Il tentato golpe in Armenia è un’imbarazzante sconfitta per Putin (L’Inkiesta 26.09.24)
Mercoledì scorso, tre uomini vengono arrestati a Erevan. Sono cittadini armeni e insieme ad altri connazionali fanno parte di una banda che da inizio anno viene finanziata e addestrata dal Cremlino con l’obiettivo di «preparare la presa di potere, usando la violenza e la minaccia della violenza per impossessarsi dei poteri del governo».
In poche parole, un golpe. Sebbene le autorità non abbiano ancora diffuso l’identità dei cospiratori, i primi dettagli dell’operazione sono stati resi pubblici: non si tratta di utili idioti o mitomani con il pallino del colpo di stato, ma di una formazione che fino alla sua cattura ha ricevuto uno stipendio mensile di duecentomila rubli (poco più di duemila euro) e un addestramento di tre mesi presso la base militare di Arbat, a Rostov sul Don.
In Russia, il gruppo si è esercitato all’utilizzo delle armi da fuoco, in particolare fucili d’assalto e altro equipaggiamento militare, oltre a prestarsi a improbabili test con la macchina della verità in modo da garantire, di fronte all’esercito putiniano, la propria fedeltà a Mosca.
Per quanto grottesco possa risultare questo dettaglio, è emblematico della paranoia che si respira dalle parti della Federazione russa (sulla quale torneremo a breve). La relazione stilata dal Comitato investigativo della Repubblica di Armenia afferma che i membri riconosciuti di questo commando sono sette, due dei quali provenienti dalla regione del Nagorno-Karabakh, epicentro del conflitto tra Armenia ed Azerbaijan.
Non è chiaro come questi avrebbero potuto concretamente rovesciare il governo e conquistare la Repubblica, se dietro di loro ci siano altri agenti dormienti, degli effettivi sostenitori o, più realisticamente, se con il loro atto di forza Mosca speravano in una strategia volta a destabilizzare il Paese, scatenando una reazione a catena che avrebbe offerto ai russi la giustificazione perfetta per un’invasione militare.
Questo scenario, del resto, è supportato dai numerosi esempi della storia recente. Ma a rendere il caso ancora più degno di interesse è il bersaglio: l’Armenia di Nikol Pashinyan. Russia e Armenia vantavano un’alleanza che risale ai tempi dell’Urss, un’unione politica e militare secondo molti indissolubile. Questo spiega l’imbarazzo da ambo le parti; il ministero degli Esteri russo si rifiuta di commentare la notizia, chiudendosi in un silenzio più che esplicativo, e anche i vertici armeni evitano accuse dirette.
Dopo la rivelazione dei procuratori, Pashinyan ha tenuto una conferenza stampa piena di attacchi sibillini all’ex alleato, parlando di inadempienze dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Otsc) – la cosiddetta “Nato russa” – piuttosto che confermare il ruolo attivo degli uomini di Vladimir Putin nella trama.
«Abbiamo congelato la nostra adesione alla Otsc non solo perché la Otsc non sta adempiendo ai suoi obblighi di garantire la sicurezza dell’Armenia, ma anche perché sta creando minacce alla sicurezza, all’esistenza e alla statualità dell’Armenia», ha dichiarato il primo ministro nell’incontro con i giornalisti e non servono particolari interpretazioni per capire che la sigla e il suo attentato alla “statualità” del Paese siano un modo per affermare quanto sospettato dall’opinione pubblica: la Russia non perdona l’indipendenza di Erevan e non si farà scrupoli per fermare il processo di emancipazione.
È proprio per questo che Pashinyan rincara la dose: «Se vedremo una possibilità più o meno realistica di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione Europea non perderemo quel momento». Il tentato golpe doveva essere un modo per allontanare l’Armenia dall’Europa, e invece ha avuto l’effetto contrario. Era prevedibile.
Quello di mercoledì scorso è solo l’ultimo episodio della crisi tra Mosca ed Erevan che ha raggiunto il suo culmine poco prima dell’estate, quando il governo di Pashinyan ha deciso di “congelare” la sua adesione alla Otsc; la Russia perdeva non solo la sua presenza territoriale nella regione, ma uno dei partner più importanti dell’alleanza che secondo la propaganda putiniana rappresentava il braccio armato del tanto vagheggiato “ordine multipolare” a trazione moscovita.
È proprio su questo terreno che la paranoia russa diventa palese perché quello che secondo i media putiniani è riducibile a un “tradimento” da parte di Erevan, in realtà nasconde una serie di fallimenti del Cremlino che lo hanno colpito nel suo ruolo di arbitro internazionale. Il contingente russo, ai tempi, non ha difeso l’Armenia dagli azeri causando un progressivo, e inarrestabile, avvicinamento di questa ai Paesi occidentali; per cercare di correre ai ripari, la Russia è passata dall’altra parte del campo schierandosi in maniera sempre più esplicita con l’Azerbaijan.
