Estate in Armenia, nuova meta del turismo lento e sicuro tra festival del vino, sinfonie di pietre e voli in mongolfiera (Haffington post 02.08.24)

Viaggio in Armenia, tra cultura, natura, musica, enogastronomia in uno dei paesi meno conosciuti – al momento – dagli italiani e più sicuri al mondo, all’insaputa di molti: nel più recente rapporto della piattaforma di analisi Numbeo, infatti, l’Armenia è stata classificata settimo paese più sicuro al mondo secondo il rapporto sul Tasso di criminalità e l’Indice di sicurezza per paese che ha valutato 146 nazioni. Incastonato nella regione del Caucaso meridionale, o Transcaucasia, tra Asia ed Europa, è una terra di paesaggi affascinanti, ricca di storia, vini eccellenti e calda ospitalità, a circa 4 ore di volo dall’Italia (ci sono collegamenti diretti ogni giorno da Roma e Milano).

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Non solo. È anche un paese che ci sta molto più vicino – culturalmente – di ciò che si possa immaginare grazie una lunga tradizione di scambi con il nostro Paese, fin dall’epoca romana e medievale. Non a caso sono numerose le comunità armene e l’eredità culturale e architettonica armena in Italia, soprattutto a Venezia, Milano, Roma e Bari. Superati i difficili anni Novanta, il paese si è pian piano aperto al turismo nei primi anni Duemila offrendo un numero crescente di ottimi servizi e strutture ricettive con standard internazionali. Confina a ovest con la Turchia, a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaigian, a sud con l’Iran, per un territorio caratterizzato quasi totalmente da altipiani, come quello dove si trova la capitale Yerevan che sorge a 900 metri e da montagne con diverse vette che superano i 3000 metri tra cui il monte più alto che è l’Aragats (4095 metri). Scenari naturali colorati da montagne innevate,  vallate verdissime, il lago Sevan, uno dei bacini d’alta quota (1900 metri) più grandi del mondo, cascate, torrenti, canyon e la famosa Sinfonia delle pietre, impressionante formazione basaltica a canne d’organo alta più di 50 metri. Luoghi incantevoli dove vivere la natura attraverso trekking, arrampicata, canyoning, rafting, sup, erscursioni in 4×4, uscite a cavallo, voli in mongolfiera. 

 

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Palcoscenici geografici e culturali che negli ultimi anni hanno reso l’Armenia come “nuova” destinazione di viaggio che sa offrire anche tante attività outdoor grazie all’ambiente naturale di forte impatto (ampie vallate che si susseguono tra montagne, torrenti e canyon). In questo scenario si apre un calendario di eventi estivi tutti da godere. A cominciare da domani, 3 agosto e domenica 4, con il Wine fest a Dilijan che chiama più di 40 cantine e ristoranti provenienti da diverse regioni che si ritrovano nel vasto parco della villa di Aghasi Khanjyan costruita nel 1936 come residenza estiva del primo segretario del Partito comunista d’Armenia. Nell’ultimo decennio, infatti, il paese si è imposto anche come meta del turismo del vino internazionale grazie a numerose cantine cresciute molto in qualità enologica che offrono degustazioni, visite guidate, cene in vigna e pernottamento in splendide location. Del resto, siamo nella patria del vino, nella grotta Areni 1, nella regione di Vaoyots Dzor, è stato ritrovato il più antico sistema di produzione del vino risalente a oltre 6100 anni fa. Dilijan è una storica località di villeggiatura  all’interno dell’omonimo parco nazionale, tra montagne attraversate da sentieri escursionistici che si snodano tra boschi, laghetti e monasteri medievali, come Goshavank e Haghartsin. 

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E ancora, masterclass, pittura con il vino e un programma di intrattenimento musicale con concerti e balli tradizionali armeni. Il 10-11 agosto nella capitale Yerevan va in scena  la sesta edizione del TARAZfest, un evento che promuove la cultura armena e i costumi tradizionali. “Taraz” indica l’abbigliamento tradizionale armeno, nel quale ogni capo di vestiario, accessorio e ornamento, dalle ricche cinture metalliche agli originali gioielli, indicavano con precisione lo status sociale della persona. Non solo la classe sociale e la posizione ricoperta, ma anche l’esatta provenienza regionale e lo stato civile di donne e uomini, erano espressi attraverso elaboratissimi outfit, con pezzi che sono dei veri capolavori di artigianato. Infine, il 17 agosto spicca il volo l’Air Fest a Stepanavan, nella verdeggiante e montuosa provincia di Lori. A partire dalle 12 si potrà assistere a una straordinaria esibizione di macchine volanti, tra cui aeroplani, mongolfiere, elicotteri e parapendii. Ma anche dimostrazioni di aeromodellismo, spettacolari di droni, esperienze immersive e altro ancora. 

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Vacanze attive e appaganti anche dal punto di vista gastronomico grazie a una cucina frutto di influenze mediterranee, mediorientali e caucasiche, che offre un caleidoscopio di sapori e ingredienti genuini che piace molto agli italiani. Fra gliappuntamenti che si tengono in altre regioni, come Tavush e Vayots Dzor, patria appunto del vino e del buon cibo,  da segnare in agenda, dall’11 al 13 settembre, l’ottava Conferenza internazionale sul Turismo del Vino di UN Tourism, un appuntamento imperdibile per operatori ed esperti del settore. 

Gran parte dell’Armenia è dominata dal monte Ararat (5165 metri), simbolo atavico di appartenenza per gli armeni che si considerano “il popolo dell’Ararat”, citato nell’Antico Testamento, luogo di appodo dell’Arca di Noé, che tuttavia si trova oggi in territorio turco, appena oltre il confine. Patrimonio culturale, ricco di siti archeologici che spaziano dalla preistoria con le caratteristiche stele di roccia chiamate “vishap” cioè “drago”, risalenti a 4000 anni fa, alte fino a 5 metri, che poi lasciarono il posto ai “khachkar”, stele di roccia incise con la croce e altri simboli cristiani, che sono disseminate in tutta l’Armenia e sono un simbolo identificativo (ce ne sono anche una in Vaticano e sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia ecc.); l’osservatorio astronomico Karahunge, la “Stonehenge armena” che risale a oltre 7000 anni fa e molto altro – ai primi secoli del Cristianesimo (primo paese al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione di stato nel 301, dodici anni prima dell’Editto di Costantino, con l’opera di conversione di San Gregorio l’Illuminatore, che noi chiamiamo San Gregorio Armeno), con chiese e monasteri fondati nel IV secolo e fioriti durante il Medioevo, tuttora in funzione. Da non perdere il monastero di Khor Virap ai piedi del biblico Ararat: qui si può ancora visitare il luogo di prigionia di San Gregorio, patrono dell’Armenia, che convertì il re e la sua corte al Cristianesimo nel 301.

