La rottura tra Mosca ed Erevan passa da un complotto sventato. Ecco cos’è successo (Formiche 19.09.24)

L’Armenia rivela di aver sventato un complotto armato ai danni del governo e organizzato in Russia. E rimarca il distanziamento dall’alleanza militare con Mosca

L’Armenia accusa Mosca di ingerire nei propri affari sovrani. Mercoledì 18 settembre il Comitato Investigativo della Repubblica d’Armenia ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che sette persone saranno accusate di “prepararsi a usurpare il potere… usando la violenza e la minaccia di violenza per assumere i poteri del governo”. Cinque persone di nazionalità armena e due ex-residenti della regione del Nagorno Karabakh sarebbero state reclutate, per la cifra mensile di 220.000 rubli (equivalenti a circa 2.377 dollari) per seguire tre mesi di addestramento in Russia, dove avrebbero imparato ad utilizzare armi da fuoco di calibro pesante, e sarebbero stati sottoposti a una serie di controlli e di test eseguiti con la macchina della verità per determinare la loro fedeltà, prima di essere trasferiti alla “base militare di Arbat” sita a Rostov-on-Don, nella regione meridionale della Federazione. Alcune delle reclute si sarebbero rifiutate di partecipare all’addestramento e sarebbero tornate in Armenia, ha dichiarato il comitato, aggiungendo che l’intervento delle forze dell’ordine armene ha sventato il complotto.

Sebbene il comitato non abbia implicato le autorità russe nel presunto complotto, la notizia avrà certamente un impatto all’interno di un contesto di legami già tesi tra Mosca ed Erevan. Le relazioni tra l’Armenia e il suo alleato storico si sono infatti profondamente inasprite negli ultimi anni, soprattutto a partire dal dicembre del 2022, quando l’Azerbaigian ha messo in atto un blocco delle linee di rifornimento nella regione del Karabakh, causando una crisi umanitaria, e ancora di più dal settembre del 2023, quando le forze azere hanno messo in atto una campagna militare fulminea per ottenere il pieno controllo sulla regione contesa. L’inazione delle forze di pace russe, dispiegate nell’area in seguito al conflitto scoppiato nel 2020, è stata causa di veementi critiche rivolte da Erevan a Mosca, che però ha respinto le accuse sostenendo che le sue truppe non avevano il mandato per intervenire.

In tutta risposta, il Paese caucasico ha invertito la direzione della sua politica estera verso Occidente, iniziando con il congelamento della sua adesione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (l’alleanza militare guidata da Mosca), inoltre, inviando aiuti umanitari all’Ucraina in lotta contro la Russia e organizzando esercitazioni congiunte con le forze armate statunitensi.

Dal canto suo il Cremlino ha ritirato il suo contingente di peace-keeping, e ha intessuto relazioni più strette con l’Azerbaigian, storico rivale dell’Armenia: il mese scorso il presidente azero Ilham Aliyev ha avuto colloqui amichevoli con il presidente Vladimir Putin a Baku. Mosca ha anche accusato l’Unione europea di aver sconfinato nella sua autodichiarata sfera di influenza (il cosiddetto near abroad) firmando accordi di partenariato con il governo armeno.

Parlando mercoledì, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha giurato che il reindirizzamento dell’Armenia verso l’Occidente continuerà. “Se vedremo una possibilità più o meno realistica di diventare un membro a pieno titolo dell’Unione Europea non perderemo quel momento”, ha affermato il leader caucasico. Che ha anche impiegato toni molto duri contro l’alleanza di cui ancora, anche se formalmente, il suo Paese fa parte: “Abbiamo congelato la nostra adesione alla Csto non solo perché la Csto non sta adempiendo ai suoi obblighi di garantire la sicurezza dell’Armenia, ma anche perché la Csto sta creando minacce alla sicurezza, all’esistenza e alla statualità dell’Armenia”, ha detto Pashinyan, asserendo come l’Armenia stia ancora aspettando risposte a domande sulla sua sicurezza. E più il silenzio continuerà, più l’Armenia si allontanerà dall’alleanza militare. Lasciando intendere che ci sono alte probabilità di una rottura permanente.

