ARMENIA: Vite al confine. Seminare fiori per arginare le erbacce (East Journal 24.09.24)

Da aprile 2024 in Armenia sono in corso proteste contro il governo, il quale ha avviato trattative con l’Azerbaigian finalizzate alla demarcazione dei confini contesi da anni tra le due nazioni. A partire da questi fatti, si vuole raccontare cosa significa vivere lungo la frontiera.

Il processo bilaterale avviato dalle due nazioni segna un cambio di rotta: per la prima volta, dopo trent’anni di guerra, Baku e Yerevan si impegnano ad affrontare le dispute territoriali con la diplomazia e non con le armi. La diatriba risale a prima delle guerre del Nagorno Karabakh, quando i due Stati avevano sottoscritto l’accordo di Alma-Ata del 1991, con il quale si sanciva la nascita della CSI e si definivano i confini degli stati membri. Nonostante il trattato, sia Armenia che Azerbaigian non hanno mai rispettato l’accordo, contestando di volta in volta le mappe a seconda degli interessi e dei rapporti di forza che si presentavano. Ora, invece, i governi esultano di fronte al riconoscimento reciproco delle carte sovietiche, laddove si trovavano trincee e terre di nessuno ora si piantano cippi e reticolati. Nonostante i proclami istituzionali, all’annuncio della cessione di alcuni territori all’Azerbaigian gran parte del Paese è sceso in piazza a protestare. In particolare, si tratta di quattro villaggi nella regione di Tavush conquistati dall’Armenia nella guerra del ‘92-94 e considerati oggi particolarmente strategici per la presenza di importanti gasdotti, oltre che per la vicinanza all’autostrada che collega il Tavush con la Georgia. Le motivazioni del malcontento sono anche relative alla sicurezza degli abitanti, infatti, con l’avvicinamento del confine, gli agricoltori della zona temono di non poter più coltivare le proprie terre essendo maggiormente esposti agli attacchi dell’Azerbaigian. Il timore è che il presidente azero Aliyev non si accontenterà di queste concessioni ma, al contrario, dopo la firma avanzerà altre pretese.

 

Arnie e vecchie macchine agricole in un campo. Foto di Sebastiano Teani

 

I manifestanti lamentano dunque l’iniquità della cessione, ennesima testimonianza della superiorità militare di cui gode Baku. D’altro canto, se in questo momento Yerevan sostenesse un braccio di ferro con Baku si riaprirebbe l’opzione militare e Pashynian sa bene che l’Azerbaigian potrebbe prendersi con la forza i quattro villaggi in poco tempo, con il rischio di non fermarsi a quelli. Sarà compito del governo cercare un delicato equilibrio tra rivendicazioni interne e pressioni esterne, per evitare l’ennesima escalation o, peggio, uno scontro diretto che in questo momento l’Armenia non sarebbe in grado di sostenere.

Nelle strade di Yerevan si intrecciano proteste e repressione, si incontra una società civile a favore della soluzione diplomatica e sostenitori dell’opposizione accampati nelle piazze. Muovendosi in questo intrico di contraddizioni, più volte è capitato di sentir dire che la vita nei villaggi di frontiera non è molto diversa da quella nella capitale. Frasi che non trovano riscontro nelle testimonianze di chi il confine lo abita davvero.

 

La strada per Nerkin Khndzoresk. Foto di Sebastiano Teani

 

Samvuel rimane perplesso quando gli riportiamo queste parole, lui che abita a Nerkin Khndzoresk non può immaginarsi niente di più distante dalla sua vita della frenesia e dei palazzi di Yerevan. Siamo nella provincia di Goris, nell’estremo sud-est del paese, in un piccolo villaggio fondato nel 1983 e raggiungibile solamente attraverso una strada disastrata che si snoda per diversi chilometri lungo il confine, sorvegliata dalle postazioni trincerate dell’esercito nemico. Il villaggio è stato fondato dalle autorità sovietiche con il dichiarato intento di arginare le incursioni provenienti dalla vicina RSS d’Azerbaigian (Repubblica Socialista Sovietica). Ciononostante, gli sconfinamenti si verificano ancora oggi, con incursioni da parte di soldati azeri che valicano il confine per rubare bestiame o accaparrarsi di terreno, spostando sempre più in là il limite. Molti contadini armeni, come Samvuel, non possono più coltivare terre di loro proprietà perché minacciati dai militari.

 

Samvuel nella via dove abita. Foto di Sebastiano Teani

 

Il villaggio raccoglie 70 famiglie adagiate in una conca lambita su tre lati dal confine, una spina di terra armena conficcata nel fianco dell’Azerbaigian. Le postazioni dell’esercito azero attorno al paese sono aumentate dopo la disfatta del Nagorno Karabakh del settembre scorso, arrivando alle attuali quindici. “Di notte vediamo movimenti di macchine e mezzi oltre il confine” racconta Samvuel, “probabilmente stanno rinforzando le posizioni o progettando qualcosa, speriamo la prima delle due”. È paradossale pensare che, nonostante il tangibile senso di pericolo, nessuno degli abitanti voglia andarsene da Nerkin Khndzresk. L’incentivo a rimanere arriva anche dal governo, il quale stanzia sussidi per chi erige nuove abitazioni lungo le zone di confine. Narek, il padre 73enne di Samvuel, ci dice entusiasta che stanno costruendo dieci nuove case per accogliere gli sfollati del Nagorno Karabakh. “Le persone del Karabakh sono ingegnose, arricchiranno sicuramente la comunità”.

 

Case in costruzione per gli sfollati del Nagorno Karabakh. Foto di Sebastiano Teani

 

“Da noi si dice: piantare fiori per arginare le erbacce” continua Narek, “sono le persone che rendono sicuro il confine. Qui c’è la mia attività, la mia terra, la mia vita. Anche se venissero gli azeri preferirei morire qui combattendo che andarmene”. Sulla quotidianità aleggia una cappa pesante, tutti gli abitanti vivono con il pensiero assillante di poter essere costretti a scappare da un momento all’altro. C’è già pronto un piano di evacuazione per donne e bambini, anche se in realtà nessuno di loro abbandonerà il villaggio, tutti vogliono restare per combattere. Nonostante questo pericolo costante, in questo punto la frontiera non è presidiata dall’esercito ma solo dal National Security Service, corpo di intelligence governativo nato dalle ceneri del KGB.

 

Narek di fronte alla casa dove abita con la susua famiglia. Foto di Kevork Hayrabedian

 

L’NSS non può intervenire militarmente ma deve limitarsi all’osservazione del confine, richiedendo l’intervento delle Forze Armate in caso di necessità. Questa mancanza amplifica il senso di abbandono e gli abitanti si sentono osservati dalle postazioni trincerate, sanno che i soldati nemici seguono costantemente i loro movimenti dalle feritoie.