 

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Ultima nota utile per il viaggiatore in partenza: l’Armenia è una repubblica parlamentare tornata indipendente nel 1991, dopo aver fatto parte per 70 anni dell’Unione Sovietica. L’attuale governo del primo ministro Pashinyan sta attuando una politica di avvicinamento all’Unione europea, mentre aumentano le distanze dalla Russia, storico alleato che controlla importanti asset del Paese (energia, trasporti, comunicazioni).

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Caucaso, le strade opposte di Armenia e Georgia: Erevan si avvicina all’Occidente, Tbilisi alla Russia (AgenziaNova 02 08 24)

La geografia del Caucaso meridionale è in piena evoluzione, anche se non in termini di contese territoriali, quanto piuttosto di sfere d’influenza. Mentre l’Armenia, storico alleato della Russia, si allontana sempre di più da Mosca e rafforza i suoi rapporti con l’Occidente, per la Georgia, in seguito all’adozione della legge “sulla trasparenza dell’influenza straniera”, si fa sempre più in salita il percorso d’integrazione euro-atlantica. Uno sviluppo, quest’ultimo, che avvicina in qualche maniera Tbilisi a Mosca, se non altro per le similitudini esistenti fra la normativa adottata nel Paese caucasico e quella “sugli agenti stranieri” in vigore da diversi anni in Russia. Il cambiamento di fronte di Armenia e Georgia nasce da un elemento comune: la delusione. Per Erevan si tratta di una delusione nei confronti del più fidato alleato nel contesto della guerra del Karabakh che, dopo il più recente conflitto durato 44 giorni del 2020, ha trovato un definitivo punto di svolta in seguito all’offensiva dell’Azerbaigian del 19 e 20 settembre del 2023: grazie a quest’operazione militare, infatti, Baku è riuscita a riconquistare i territori controllati per trent’anni dai separatisti armeni e tutto ciò senza che la missione di pace russa presente nell’area facesse nulla di concreto per impedirlo. Nel caso della Georgia, invece, si tratta di una delusione che proviene da quelli che Tbilisi considera tanti anni di promesse non mantenute dei partner occidentali – la lentezza del processo d’integrazione Ue, il voluto stallo nel processo di ingresso nella Nato – cui si è aggiunto un malcelato fastidio per la diversa reazione internazionale riscontrata al momento dell’invasione russa dell’Ucraina rispetto a quanto avvenuto durante il conflitto russo-georgiano del 2008.

L’Armenia negli ultimi mesi ha decisamente accelerato le manovre di “emancipazione” dall’influenza russa e il caso più eclatante è l’esercitazione militare Eagle Partner, svoltasi fra il 13 e il 24 luglio, organizzata con l’intento di rafforzare “l’interoperabilità tra gli Stati Uniti e l’Armenia” quando le Forze armate dei due Paesi si trovano a collaborare in “operazioni di mantenimento della pace e di stabilità”. L’esercitazione militare ha provocato una dura reazione del Cremlino, non tanto per la sua portata – vi hanno partecipato un numero relativamente esiguo di truppe statunitensi e armene – quanto piuttosto per le tempistiche e il valore simbolico di queste manovre. Parallelamente all’esercitazione, peraltro, è stato annunciato che un consigliere residente del Pentagono sarà assegnato al ministero della Difesa armeno: i doveri e le responsabilità di quest’incarico non sono stati resi pubblici ma è evidente che questa nomina indica un aumento del peso del Paese caucasico per Washington. In questo bilancino cala, invece, il peso della Russia che – dopo aver ritirato lo scorso maggio i suoi militari e le guardie di frontiera russe dal confine dell’Armenia con l’Azerbaigian – dopo 32 anni ha trasferito all’Armenia le funzioni di protezione dei confini statali al posto di blocco Zvartnots, situato nell’aeroporto di Erevan.

Gli Stati Uniti, peraltro, sono anche interessati al progetto di costruzione di una nuova centrale nucleare in Armenia. Attualmente, nel Paese caucasico è in funzione l’impianto di Metsamor: la centrale è totalmente dipendente dalla tecnologia russa ma ha un ciclo di vita di soli 12 anni. Per questo motivo Erevan vuole costruire un secondo impianto e, giusto ieri, il governo ha annunciato la costituzione di una società per azioni chiusa che si dovrà occupare di tutte le fasi di realizzazione e, successivamente, della gestione della centrale. Consapevoli della volontà armena di uscire “dall’ombrello russo”, gli Stati Uniti hanno diverse società e varie soluzioni da proporre in questo comparto, così come la Francia. Anche Parigi, peraltro, nell’ultimo anno ha rafforzato la sua storica cooperazione con l’Armenia e annunciato l’invio armamenti di vario genere a Erevan. Il 18 giugno scorso, al termine di un incontro con l’omologo Suren Papikyan a Parigi, il ministro della Difesa francese Sebastien Lecornu ha annunciato la vendita di 36 obici semoventi Caesar all’Armenia. L’annuncio una ha fatto storcere il naso non solo in Azerbaigian ma anche in Russia: la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato che “Parigi sta provocando un altro ciclo di scontri armati nel Caucaso meridionale”.