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Ma la Russia ha provato a rovesciare il governo armeno? (CDT)

L’Armenia sventa un colpo di stato organizzato da Mosca. Così Erevan si è avvicinata all’Ue (Il Foglio)

 

Chi è rimasto in Nagorno Karabakh? (RSI 19.09.24)

Un anno fa l’Azerbaigian prese il controllo sulla regione autonoma, costringendo alla fuga immediata oltre 100’000 armeni

 

La situazione sul campo

Telegiornale 13.09.2024, 20:00

Di: TG/OCartu

È passato esattamente un anno da quando l’Azerbaigian con una rapida operazione militare, in soli due giorni, ha invaso e conquistato ciò che restava della regione autonoma indipendente del Nagorno Karabakh, storicamente popolata da armeni. Una mossa che aveva costretto praticamente tutta la popolazione residente (circa 120’000 persone) a emigrare altrove, soprattutto in Armenia. Il tutto è avvenuto nel quasi totale silenzio della comunità internazionale, mentre molti osservatori hanno denunciato il rischio di una pulizia etnica.

Il Nagorno Karabakh, ufficialmente Repubblica dell’Artsakh dal 2017, era uno Stato autoproclamatosi indipendente e riconosciuto solo da tre Stati non appartenenti all’ONU. L’Azerbaigian ha sempre ribadito la sua sovranità sull’area, confermata dal diritto e dalla comunità internazionale (sin da una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU).

Chi c’è nella regione un anno dopo?

Un anno fa l’esodo dal Nagorno-Karabakh

Telegiornale 13.09.2024, 20:00

Da mesi nella regione è ora in atto un ripopolamento di cittadini azeri, favoriti da un programma voluto dal Governo azero per permettere agli sfollati degli anni ‘90 di tornare a vivere nell’area, in nuove residenze messe a disposizione da Baku. “Restano invece vuote le case abitate fino allo scorso anno dagli armeni – spiega Luca Steinmann, collaboratore della RSI che ha visitato la regione – ci sono cittadine e villaggi completamente spopolati”.

“Attualmente – sottolinea Steinmann – sono circa 8’000 le persone installatesi e il numero è destinato ad aumentare molto. C’è molta attività nelle pianure, dove lavorano gli sminatori che stanno bonificando l’area”.

Dalla radio

La storia del Nagorno Karabakh

La regione autonoma del Nagorno-Karabakh è figlia dell’Unione Sovietica. Una terra semplice, promessa agli armeni cristiani all’interno di un Paese musulmano come l’Azerbaigian. Una volta crollata l’Unione Sovietica, nel 1991, il Nagorno Karabakh si è autoproclamato “indipendente” dall’Azerbaigian, che per questo è entrato in guerra contro l’Armenia, causando tra il 1994 e il 1995 30’000 morti e un milione di sfollati.

La vittoria armena ha congelato il conflitto per molti anni, con i due eserciti separati da una linea di contatto ben definita (anche se in realtà non sono mancati degli sporadici incidenti), fino a quando nel 2020 l’Azerbaigian si è preso la rivincita e in 44 giorni ha conquistato quasi tutta la regione, che Baku non aveva mai smesso di considerare abusivamente occupata.

Agli armeni è così rimasta solo una piccola porzione di terra, collegata all’Armenia da un’unica strada, il corridoio di Lacin, sul quale la Russia avrebbe dovuto vegliare, ma che in realtà l’Azerbaigian ha più volte occupato. La Russia temeva che da lì potessero transitare armi, ma di fatto a essere bloccato è stato il passaggio di cibo e beni essenziali, causando una terribile crisi umanitaria e accrescendo la rabbia degli armeni contro gli azeri.

In questo scenario si è arrivati al 19-20 settembre 2023, quando l’Azerbaigian ha sferrato l’attacco finale, la terza offensiva in 30 anni, e ha convinto il presidente del Nagorno Karabakh a sciogliere la regione indipendente da gennaio 2024.

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Sestri: il ricordo di “Yeghishe Charents, lo scrittore del genocidio armeno (LevanteNews 19.09.24)

Dall’Associazione Partigiani Cristiani Sestri Levante

L’Associazione Nazionale Partigiani Cristiani – Sezione Tigullio è lieta di comunicare che sabato 21 settembre alle ore 17:00 presso Sala Bo di Palazzo Fascie Rossi a Sestri Levante (GE) si terrà la conferenza “Appuntamento con la Storia – Yeghishe Charents, lo scrittore del genocidio armeno vittima dello stalinismo”.

Dopo i saluti di ANPC e dell’Amministrazione Comunale nella persona dell’Assessore alla Cultura Maura Caleffi, a intervenire, con il coordinamento del Presidente del Panathlon Tigullio Chiavari Fabrizio Pagliettini, sarà la scrittrice Letizia Leonardi, autrice del libro Yeghishe Chaents, vita inquieta di un poeta.