Quando è scoppiata la prima guerra tra Armenia e Azerbaigian, nel 1992, gli eserciti erano sguarniti e privi dell’equipaggiamento essenziale, spesso anche delle divise, perciò i primi scontri furono assalti all’arma bianca. “Per combattere usavamo quello che avevamo: accette e falcetti”, ricorda Narek. Gli armeni sono riusciti a vincere nel ‘94 perché erano più motivati e compatti, “ma ora la solfa è cambiata, gli azeri hanno droni e armi all’avanguardia [molti dei quali forniti da Israele, ndr], noi solamente vecchi fucili in soffitta”. Mentre Samvuel cuoce sulla brace i Khorovats – tipici spiedi armeni, Narek ci spiega come, alla fine della guerra, il governo intimò a tutti i cittadini armeni di riconsegnare le armi, ma Nerkin Khndrzersk insorse e costrinse le autorità a concordare una deroga in virtù della particolare situazione del villaggio. Per questo gli abitanti sono tra i pochi autorizzati a tenere i fucili e quasi tutte le case sono dotate di un rifugio sotterraneo, con tanto di feritoie da cui sparare rimanendo al coperto. Samvuel ci mostra il rifugio in cui sono sempre pronti a riparare in caso di attacco e che funge anche da cantina, stracolmo di barattoli di conserve, verdure sottaceto e frutta in agrodolce. L’ultima volta che l’hanno usato è stato nel settembre del 2022, quando l’Azerbaigian ha sferrato un attacco in varie aree di confine ed è penetrato in territorio armeno per diversi chilometri, anche grazie all’uso di bombardamenti ed artiglieria pesante, causando centinaia di morti tra militari e civili.

 

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Areg nel rifugio sotterraneo. Foto di Sebastiano Teani

 

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Narek, Samvuel e il figlio Areg. Foto di Sebastiano Teani

 

Hermine e Davit sono i vicini di Samvel e abitano nell’ultima casa del villaggio, a poche centinaia di metri dal confine. Grazie all’aiuto di Near East Foundation sono riusciti ad aprire un panificio adiacente alla loro abitazione, servendosi dello stesso stanzone in cui, durante la guerra del 2020, offrivano rifugio ai soldati impegnati al fronte. Il salone era stracolmo di brandine dove i militari potevano riposare, mentre Hermine cucinava per loro. “Nell’arco di 5 mesi sono circa 5000 i soldati passati di qui”, racconta, “nel frattempo Davit combatteva al fronte e al telefono mi diceva che andava tutto bene, anche se non era vero”. Il laboratorio è anche dotato del tipico forno a pozzo con cui si cuoce il lavash, pane tradizionale che viene cotto sulle pareti incandescenti di pietra. “Preparare il lavash è un arte complessa e nessuno che sia in grado di farlo vuole venire a vivere quaggiù” sospira sconsolata Hermine, guardando il forno spento e impolverato. “Lavoro sempre di notte, sapere che sono sveglia quando tutti dormono mi illude di poter proteggere i miei cari”. Quando nel 2020 hanno bombardato il villaggio, il figlio piccolo di Hermine e Davit era convinto che fosse stata la madre a non farli colpire. “Lui credeva che fossi una supereroina e io gliel’ho lasciato credere”. Quando all’alba finisce di lavorare e vede i contadini che si dirigono alle stalle può finalmente coricarsi.

 

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Il rifugio sotterraneo usato come cantina. Foto di Kevork Hayrabedian

 

Quando Hermine deve allontanarsi dal villaggio è doppiamente contenta: quando sale in macchina, perché sente di potersi lasciare alle spalle la tensione, anche solo per qualche ora; e quando torna, felice di non aver mollato e di essere di nuovo lì. “Anche se non c’è una chiesa nel villaggio, io sento che questa terra è sacra”.

 

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Hermine di fronte alla sua abitazione. Foto di Kevork Hayrabedian

 

Nonostante vivano questa tensione quotidianamente, non c’è rassegnazione nei loro volti, Samvuel ci mostra con orgoglio la novità: da poco è riuscito a far arrivare nella sua stalla un impianto idroponico con cui coltivare foraggio per gli animali in ogni stagione, con cicli di crescita di soli 8 giorni. Oltre al lavoro, seppur incessante, Samvuel, sua moglie ed Hermine insegnano nella scuola di paese, investendo molto nell’educazione delle nuove generazioni. Davit, invece, dopo aver distribuito il pane a tutte le famiglie del villaggio, va a lavorare il terreno su cui ha appena piantato mille alberi.

 

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Narek va al lavoro nelle stalle. Foto di Kevork Hayrabedian

 

Mille alberi di cui vuole credere che suo figlio potrà raccogliere i frutti, e così i figli dei suoi figli. Questi alberi testimoniano silenziosi la resistenza quotidiana di questa gente, la dignità e la tenacia che sovrastano le barbarie e i soprusi. Gli abitanti di Nerkin Khndzoresk affrontano ogni giornata con orgoglio e amara consapevolezza. “È al costo della nostra stessa vita che costruiamo qualcosa per il villaggio”.

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CAUCASO: MENTRE IL MONDO SI PREPARA ALLA GUERRA, IN ARMENIA POTREBBE “SCOPPIARE” LA PACE (Difesa On Line 23.09.24)

(di Andrea Cucco)
23/09/24

Mentre mezzo pianeta si prepara alla guerra, nel Caucaso sembra finalmente aprirsi una strada verso la pace dopo oltre un secolo di tensioni. Le crisi tra Armenia e Azerbaijan non sono infatti nuove, hanno radici nel XIX secolo quando rivalità etniche e religiose emersero già sotto l’Impero Russo.

Nel 1921, l’Unione Sovietica assegna il Nagorno-Karabakh, una regione a maggioranza armena, all’Azerbaijan, creando una frattura territoriale. Il contenzioso rimane sopito fino alla fine degli anni ’80, quando il Nagorno-Karabakh dichiara la volontà di unirsi all’Armenia, scatenando scontri violenti.

Dopo il crollo dell’URSS, nel 1991, scoppia una guerra su larga scala che termina nel 1994 con un cessate il fuoco e il controllo armeno sulla regione. Le tensioni persistono per decenni, con sporadici scontri armati.

Nel settembre 2020 scoppia l’ennesimo conflitto, noto come la “Guerra dei 44 giorni”, che culmina con un cessate il fuoco mediato dalla Russia (che è rimasta sostanzialmente ad osservare la sconfitta dell’alleato armeno). L’Azerbaijan riesce a riconquistare una parte significativa del territorio perso durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh. La tregua ha cambiato gli equilibri della regione, ma non ha risolto la questione territoriale.

Nel settembre 2023 il Nagorno-Karabakh subisce l’ultima violenza dopo aver subito un lungo blocco di beni di prima necessità, come cibo e medicine: l’Azerbaijan lancia un’offensiva militare che porta alla resa delle forze armene e al controllo totale della regione. Oltre 100.000 armeni fuggono in Armenia, creando un esodo di massa. La Repubblica del Nagorno-Karabakh termina il 1° gennaio 2024. La regione è da quel momento completamente sotto il controllo azero.

Nonostante la presenza di un vincitore ed uno sconfitto, la guerra non potrà dirsi conclusa senza un vero accordo di pace. Un epilogo che, liberando o creando nuove linee di comunicazione e commercio, potrebbe far ulteriormente decollare un’economia già oggi in forte crescita.

Durante una nostra recente visita a Yerevan abbiamo incontrato il vice ministro degli Esteri armeno, Paruyr Hovhannisyan, che ci ha raccontato i progressi fatti nelle trattative con l’Azerbaijan.

Possiamo parlare dello stato attuale delle negoziazioni con l’Azerbaijan per il trattato di pace?

Sì, penso che, nonostante tutte le difficoltà, abbiamo fatto progressi negli ultimi mesi. La parte preambolare e 13 dei 17 articoli totali dell’accordo di pace sono già stati accettati dalle parti. Tra i quattro capitoli rimanenti, tre sono già quasi completamente concordati, ci sono solo alcune questioni di formulazione. In sostanza, rimane un solo articolo da discutere.

Quindi non siamo mai stati così vicini e recentemente il mio primo ministro ha proposto di rendere pubblico all’Azerbaijan che potremmo firmare tutto ciò che abbiamo già concordato.