Un mese prima della scoperta del complotto, i media russi hanno riportato con entusiasmo l’incontro a Baku tra Vladimir Putin e il presidente Ilham Aliyev nel quale si è discusso di collaborazione politica ed economica per rafforzare il ruolo di entrambi nella regione. A margine del bilaterale, Aliyev ha annunciato trionfalmente l’accordo stipulato con il Cremlino per il trasporto di merci dal valore di oltre centoventi milioni di dollari, un primo passo verso un’alleanza organica tra i due Paesi.
Il risultato di questa operazione non si è fatto attendere: l’ingresso della Russia nelle tratte commerciali azere ha fatto infuriare l’Iran perché avrebbe minato gli scambi diretti tra la Repubblica islamica e l’Armenia (la questione del corridoio di Zangezur, parte decisiva dei tentati accordi di pace nel conflitto del Nagorno-Karabakh).
Mosca ha tentato di fare la voce grossa ma l’Iran è un partner essenziale non solo per motivi ideologici, è tra i Paesi che contribuisce di più ai rifornimenti per sostenere l’invasione dell’Ucraina. È per questo che la grande strategia russa si è risolta con un ritorno sui propri passi condito da un’umiliante riappacificazione con il regime islamico.
Nel mentre, il protagonismo di Putin subisce un’ulteriore ferita con la recente chiamata tra Aliyev e il segretario di Stato americano Antony Blinken. Gli Stati Uniti stanno operando per raggiungere un accordo di pace nel Nagorno-Karabakh e l’evento è particolarmente amaro per il Cremlino: Putin non è più il solo arbitro al di sopra delle parti.
Questo insieme di sconfitte diplomatiche, tra un’Armenia dichiaratamente vicina all’Europa e un neo alleato che dialoga con il nemico numero uno, rappresenta una ferita fatale al sistema russo. Ma l’animale ferito è sempre più pericoloso ed è facile immaginare che il tentato golpe sia solo l’inizio.
L’Armenia valuta l’uscita definitiva dal CSTO (Osservatorio Balcani e Caucaso 26.09.24)
Dopo l’esito disastroso della guerra per il Nagorno Karabakh e il mancato intervento di Mosca, Yerevan ha congelato la sua partecipazione all’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) e pensa all’uscita dall’alleanza militare a guida russa
È dal 2020 che l’Armenia è frustrata dal mancato intervento dell’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO) nel quadro del suo sistema di sicurezza.
Per Yerevan i conflitti transfrontalieri, gli scambi a fuoco e le accuse verso Baku di aver occupato parte del territorio armeno non hanno mai trovato la risposta che l’Armenia si aspettava dal CSTO. Anzi, l’organizzazione stessa ha dichiarato di non poter intervenire in scambi e tensioni transfrontaliere là dove il confine non è delimitato.
Per il governo armeno questo è però solo un pretesto per scaricare le responsabilità di tutela dell’integrità territoriale di un paese membro che l’organizzazione avrebbe dovuto proteggere e pertanto ora Yerevan sta valutando se rimanerne o meno stato membro.
Il 2024 è stato l’anno durante il quale i rapporti fra Armenia e CSTO sono diventati particolarmente difficili e Yerevan è passata dalle parole – molte – ai fatti.
All’inizio dell’anno una serie di dichiarazioni hanno provato che da parte del CSTO e Armenia c’erano percezioni molto diverse riguardo allo status del paese all’interno dell’organizzazione.
L’Armenia aveva già sospeso da parecchio tempo la collaborazione attiva con l’organizzazione e la partecipazione agli eventi e alle esercitazioni si è fatta sempre più sporadica.
L’ambasciatore Russo al CSTO Viktor Vasiliev a gennaio ha dichiarato che questo sporadica collaborazione dell’Armenia dipendeva largamente dall’interferenza dell’Occidente e ha sottolineato che la sicurezza armena dipende dal CSTO e l’uscita del paese dall’organizzazione non era un argomento all’ordine del giorno.
Piuttosto differente la lettura data da Yerevan del quadro della propria partecipazione. Durante un’intervista a febbraio il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato che la partecipazione dell’Armenia all’organizzazione era di fatto congelata.
E questa è la definizione che Yerevan ha portato avanti da allora, un congelamento della partecipazione.
Queste parole hanno trovato però smentita da parte di Mosca: il portavoce del Cremlino Dmitri Pescov ha dichiarato che la condizione di congelamento della partecipazione all’organizzazione non ha uno statuto riconosciuto e quindi che Mosca avrebbe chiesto chiarimenti su che cosa intendesse il primo ministro armeno con questa definizione eterodossa.
