenia negli anni ’40 alla ricerca delle sue radici.

Di solito i film sull’Armenia si concentrano su quell’evento cruciale che è stato il Genocidio ma in realtà è limitante raccontare la cultura e la vita di un paese intero limitandosi a quel capitolo tragico. Goorjian racconta: “Musica, cibo, passione, generosità, amore per la vita. Amerikatsi celebra tutto questo e racconta al mondo aspetti e sfaccettature dell’Armenia, che sin dalla mia giovinezza avevo desiderio di scoprire e riconnettermi. Il sogno di Charlie di tornare nel suo paese natio non riflette soltanto il sogno di molti che hanno fatto parte della diaspora armena, ma rappresenta il sogno di milioni di persone nel mondo che hanno un legame forte e ancestrale con il loro paese nativo”.

Spazio Gloria via Varesina – Como

Lunedì 24 febbraio

AMERIKATSI di Michael A. Goorjian

con Charlie Michael Goorjian, Tigran Hovik Keuchkerian, Sona Nelli Uvarova, Dmitry Mikhail Trukhin, Ruzan Narine Grigoryan

Armenia, 2023, durata 115 minuti 

Il film sarà introdotto da Agopik Manoukian

Ingresso intero € 8,  ridotto € 6 (under 20, over 65 e disabili)

Le proiezioni sono riservate ai soci Arci
Prevendita online 

Spazio Gloria via Varesina 72 – Como
whatsapp +39 351 6948307
Info: www.spaziogloria.com

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Abaco, l’innovazione del vino in Armenia parla italiano e punta sulla tracciabilità (Italiatavola 25.02.25)

Abaco, dal 2024 azienda parte del gruppo Diagram, primo polo agritech italiano e tra i principali player in Europa, si è aggiudicata la gara per per la digitlaizzazione del comparto vitivinicolo armeno con un sistema innovativo progettato per ottimizzare la tracciabilita` e la gestione dei processi produttivi. L’obiettivo e` quello di progettare e sviluppare un Agriculture Value Chain Information System (Avcis), che fungerà da piattaforma centralizzata per la raccolta di dati sugli agricoltori armeni che gestiscono un terreno coltivato a vite, compresi gli aggiornamenti annuali e le stime previsionali sulla produzione.

Abaco, l’innovazione del vino in Armenia parla italiano e punta sulla tracciabilità

L’italiana Abaco si è aggiudicata la gara per la digitalizzazione del comparto vitivinicolo armeno

Armenia, una lunga tradizione vinicola

Nel 2011, degli archeologi in Armenia hanno annunciato la scoperta del più antico sito di produzione vinicola del mondo, la grotta di Areni, con anfore e reperti del 4.100 a.C. L’Armenia  oggi produce vino con 16mila ettari  di vigne e una produzione di 14 milioni di litri di vino. Tra il 1940 e il 1985 quando era parte dell’Unione Sovietica, la produzione di vino era aumentata di nove volte. Allo stesso modo, la produzione di spumante è cresciuta di dieci volte tra il 1960 e il 1986.

Abaco, l’innovazione del vino in Armenia parla italiano e punta sulla tracciabilità

La produzione di vino in Armenia è raddoppiata in dieci anni

Negli anni ’80 l’Armenia produceva annualmente una media di circa 210mila tonnellate di uva, dalle quali si ricavavano 140 milioni di litri di vino. Due milioni di tonnellate venivano impiegate su disposizioni governative per la produzione di brandy, il 25% del prodotto in tutta l’Unione Sovietica, mentre la parte restante era destinata al vino. il vino in Armenia era prodotto da 25 cantine. Oggi sono 150, certo in buona parte piccoli produttori da poche migliaia di bottiglie. La produzione è raddoppiata in dieci anni da 7 milioni di litri del 2014 a oltre 14 milioni con l’ultima vendemmia.

Armenia, i vini tipici

Tra i vini rossi prodotti in Armenia c’è l’Areni frutto dell’omonimo vitigno autoctono, è un vino rosso corposo e strutturato, ricco di aromi di frutta scura, spezie, liquirizia e cioccolato. È considerato il “re” dei vini armeni e invecchia benissimo. Il Voskehat, prodotto con il vitigno a bacca bianca Voskehat vinificato in rosso, regala un vino rosato intenso e fruttato, con note di ciliega, melograno e rosa canina. Infine ecco il Karmrasir: un vino rosso secco prodotto con uve miste, solitamente Areni, Voskehat e Mdkhent. Offre un gusto intenso e armonico, con aromi di frutti rossi, spezie e tabacco.