La Russia ha ancora evidenti leve di influenza in Armenia: Mosca mantiene una base militare a Gyumri che ospita una brigata russa e non si può scordare che il Paese caucasico dipende economicamente dall’interscambio commerciale con la Russia e dalle forniture di gas naturale. E proprio il fattore economico è il modo con cui la Russia tiene legata a sé anche la Georgia: se è vero che i rapporti fra Mosca e Tbilisi sono complicati, non si può scordare che la maggior parte delle importazioni petrolifere del Paese caucasico giungono proprio dal vicino russo. La Georgia, inoltre, pur impegnandosi a evitare che vengano aggirate attraverso il suo territorio le sanzioni internazionali imposte alla Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina, non ha mai adottato tali provvedimenti per evitare un disastro economico nazionale. Insomma, la Russia ha una leva “commerciale” che può utilizzare nei confronti della Georgia, così come può sfruttare la vulnerabilità derivante dall’aver de facto occupato il 20 per cento del Paese dal conflitto del 2008. Non si può negare che siano del tutto circostanziali le prove di un diretto coinvolgimento della Russia nell’adozione della “legge sulla trasparenza dell’influenza straniera”, ma è ma del tutto ragionevole supporre un’influenza russa nella velleità del governo georgiano di introdurre una normativa evidentemente invisa ai partner occidentali di Tbilisi.

La legge, rinominata spesso in patria “legge sugli agenti stranieri” o “legge russa”, limita notevolmente le attività dei media e delle organizzazioni non governative possedute da entità straniere o che ricevono finanziamenti dall’estero. Sebbene vi sia stato un cambiamento cosmetico – la decisione di modificarne il nome da “legge sugli agenti stranieri” a “Sulla trasparenza dell’influenza straniera” per evitare un diretto richiamo all’analoga normativa in vigore in Russia – il testo della normativa è identico a quello presentato all’inizio del 2023. Si tratta, quindi, letteralmente dello stesso disegno di legge che, dopo l’approvazione in prima lettura, venne ritirato a causa delle feroci proteste di piazza avvenute in particolare a Tbilisi, la capitale del Paese. In quel caso il ritiro della normativa favorì l’ottenimento dello status di Paese candidato all’adesione Ue lo scorso dicembre, mentre in questa circostanza il governo guidato da Irakli Kobakhidze ha tirato dritto, noncurante delle critiche e delle minacce dei partner occidentali, a iniziare dagli stessi Stati Uniti, fra i più fermi sostenitori di Tbilisi dal conflitto russo-georgiano del 2008. Lo scenario nel Paese caucasico, tuttavia, fra il 2023 e il 2024 è decisamente cambiato e questo perché il 26 ottobre si terranno le elezioni parlamentari.

Nonostante le proteste di piazza abbiano mostrato un Paese apertamente schierato contro la legge, soprattutto fra le fasce più giovani della popolazione, non si può non tenere conto che i sondaggi – sebbene vadano presi con le pinze – indichino un netto sostegno a favore del Sogno georgiano, il partito di governo. E non mancano, soprattutto nelle frange di cittadini più anziani, i delusi nei confronti dell’Occidente e coloro che provano disappunto per la mancanza di progressi in relazione all’adesione all’Ue e alla Nato, elementi che – secondo questi elettori – favorirebbero anche una soluzione relativa le due regioni Abkhazia e Ossezia del Sud, occupate da autorità filorusse. Il Cremlino si è schierato a favore della legge sull’influenza straniera, pur negando ogni coinvolgimento, un fatto che ha attirato l’attenzione di molti osservatori vista la tendenza di Mosca a non esporsi così apertamente sulle vicende interne di altri Paesi. Non si può non tenere conto di una teoria che circola fra alcuni analisti esperti di Caucaso e spazio post sovietico secondo cui per salvaguardare il Sogno georgiano – la cui immagine si è decisamente screditata con la legge sull’influenza straniera – in vista delle elezioni di ottobre, e quindi preservare l’influenza della Russia nel Paese caucasico, il Cremlino offrirà presto delle concessioni sul controllo dell’Abkhazia. Secondo questo suggestivo scenario, di fatto, Mosca sacrificherebbe un asset per salvarne un altro, più prezioso, ovvero la stessa Georgia. La mossa sarebbe audace e, con ogni probabilità, potrebbe provocare nuovi disordini nel Paese caucasico, ma alla Russia, notoriamente, l’audacia non è mai mancata quando si è trattato di difendere il “cortile di casa”, un territorio di cui il Caucaso, nella logica del Cremlino, fa parte a tutti gli effetti.

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Albània Caucasica: la divulgazione non deve distorcere la storia (L’Osservatore Romano 01.08.24)

Lo scorso 24 luglio è stato pubblicato su questo giornale l’articolo «Viaggio nell’antica Albania caucasica. Alle radici del cristianesimo» a firma della studiosa Rossella Fabiani. Su questo articolo, che ha suscitato diverse contestazioni, riceviamo e volentieri pubblichiamo la riflessione dell’Arcivescovo Khajag Barsamian Rappresentante della Chiesa Armena Apostolica presso la Santa Sede.

Nell’articolo Viaggio nell’antica Albania caucasica. Alle radici del Cristianesimo, l’autrice Rossella Fabiani si propone di far conoscere ai lettori le origini cristiane del Caucaso orientale e il suo patrimonio culturale, largamente ignorato in Occidente. L’entusiasmo che traspare da quelle righe, va tuttavia, sempre coniugato con il rigore dell’informazione storica. La narrazione del passato impone anzitutto la conoscenza e il rispetto delle fonti e dei metodi che il loro uso esige, altrimenti si finisce col dare una visione distorta e fuorviante della storia, contribuendo ad accrescere le incomprensioni, soprattutto laddove non si è ancora arrivati a una ricostruzione condivisa dei fatti.

Senza addentrarmi in un’analisi storica troppo dettagliata, vorrei soffermarmi solo su alcuni passaggi dell’articolo.

Sorprende, per esempio, la definizione geografica dell’antica Albània caucasica come il territorio che «si estendeva dalle montagne, a nord, al fiume Aras a sud e dal mar Caspio, a est, ai confini della Georgia (allora Iberia) a ovest». Intanto, si ignora l’esistenza dell’Armenia, uno degli antichi regni caucasici con cui, secondo tutte le fonti classiche e armene, confinava l’Albània. Dall’altro canto, l’estensione dell’Albània fino all’Aras (l’Arasse nelle fonti classiche) contrasta con la testimonianza di quelle stesse fonti. Esse parlano, piuttosto, di un’Albània estesa a nord del fiume Kura, dove si trovavano il centro politico e religioso del Paese, la Chiesa tradizionalmente ritenuta come prima Chiesa albana e dove sono state rinvenute le uniche sette iscrizioni albane a oggi note. Solo alla fine del IV secolo furono inglobate nel territorio albano originario le terre che si stendevano a meridione, fin verso il fiume Arasse.