Finanziamento ed esternazioni
Che cosa intendesse il primo ministro è risultato abbastanza evidente con l’inizio della primavera, quando l’Armenia ha dichiarato che non avrebbe più partecipato ai finanziamenti del CSTO.
L’organizzazione stessa ha cercato però nuovamente di sminuire l’importanza di questa scelta, sostenendo che era già successo che alcuni membri sospendessero il finanziamento, e che l’importante era che la coesione all’interno dell’organizzazione non venisse intaccata.
A intaccare la coesione sarebbe intervenuto un terzo giocatore cioè il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenka.
Durante un viaggio in Azerbaijan Lukashenka si è abbandonato alle sue tipiche esternazioni, facendole cadere come cose scontate, anche nella piena consapevolezza della gravità di quanto stava dicendo.
Il dittatore bielorusso ha sostenuto di aver discusso con il presidente Ilham Aliyev gli esiti della guerra ben prima che venisse combattuta, dimostrando così che la Bielorussia era assolutamente a conoscenza dei piani di Baku.
Ulteriori leaks hanno dimostrato che Minsk ha anche contribuito ad armare l’Azerbaijan, che a differenza dell’Armenia non fa parte di nessuna alleanza militare con la Bielorussia.
Questo quadro ha scatenato le ire di Yerevan, con il primo ministro Nikol Pashinyan che ha dato piena voce ai dubbi che coltivava da parecchio tempo.
Secondo Pashinyan alcuni paesi membri del CSTO non solo avrebbero aiutato l’Azerbaijan, armandolo e mancando dell’obbligo di informare l’alleato armeno del pericolo imminente, ma avrebbero agito per causare la sconfitta armena e comprometterne l’indipendenza.
Yerevan quindi dimostra una profonda sfiducia nella reale volontà degli alleati dell’Armenia, e ritiene di essere stata deliberatamente danneggiata invece che aiutata da quelli che sarebbero dovuti esseri i suoi partner militari.
A questo punto da parte armena si è cominciato a parlare esplicitamente dell’ipotesi di abbandonare il CSTO. Durante un “question time” in parlamento Pahinyan ha definito il CSTO un’organizzazione bluff.
A causa delle dichiarazioni di Lukashenka anche i rapporti armeno-bielorussi sono significativamente peggiorati e la leadership armena ha dichiarato che nessun uomo politico o delle istituzioni armeno si recherà più in Bielorussia finché ci sarà come presidente Lukashenka.
Questo peraltro implica che l’Armenia non parteciperà agli incontri ufficiali delle organizzazioni di cui fa parte che si terranno in Belorussia, e può diventare un ottimo alibi per scansare ulteriori eventi CSTO.
E adesso?
Yerevan sta sicuramente considerando le conseguenze possibili di abbandonare il CSTO, un processo più facile da dichiarare a parole che da raggiungere nei fatti, soprattutto in modo indolore. Ancora lo scorso marzo il capo di stato maggiore del paese ha dichiarato che le conseguenze sono in via di analisi, ma sono coperte da segreto di stato.
I termini della discussione si sono fatti sempre più accesi con il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin che ha criticato apertamente la leadership armena e ha più volte mosso aperte minacce al paese, invitando la sua classe dirigente a considerare gli effettivi rischi di un abbandono del CSTO.
Galuzin ha dichiarato che la collaborazione armena con l’occidente avrebbe come conseguenza destabilizzazione a catena nella sicurezza nel Caucaso del Sud, a scapito della sicurezza e dell’integrità territoriale del paese, e ha ammonito il primo ministro e la leadership armena a non commettere errori di valutazione che potrebbero avere conseguenze molto gravi per la sovranità, la stabilità e lo sviluppo economico del paese.
Il 18 settembre Pashinyan è tornato sul tema durante il Second Global Armenian Summit a Yerevan e ha dichiarato: “Abbiamo congelato la nostra adesione alla CSTO non solo perché la CSTO non garantisce i suoi obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia, ma anche perché a nostro avviso la CSTO crea minacce per la sicurezza dell’Armenia e per la sua futura esistenza, sovranità e statualità. […] Esiste un’espressione chiamata ‘il punto di non ritorno’; non l’abbiamo ancora attraversato, ma c’è una grande probabilità che lo faremo. E nessuno avrà alcuna legittima occasione o motivo per biasimarci per questo”.
Il giorno dopo l’Armenia ha commemorato mestamente il primo anniversario dalla caduta del Karabakh. Un anno fa, dopo nemmeno 24 ore di battaglia, il regime secessionista capitolava e iniziava l’esodo degli armeni dalla regione contesa.
ARMENIA, MATTEO SALVINI AL 33MO ANNIVERSARIO DELL’INDIPENDENZA (Agenparl 26.09.24)
(AGENPARL) – Roma, 26 Settembre 2024
Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini ha partecipato in qualità di ospite d’onore alla Festa per il 33mo Anniversario dell’Indipendenza dell’Armenia organizzato dall’Ambasciata armena a Roma, nella serata di ieri.