È possibile conoscere l’unico articolo che è ancora in discussione?

Non è molto importante, non posso rivelarlo poiché le negoziazioni sono ancora in corso. Ma possiamo dire che non è l’articolo più importante. La cosa più significativa per questo accordo è che i principi fondamentali per l’istituzione della pace sono tutti concordati, come lo sono tutti gli elementi necessari per stabilire normali relazioni, inclusi i punti per l’istituzione di rapporti diplomatici e una commissione bilaterale per monitorare l’attuazione del trattato.

Anche senza l’articolo in questione l’accordo è valido e rilevante.

Se ci fosse la possibilità di incontrarsi, potremmo completare in un’ora e firmare o approvare il testo!

Penso che le negoziazioni siano per lo più concluse. Potrei dire che con l’ultima versione che abbiamo scambiato, abbiamo raggiunto questo livello.

Di recente siamo anche riusciti a firmare le regole di procedura per la delimitazione dei confini, che facevano parte dei colloqui di pace. Questo è il primo documento che abbiamo mai firmato con l’Azerbaijan, letteralmente MAI. Significa che non ci sarà più il pretesto “non esiste un confine”.

Con l’accordo si avvierà un vero lavoro di delimitazione – che è una delle parti più importanti della normalizzazione delle relazioni – e, infine, l’apertura delle comunicazioni nella regione. Siamo pronti ad aprire i confini per avere il trattamento più libero per le comunicazioni, i collegamenti energetici, qualsiasi cosa. Ma avverrà sotto la nostra sovranità e giurisdizione, non dovrebbe esserci controllo militare o di sicurezza di un paese terzo. Questa è una questione basilare per noi.

Con una volontà politica dall’altra parte, potremmo raggiungere la pace anche oggi, anche ora.

La pressione sull’Armenia è nel frattempo aumentata.

Abbiamo fatto tutti i compromessi possibili e il nostro impegno per la pace è stato dimostrato recentemente con una serie di passi e dichiarazioni. Siamo davvero pronti a firmare in qualsiasi momento.

Sarà possibile, dopo il trattato di pace, cambiare anche le relazioni con la Turchia?

Lo spero, perché siamo stati in un dialogo molto attivo con la Turchia, un’attività senza precedenti. Ci sono state telefonate e incontri tra Erdogan e Pashinyan. Ci sono stati numerosi incontri con i ministri. Un ministro ha partecipato a un forum dopo il terremoto1 e ha consegnato assistenza umanitaria.

Purtroppo, queste relazioni sono sempre state ostaggio dei colloqui con l’Azerbaijan. Credo che con il raggiungimento della pace ci dovrebbe essere un progresso anche in quella direzione. Sfortunatamente, un certo numero di misure che avevamo concordato è rimasto in sospeso per quasi due anni, se non di più. Parliamo dell’apertura del confine per i cittadini di paesi terzi, come lei, o per i diplomatici, come me o turchi. Purtroppo, anche quegli accordi non sono stati implementati. Penso che l’eccessiva influenza dell’Azerbaijan su questa questione abbia sabotato i progressi con la Turchia.

Se ci fosse la volontà politica, saremmo pronti a impegnarci immediatamente. Questo confine, che è stato sigillato dall’inizio degli anni ’90, è l’unico confine della Guerra Fredda che rimane ancora sigillato. Naturalmente, ciò avrebbe un impatto molto positivo sull’intero Caucaso meridionale: stiamo parlando di comunicazioni, energia, vari progetti regionali. Tutto questo avrebbe un effetto molto positivo sulla pace, ma anche sulle prospettive economiche e di sviluppo.

Alla luce del raffreddamento delle relazioni con la Russia – che vi ha vergognosamente tradito (non solo per ’30 denari’, data l’utilità odierna della Turchia e dell’Azerbaigian per Mosca) – qual è la strategia dell’Armenia per diversificare le sue alleanze di sicurezza?

In questi giorni, le parole più frequenti che si sentono in Armenia durante conferenze e discussioni sono “diversificazione” e “resilienza”.

Penso che sia sempre negativo dipendere troppo da un singolo attore, anche se il miglior amico, anche se il miglior partner; dipendere, o dipendere eccessivamente, indebolisce le tue opzioni. E purtroppo, nel caso dell’Armenia, ci è sempre mancata questa strategia.

Una delle priorità dell’attuale governo è proprio quella di diversificare, non solo le opzioni economiche e le capacità difensive, ma anche, in generale, la nostra politica estera ed economia, e con ciò ricostruire o costruire la nostra resilienza, che deve essere rafforzata.

Ma probabilmente lei è più interessato alle nostre capacità difensive… La recente decisione del Consiglio dell’Unione Europea di ammettere l’Armenia, consentendo al paese di utilizzare il meccanismo della European Peace Facility2, è un passo molto importante in questa direzione, portando il settore della difesa dell’Armenia in linea con gli standard europei, beneficiando di progetti specifici.

Le missioni EUMCAP ed EUMA4 sono state utili?

È stato l’esempio più tangibile di una reazione rapida da parte dell’UE quando l’Armenia è stata attaccata nel 2022. Abbiamo inviato lettere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, alla CSTO, alla Russia con un accordo bilaterale e all’UE. L’Unione Europea è stata quella che ha reagito. Questo contributo è stato raggiunto a Praga.

In origine, doveva essere sottoscritto durante il vertice della Comunità Politica Europea, c’era l’incontro quadrilaterale con Charles Michel, il presidente Macron, Aliyev e Ban, e l’accordo era di avere questo strumento su entrambi i lati. In seguito, l’Azerbaijan ha respinto questa opzione, iniziando a criticare la missione umanitaria per varie argomentazioni ridicole, come lo spionaggio e altro. La missione europea è stata molto positiva e ha ridotto il numero di vittime.

La componente di sicurezza più importante è ancor oggi rappresentata dagli osservatori europei, che svolgono un ruolo stabilizzante molto importante con la loro presenza ai nostri confini, anche se non sono armati e hanno solo binocoli; con la loro presenza ed i loro rapporti inviati a Bruxelles danno alla popolazione armena, che vede ogni giorno la bandiera europea, un senso di sicurezza.

Presto ci uniremo alle missioni CSDP3 dell’Unione Europea, e questo sarà un nuovo passo avanti. Abbiamo anche avviato nuove cooperazioni. Abbiamo iniziato un dialogo politico e di sicurezza con l’UE l’anno scorso.

Altre iniziative?

Abbiamo attivato i contatti con la NATO, abbiamo attivato la cooperazione bilaterale con paesi come India, Francia, Grecia e altri.

Aspettiamo di poter attivare la cooperazione anche con paesi come Italia, Germania e Paesi Bassi in questo settore. Naturalmente, tutto ciò non è mai diretto “contro” nessun paese, ma è solo per ricostruire le nostre capacità difensive.

Che non possono contare su budget azeri…

Assolutamente, non possiamo permetterceli. Ma non possiamo nemmeno trascurare completamente il settore. Il nostro desiderio di modernizzare le nostre capacità di difesa è molto naturale.

Quello che mi ha sorpreso nel suo paese è vedere come sia cambiata la cultura popolare da semplici aspetti: gli edifici più vecchi hanno ancora scritte in cirillico, ma tutte le nuove insegne sono in inglese o armeno. Sembrano indicare che il popolo armeno si sia sentito profondamente tradito dalla Russia…

Tutti gli accordi che avevamo stipulato non hanno funzionato, che siano stati con la CSTO o bilaterali, o con i peacekeeper nel Nagorno-Karabakh. Gli armeni in Armenia, e gli armeni che sono stati forzatamente allontanati dal Nagorno-Karabakh, si sentono ovviamente traditi.