La penetrazione del cristianesimo nel Caucaso e la relazione tra le tre Chiese nazionali — albana, armena e georgiana — formatesi in quella regione è un argomento complesso, non del tutto chiarito. Che il cristianesimo caucasico risalga al I secolo è una tradizione legittimamente acquisita e condivisa da tutte le Chiese della regione, che vedono in essa la giustificazione della propria apostolicità. Altrettanto condiviso è il riconoscimento di una seconda fase del processo di cristianizzazione, risalente al IV secolo, quando furono convertite le élite dei regni caucasici, promuovendo il cristianesimo a religione di stato. In questo contesto risulta singolare che si parli dell’importante scoperta dei palinsesti albani del Sinai, asserendo che essi confermano l’esistenza delle prime chiese dell’Albània caucasica già nel I secolo.

Lo straordinario contributo dei palinsesti alla conoscenza della storia albana e, più in generale, del Caucaso non riguarda la datazione dell’arrivo del cristianesimo in quelle terre. Invece, essi mostrano come le fonti armene, in particolare lo storico Koryun, fossero nel giusto quando parlavano dell’esistenza nel Caucaso di tre alfabeti — armeno, albano e georgiano — usati per tradurre le scritture già agli inizi del V secolo.

La convivenza tra la Chiesa armena e quella albana non fu facile, già dai primi secoli della loro esistenza. La Chiesa albana subì una forte influenza da parte di quella armena, tanto da risultarne profondamente armenizzata sin dal Medio Evo. Anche su questo aspetto i palinsesti possono gettare nuova luce. Infatti, Jost Gippert, uno degli editori di questi manoscritti, mette in evidenza la dipendenza della versione albana del Vangelo di Giovanni trasmessa in uno dei due palinsesti da quella armena. Non si può ignorare la complessità di queste relazioni, e affermare che l’“armenizzazione” della Chiesa albana risalga agli inizi del XIX secolo, citando il trattato di Turkmenchay del 1828 e l’abolizione della Chiesa d’Albania e la sua subordinazione a quella armena nel 1836, per volontà dello zar Nicola .

Se così fosse, come si spiega che la petizione indirizzata dai fedeli di quella Chiesa allo zar Pietro I il Grande nel 1724, per invocare la protezione del sovrano di fronte ai musulmani, fu redatta in armeno, e che, sempre in armeno, l’allora catolicos della Chiesa albana, Esayi Hasan-Jalaleants (1702-1728), discendente di un nobile casato a lungo alla guida del catolicosato, scrisse la sua Breve storia della terra degli albani, all’inizio della quale elencava gli storici che lo avevano preceduto, tra cui quelli «della nostra nazione armena»?

Come mai le chiese dell’Artsakh (come chiamano quelle terre gli armeni) ricordate nell’articolo, sottoposte alla giurisdizione del catolicos albano, portano solo iscrizioni armene che datano almeno dal XI – XII secolo, mentre non c’è traccia di iscrizioni albane? Infatti, il migliaio di iscrizioni studiate dall’orientalista Iosif Orbeli e appartenenti alla Chiesa albana citate nell’articolo, sono tutte in armeno e risalgono a molti secoli prima della presunta “armenizzazione” di quella Chiesa agli inizi del 1800.

Trattare questi argomenti pone una questione etica, in particolare quando la storia irrompe nel presente, e bisogna fare attenzione a non alimentare ulteriormente tensioni che hanno già causato migliaia di morti e indotto decine di migliaia di armeni a lasciare la propria terra, abitata da tempi immemorabili.

di KHAJAG BARSAMIAN

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Sulle montagne dell’Armenia per esplorare le interazioni tra geodiversità e biodiversità (Magazine.unibo 01.08.24)

Un team dell’Alma Mater ha partecipato alla missione sul vulcano Aragats – nata nell’ambito di un progetto bilaterale Italia-Armenia coordinato, per l’Italia, dal CNR – per indagare il rapporto tra le variazioni della biodiversità e quelle dell’ambiente

Alessandro Chiarucci, Martina Neri, Samadhi Cervellin, Bianca Vandelli – Università di Bologna – e Cesare Ravazzi – CNR – durante un rilevamento delle comunità vegetali di alta quota sulle pendici del Monte Aragats, a 3200 m. di altitudine


Si è conclusa la spedizione sul vulcano Aragats, nella regione di Aragatson, in Amenia, che ha coinvolto una squadra di docenti, ricercatrici e ricercatori, studentesse e studenti dell’Università di Bologna, dell’Università di Milano Bicocca, del CNR-IGAG (Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria) e della National Academy of Sciences della Repubblica Armena (NAS).

La missione fa parte del progetto “Geodiversity-Biodiversity interactions in forest to steppe habitats across an ecoclimatic gradient in Armenia. A theoretical concept applied to the effects of global warming”, nato nella cornice dell’accordo bilaterale biennale tra il CNR e il Ministero dell’educazione e della scienza della Repubblica Armena (MESRA). Il progetto punta a esplorare le relazioni tra le variazioni della biodiversità e quelle dell’ambiente, con focus sul ruolo dei fattori geologici, climatici e dell’uso del suolo.

A rappresentare l’Alma Mater, un team del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali composto da Alessandro Chiarucci, professore di Botanica ambientale e applicata, Bianca Vandelli, titolare di una borsa di studio, e dalle studentesse Martina Neri e Samadhi Cervellin.


Un accampamento di pastori curdi sul versante orientale del Monte Aragats, a circa 2200 m. di altitudine, utilizzato per ospitare le famiglie che trascorrono il periodo estivo in alta quota con le greggi


“La missione ci ha permesso di completare una raccolta di dati ecologici e di biodiversità lungo un esteso gradiente di quota del Monte Aragats, un vulcano alto 4090 metri che costituisce la vetta più alta del Caucaso minore. Si tratta di un’area importantissima per la biodiversità, grazie alla sua posizione geografica e alla sua complessità topografica. Il progetto porterà importanti risultati in termini di ricerca di base e applicata.”, commenta il professor Chiarucci, che conclude: ”Inoltre, è stata avviata una collaborazione con l’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica d’Armenia, che ci ha permesso di discutere sia di nuovi progetti di ricerca congiunta sia di possibili scambi di ricercatrici, ricercatori, studentesse e studenti.”.