Salvini ha voluto rinnovare, durante la cerimonia, i sentimenti di profonda amicizia di tutto il Governo italiano al popolo ed al Governo armeno.
ARMENIA, UN ANNO DALL’OCCUPAZIONE DEL NAGORNO-KARABAKH (Opinione delle Libertà 26.09.24)
Dopo oltre tre decenni di conflitti, e passato un anno da quel 19 settembre 2023, quando l’Azerbaigian rovesciò militarmente l’autoproclamata autorità della ex regione autonoma del Nagorno-Karabakh, o Repubblica dell’Artsakh, il popolo armeno vive ancora sotto la minaccia dello scomodo, ma sempre più solido militarmente, vicino. Allora l’esercito di Baku in circa venti ore ha praticamente assunto il controllo del territorio popolato principalmente da armeni. Pochi giorni dopo furono avviati, mestamente per i rappresentanti armeni del Nagorno, i colloqui con gli azeri, che strumentalmente definiscono “separatisti” gli abitanti dell’area contesa; ma su questa descrizione non si può essere né sintetici, né superficiali, né generalisti. In quella operazione militare rimasero vittime oltre duecento armeni. Il territorio del Nagorno-Karabakh era già stato amputato dei suoi confini storici a seguito della prima vittoria azera, nell’autunno del 2020.

Poi l’Azerbaigian a dicembre 2022, con volontà unilaterale, chiuse il corridoio di Lachin, e così fu interrotto il legame terrestre tra gli artisakhioti, o karabakhi, che in pratica furono rinchiusi all’interno dei residui confini del Nagorno-Karabakh, e l’Armenia. Una operazione che apre tutt’oggi profonde riflessioni sui bilanciamenti geopolitici dell’area caucasica, in quanto la recisione del cordone tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh avvenne con il nulla osta, e la complicità della Russia di Vladimir Putin, che comunque è uno dei garanti dell’Armenia, e coordinatore degli accordi siglati tra i belligeranti. Ma gli effetti dell’isolamento portarono risultati quasi immediati; infatti fu spezzata la resistenza degli artisakhioti, anche perché i circa centoventimila abitanti piombarono in una carestia assoluta essendo interrotte le comunicazioni con l’Armenia, infatti già nell’estate del 2023 si iniziarono a contare i primi decessi per penuria dei generi necessari.
Un trauma che si aggiunge a un trauma: la perdita di un territorio con le sue tradizioni cristiane e la sua cultura, con la perdita del minimo per la sopravvivenza. Dalla “fame” scaturì terrore. Questo spiega la motivazione perché nessuno accettò di rimanere in patria dopo il 19 settembre 2023, quando la tirannia di Baku accompagnata dall’esercito azerbaigiano, invasero l’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh, ormai totalmente inerme e fragilissima. Le modalità offensive dell’autocrate presidente azero Ilham Aliyev richiamano ataviche tattiche militari. In realtà, fu posto un assedio in una regione che fu privata di tutto, una distruzione di massa raggiunta tramite il terrore assoluto. La complessità dell’operazione di Baku sfuma nella memoria e richiama l’epoca genocida. Probabilmente proprio la memoria indelebile del genocidio del popolo armeno del 1915, con i preamboli del 1894-96, ha martoriato la resistenza dei pochi abitanti del Nagorno-Karabakh; una palese pulizia etnica dell’autoproclamata repubblica e l’ennesimo spregio del diritto internazionale e dei diritti dell’umanità. Un anno fa la perseguitata popolazione artisakhiota, a rischio concreto di sopravvivenza, si rifugiò in Armenia. Così il Nagorno-Karabakh armeno, per ora, si è estinto demograficamente, umanamente e culturalmente. Resta una regione geografica controllata da Baku e inserita in un profondo programma di ripopolamento con popolazione azera-musulmana.

Gli azeri occupanti come da prassi, hanno annichilito velocemente ogni traccia di civiltà cristiana: chiese, cimiteri, monumenti storici, ma anche la toponomastica di ogni entità geografica, vie, piazze, quartieri, come le simbologie rappresentanti la politica. La narrazione della “cultura” dell’Azerbaigian afferma che gli armeni non sarebbero mai esistiti nel Nagorno-Karabakh. Molti capi artisakhioti sono scomparsi nelle profonde prigioni azere, tra questi anche Ruben Vardanjan, ex ministro, pare consegnato dai russi ai carcerieri azeri. Ricordo che l’enclave del Nagorno-Karabakh ottenne l’indipendenza nel 1991. Nel periodo 1992-94 l’esercito armeno sconfisse quello azero dimostrando una netta superiorità militare. Nella penultima guerra nel Nagorno, quella del novembre 2020, le forze armene furono sconfitte non dall’esercito azero ma da quello mercenario turco, composto soprattutto da jihadisti dell’ex Stato islamico, e dai droni di Ankara. Li vacillò quel sistema disequilibrato, che comunque ancora dava prospettive e speranze agli armeni della regione del Nagorno-Karabakh.