Nessuno degli accordi, e nemmeno un singolo punto della dichiarazione trilaterale firmata tra Armenia, Azerbaijan e Russia, ha avuto effetti.

Il risultato è stata una catastrofica situazione umanitaria, con 150.000 persone ora forzatamente sfollate in Armenia, e con molti elementi tragici.

Per questo costruire una nostra resilienza è fondamentale per preservare la nostra indipendenza, la nostra integrità territoriale, la nostra stessa esistenza. È la principale questione per il governo attuale, e tutti questi sforzi per stabilire la pace, per diversificare le nostre opzioni, in questa regione così difficile, puntano a questo.

Avete sospeso la partecipazione alla CSTO con la Russia. È una decisione definitiva o è solo un “messaggio”?

Prima abbiamo pensato che fosse solo un messaggio, ma questa decisione sembra definitiva: non c’è stata nessuna risposta. Non abbiamo visto nessun passo da parte dell’organizzazione che garantisse la nostra sicurezza o sostenesse i nostri sforzi.

Non vedo argomenti per cui questa decisione dovrebbe essere revocata. Non abbiamo visto nessun progresso e alcuni membri di questa organizzazione, come la Bielorussia con il suo presidente, hanno detto apertamente che hanno aiutato l’Azerbaijan a pianificare l’operazione. Lo hanno persino celebrato! Questa è la situazione.

E all’Armenia… “Nessuno è interessato a voi, l’unica opzione è unirvi all’Unione tra Russia e Bielorussia!” Messaggi come questi dimostrano l’inutilità dell’organizzazione.

Dall’altra parte un invito nella NATO sembra impossibile vista la vicinanza tra Russia e Turchia…

Ci sono altre opzioni. Ho menzionato l’Unione Europea, le cooperazioni bilaterali con molti paesi, e ci sono nuove possibilità.

È un tema complesso. La sicurezza è un’area molto sensibile e specifica, e dobbiamo essere molto cauti con i nostri passi. Ma penso che questo sia l’approccio del governo attuale: essere il più cauti possibile, ma lavorare attivamente, ripeto, sulla diversificazione.

Un’ultima domanda riguardo ai vostri confini. Siete tra la Turchia e l’Azerbaijan, e a sud avete l’Iran, con cui intrattenete buone relazioni. In questo momento, cercate tuttavia di mantenere buone relazioni con un Occidente che non vede di buon occhio Teheran…

I rapporti con l’Iran sono i più antichi che abbiamo: condividiamo più di 2.500 anni di storia. Le relazioni sono anteriori alla Grecia, alla Georgia e l’Impero Romano.. Né i greci né Roma sono arrivati fino a noi, ma già esistevano rapporti con noi. Naturalmente, abbiamo accumulato relazioni civili e culturali con l’Iran nel corso del tempo, a volte difficili.

Di recente quel paese ha giocato un ruolo importante per noi, sia per la nostra comunità armena che per il patrimonio culturale, alcuni monasteri vicino al Monte Ararat sono stati restaurati con il suo aiuto. Le relazioni sono davvero “multisfaccettate”.

L’Iran ha preservato i confini esistenti, che per noi sono molto importanti: ha chiarito, in ogni occasione, sia quando ci sono state retoriche avverse da Baku o da Mosca, che “non avrebbe tollerato cambiamenti nei confini esistenti tra i nostri paesi, con la forza o altri mezzi”. Il messaggio è stato uno dei fattori che hanno impedito nuovi attacchi, nuove escalation, nuove guerre.

Anche per il commercio e l’energia l’Iran è un paese fondamentale. Queste relazioni svolgono un ruolo stabilizzante.

Ci sono anche interessanti possibilità di trasporto che collegano il Mar Nero con il Golfo Persico e l’India. Speriamo di poter giocare un ruolo in progetti di comunicazione ed energetici in questo senso.

Riflettendo sulle tensioni tra Iran e Israele e la vendita di armi da parte di quest’ultimo all’Azerbaijan…

La situazione in Medio Oriente è complicata. Come sapete abbiamo una presenza a Gerusalemme. Siamo custodi di luoghi sacri. La chiesa armena ha grandi proprietà in Israele e c’è una grande comunità armena in Iran con rappresentanti in parlamento.

È interessante osservare i vostri buoni legami con l’India: lì insegnano il concetto di karma: “quello che fai ora lo pagherai in futuro”!

È vero. Abbiamo legami con l’India da molto tempo. Ci sono chiese armene a Calcutta, Madras, e in molte altre città. Anche durante il periodo sovietico, quando Indira Gandhi visitò Mosca, venne anche in Armenia. Durante quel periodo, i legami avevano un significato storico e culturale profondo per noi.

È un partner importante per il nostro settore della difesa, e un paese chiave nelle cooperazioni internazionali, come l’ONU, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, BRICS e altre.

Lo sviluppo della partnership con l’India è tra le nostre priorità, ed è il nostro partner principale in Asia meridionale. Speriamo di espandere queste relazioni.

Stiamo sviluppando anche legami con i paesi arabi. Attualmente, i nostri più grandi partner commerciali sono gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, che sta aumentando la sua presenza. Abbiamo inoltre stabilito relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita lo scorso anno, che erano assenti da molto tempo. Le nostre relazioni con paesi come Iraq, Siria e Libano sono antiche, con grandi comunità armene. Il presidente dell’Egitto è venuto in Armenia all’inizio di quest’anno. Le relazioni con il mondo arabo si stanno sviluppando molto rapidamente.

Forse potrete insegnare lentamente i diritti umani a qualcun altro che ne ha bisogno?

È un altro buon aspetto. Stiamo diventando un esempio nell’intera regione ed è stato riconosciuto da vari rating internazionali. La nostra partecipazione a vari summit sulla democrazia a diversi livelli è apprezzata dall’UE, dagli Stati Uniti e da altri partner.

L’Armenia è sempre stata impegnata su questo fronte, fin dal crollo dell’Unione Sovietica. Probabilmente siamo stati l’unico paese in cui non erano al potere i leader comunisti precedenti, ma un uomo proveniente dalla comunità accademica. Siamo stati l’unico paese in cui il cambiamento nel ’91 è stato totale. Il partito comunista è stato rimosso dal potere. Penso che sia stato l’unico caso, se lo confrontiamo con tutti gli altri paesi dell’ex Unione Sovietica.

1 Il 6 febbraio 2023 un sisma devastante, di magnitudo 7.8, ha causato gravi danni strutturali e un numero elevato di vittime

2 L’European Peace Facility (EPF) è uno strumento dell’Unione Europea creato per rafforzare le capacità di difesa e sicurezza dei partner al di fuori dell’UE. Si concentra su missioni di pace, gestione delle crisi e sostegno militare, finanziando l’equipaggiamento e le capacità necessarie per migliorare la sicurezza globale. L’Armenia è stata recentemente ammessa a questo programma, che le permette di accedere a risorse per potenziare la sua sicurezza nazionale e diversificare le alleanze strategiche.

3 Le missioni CSDP (Common Security and Defence Policy, o Politica di Sicurezza e Difesa Comune) dell’Unione Europea sono operazioni civili e militari mirate a promuovere la pace, la stabilità e la sicurezza internazionale. Queste missioni possono includere la gestione delle crisi, il mantenimento della pace, la formazione di forze di sicurezza locali, e la prevenzione dei conflitti. L’UE opera sotto il mandato del CSDP per rispondere a sfide globali come il terrorismo, la pirateria e le crisi umanitarie.