La fortezza medievale di Amberd, sulle pendici meridionali del Monte Aragat,s a un’altitudine di 2300 m.

Gli studiosi hanno realizzato rilevamenti topografici, geopedologici, botanici e zoologici in 84 siti di campionamento distribuiti lungo un gradiente altitudinale di 2700 metri (tra i 1100 e 3850 metri) sul versante meridionale del vulcano. I dati raccolti permetteranno di porre le basi per un’analisi temporale degli effetti sulla biodiversità dovuti al processo di riscaldamento globale iniziato negli anni ‘80 del secolo scorso.

Durante la missione, il professor Chiarucci ha tenuto una relazione su “Le sfide della conservazione della biodiversità nell’Antropocene” presso la sede dell’Accademia Nazionale delle Scienze, nella capitale Erevan. L’evento, introdotto dal professor Ruben Harutyunyan, Segretario del Dipartimento di Scienze Naturali dell’Accademia, ha visto la partecipazione di rappresentanti delle strutture scientifiche ed educative armene, di giovani scienziate e scienziati, studentesse e studenti.

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Armenia e Turchia si incontrano sul confine (Osservatorio Balcani e Caucaso 01.08.24)

Il 30 luglio, gli inviati speciali armeni e turchi per la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi si sono incontrati sul confine condiviso. Tuttavia, sebbene incoraggiante, il processo sembra rimanere legato alla normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaijan

01/08/2024 – Onnik James Krikorian
Alla fine di luglio, Ruben Rubinyan e Serdar Kilic, i diplomatici armeni e turchi nominati inviati speciali per la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi nel 2021, si sono incontrati di nuovo. Nonostante i tentativi precedenti, in particolare nel 2009, le speranze di successo si erano rafforzate dopo la guerra di 44 giorni tra Armenia e Azerbaijan nel 2020. Il confine condiviso è stato chiuso da Ankara nel 1993: non a causa del conflitto con Yerevan, ma in solidarietà con Baku dopo che le forze armene hanno preso Kelbajar, uno dei sette distretti azeri che circondano la regione separatista del Nagorno Karabakh, abitata principalmente da armeni.

Nel 2020, tuttavia, insieme ad altre regioni prese o restituite a Baku, questo non era più un problema. Nel settembre 2023, quando oltre 100.000 armeni etnici sono fuggiti in Armenia, Baku ha ripreso anche il pieno controllo del Karabakh.

Come nel 2009, tuttavia, la Turchia ha nuovamente subordinato la normalizzazione ai progressi del fragile processo di pace tra Armenia e Azerbaijan. All’ultimo incontro tra Rubinyan e Kilic, tenutosi a Vienna nel luglio 2022, le parti hanno concordato di aprire uno dei due valichi di frontiera inutilizzati per i titolari di passaporti diplomatici e per i cittadini di paesi terzi. Nonostante un investimento di 2,6 milioni di dollari per stabilire il controllo di frontiera e doganale da parte armena in uno dei due valichi di frontiera inutilizzati, non c’è stata ancora alcun passo simile da parte turca.

L’incontro al valico di Alican-Margara, circa 40 km a ovest di Yerevan e il primo sul confine, è stato comunque incoraggiante. Rubinyan e Kilic sono stati anche i primi diplomatici ad attraversare simbolicamente insieme il ponte. Tuttavia, una dichiarazione formulata in modo identico dai ministeri degli Esteri armeno e turco non ha fatto alcun riferimento ad una futura apertura parziale del confine, limitandosi a ribadire l’intenzione di “continuare il processo di normalizzazione senza precondizioni”, pur impegnandosi a valutare la possibile riapertura della ferrovia Akyaka-Akhurik più a nord.

Molti commentatori in Armenia, Azerbaijan e Turchia hanno interpretato l’annuncio come un ulteriore segnale che anche un’apertura parziale del confine, intesa a creare fiducia, non avverrà finché non si saranno verificati sufficienti progressi tra Baku e Yerevan. Sebbene ci siano stati alcuni sviluppi positivi da dicembre dell’anno scorso, quando l’Armenia ha sostenuto la candidatura dell’Azerbaijan per ospitare la Conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici di quest’anno a Baku, e anche la restituzione di quattro villaggi azeri presi all’inizio degli anni ’90, l’Azerbaijan ha da allora subordinato un trattato di pace alla rimozione da parte dell’Armenia di un controverso preambolo dalla costituzione del paese. Inoltre, il ripristino del passaggio a livello ferroviario sarebbe “in linea con gli sviluppi regionali”.

Molti hanno interpretato questo come lo sblocco del commercio regionale e dei trasporti in generale, tra cui un controverso collegamento tra Azerbaijan e Nakhchivan che passa attraverso l’Armenia, a lungo parte integrante dei precedenti tentativi di raggiungere un accordo. Sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, la situazione è stata complicata da considerazioni geopolitiche, poiché la dichiarazione di cessate il fuoco che ha posto fine alla guerra del 2020 stabilisce che tale collegamento sarà supervisionato dalla guardia di frontiera del Servizio di sicurezza federale russo. Da allora, il primo ministro Nikol Pashinyan ha chiarito di essere contrario a tale sviluppo, il suo intento è infatti di cercare di spostare l’Armenia fuori dall’orbita di Mosca.

A giugno, il vice assistente segretario di Stato statunitense per gli Affari europei ed eurasiatici James O’Brien ha visitato Yerevan e ha anche sottolineato l’importanza della rotta, ma senza il coinvolgimento di Mosca e Pechino, in sostanza, creando una nuova rotta commerciale attraverso Turchia, Armenia e Azerbaijan verso l’Asia centrale aggirando Russia e Cina. Tuttavia, Ankara e Baku, a differenza di Yerevan, difficilmente soccomberanno alle pressioni occidentali per irritare la Russia. Baku ritiene inoltre che un confine aperto tra Armenia e Turchia prima di un accordo tra Armenia e Azerbaijan possa incoraggiare Yerevan a resistere.