Inoltre il Ministero degli Esteri armeno il 21 giugno 2024 ha annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina, sottolineando la condivisione assoluta dei principi del diritto internazionale, quindi la sovranità (sensibilità diretta), l’uguaglianza e la convivenza pacifica dei popoli. Tuttavia ciò ha sollevato critiche reazioni da parte di Israele. Ma i rapporti tra lo Stato ebraico e l’Armenia si erano già deteriorati nel 2020, quando Yerevan ha accusato Gerusalemme-Tel Aviv di avere venduto all’Azerbaigian grandi quantità di armi che hanno permesso l’offensiva lampo nel settembre 2023 contro il Nagorno-Karabakh. Va anche rammentato che Israele fornisce all’Azerbaigian strategici sistemi di controllo informatico, anche invasivo, e apparecchiature elettroniche di intercettazione aerea; inoltre l’Intelligence israeliana può fare conto su queste relazioni per controllare il confinante Iran. Va sottolineato che nel contesto storico attuale dove operazioni militari tendono a modificare i confini geografici di alcuni Stati, occorre collocare la “questione armena” sullo scacchiere geopolitico valutando le criticità caucasiche; in quanto svincolare questa area di crisi da quella ucraina e georgiana, come da quella iraniana, potrebbe condurre a una visione limitata di un sistema geostrategico articolato ma legato ai medesimi ancoraggi. Ad oggi possiamo definire la questione del Nagorno-Karabakh come la classica dissoluzione metafisica; ma potremmo anche riflettere su due popoli, quello armeno e quello ebreo, che anche se accomunati dal medesimo dramma del genocidio, pare non siano in posizioni “politiche” complanari.
SVIZZERA / ARMENIAUn silenzio non così innocente (Tio.ch 25.09.24)
BERNA – Le trattative di pace tra Azerbaijan e Armenia sono in corso. Ma tra Baku ed Everan scorre cattivo sangue. A ciò si aggiungono le intrusioni da parte di potenze straniere, che nutrono interessi propri nel raggiungimento di un accordo. Per non parlare dei preparativi necessari a ospitare la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP29) il prossimo 11 novembre in Azerbaijan. «A questo punto non sappiamo se le parti intendano risolvere il conflitto prima del grande evento», afferma il Segretario generale del gruppo parlamentare svizzero per l’Armenia Sarkis Shahinian.
Segretario, come si colloca la Svizzera di fronte al conflitto tra i due Paesi e al raggiungimento di un accordo?
«In quanto depositaria del diritto umanitario internazionale, la Svizzera si ritrova ad avere determinate responsabilità. In questo momento la comunità armena sta chiedendo al Consiglio federale di utilizzare questa responsabilità nei confronti dell’Azerbaijan, soprattutto adesso che la Svizzera è membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e questo per fare pesare la sua voce durante la conferenza sul clima».
È percepibile questa voce?
«Assolutamente no. Non capisco il silenzio assordante dietro il quale si è trincerata la Svizzera e la sua totale passività di fronte alla questione. In passato il consigliere federale Cassis aveva dichiarato che la sua amministrazione era preoccupata e che si stava occupando della gestione del conflitto. Ma francamente non si sono visti risultati».
Su che punti critica Cassis?
«Non riesco a capire perché non parli chiaramente di violazione del diritto internazionale, di epurazione etnica e di violazione della sovranità dell’Armenia da parte dell’Azerbaijan, laddove non ha avuto problemi a parlare chiaramente di invasione della Russia in Ucraina. Non capisco neppure come l’Unione europea possa mediare il conflitto, quando permette alla Russia di eludere le sanzioni, acquistando gas dall’Azerbaijan. La Russia infatti vende gas a metà prezzo all’Azerbaijan, che poi vende lo vende a prezzo intero all’Unione europea, il che permette al Cremlino di finanziare la guerra in Ucraina».
A cosa è dovuta l’inattitudine del Consiglio federale?
«Mi chiedo quale sia il peso dalla SOCAR, la grossa azienda petrolifera di Stato azera con sede a Ginevra, che realizza 36 miliardi di franchi all’anno su suolo svizzero e che si è vantata di avere finanziato la guerra contro gli armeni».