Abaco, l’innovazione del vino in Armenia parla italiano e punta sulla tracciabilità

Il Voskehat Spumante è uno spumante rosato prodotto con uve Voskehat

I Bianchi iniziano con il Voskehat. Vinificato in bianco, Voskehat dà vita a un vino fresco e aromatico, con note di fiori bianchi, frutta secca e agrumi. Il Kankush è un vino bianco dolce prodotto con l’omonimo vitigno autoctono, caratterizzato da profumi intensi di miele, frutta secca e fiori bianchi. Il Chilar viene prodotto con il vitigno autoctono Chilar, offre un vino bianco minerale e complesso, con aromi di agrumi, mela verde e fiori bianchi. Areni Brut è invece uno spumante metodo classico prodotto con uve Areni, caratterizzato da un perlage fine e persistente e aromi di frutta rossa, crosta di pane e lieviti mentre il Voskehat Spumante è uno spumante rosato prodotto con uve Voskehat, fresco e fruttato, con note di ciliega, melograno e rosa canina.

Armenia, come si produce vino

Ancora oggi, molte persone in Armenia utilizzano gli stessi metodi impiegati tremila anni fa, lavorando l’uva e producendo vino in strutture apposite. Nelle fabbriche moderne si utilizzano botti di rovere per l’affinamento del vino, ma nei villaggi e presso i piccoli produttori permangono le tradizionali giare di terracotta chiamate “karas”. Queste vengono realizzate con quercia armena, che conferisce loro una caratteristica colorazione rosata. I vini ottenuti da uve autoctone armene, a contatto con le pareti interne delle karas di quercia, sviluppano un bouquet unico. Questa combinazione particolare è difficilmente replicabile in altri Paesi del mondo.

Abaco, l’innovazione del vino in Armenia parla italiano e punta sulla tracciabilità

Alcuni vini armeni

Si prevede che il sistema Abaco, incrementera` la trasparenza e migliorera` il monitoraggio della produzione grazie a strumenti di reporting completi. L’implementazione di questo sistema informativo fornirà gli strumenti necessari per migliorare la gestione dei vigneti garantendo inoltre alti standard di qualita`. Come ha commentato Roberto Mancini, amministratore delegato di Diagram Group: «Questo progetto rappresenta un passo importante per la valorizzazione della filiera vitivinicola armena e siamo entusiasti di poter contribuire, con la nostra esperienza e tecnologia, alla crescita di un settore chiave per l’economia locale. Lì’aggiudicazione della gara  appresenta un traguardo significativo che conferma il nostro impegno nel fornire soluzioni all’avanguardia per la gestione sostenibile delle risorse agricole».

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Armenia-Ue: Pashinyan riceve delegazione Comitato partenariato parlamentare Ue (Agenzianova 25.02.25)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha ricevuto una delegazione guidata dal copresidente della commissione di partenariato parlamentare Ue-Armenia, Nils Ushakovs, per discutere delle relazioni bilaterali e delle prospettive di cooperazione. Pashinyan ha evidenziato il dialogo attivo tra Armenia e Unione europea, sottolineando l’importanza delle riforme democratiche nel Paese e del supporto europeo per la loro attuazione. Ha inoltre ribadito il valore degli accordi raggiunti durante l’incontro di alto livello Armenia-Ue-Usa e ha definito positivo il recente colloquio con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa a Monaco. Tra i temi affrontati, la liberalizzazione dei visti per i cittadini armeni, che secondo Pashinyan favorirebbe lo sviluppo del turismo e maggiori contatti tra le persone. Si è parlato anche della normalizzazione delle relazioni con l’Azerbaigian, del progetto regionale “Crocevia della pace” per il ripristino delle comunicazioni e delle questioni legate alla demarcazione dei confini. Il primo ministro ha infine presentato la strategia del governo per una politica estera equilibrata e liberale e per lo sviluppo del progetto “Vera Armenia”.

La guerra senza filtri (Haffingtonpost 24.02.25)

Gli irruenti tentativi di Donald Trump di imporre dei cessate il fuoco a Gaza ed in Ucraina mostrano più che mai come questi due teatri di guerra siano intrecciati e si alimentino a vicenda. Il presidente americano sta tentando di imporre un unico grande Patto di Abramo che parte dal Golfo e termina nel Donbass e che vuole ridisegnare i rapporti di forza tra gli attori di queste regioni o che in queste hanno interessi. Ciò che succede in Ucraina ha dirette conseguenze sul Medio Oriente, e viceversa.