Tuttavia, alcuni credono che un documento provvisorio tra Baku e Yerevan su questo potrebbe essere firmato, o più probabilmente avviato, alla conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici nella capitale azera nel corso di quest’anno. Il 21 luglio, il consigliere di Aliyev Hikmet Hajiyev ha annunciato che era già stato inviato un invito al ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, incoraggiando le speculazioni. Sebbene non ci sia ancora stata una risposta ufficiale da Yerevan, l’ufficio di Pashinyan ha detto in risposta ad una richiesta dei media che avrebbe tenuto una conferenza stampa per affrontare queste questioni al ritorno dalle vacanze in agosto.

Che cosa potrebbe essere annunciato non è chiaro, ma probabilmente influenzerà anche il passo del processo di normalizzazione tra Armenia e Turchia. Pashinyan si era già preso una pausa dalle vacanze per visitare il valico di Alican-Margara solo quattro giorni prima dell’incontro fra Rubinyan e Kilic, evidenziando l’importanza che l’Armenia attribuisce all’apertura del confine. Come al solito, tuttavia, ciò sembra ancora legato ad un accordo tra Armenia e Azerbaijan.

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Condivisione facebookCondivisione XCondivisione linkedinCondivisione whatsappStampa L’IRAN STAREBBE ARMANDO L’ARMENIA (L’Opinione delle Libertà 01.08.24)

Venezuela sale la tensione, a causa del – si spera – ultimo trucco per mantenere il potere bolivarista, perpetrato da una tirannide che pratica il male in nome del “bene del popolo”. Il Governo di Caracas ha rotto le relazioni con il Perù, colpevole di ritenere Nicolás Maduro indegno della carica di presidente, che invece spetta al suo oppositore Edmundo González, come sostengono tutte le nazioni democratiche, ma non le dittature a cominciare dal terzetto Iran-Cina-Russia.

L’Iran è molto attivo in questo periodo, non solo per il conflitto con Israele. Il Governo di Gerusalemme ha eseguito a Teheran l’omicidio mirato del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, per mezzo di un missile teleguidato. Inoltre, a Beirut, Israele ha colpito il comandante militare di Hezbollah, Fuad Shukr. Non possiamo prevedere quali saranno gli esiti del conflitto tra sciiti e Israele, che poi è un chiavistello per mettere in difficoltà l’Arabia e gli altri Stati sunniti che con Israele hanno siglato gli Accordi di Abramo (implicitamente allargati a quasi tutti gli Stati sunniti). Si segnalano, però, in alcuni movimenti tellurici interessanti, al di fuori delle aree israelo-palestinesi.

Parliamo di una notizia rimasta sottotraccia, mentre su Rainews 24 capita di sentire glorificare il nuovo presidente iraniano Masoud Pezeshkian con la definizione profetico-visionaria di “uomo moderato”. L’Iran, infatti, avrebbe segretamente inviato 500 milioni di dollari di armamenti all’Armenia, che resta un’altra area bollente del Medio Oriente. Lo ha svelato pochi giorni fa il sito di opposizione al regime degli ayatollah, Iran International. La mossa di Teheran implica l’accensione di una miccia in una polveriera come il Caucaso, dove russi e iraniani cercano di riprendere le aree di servitù demaniale che erano parte dell’Unione Sovietica. Il principale problema dell’Armenia è con l’Azerbaigian, nazione con la quale Erevan ha combattuto due guerre dopo il 1990. Nel 2020 gli azeri hanno ripreso una buona parte del loro territorio a partire dal Nagorno-Karabakh.

Il sostegno all’Armenia implica il passaggio di questa nazione nell’area di influenza iraniana? Nel Caucaso le linee di “prestigio” restano molto fluide. Per esempio, oggi la Georgia è caduta in mani russe, per mezzo del lavoro occulto di servizi segreti e della corruzione di politici e militari. Questo è avvenuto dopo due conflitti col regime di Vladimir Putin, che riconquistò manu militari il 20 per cento delle regioni dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud. Ebbene, la Georgia non era per niente felice dell’idea putiniana della Reconquista russa delle steppe a sud della Siberia e del Caucaso.

Secondo Iran International, l’Iran avrebbe fornito all’Armenia droni kamikaze Shahed 136129 e 197 – come quelli utilizzati in Ucraina – e il drone Mohajer 10, in grado di volare a 7mila metri di altezza e con un raggio di azione di 2mila chilometri. Poi ci sarebbero i sistemi di difesa antimissile come i Khordad 15 e 3, il Majid e Arman. L’Armenia ha in un primo momento “non negato” le indiscrezioni, mentre in seguito le ha definite “false e tendenziose”.

Di sicuro, il Ministero delle Finanze dell’Armenia ha riportato che, nel 2024, il budget per la Difesa è aumentato dell’81 per cento rispetto al 2020. Un dato che da solo fa capire che la striscia di costa che va dalla Turchia occidentale fino al Sinai non è la sola dove il fuoco cova sopra la cenere. Ciò non significa arrivare all’opzione di guerre globali, bensì è il riesplodere della tattica militare-politica del fochismo, applicata dal comunismo sovietico e castrista tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso. Nuovi Michail Gorbačëv e Ronald Reagan cercansi.

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Propaganda azera nel giornale ufficiale del Vaticano (Assadakah 31.07.24)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Il giornalista britannico, ricercatore di fama mondiale di antiche civiltà, Graham Hancock considera l’Armenia la culla dell’umanità. Lui ha scritto: “Il mondo è in realtà ingiusto nei confronti della nazione armena. In queste condizioni difficili, l’Armenia è riuscita a resistere davvero». Ma ciò che stupisce è l’atteggiamento, nei confronti del più antico Paese cristiano del mondo, del Vaticano che, non solo sembra ignorare le sofferenze di questo popolo che subisce da sempre attacchi dei vicini Paesi islamici, ma permette a certi giornalisti di pubblicare, nel giornale L’Osservatore Romano, delle autentiche mistificazioni della storia.