Armenia-Turchia, incontro Pashinyan-Erdogan: “Proseguire gli sforzi per normalizzare le relazioni” (Agenzia Nova 25.09.24)
Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si sono incontrati a margine della 79ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite in corso a New York. Lo ha riferito l’ufficio del primo ministro in una nota
I due leader hanno discusso in modo dettagliato dei passi già compiuti e egli accordi esistenti nell’ambito del processo di normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Turchia, sottolineando la disponibilità a proseguire il processo di risoluzione delle controversie senza precondizioni e a dare un nuovo impulso alle relazioni. Il primo ministro Pashinyan ha informato il presidente Erdogan sulla situazione attuale del processo di risoluzione delle controversie tra Armenia e Azerbaigian, sulla disponibilità a firmare l’accordo sulla risoluzione delle relazioni e sull’iniziativa “Crocevia della pace” del governo armeno. Durante l’incontro Erdogan ha regalato a Pashinyan il suo libro “Un mondo più giusto è possibile”. Erdogan ieri, nel corso del suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha ribadito la volontà di “stabilire legami diplomatici, politici ed economici con l’Armenia”. Secondo Erdogan, gli sviluppi che possono essere raggiunti nel processo di pace in corso tra Azerbaigian e Armenia avranno un “impatto positivo” anche sulla normalizzazione delle relazioni tra Ankara e Erevan.
New York: il ministro Tajani incontra gli omologhi di Armenia e Azerbaigian (Aise 25.09.24)
NEW YORK\ aise\ – A margine della Settimana di Alto Livello della 79ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, ha incontrato i ministri degli Esteri dell’Armenia, Ararat Mirzoyan, e dell’Azerbaigian, Jeyhun Bayramov.
“Seguiamo con la massima attenzione gli sviluppi nel Caucaso Meridionale, regione strategica per il nostro Paese e per l’intera Europa. L’Italia è in prima linea per facilitare il raggiungimento di un’intesa di pace globale tra Jerevan e Baku” ha dichiarato il ministro Tajani, ricordando altresì “l’importante ruolo che l’Unione Europea può giocare per una mediazione nel processo negoziale e per una soluzione stabile e sostenibile”. (aise)
Armenia, il corridoio della discordia (Altrenotizie 24.09.24)
Nel cuore del Caucaso, una regione caratterizzata da secoli di rivalità etniche, contese territoriali e scontri geopolitici, sta emergendo una nuova questione capace di ridefinire i fragili equilibri dell’area: il Corridoio Zangezur. Situato nella parte meridionale dell’Armenia, questo stretto tratto di terra è diventato il fulcro di tensioni tra Armenia, Azerbaigian e Turchia, con implicazioni che superano ampiamente i confini locali, giungendo a coinvolgere grandi potenze come la Russia e l’Iran, oltre che l’Unione Europea e gli Stati Uniti.
Il Corridoio Zangezur è una fascia strategica che separa l’Azerbaigian dal suo exclave, il Nakhchivan, e che confina direttamente con l’Iran. Questo lembo di terra è diventato un elemento cruciale nel conflitto post-bellico tra Armenia e Azerbaigian, in particolare dopo la guerra del 2020 per il controllo del Nagorno-Karabakh. L’accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia ha lasciato una scia di questioni irrisolte, una delle quali è proprio l’apertura di una via di comunicazione terrestre che colleghi l’Azerbaigian al Nakhchivan, bypassando l’Armenia e aggirando il controllo armeno sulle principali arterie di collegamento.
Il governo azero, sostenuto apertamente dalla Turchia, ha avanzato la richiesta di creare un corridoio attraverso il territorio armeno di Zangezur, che garantirebbe a Baku non solo un passaggio diretto verso la repubblica autonoma di Nakhchivan ma anche un accesso strategico alla Turchia, alleata chiave dell’Azerbaigian. Tuttavia, l’Armenia vede in questa proposta una minaccia alla propria sovranità e una possibile perdita di controllo su una parte del proprio territorio. Per queste ragioni si oppone fermamente a tale soluzione.
La questione del Corridoio di Zangezur non è un semplice disaccordo di confine, ma una miccia potenzialmente esplosiva in una regione in cui le tensioni tra potenze locali e internazionali sono costantemente alimentate da rivalità storiche e interessi economici. La Russia, tradizionalmente considerata la principale garante della sicurezza armena e presente militarmente nella regione, si trova in una posizione ambigua. Da un lato, Mosca non può permettersi di perdere l’Armenia come alleato strategico nel Caucaso meridionale, ma dall’altro è anche legata all’Azerbaigian da interessi energetici e commerciali. Un’apertura del corridoio potrebbe consentire alla Russia di consolidare la sua influenza sulla regione attraverso un maggiore controllo delle vie di comunicazione e dei flussi energetici, ma potrebbe anche indebolire la posizione armena e alimentare instabilità.