Questo grande intreccio tra le guerre, che Papa Francesco ha definito una “guerra mondiale a pezzi”, emerge con chiarezza leggendo “Vite al Fronte” (Rizzoli), l’ultimo libro di Luca Steinmann, in libreria dal 25 febbraio. Reporter di guerra per La7 e Repubblica e analista geopolitico per Limes, Steinmann nel 2022 era stato quasi l’unico giornalista occidentale al seguito delle truppe russe mentre invadevano l’Ucraina, esperienza che lo aveva portato a scrivere “Il Fronte Russo”, diario di guerra in cui racconta le esperienze da lui vissute tra i soldati di Putin. Con “Vite al Fronte” Steinmann continua con il diario di guerra, questa volta non concentrandosi solo sul conflitto russo-ucraino, a cui comunque dedica una parte importante, ma portando il lettore alla scoperta di zone di crisi e di campi di battaglia spesso inesplorati in diverse zone del pianeta: in Israele, in Libano, in Siria, in Turchia, in Giordania, nel Nagorno Karabakh. Raccontando esperienze vissute in prima persona, dà voce senza filtri alle persone che incontra mostrando, attraverso le loro tragiche vite sconvolte dai combattimenti, come i loro destini siano intrecciati tanto quanto lo sono le scelte politiche dei rispettivi governi.

L’intreccio emerge con forza nel conflitto israelo-palestinese. Steinmann incontra gli ebrei russi e ucraini in fuga dall’invasione del 2022, che ha riaperto in loro le ferite della memoria dei pogrom e della Shoah, ereditate dai racconti dei propri padri e dei propri nonni. Fuggiti in Israele, si ritrovano trascinati nella guerra di Gaza e vanno ad abitare dove un tempo abitavano i palestinesi fuggiti durante la Nakba nel 1948. Di questi ultimi Steinmann va a incontrare discendenti, che vivono in tragiche condizioni in Libano e Siria, dove a loro volta subiscono sanguinose guerre alle quali alcuni di loro prendono direttamente parte, arruolandosi nei gruppi armati. E talvolta combattendosi addirittura tra loro. Tutti serbando i ricordi e le paure, tramandate di generazione in generazione, delle tragedie e delle espulsioni subite dai propri genitori e nonni.

Andando a rintracciare le loro storie (insieme a quelle di tanti altri popoli come gli armeni, gli azerbaigiani, i ribelli siriani e quelli che hanno sostenuto Assad, i cristiani del Libano, i giovani sciiti che si arruolano in Hezbollah ed i russi del gruppo Wagner) Steinmann attraversa le guerre raggiungendo zone inesplorate dal resto della stampa. Accompagnandosi a civili e soldati, getta luce senza filtri su ciò che avviene in territori di cui spesso si parla dall’esterno senza però conoscerli da dentro: la quotidianità di chi ogni giorno subisce i bombardamenti a tappeto e quella dei soldati in trincea; le fughe di massa e le esistenze nei campi profughi; gli scontri armati e le ritirate dei soldati; i saccheggi e le crisi economiche. Con una prosa scorrevole “Vite al Fronte” racconta le guerre senza approccio ideologico o moralistico, dando voce ai loro protagonisti in modo diretto, contestualizzandone i racconti una cornice geopolitica ben illustrata.

Unico rammarico è che Steinmann non sia riuscito ad entrare nella Striscia Gaza durante i bombardamenti, osservandoli soltanto dal suo perimetro. Dal kibbutz di Beeri, epicentro della strage del sette ottobre, osserva per esempio i missili verso Gaza e quelli che decollano da essa, venendo intercettati dallo scuso antimissilistico israeliano. Vede all’orizzonte le nubi nere che si alzano dopo i colpi adnati a segno, sente le esplosioni e visita le distruzioni. Ma, come d’altra parte tutto il resto della stampa occidentale, non ha accesso alle zone in mano a Hamas.

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La guerra senza filtri (Huffington Post 24.02.25)

Gli irruenti tentativi di Donald Trump di imporre dei cessate il fuoco a Gaza ed in Ucraina mostrano più che mai come questi due teatri di guerra siano intrecciati e si alimentino a vicenda. Il presidente americano sta tentando di imporre un unico grande Patto di Abramo che parte dal Golfo e termina nel Donbass e che vuole ridisegnare i rapporti di forza tra gli attori di queste regioni o che in queste hanno interessi. Ciò che succede in Ucraina ha dirette conseguenze sul Medio Oriente, e viceversa.