4 La EUMCAP, avviata nel 2022, era una missione di monitoraggio temporanea e limitata. Successivamente, nel febbraio 2023, è stata sostituita dalla EUMA, una missione più ampia e prolungata, con l’obiettivo di contribuire alla stabilità nelle aree di confine tra Armenia e Azerbaigian, monitorando la situazione e sostenendo gli sforzi di pace.

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Armenia, silenzi, pace e contemplazione (Panorama 22 settembre 2024)

Armenia: silenzi, pace e contemplazione Paesaggi ritmati da vette, laghi, foreste e grandi distese di prati si alternano a città storiche e monumenti antichissimi. Cronaca di viaggio in questa «terra di mezzo» delle dimensioni del Belgio, tra spiritualità, tradizioni, buon cibo e vino di qualità (è nato qui il più antico vitigno). Il tutto a prezzi low cost. Trovare una destinazione di viaggio ricca di storia e di cultura, ospitale, sicura, conveniente e persino vicina sembra un’impresa impossibile. Invece esiste e si chiama Armenia, un Paese che in genere si è sentito nominare, ma è tutt’altro che conosciuto. Grande più o meno come il Belgio, anche collocarlo con sicurezza sul mappamondo non è impresa banale, eppure la sua posizione è già indicativa di alcuni suoi tratti distintivi. È circondata da vicini «cruciali», come la Turchia e l’Iran, la Georgia e l’Azerbaigian, con cui ha relazioni a dir poco complicate.

Dunque un Paese blindato e senza accesso al mare, che da sempre è costretto a difendersi, a proteggere la propria identità da invasioni militari e culturali, e per questo ancora più interessante. In questa «terra di mezzo» si notano tutti i segni dei lunghi periodi di dominazione, dai romani ai sasanidi, dagli arabi ai bizantini, passando per i selgiuchidi e arrivando al più recente legame con l’Unione Sovietica. Eppure l’Armenia ha mantenuto una sua solida e fiera autonomia che ben si evince da una lingua e un alfabeto molto diverso da quello dei vicini, ma anche dalla sua indipendenza religiosa. La Chiesa apostolica armena (è tra le più antiche comunità cristiane) non ha mai avuto bisogno di ottenere l’«autocefalia», ovvero un’indipendenza amministrativa da Roma, perché è stata praticamente autonoma fin dalla sua fondazione nel IV secolo. Questo frammentato e complesso legame con il passato è uno degli aspetti peculiari del piccolo Paese caucasico che, se da una parte teme chiaramente i nemici, è altrettanto aperto ed entusiasta di accogliere gli amici. Chi viaggia in Armenia viene colpito immediatamente dall’ospitalità e dalla curiosità della persone. Nella caotica e dinamica capitale Yerevan, come negli arroccati villaggi tra le alte vette del suo territorio, capita spesso di essere approcciati con domande davanti a un bicchiere di vino, senza pericolo di essere spennati con trappole e speculazioni. In effetti i costi di una vacanza qui sono moderati, persino a buon mercato. Si può mangiare bene con 15 euro a persona e dormire in strutture più che dignitose per 80 euro a notte in alta stagione. Chi sceglie questa meta poco inflazionata lo fa essenzialmente per una vacanza culturale, mancano quasi del tutto divertimenti di altra natura, compresi, per fortuna, gite in torpedone, attività outdoor tra improbabili carovane di «quad», avventati voli in mongolfiera, parchi acquatici o discoteche diurne. Vince invece un turismo di contemplazione, a bassa voce, coniugato con panorami ritmati da montagne, laghi, foreste e distese verdi. Evitando gli orari canonici, anche in alta stagione le principali attrazioni sono visitabili senza file, a volte persino in solitudine

Fatta eccezione per la capitale che concentra oltre un terzo dei 2,7 milioni di abitanti del Paese, la vita scorre lentamente. Una lentezza che predispone lo spirito ad accogliere al meglio le tante gemme incastonate in un territorio di montagna. L’altitudine media è di 1.800 metri, ma arriva a 5.137 metri il vero simbolo geografico del Paese, il monte Ararat, storicamente in territorio armeno fino al passaggio alla Turchia nel 1920. Un rilievo maestoso, quasi ipnotico, approdo dell’Arca di Noè secondo la Bibbia, che ruba lo sguardo in molti degli scorci più suggestivi, come quello che si ammira durante la visita del monastero di Khor-Virap

quello che si ammira durante la visita del monastero di Khor Virap. Risale al XVI secolo, è dedicato a San Gregorio Illuminatore, il fondatore della Chiesa armena, ed è un limpido esempio della suggestione di questi monumenti religiosi sempre costruiti in luoghi che rigenerano. Due elementi sono una costante: la roccia e i panorami. La roccia dove sorgono questi monasteri sembra simboleggiare una incrollabile solidità di spirito; mentre i paesaggi si aprono allo sguardo, quasi incoraggiano a guardare sempre al futuro, qualsiasi cosa accada. È una calzante metafora del popolo armeno: risoluto, fiero, tormentato ma mai rassegnato e sempre pronto al meglio. Imperdibili i monasteri di Noravank, Tatev, Sevanavank, Sanahin, Haghpat e l’elenco è davvero lungo visto che se contano quasi quattromila. Ma uscendo dagli itinerari tradizionali merita una visita anche quello di Ziarat, il più grande per il culto yazida al di fuori dei confini iracheni. Ma le storie si incrociano di continuo in Armenia e una, affascinante, è Areni che sancisce l’indissolubile legame di questo territorio con la storia del vino. In questo sito archeologico sono state trovate le più antiche tracce della viticultura, risalenti a 6.100 anni fa. Sono di quel tempo i karas, vasi di argilla interrati dove erano conservati i vinaccioli della varietà Areni noir, ancora oggi uno dei principali vitigni armeni. Da questi si ottengono ottimi vini, che aziende quali Hin Arenì, Van Ardi e Trinity Canyon, producono con passione per riportare a nuovi fasti questi territori. Si possono scoprire, per esempio, nell’accogliente «In vino», locale di Yerevan gestito con entusiasmo dalla giovane proprietaria Mariam Saghatelyan. Impossibile lasciare l’Armenia senza aver assaggiato un piatto di tolma, involtini di carne avvolti in foglie di cavolo o di vite, e il pane lavash, la cui antica tradizione di cottura in forni interrati si cerca di preservare in villaggi remoti come quello di Tsaghkunk. Dove, finalmente, il viaggio riacquista un suo vero senso

 

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Gurdjieff Ensemble, In alta quota connessi all’ Universo (Eventi news 22.09.24)