L’Iran, dal canto suo, vede con estrema preoccupazione la prospettiva di un corridoio sotto controllo azero e turco lungo i suoi confini settentrionali. Teheran ha storicamente mantenuto rapporti stretti con l’Armenia come contrappeso all’influenza turca e azera nella regione. Un corridoio di Zangezur gestito da Baku e Ankara rappresenterebbe per l’Iran non solo una minaccia geopolitica, ma anche un rischio per la sua sicurezza nazionale, poiché faciliterebbe l’influenza turca nel Caucaso e nei paesi dell’Asia centrale, tradizionalmente considerati parte della sfera di interesse iraniana.
A livello globale, le grandi potenze occidentali osservano con attenzione l’evolversi della situazione. L’Unione Europea, pur sostenendo ufficialmente l’integrità territoriale dell’Armenia, è interessata a mantenere stabili relazioni con l’Azerbaigian, importante fornitore di gas e petrolio, soprattutto in un contesto segnato dalle velleità di sganciarsi in ambito energetico dalla Russia. Gli Stati Uniti, nel frattempo, tentano di bilanciare il proprio appoggio storico all’Armenia, dovuto anche alla significativa diaspora armena presente nel paese, con la necessità di mantenere aperti i canali diplomatici e commerciali con l’Azerbaigian e la Turchia, quest’ultima membro fondamentale della NATO ed entrambi ritenuti cruciali per la sicurezza energetica dell’Occidente.
La questione del Corridoio di Zangezur rischia quindi di alimentare ulteriori scontri militari e diplomatici tra Armenia e Azerbaigian, con possibili ripercussioni a catena per l’intera regione del Caucaso e oltre. La delicatezza del momento richiederebbe soluzioni diplomatiche equilibrate che tengano conto degli interessi di tutte le parti coinvolte, evitando una nuova escalation di violenza.
Nel breve termine, l’esito delle negoziazioni sul corridoio sarà determinato dalla capacità delle potenze locali e internazionali di trovare un compromesso che garantisca la sicurezza e la sovranità dell’Armenia, ma che, al tempo stesso, risponda alle aspirazioni economiche e geostrategiche dell’Azerbaigian e della Turchia. In ogni caso, la partita che si sta giocando nel Caucaso non è solo locale: i nuovi equilibri di potere che si andranno a formare avranno inevitabilmente ripercussioni su tutto lo scacchiere eurasiatico.
Di fronte a questo scenario, è evidente che il Corridoio di Zangezur rappresenti più di una semplice via di comunicazione; esso è un simbolo delle nuove dinamiche geopolitiche che stanno ridisegnando i confini dell’influenza in Eurasia. E, come spesso accade in questi contesti, il destino di una piccola regione può avere conseguenze globali di ampia portata.
Yerevan e Baku al bivio, la Russia fa la voce grossa (Osservatorio Balcani e Caucaso 24.09.24)
Nonostante le speranze che un accordo tra Armenia e Azerbaijan potesse essere siglato o firmato entro novembre di quest’anno, la situazione appare sempre più incerta mentre la Russia entra di nuovo nella mischia
Quattro anni dopo l’inizio della guerra dei 44 giorni tra Armenia e Azerbaijan, e un anno dopo l’esodo di 100mila armeni etnici dalla regione separatista del Nagorno Karabakh, le speranze che ci potesse essere una nuova opportunità per risolvere il conflitto stanno svanendo.
Sebbene Yerevan, sostenuta da Francia e Stati Uniti, creda che sia possibile prima di novembre, Baku sostiene che nessun accordo finale può essere firmato finché non saranno rimosse quelle che considera rivendicazioni territoriali, sebbene espresse indirettamente, nella costituzione armena. Yerevan sostiene invece che è l’Azerbaijan a presentare tali rivendicazioni sul suo territorio.
In ogni caso, novembre sarà anche un mese cruciale per definire finalmente un accordo o almeno fare progressi significativi. Le presidenziali americane del 5 novembre potrebbero segnare un cambiamento nella politica nei confronti della regione.
Il prossimo vertice della Comunità politica europea si terrà il 7 novembre in Ungheria, prima che Baku ospiti la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di quest’anno (COP 29) l’11 novembre. Sebbene l’Armenia sia stata invitata a partecipare, non ha ancora preso una decisione a riguardo.
In una rara dichiarazione congiunta di Yerevan e Baku dello scorso dicembre, tuttavia, l’Armenia ha sostenuto la candidatura dell’Azerbaijan per ospitare l’evento.
All’inizio di quest’anno è seguito uno storico accordo sul ritorno dei villaggi non enclave sotto il controllo dell’Armenia dall’inizio degli anni ’90, così come l’inizio della delimitazione e della demarcazione dei confini su quella parte del confine condiviso.
Il 30 agosto le parti hanno firmato i regolamenti per la futura demarcazione dei confini, che dovranno essere approvati dalla corte costituzionale e ratificati dal parlamento.