Questo grande intreccio tra le guerre, che Papa Francesco ha definito una “guerra mondiale a pezzi”, emerge con chiarezza leggendo “Vite al Fronte” (Rizzoli), l’ultimo libro di Luca Steinmann, in libreria dal 25 febbraio. Reporter di guerra per La7 e Repubblica e analista geopolitico per Limes, Steinmann nel 2022 era stato quasi l’unico giornalista occidentale al seguito delle truppe russe mentre invadevano l’Ucraina, esperienza che lo aveva portato a scrivere “Il Fronte Russo”, diario di guerra in cui racconta le esperienze da lui vissute tra i soldati di Putin. Con “Vite al Fronte” Steinmann continua con il diario di guerra, questa volta non concentrandosi solo sul conflitto russo-ucraino, a cui comunque dedica una parte importante, ma portando il lettore alla scoperta di zone di crisi e di campi di battaglia spesso inesplorati in diverse zone del pianeta: in Israele, in Libano, in Siria, in Turchia, in Giordania, nel Nagorno Karabakh. Raccontando esperienze vissute in prima persona, dà voce senza filtri alle persone che incontra mostrando, attraverso le loro tragiche vite sconvolte dai combattimenti, come i loro destini siano intrecciati tanto quanto lo sono le scelte politiche dei rispettivi governi.

L’intreccio emerge con forza nel conflitto israelo-palestinese. Steinmann incontra gli ebrei russi e ucraini in fuga dall’invasione del 2022, che ha riaperto in loro le ferite della memoria dei pogrom e della Shoah, ereditate dai racconti dei propri padri e dei propri nonni. Fuggiti in Israele, si ritrovano trascinati nella guerra di Gaza e vanno ad abitare dove un tempo abitavano i palestinesi fuggiti durante la Nakba nel 1948. Di questi ultimi Steinmann va a incontrare discendenti, che vivono in tragiche condizioni in Libano e Siria, dove a loro volta subiscono sanguinose guerre alle quali alcuni di loro prendono direttamente parte, arruolandosi nei gruppi armati. E talvolta combattendosi addirittura tra loro. Tutti serbando i ricordi e le paure, tramandate di generazione in generazione, delle tragedie e delle espulsioni subite dai propri genitori e nonni.

Andando a rintracciare le loro storie (insieme a quelle di tanti altri popoli come gli armeni, gli azerbaigiani, i ribelli siriani e quelli che hanno sostenuto Assad, i cristiani del Libano, i giovani sciiti che si arruolano in Hezbollah ed i russi del gruppo Wagner) Steinmann attraversa le guerre raggiungendo zone inesplorate dal resto della stampa. Accompagnandosi a civili e soldati, getta luce senza filtri su ciò che avviene in territori di cui spesso si parla dall’esterno senza però conoscerli da dentro: la quotidianità di chi ogni giorno subisce i bombardamenti a tappeto e quella dei soldati in trincea; le fughe di massa e le esistenze nei campi profughi; gli scontri armati e le ritirate dei soldati; i saccheggi e le crisi economiche. Con una prosa scorrevole “Vite al Fronte” racconta le guerre senza approccio ideologico o moralistico, dando voce ai loro protagonisti in modo diretto, contestualizzandone i racconti una cornice geopolitica ben illustrata.

Unico rammarico è che Steinmann non sia riuscito ad entrare nella Striscia Gaza durante i bombardamenti, osservandoli soltanto dal suo perimetro. Dal kibbutz di Beeri, epicentro della strage del sette ottobre, osserva per esempio i missili verso Gaza e quelli che decollano da essa, venendo intercettati dallo scuso antimissilistico israeliano. Vede all’orizzonte le nubi nere che si alzano dopo i colpi adnati a segno, sente le esplosioni e visita le distruzioni. Ma, come d’altra parte tutto il resto della stampa occidentale, non ha accesso alle zone in mano a Hamas.

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Rapimento Orlandi e attentato a Wojtyla opera degli armeni? Per la moglie di Agca tutte bufale (Blitzquotidiano 23.02.25)

A quando i marziani e gli eschimesi? Con il suo recentissimo libro “Il Papa deve morire” l’autore Ezio Gavazzeni sostiene che l’islamista turco Alì Mehemet Agca il 13 maggio 1981 ha sparato a Papa Wojtyla, ferendolo gravemente all’addome, su incarico “dei terroristi armeni del gruppo ASALA”, incontrati al caffè Opera di Istanbul. E che Emanuela Orlandi molto probabilmente è stata rapita da loro.

Bum! Il mistero Orlandi si arricchisce di un altro scoop: l’ennesimo.

Ma cos’è l’ASALA, acronimo di Armenian Secret Army for the Liberation of Armenia?