L’Artsakh, internazionalmente conosciuto come Nagorno Karabakh, quel territorio ancestralmente abitato e governato da armeni e sottratto a quest’ultimi dagli islamici azeri nella totale indifferenza del mondo e nell’assordante silenzio del Papa e del Vaticano, è diventato Albania caucasica. E sarebbero dunque attribuite all’Albania caucasica le radici del cristianesimo. In un articolo di questi giorni, pubblicato da L’Osservatore Romano (Viaggio nell’antica Albania caucasica Alle radici del cristianesimo. Uno dei primi territori ad adottare la religione cristiana ancora viva oggi grazie alla comunità degli Udi del 24 luglio 2024), si legge che è stato “Uno dei primi territori ad adottare la religione cristiana ancora viva oggi grazie alla comunità degli Udi”. E per avvalorare questa bislacca tesi si distingue l’Albania balcanica da quella caucasica e si parla della nascita della Chiesa Albana Apostolica del Caucaso nel IV secolo dopo la nascita di Cristo. Area che corrisponde oggi al territorio dell’Azerbaijan. Il governo di Baku si dà parecchio da fare a invitare coloro disposti a raccontare una storia reinterpretata. E così l’Armenia non sarebbe più il primo Paese cristiano del mondo ma addirittura l’Albania caucasica, grazie al predicatore Eliseo, discepolo dell’apostolo Taddeo che è stato inviato nel Caucaso per conto di san Giacomo, primo patriarca di Gerusalemme. E San Gregorio Illuminatore sarebbe stato preceduto da Eliseo che avrebbe fondato l’antica Chiesa Apostolica Albana di rito orientale del Caucaso. Ovviamente la giornalista Rossella Fabiani racconta il lungo viaggio di Eliseo e si affretta però a specificare che, ça va sans dire, è poco noto che l’Azerbaijan sia stata la culla della Chiesa Albana Caucasica Apostolica di rito orientale, che sarebbe più antica dell’armena Apostolica Gregoriana. Si citano manoscritti armeni che si trovano nel museo armeno Matenadaran e l’intento è sempre quello di togliere ogni paternità alla storica Armenia, compresa quella della cristianità. Sì cita la data del I secolo d. C. ma si specifica che è stato solo a metà del IV secolo (dopo l’Editto di Milano del 313) che i re albani adottarono ufficialmente il cristianesimo. Ma l’Armenia il cristianesimo lo ha adottato nel 301. Ed è strano che questa mistificazione, che genera confusione in chi poco sa dell’Armenia, sia a favore di un Paese islamico. E allora ecco che i monasteri armeni diventano dell’Albania caucasica.

Ma la parte più assurda dell’articolo è la seguente: “(….) Ma un lento oscuramento della Chiesa albana era già con la firma del trattato di Turkmenchay nel 1828 quando si decise di trasferire gli armeni provenienti dagli imperi ottomano e persiano nei territori dei khanati di Garabagh, Erivan e Nakhchivan. Iniziò allora un processo di gregorizzazione del patrimonio dell’Albania caucasica (….)” . Quindi gli armeni sarebbero i musulmani e i cristiani sarebbero gli antichi azeri…

E il viaggio in Azerbaijan deve essere piaciuto parecchio alla giornalista de L’Osservatore Romano, deve essere stata accolta molto bene, perchè ne ha scritto anche un altro di articolo (Monasteri tra le nuvole – 24 luglio 2024).

“Nel nostro viaggio in Azerbaijan abbiamo attraversato tre grandi regioni del paese: Gabala, Shaki e Garabagh. Ognuna di esse è caratterizzata da una ricca presenza dell’antica Chiesa albana apostolica. A Nij — la nostra prima tappa dopo Baku, dove vive la comunità cristiana degli Udi, eredi diretti della comunità cristiana albana (…) “. Vengono elencati monasteri, chiese, luoghi ma degli armeni, anche nella zona di quella che era il Nagorno Karabakh, non ci sarebbe alcuna traccia.

A criticare quest’ultimo articolo, pubblicato sul quotidiano ufficiale vaticano, in cui i monumenti essenziali del patrimonio armeno del Nagorno Karabakh vengono descritti come appartenenti al patrimonio di Aghouania, è stata anche la Fondazione Geghard che lo ha definito privo di qualsiasi fondamento scientifico. Ha infatti rilasciato una dichiarazione in cui sottolinea che la propaganda statale azera ha trovato posto anche nella stampa vaticana.

Anche l’uso dei nomi azeri per i monumenti armeni nel titolo dell’articolo indica che la propaganda statale del governo di Baku non perde occasione per diffondere notizie false.

La dichiarazione della Fondazione aggiunge che “(…) questa strategia di appropriazione indebita del patrimonio culturale armeno viene ora implementata su nuove piattaforme internazionali, supportata dai massicci investimenti dell’Azerbaijan nel settore petrolifero e dalla sua influenza finanziaria sulle organizzazioni e istituzioni internazionali. L’Azerbaijan ha fatto della falsificazione storica non solo una politica statale, ma anche una teoria diffusa sulle piattaforme internazionali. Da un lato Baku sembra costruire un’immagine “multiculturale e democratica”, dall’altro “internazionalizza” i meccanismi di distorsione del patrimonio culturale armeno”. La mistificazione è portata avanti anche attraverso mostre fotografiche, come quella allestita recentemente in Polonia sul cosiddetto “albanese-caucasico”, con l’intervento dell’Ambasciata dell’Azerbaijan. La Fondazione Geghard condanna la politica di distorsione del patrimonio culturale armeno portata avanti dal regime dittatoriale di Aliyev, che utilizza tutti i mezzi possibili. Egli invita le rinomate organizzazioni scientifiche e istituzioni internazionali, nonché i media, a non cedere alla propaganda anti-armena dello Stato azero. 

Una grave amnesia, dunque, anche quella del Vaticano.

Fortunatamente ci sono ancora persone dalla memoria più solida, come quella del ricercatore britannico citato inizialmente. Graham Hancock ha concluso che l’Armenia dovrebbe essere un punto di svolta nella comprensione dell’antichità, nel ripristinare la memoria dei tempi antichi.