Tuttavia, permangono altri ostacoli. Entrambe le parti hanno confermato che sono stati concordati 13 dei 17 articoli di un accordo sulla normalizzazione delle relazioni. Dei restanti quattro, tre sono stati parzialmente concordati, mentre uno rimane uno scoglio importante.
Alla fine di agosto, l’Armenia ha rimosso tutti e quattro i punti e ha restituito il documento modificato a Baku dichiarandosi pronta a firmare immediatamente i punti concordati. L’Azerbaijan ha criticato la mossa e ha ribadito che non si potrà firmare nulla di definitivo senza un accordo su tutti gli articoli.
Invece, Baku afferma che potrebbe essere pronta a siglare quei punti concordati come documento provvisorio, continuando a negoziare sui restanti quattro. A meno che l’Azerbaijan non ritiri la sua insistenza nel cambiare la costituzione armena, sembra improbabile che un accordo di pace possa essere firmato prima del 2027, quando il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha in programma di cambiarla comunque tramite referendum.
L’anno scorso Pashinyan aveva riconosciuto il problema con il preambolo costituzionale e continua a ribadire che l’Armenia non ha più rivendicazioni territoriali sull’Azerbaijan. Il presidente azero Ilham Aliyev, tuttavia, non sembra fidarsi della sua parola o della posizione di chi potrebbe arrivare al potere in futuro.
L’opposizione armena e molti commentatori nazionali sostengono che il premier armeno ha disperatamente bisogno di un accordo di pace se vuole affrontare con agio le prossime elezioni parlamentari che si terranno entro metà giugno 2026.
Avendo basato il suo primo incarico del dopoguerra sul successo del suo tanto pubblicizzato programma di pace, il primo ministro andrebbe incontro ad un fallimento se non ne uscisse nulla di concreto. I suoi detrattori lo accusano già di aver fatto concessioni unilaterali a Baku. Parlando ad una conferenza a Yerevan la scorsa settimana, Pashinyan ha ribadito questa posizione: “C’è solo una garanzia di sicurezza: la pace”, ha detto al pubblico.
Tuttavia, c’è un certo senso di ansia evidente anche tra i suoi alleati nella società civile e tra gli osservatori solidali all’estero, soprattutto dopo la visita del presidente russo Vladimir Putin a Baku il 19 agosto.
Mentre il suo governo continua a segnalare un orientamento verso gli Stati Uniti e l’Unione Europea, la Russia potrebbe rivolgere di nuovo alla regione la sua attenzione, precedentemente distratta dall’Ucraina.
Yerevan continua a dipendere da Mosca per la sua energia e per la sua economia in particolare. All’inizio di questo mese, Pashinyan ha accettato un invito dal presidente russo Vladimir Putin a partecipare al prossimo incontro dei BRICS a Kazan in ottobre.
I BRICS, un blocco geopolitico fondato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica nel 2009, si è da allora espanso per includere altri paesi come l’Iran, ed è sempre più considerato un potenziale rivale del G7. All’inizio di questo mese, la Turchia ha fatto domanda per entrare nel blocco.
La partecipazione del presidente azero Ilham Aliyev sia al vertice dei BRICS che a quello dei leader della Comunità di stati indipendenti del mese prossimo in Russia fa temere ad alcuni che anche la Russia possa tentare di influenzare i negoziati tra Armenia e Azerbaijan.
Con la rivalità geopolitica in aumento nel Caucaso meridionale ad un ritmo senza precedenti, soprattutto per lo sblocco dei trasporti regionali, non si sa se Armenia e Azerbaijan possano siglare o firmare un documento.
Ciò che è chiaro, tuttavia, è che le settimane prima di novembre potrebbero dimostrare se un accordo di pace verrà raggiunto prima che l’Armenia entri nel suo prossimo ciclo elettorale a partire dall’anno prossimo.
Yerevan sembra temere che Mosca tenti di interferire. Il 18 settembre, Yerevan ha annunciato di aver impedito un tentativo di colpo di stato armato da parte di cittadini armeni ed ex residenti del Karabakh, presumibilmente addestrati in Russia.
Il 20 settembre, la portavoce del ministero degli Affari Esteri russo Maria Zakharova ha ricordato a Yerevan i vantaggi che trae come membro dell’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia. “Il 90% del grano che va in Armenia […] proviene dalla Russia. Forse allora potete contattare la Federazione russa […] per discutere della vostra sicurezza alimentare”, ha affermato.
E poiché l’Armenia dipende dalla Russia anche per la sua energia, l’ex ambasciatore statunitense all’OSCE Daniel Baer e vicepresidente senior del Carnegie Endowment si è espresso minacciosamente in una recente udienza del Congresso. “Gli armeni devono essere preparati a sopportare alcuni inverni freddi”, ha affermato.