Nata nel 1975, l’ASALA è o meglio era fino al 1988 era una organizzazione guerrigliera marxista leninista. Il suo principale obiettivo era costringere il governo turco a riconoscere pubblicamente la sua responsabilità per la morte di un milione e mezzo di armeni nel 1915, pagare il dovuto risarcimento agli eredi e cedere il territorio necessario per la creazione dello Stato dell’Armenia.

Stato promesso agli armeni nel 1920 con il trattato di Sevres (mai divenuto esecutivo) dal presidente USA Woodrow Wilson, donde la definizione di Armenia wilsoniana.

Che collegamento fra un turco e gli armeni?

Papa Giovanni Paolo e Ali Agca, parlano di Emanuela Orlandi?
Rapimento Orlandi e attentato a Wojtyla opera degli armeni? Per la moglie di Agca tutte bufale – Blitzquotidiano.it (foto ANSA)

Nata come Repubblica di Armenia nel 1918, durò due anni. Dopo una serie di guerre, nel 1936 nasce la Repubblica Socialista Sovietica dell’Armenia, assorbita nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Morta la quale, nel 1991 è finalmente rinata come Repubblica Armena, tuttora esistente.

Riconosciuta come responsabile dell’uccisione di oltre  30 diplomatici turchi in tutto il mondo e del ferimento di molti altri, l’ASALA negli anni ’80 è stata inserita dagli USA nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.

“Ho studiato 400 prove di servizi segreti, polizia vaticana, Digos e molto altro”: lo ha dichiarato Gavazzeni al settimanale Gente per spiegare come sia arrivato a indicare l’ASALA come mandante del tentato omicidio di Papa Wojtyla e come probabile responsabile del rapimento di Emanuela Orlandi, Gavazzeni.

NON spiega però come ha fatto a procurarsi le “prove” della “polizia vaticana”, che non si sa neppure se siano mai esistite.

Tante ipotesi per Emanuela Orlandi

Chissà se e cosa dirà il magistrato in pensione Ilario Martella, che a suo tempo è stato tra coloro che si sono occupati sia dell’attentato al Papa che del mistero Orlandi. Non è venuto a capo di nulla, ma s’è convinto – come ha anche spiegato alla Commissione parlamentare Orlandi e Gregori – che Emanuela è stata rapita di fatto su ordine del Cremlino. Convinzione che ha espresso nel suo recente libro “Emanuela Orlandi, intrigo internazionale”.

Martella è perentorio: “C’è un’unica soluzione possibile”. Quale?

“I due casi [Emanuela Orlandi e Mirella Gregori: ndr] fanno parte di un unico disegno criminale, di una gigantesca e articolata operazione di distrazione di massa compiuta da uno dei servizi segreti più efficienti e famigerati della Guerra Fredda: la Stasi tedesca”.

Tedesca, ma nel senso di Germania Orientale, all’epoca con regime comunista e sudditanza all’Unione Sovietica.

Per parte sua, in attesa di poter ricevere e leggere il libro di Gavazzeni acquistato online, la signora Elena Rossi, italiana moglie di Agca, subito dopo avere letto le dichiarazioni di Gavazzeni ha inviato via Messenger a Gente il seguente messaggio:

“Buongiorno. Ho appena letto il vostro articolo sull’attentato al Papa, che riporta una storia non vera. Ali Ağca, mio marito, un turco di estrema destra,  non si sarebbe mai messo al servizio del terrorismo armeno. Ağca non ha incontrato nessun esponente dell’ Asala al caffè dell’Opera né altrove prima dell’attentato.

“Durante il mese di marzo 1981, Ağca era a Vienna insieme ad alcuni amici, che poi vennero interrogati e confermarono.Il tutto emerse chiaramente durante il secondo processo per l’attentato al Papa. Dunque non poteva trovarsi a Belgrado.

Ağca non ha mai avuto un passaporto giordano, e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Aveva un unico passaporto turco, intestato a Faruk Özgün, con il quale è entrato varie volte in Italia senza alcun bisogno di chiedere il visto d’ingresso. Tutte bufale insomma.

“Un chiarimento definitivo sull’attentato al Papa del 13 maggio 1981, l’ho fornito io nel mio libro pubblicato lo scorso settembre. Pensavo di avere ripulito la scena da tutti i detriti, invece no, ecco che ne spuntano pure gli armeni… Quello che per gli altri è un caso di cronaca nera, per me è mio marito, la mia famiglia….

“Inoltre Gavazzeni non si è preoccupato minimamente di interpellare Ağca o me per capire se la sua “pista” poteva essere vera o meno.

Grazie.

Saluti

Elena Hilal Ağca”.

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L’ipotesi ASALA sul rapimento di Emanuela Orlandi e sull’attentato a Papa Wojtyla: le ultime rivelazioni