Gruppo armeno tra le cime di Fassa per i Suoni delle Dolomiti
12:24 – 22/09/2024

(di Luciano Fioramonti) (ANSA) – VIGO DI FASSA, 22 SET – Spiritualità sufi tra le cime maestose di Fassa, musica antica sacra e popolare intrisa di misticismo, il canto struggente intrecciato agli strumenti tradizionali in un’ oasi di silenzio al cospetto del gruppo del Catinaccio. Non ha tradito le aspettative il concerto del Gurdjieff Ensemble, tra gli appuntamenti più attesi del Festival I Suoni delle Dolomiti. I dieci musicisti armeni hanno incantato i 250 camminatori saliti a 2300 metri di quota poco oltre il rifugio Roda di Vael sfidando il tempo incerto per immergersi nell’atmosfera ipnotica condensata nel loro ultimo album ‘Zartir’ pubblicato da Ecm in cui spiccano le composizioni del filosofo, mistico e coreografo Georges Ivanovic Gurdjieff (1866-1949). Il contesto molto speciale ha colpito anche gli artisti diretti da Levon Eskenian. ”Nella natura avverti qualcosa di diverso. La musica ti mette in contatto con l’ universo – ha detto all’ ANSA il leader del gruppo -. Questo è un posto davvero molto speciale. Ci siamo sentiti come a casa, fratelli e sorelle, la sensazione di diventare una cosa sola con tutto ciò che ti circonda, il pubblico e l’ ambiente”. Che cosa vuole comunicare la vostra musica? ”Svegliati dal tuo sonno reale’, dice il brano del ‘700 che dà il titolo all’ album.
L’ autore Baghdasar Dbir invita a non pensare come un re. Si ricollega agli insegnamenti di Gurdjieff secondo cui viviamo nel torpore, ipnotizzati dalle influenze esterne. E’ un argomento molto attuale, siamo diventati degli automi. Guerre, distruzioni e cambiamenti climatici sono il risultato dell’ attività umana, del nostro modo di pensare e di vivere in modo meccanico”. Da dove traete ispirazione? ”Io sono un pianista segnato dalla musica occidentale. Quando nel 2006 ho incontrato la musica di Gurdjieff la mia percezione è cambiata, ho cominciato a sentirla in modo diverso. Mi ha aperto le porte verso la musica antica, la musica popolare e la musica sacra riportandomi alle radici, agli inizi”. Svegliarsi per vedere che cosa, e vivere in quale altro modo? ”Prima di tutto per vedersi dentro. Ci siamo dimenticati di noi stessi. Se vedi te stesso, conosci meglio anche chi ti sta accanto. Lo strumento è appunto l’ autosservazione. Un bambino vive molto concentrato nelle sue emozioni fisiche e mentali. Noi crescendo perdiamo queste capacità, cominciamo a comportarci senza pensare, oppure pensiamo senza comportarci di conseguenza. La musica è uno dei modi per restare concentrati e connessi”. In questo percorso religione, filosofia e tradizione folk sono legate a doppio filo.
”Il compositore armeno Komitas sosteneva che la musica sacra e popolare sono fratello e sorella. Nel repertorio di musica armena, secondo me, alcuni musicisti mantengono separate queste due sfere ma è un errore. il piano spirituale e filosofico sono un tutt’uno”. Eskenian, a cosa serve la musica? ”Me lo chiedo ogni giorno e non bisogna smettere mai. Oggi da una parte c’ è il pubblico, dall’ altra i musicisti. In passato non era così, la musica era dappertutto, nella vita quotidiana anche nelle cose più banali. Anche la danza in Armenia è molto importante, non è solo intrattenimento, ma un modo di connessione cosmica e planetaria legato alle stagioni e al momento particolare allegro o tragico. Ognuno è coinvolto completamente. La musica diventa un modo per unirti al tuo io interiore”. Il Gurdjieff Ensemble era stato per la prima volta in Italia 11 anni fa per esibirsi a Venezia e a Roma. I musicisti di Erevan anno subito accettato l’ invito per questo unico concerto molto particolare che ha arricchito la serie di appuntamenti gratuiti dell’ edizione numero 29 del Suoni delle Dolomiti. ”E’ stata una esperienza straordinaria, il suono era perfetto, anche il pubblico si è accorto che non c’ era bisogno di microfoni. Suonando tra queste vette l’ eco ci ha ricordano le nostre montagne”. Il Festival, organizzato da Trentino Marketing con la direzione artistica del violoncellista Mario Brunello, si concludera domenica 29 settembre in Val di Fassa al rifugio Micheluzzi con il concerto di Roberto Vecchioni. (ANSA).

C’è un’Italia che si ribella alla pulizia etnica degli armeni (Tamoi 21.09.24)

All’inizio di settembre, Roma ha accolto calorosamente Ilham Aliyev, un dittatore sanguinario che un anno fa, il 19 settembre 2023, ordinò l’offensiva militare contro la popolazione indigena armena dell’Artsakh, noto anche come Nagorno-Karabakh. La ridenominazione dell’Artsakh in Nagorno-Karabakh, un termine ibrido russo-turco, riflette uno sforzo deliberato di oscurare la storica identità armena della regione, un atto simbolico di spartizione del territorio tra le sfere di influenza russa e turca. Gli ingenti danni causati dall’occupazione della Repubblica dell’Artsakh rappresentano non solo una perdita di proprietà, ma un attacco all’identità culturale armena e al retaggio storico della regione.

L’Artsakh è sempre stato armeno

L’Artsakh, regione abitata da secoli da armeni, aveva mantenuto a lungo la propria autonomia, ottenendo l’indipendenza di fatto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per chi non conosce bene la storia del Caucaso del Sud. il nome stesso Azerbaigian è entrato nell’uso politico solo all’inizio del XX secolo, copiato dal toponimo di una regione persiana, mentre la presenza armena nell’Artsakh risale a tempi antichissimi.

Alla fine degli anni ’30, nel contesto del deterioramento delle relazioni tra l’Urss e la Turchia, chiamare gli azeri “turchi” divenne indesiderabile e Stalin decise che era necessario inventare un nome nuovo e diverso per i tartari turchi del Caucaso. Così il dittatore creò il popolo più giovane del pianeta Terra, chiamandolo “azerbaigiano”. Oggi, l’influenza della Russia nella regione sta rapidamente svanendo, come dimostra il ritiro della cosiddetta “missione di pace”, una forza che ha svolto un ruolo diretto nell’orchestrare la deportazione degli armeni dalla loro patria ancestrale.

Russia e Turchia dalla parte di Aliyev

L’attacco terroristico contro la popolazione armena dell’Artsakh dopo nove mesi di blocco criminale del Corridoio di Lachin, che portò alla pulizia etnica della regione, veniva presentato dal regime di Baku come una “operazione antiterrorismo”. L’operazione era guidata dai militari turchi – un fatto finora negato dalle autorità dell’Azerbaigian. Il dittatore Recep Tayyip Erdogan, che il mese scorso ha ammesso spudoratamente ai media internazionali che la Turchia era attivamente coinvolta nella guerra contro il Nagorno-Karabakh, ora sta spingendo ossessivamente il suo progetto di “corridoio extraterritoriale”.

Questa nuova agenda maniacale non è altro che un aperto tentativo di smantellare la sovranità della Repubblica d’Armenia.
Nel frattempo, lo stesso dittatore schiaffeggia la Russia di Vladimir Putin, dichiarando la Crimea parte indivisibile dell’Ucraina – un gesto di “gratitudine” verso Putin per il suo ruolo nella deportazione di massa e nel genocidio degli armeni dell’Artsakh. Proprio come un secolo fa: la Turchia sfrutta la politica anti-armena della Russia, conquistando territori armeni, mentre il suo stato satellite, l’Azerbaigian, continua a vendere il gas russo all’Europa!

Giorgia Meloni, cosa fai?

È in questo tetro contesto che gli armeni guardano Giorgia Meloni stringere la mano ad Aliyev, rimanendo in silenzio sul genocidio armeno in corso e sui 120.000 armeni dell’Artsakh, ai quali è stato negato il diritto di tornare alle loro case. Invece, il dittatore dell’Azerbaigian inventa nuove finzioni, sostenendo che i turchi azeri debbano “tornare” nel territorio dell’Armenia. Per aggiungere la beffa al danno, ribattezza cinicamente la Repubblica di Armenia come “Azerbaigian occidentale”.