“Secondo me – ha dichiarato Graham Hancock – l’Armenia può davvero insegnare al mondo qualcosa sul nostro passato dimenticato e sullo spirito umano”.

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La quinta riunione del processo di normalizzazione Turkiye-Armenia (Trt 30.07.24)

Nell’ambito del processo di normalizzazione Turkiye-Armenia si è tenuta la quinta riunione.

Il Ministero degli Esteri turco ha rilasciato una dichiarazione sulla “Quinta riunione dei rappresentanti speciali del processo di normalizzazione Turkiye-Armenia”, in cui si afferma:

“I rappresentanti speciali di Turkiye e Armenia per il processo di normalizzazione, l’ambasciatore Serdar Kilic e il vicepresidente dell’Assemblea nazionale armena Ruben Rubinyan, hanno tenuto il loro quinto incontro il 30 luglio al valico di frontiera di Alican-Margara, sul confine comune dei due Paesi.

I rappresentanti speciali, confermando i punti concordati nei precedenti incontri, hanno anche deciso di valutare i requisiti tecnici per rendere operativo il valico di frontiera ferroviario di Akyaka/Akhurik in linea con gli sviluppi regionali e di facilitare le procedure di visto reciproche per i titolari di passaporti diplomatici/ufficiali.

Infine, i rappresentanti speciali hanno ribadito il loro accordo a proseguire questo processo senza precondizioni, con l’obiettivo finale di una piena normalizzazione.”

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Armenia-Turchia, dal tragico passato a moderne convenienze (Remocontro)


 

Nagorno Karabakh, la pace è ormai ad un passo. Cosa può ancora ostacolarla (Il Tempo 30.07.24)

Armenia e Azerbaigian si avvicinano sempre di più a una difficile pace in Nagorno Karabakh, la regione del Caucaso meridionale da più di 30 anni al centro di una contesa tra i due Paesi. Una pace che però rimane difficile. La strada da percorrere forse non è lunga, ma costellata di rischi legati a eventi che possono far crollare un processo che avanza faticosamente. I due Paesi stanno lavorando e sono vicini per un definitivo accordo rispetto al mutuo riconoscimento di un confine conteso. Il presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato che i due Paesi «non sono mai stati così vicini alla pace» e solo pochi giorni fa ha annunciato che un testo da sottoporre al premier armeno Nikol Pashinyan è in fase di preparazione e le firme potrebbero arrivare a novembre. Circostanza confermata dalle parole dello stesso Pashinyan.

Parole che hanno creato fiducia e speranza, su cui sono però calate come una scure appena due giorni fa gli avvertimenti dello stesso Azerbaigian. «Stop a provocazioni o il nostro esercito sarà costretto a rispondere con tutti i mezzi necessari a garantire la difesa del Paese», si legge in una nota diffusa dal ministero della Difesa di Baku. A mandare su tutte le furie il presidente Aliyev le esercitazioni militari congiunte tra l’esercito armeno e quello americano, le armi che la Francia ha inviato a Yerevan, ma anche la prima tranche dei 10 milioni di euro in aiuti militari che l’Unione Europea ha destinato all’Armenia. Inoltre negli ultimi giorni l’Azerbaigian ha dichiarato di aver abbattuto quattro piccoli veicoli da ricognizione armeni.

Fondamentale per la risoluzione dell’impasse è che Armenia e Azerbaigian diano fede all’accordo trovato a fine aprile per l’inizio dei lavori per la delimitazione dei confini. Un lavoro sul campo da effettuare in base alle mappe del periodo sovietico. A spianare la strada alla delimitazione dei rispettivi territori è stata la decisione di Pashinyan, che a marzo ha accettato di restituire all’Azerbaigian 4 villaggi occupati dalle forze armene nel 1990: Askipara, Baghanis Ayrum, Gizilhajili e Kheirimly. Si tratta di insediamenti abbandonati negli anni del conflitto, ma che all’epoca dell’Unione Sovietica appartenevano all’Azerbaigian. Rimangono tuttavia numerosi gli ostacoli verso una soluzione della disputa. L’apertura di Pashinyan alla firma di un’intesa ha scatenato veementi proteste che hanno messo in difficoltà il governo. Le pressioni della Francia e gli aiuti militari da parte dell’UE hanno fatto risalire la tensione. Il conflitto in Nagorno Karabakh ha dimostrato negli anni di essere sempre stato latente e sempre pronto a esplodere. Ultimo esempio meno di un anno fa.

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Erdogan a Israele: “Siamo entrati nel Nagorno Karabakh e in Libia, faremo lo stesso con loro” (Varie 29.07.24)

Sabato scorso, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un duro avvertimento contro Israele, nel contesto delle crescenti tensioni nella regione del Medio Oriente.

In un discorso tenuto in una riunione del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP, in turco), al potere, il presidente turco ha parlato dell’importanza di sviluppare l’industria della difesa locale per dissuadere Israele ad attaccare la Striscia di Gaza.

“Dobbiamo essere molto forti affinché Israele non possa fare queste cose alla Palestina”, ha affermato, citato dai media locali, dalla provincia di Rize, nel nord-est del Paese. “Proprio come siamo entrati nel Nagorno Karabakh e in Libia, faremo lo stesso con loro “, ha continuato.

“Non c’è nulla che ci impedisca di farlo. Dobbiamo solo essere abbastanza forti per compiere questi passi “, ha concluso il presidente turco.

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Erdogan minaccia: “Turchia può invadere Israele” (Adnkronos)


Erdogan minaccia di invadere Israele per far cessare la guerra (Rainews)


Medio Oriente, Erdogan evoca la possibilità che la Turchia invada Israele (Ansa)


Erdogan avverte che la Turchia potrebbe entrare in Israele (Agenparl)


Erdogan minaccia di invadere Israele, Katz: «Ricordati come è finito Saddam» (Lettera43)


Gaza, Erdogan minaccia di invadere Israele: il video con le sue parole (La Presse)


Israele risponde a Erdogan: “Non accettiamo minacce di invasione” (Intrerris)


Gaza, Erdogan minaccia di invadere Israele: il video con le sue parole (Libero)


ISRAELE. ERDOGAN, ‘PRONTI A INVADERE’ (Notizieveopolitiche)