Beh, si sa che non viviamo più in un mondo di onore e rispetto. Sono finiti i giorni di personaggi come Alain Delon e i fratelli Taviani, che visitavano l’Armenia per rendere omaggio alle vittime del genocidio armeno al Memoriale di Yerevan, di Charles Aznavour che chiedeva apertamente a Benjamin Netanyahu perché Israele non volesse riconoscere ufficialmente il genocidio armeno.

Oggi siamo intrappolati in un mondo freddo e pragmatico, guidato dal profitto e dall’interesse personale, dove tali valori stanno erodendo la democrazia stessa. Non stupisce il fatto che eventi internazionali come la Formula 1 e la Cop29 vengano ospitati nella capitale di un regime dittatoriale che continua a detenere illegalmente decine di prigionieri di guerra armeni.

Il legame tra Italia e Armenia

La vera democrazia è come una specie in via di estinzione. Tuttavia, rimane un barlume di speranza negli operatori umanitari che osano rompere il silenzio, non solo con le parole, ma con i fatti. Per me qualsiasi leader politico che stringe la mano e rafforza i legami con un regime antidemocratico e genocida non è altro che un opportunista che stringe accordi con i commercianti di petrolio. Per quanto mi riguarda, Meloni difficilmente rappresenta il vero spirito del popolo italiano.

Negli ultimi vent’anni mi sono dedicato a unire i popoli italiano e armeno attraverso l’insegnamento di lingue, la ricerca e le traduzioni, molte delle quali probabilmente rimarranno inascoltate, non lette e sconosciute. Tuttavia, credo che la più grande ricompensa per il mio lavoro siano state le persone che, attraverso questi sforzi letterari e accademici, hanno trovato un legame con me, con l’Armenia e con l’Artsakh.

Perché difendere la libertà dell’Artsakh

Pochi giorni fa un gruppo di italiani veneti ha visitato Arzakan, nella provincia armena di Kotayk. Sono persone attive, che hanno sostenuto per oltre quattro anni un progetto italo-armeno di assistenza ai rifugiati, indirizzato alle famiglie sfollate con la forza dall’Artsakh. Mentre piantavano alberelli su suolo armeno – dove le associazioni Sconfinamenti, Italia-Armenia di Padova e la ong Declipse Armenia hanno lanciato una nuova iniziativa per i bambini rifugiati – ho potuto sentire i loro cuori battere non solo per l’Armenia ma per i valori universali di pace e giustizia. In loro vedo non solo italiani, ma cittadini del mondo, il cui incrollabile senso di giustizia arde intensamente. Sanno, come me, che la pulizia etnica dell’Artsakh non è altro che un imperdonabile atto di genocidio contro il popolo armeno.

Coloro che hanno combattuto nel corso della storia per l’indipendenza dell’Artsakh sono degli eroi. Hanno combattuto non solo per difendere un fazzoletto di terra, ma per impedire la cancellazione di un popolo, del suo idioma unico e del suo patrimonio storico-culturale. E in questi tempi bui, non sono solo i combattenti ma anche coloro che onorano i sacrifici fatti per l’indipendenza e la democrazia a presentarsi come eroi.

Come disse una volta Albert Camus: «La libertà non è altro che un’opportunità per essere migliori». Coloro che difendono la libertà dell’Artsakh, in qualunque forma, mantengono viva questa possibilità per tutti noi.

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In Armenia la statua di Cristo più alta del mondo (AciStampa 20.09.24)

Non è certamente in linea con la tradizione del culto armeno, la statua del Cristo Redentore alta 33 metri che sta per essere inaugurata in Armenia. E, infatti, alla notizia della costruzione della statua, Etchmiadzin (il “Vaticano” della Chiesa Apostolica Armena) ha fatto sapere che davvero la statua non era in linea con la tradizione armena.

In fondo, la prima nazione cristiana del mondo ha costruito la sua fede intorno al libro, alle miniature e ai khachkar, le enormi croci di pietra che si trovano ovunque in Armenia. Questo Cristo Redentore, invece, è di foggia occidentale, moderno, quasi uno schiaffo nel panorama armeno. E proprio per questo destinato a fare notizia.

Sarà alto 33 metri, e dunque più alto del Cristo Redentore di Rio de Janeiro e più imponente del Cristo Re di Swiebodzin, in Polonia, che misura complessivamente 52,5 metri.

Il Cristo Redentore armeno sarà alto 33 metri e sarà posto in cima a un piedistallo di 44 metri sul Monte Hatis in Armenia.

Il progetto, guidato dall’imprenditore Gagik Tsarukyan, è quasi completato dopo l’inizio dei lavori nel luglio 2022. Si dice che favorirà il turismo, ma l’Associazione delle Guide Armena ha inviato una lettera aperta, sottolineando che “a differenza che in nazioni cattoliche come il Brasile, la cristianità armena non ha una tradizione di statue”, e dunque questa presenza non favorirà il turismo, perché “alla fine i turisti vengono per vedere e sperimentare la vita reale”.

Nemmeno queste proteste hanno fatto fermare il progetto. Tsarukyan aveva comprato 146 ettari di terreno nel 2008, che includevano la cima della montagna dove è costruita la statua, e ha aperto il cantiere nel 2022.

 

Pordenonelegge, incontro con Antonia Arslan per i 20 anni de La Masseria delle Allodole (Il Popolo 20.09.24)

Incontro di storia e storie quello che ha visto al centro la scrittrice di origine armena Antonia Arslan intervistata dal direttore del Festival Gian Mario Villalta. Al lavoro per a ristampa con nuova sua prefazione della Masseria per l’inizio del 2025

Pordenonelegge, incontro con Antonia Arslan per i 20 anni de La Masseria delle Allodole

Pubblichiamo l’incipit della intervista presente su IL POPOLO di domenica 15 settembre

Professoressa Arslan, cosa ha prodotto “La masseria delle allodole” in questi venti anni?
Ha prodotto una specie di movimento che non mi aspettavo. Tanti che lo hanno letto – anche a scuola e questo mi fa immensamente piacere -, me lo dicono di continuo. Ho l’impressione che questo libro sia stato letto davvero e che ora tante persone sappiano della tragedia armena, cosa che prima era del tutto sconosciuta. E’ stato anche occasione per saperne di più dell’Armenia stessa: ne sono nati viaggi.
Si può ben sostenere che la sua “masseria” ha rotto il velo del silenzio sul genocidio armeno?
Crederei di sì e ringrazio il Signore per questo obiettivo raggiunto. La grande colpa era infatti questa: il silenzio calato subito su quegli orrendi atti di morte. Da parte mia, non avendo scelto di ricorrere ad una scrittura storica come un saggio, ma avendo optato per il romanzo, ho facilitato la conoscenza di quanto era accaduto. Un romanzo che ha camminato parecchio: in venti anni ha raggiunto 45 edizioni.

(continua la lettura sul numero cartaceo – se abbonato puoi scaricare il pdf dal sito/ archivio)

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Erevan tra Francia e Russia (Asianews 20.09.24)

La visita in Armenia di Stéphane Séjourné, ministro uscente del governo francese e candidato al ruolo di commissario europeo, è stata guardata con sospetto a Mosca, che cerca di mantenere saldi i suoi legami storici. Mentre a Erevan i “parner minori” della coalizione di Pašinyan raccolgono firme per un referendum sull’ingresso del Paese nell’Ue.

Erevan (AsiaNews) – Il ministro degli Esteri uscente della Francia Stéphane Séjourné, candidato al ruolo di commissario Ue, ha compiuto una visita a Erevan nei giorni scorsi, suscitando reazioni molto critiche da parte della Russia, che vede nel “nuovo idillio” tra Armenia e Francia il tentativo di sostituzione della storica partnership con il Cremlino. Il direttore scientifico dell’Istituto per le ricerche internazionali Mgimo, la scuola dei diplomatici di Mosca, Sergej Markedonov, ha commentato la situazione con un ampio articolo sul canale Telegram Bunin&Co.

Secondo l’esperto, “gli incontri tra armeni e francesi si sono talmente intensificati che ormai non stupiscono più nessuno, sono diventati una routine diplomatica”. D’altra parte, i francesi intrattengono rapporti frequenti anche con l’Azerbaigian, mantenendo “un tono costante di lotta retorica”, difendendo i diritti degli armeni riguardo alla situazione del Nagorno Karabakh, ma spaziando poi sugli argomenti più vari. Gli armeni cercano piuttosto di accreditare la tesi che Parigi stia diventando il più importante alleato di Erevan, e un protagonista decisivo in tutta l’area del Caucaso meridionale.

La visita di Séjourné ha però un carattere più specifico, secondo Markedonov, a cui bisogna prestare maggiore attenzione. Da un lato egli ritiene che il viaggio fosse un “tour di commiato” prima di trasferirsi a Bruxelles nel governo di Ursula von der Leyen, dove sostituirà il dimissionario Thierry Breton. Dopo l’Armenia, il ministro francese si è recato a Chişinău e ad Atene, e anche in Moldavia la sua presenza è stata molto frequente in questi anni, considerando anche l’imminenza delle elezioni presidenziali e del referendum per l’integrazione europea. La Grecia è poi un partner di lunga data della Francia, come contrappeso agli interessi della Turchia nella regione, e negli ultimi due anni si sono molto sviluppate le relazioni dei greci con l’Armenia.

D’altra parte, osserva il direttore della scienza diplomatica russa, “non bisogna scordare le iniziative politiche interne all’Armenia, che hanno un significato internazionale”. Da giugno si discute sulla possibilità di inserire il Paese nella Ue, per iniziativa della “Piattaforma delle forze democratiche” a cui si sono uniti “tutti gli occidentalisti armeni” come Aram Sarkisyan, leader del partito “Repubblica”, Arman Babadžanyan del movimento “In nome della repubblica”, Tigran Khzmalyan del “Partito europeo dell’Armenia”, i cosiddetti “partner minori” del premier Nikol Pašinyan.

Secondo gli oppositori del premier, questi gruppi sono manovrati da Pašinyan per testare l’opinione pubblica e propagandare idee che egli, per varie ragioni, non vuole attribuire a sé stesso e alla propria cerchia. Lo stesso Pašinyan ha in effetti espresso opinioni critiche in pubblico sul possibile ingresso dell’Armenia nella Ue, fa notare Markedonov, ma “il tempo scorre, e da settembre si raccolgono le firme per organizzare un referendum sulla questione”, una campagna che verrà condotta fino al 14 novembre allo scopo di portare la proposta in parlamento, per cui servono almeno 50mila sottoscrizioni, e “ovviamente Parigi appoggia in pieno questa iniziativa”.

Il politologo osserva che nelle condizioni attuali, in cui si riformano molti approcci tipici della “guerra fredda”, il tema dei rapporti dell’Armenia con l’Europa va visto nel contesto del conflitto globale, e per questo “Séjourné a Erevan ha ricordato la Russia, indicandola come il principale ostacolo sulla via della democratizzazione e dell’integrazione europea dell’Armenia, assicurando che la Francia sarà sempre accanto al popolo armeno”. Il sostegno francese appare per molti aspetti più retorico che concreto, come anche nelle dichiarazioni dello stesso Emmanuel Macron e di altri membri del governo di Parigi, mentre “Mosca sta a guardare, cercando di mantenere saldi tutti i suoi legami storici nel Caucaso”.

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Nizza, la Cinémathèque riapre con due giornate dedicate all’Armenia (Montecarlonews 20.09.24)

Dopo la stagione estiva e le proiezioni all’aperto sul Quai de la Douane, la Cinémathèque di Nice riapre le porte della sua sala mercoledì 18 settembre alle 17:45 con C.R.A.Z.Y di Jean-Marc Vallée, seguito alle 20 da Johnny got his gun di Dalton Trumbo, proposto in copia restaurata in uscita nazionale.

La nuova stagione della Cinémathèque sarà ricca ed eclettica con film di patrimonio e film più recenti, appuntamenti con personalità e retrospettive che permetteranno di arricchire la cultura cinematografica.

Il programma di apertura
Venerdì 20 settembre alle ore 19
Incontro proposto nell’ambito dell’anno dell’Armenia seguito dalla proiezione del film «L’esercito del crimine» dedicato al manifesto rosso e a Missak Manouchian.

Sabato 21 settembre alle 17
Robert Guédiguian visiterà nuovamente la cineteca di Nizza per presentare i suoi altri due film che evocano l’Armenia «Il viaggio in Armenia» e «Una storia di pazzi». Una retrospettiva più ampia sarà dedicata a Robert Guédiguian in sala e online della Cinémathèque di Nizza, su iniziativa di Magali Altounian.

Sabato 5 ottobre alle ore 16
Incontro proposto in occasione del Festival Europeo del Cortometraggio di Nizza “Un Festival C’est Trop Court!”, incentrato quest’anno sulla Grecia.  L’appuntamento sarà accompagnato da una retrospettiva dedicata a Costa Gavras.

Per completare la programmazione che riecheggia al Festival del cortometraggio, la Cinémathèque di Nizza proporrà un ciclo di lungometraggi «Made in Greece» tra cui Pauvres Créatures di Yórgos Lánthimos.

L’intera programmazione in programma fino al 18 ottobre 2024 è inserita al fondo di questo articolo.

La Cinémathèque di Nice si trova al Cinéma Megarama Nice Vauban in avenue François Mitterrand.

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Un anno dopo l’invasione del Nagorno-Karabakh, «l’Armenia è a rischio» (Tempi 19.09.24)

Il 19 settembre 2023 l’Azerbaigian occupava l’Artsakh cacciando dalla loro terra 120 mila armeni. I profughi, vittime di «pulizia etnica», sperano di tornare a casa ma hanno paura: «Come possiamo fidarci di Baku?»
Gli armeni festeggiano nel centro di Erevan il giorno dedicato alla repubblica dell'Artsakh
A un anno dall’invasione del Nagorno-Karabakh da parte degli azeri, gli armeni rivendicano la loro terra (Ansa)

La parola “casa”, per Lusine, non ha più senso. Ogni volta che lei, il marito o i quattro figli pronunciano questa parola pensano alla grande e comoda abitazione che dieci anni fa la famiglia della donna armena 35enne aveva costruito ad Askeran, nel Nagorno-Karabakh. Ma dal 19 settembre 2023, da quando cioè l’esercito dell’Azerbaigian ha invaso la Repubblica dell’Artsakh, costringendo 120 mila armeni alla fuga, Lusine non sa neanche se la sua casa esista ancora o se sia stata rasa al suolo dagli azeri dopo l’occupazione.

Da un anno Lusine vive in Armenia in uno scheletro di calcestruzzo finito soltanto per metà insieme a 20 persone. Il marito ha appena trovato lavoro, ma la famiglia dispone a malapena dei soldi per sopravvivere e il governo di Erevan non ha abbastanza fondi per coprire tutte le spese. «Siamo dovuti scappare in un giorno. Ora non abbiamo più nulla. Quale sarà il nostro futuro?».

Il dilemma degli armeni del Nagorno-Karabakh

L’angoscia e le domande di Lusine son…

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