“Yeghishe Charents – spiega il Presidente di ANPC Tigullio Umberto Armanino – è un personaggio straordinario, un poeta e un patriota, che, oltre ad aver lasciato poesie note e apprezzate in tutto il mondo, ha dato prova di notevole impegno civile. Nel 1915 ha preso parte come volontario alla resistenza armena contro l’esercito turco sul fronte caucasico e in seguito, prese le distanze dalla causa comunista, si è opposto anche al regime sovietico, finendo i suoi giorni appena quarantenne nel 1937 nelle carceri in cui erano detenuti i prigionieri politici.”

“L’evento – aggiunge Umberto Armanino – sarà l’occasione per affrontare un tema importante e ancora ben poco conosciuto come il genocidio Armeno. Nonostante le vittime abbiano superato il milione, sono purtroppo pochi a ricordare le deportazioni ed eliminazioni perpetrate dall’Impero Ottomano ai danni della minoranza armena. Anche Papa Giovanni Paolo II, nell’ormai lontano 2001, ha richiamato l’attenzione su quello che viene generalmente definito il “primo genocidio del XX secolo” La cittadinanza è invitata a partecipare.”

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Primo anniversario dell’attacco militare dell’Azerbajgian che ha provocato lo sfollamento forzato dell’intera popolazione dell’Artsakh (Korazym 19.09.24)

 Un anno fa, il 19 settembre, a seguito dell’attacco militare dell’Azerbaijan, l’intera popolazione autoctona dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, più di 115.000 Armeni, ha dovuto abbandonare le proprie case nel giro di pochi giorni. Questo sfollamento forzato, che è stato l’ultima fase della politica di pulizia etnica dell’Azerbajgian, ha avuto luogo durante la sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quando l’intera comunità internazionale si è riunita ancora una volta per discutere dell’imperativo della risoluzione pacifica dei conflitti, dell’istituzione della stabilità e dello sviluppo, condannando l’uso della forza, la violazione delle norme internazionali e dei diritti umani in diverse parti del mondo.

L’ha ricordato oggi il Ministero degli Esteri dell’Armenia in una dichiarazione, osservando che durante l’anno passato, il governo armeno ha adottato le misure necessarie, anche con l’aiuto di partner internazionali, per rispondere alle esigenze primarie e a medio termine degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh sfollati con forza, nonché per sviluppare i programmi necessari a lungo termine.

Le discussioni ad alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite riprenderanno la prossima settimana a New York: gli eventi dell’anno scorso dimostrano l’importanza di sforzi urgenti per garantire la stabilità internazionale, la realizzazione di idee e misure che consentirebbero l’instaurazione della pace.

La posizione della Repubblica di Armenia per garantire la stabilità nel Caucaso meridionale è chiara, ricorda il Ministero degli Esteri dell’Armenia: immediata istituzione della pace e di relazioni basate sul rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, sulla visione di garantire uno sviluppo sostenibile, un’interconnettività efficace e la prosperità nella regione.

Per realizzare tutto ciò, per non perdere l’opportunità disponibile in questo momento e per creare un ambiente favorevole a una vita più stabile e dignitosa per generazioni, il Ministero degli Esteri dell’Armenia aspetta una chiara dimostrazione di volontà politica e impegno per l’agenda di pace da parte di altri attori interessati allo stesso obiettivo.

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Per Antonia Arslan, la narratrice del genocidio (Tempi 19.09.24)

A vent’anni dalla prima edizione de “La masseria delle allodole”, canto notturno di un molokano errante (e di una trota argentina del lago di Sevan) per la professoressa Arslan, nostra Madre Armenia, misteriosa portatrice di un prezioso fardello di dolore e pace insieme
Antonia Arslan, scrittrice e saggista di origine armena, autrice del bestseller La masseria delle allodole
Antonia Arslan, scrittrice e saggista di origine armena, autrice del bestseller La masseria delle allodole

Avevo concluso con il Molokano. La delusione era troppo forte per la totale assenza di segnali che riguardassero un minimo cambiamento per la vita degli armeni e della loro patria. Dannazione certa, indifferenza sigillata, che serve suonare il piffero se ci sovrasta una sordità totalitaria? Poi è successo qualcosa. In sogno o nello stadio appannato del dormiveglia. Noi molokani, è noto, leggiamo molto la Bibbia. E sappiamo che a volte i sogni dicono la verità, a volte si avvicinano angeli, correggendo le nostre aride analisi diurne. Naturalmente, da prendersi cum grano salis, e non ve lo traduco in armeno.

Agosto 2024. Ho appena inviato la mia ultima lettera agli amici italiani. Succede che sulla riva del lago di Sevan me ne sto sdraiato tra pietre e ciuffi di erbe odorose, sono assopito, infine la luna mi conduce a un sonno profondo. Ed ecco sento un tocco leggero sulla mia fronte. Una trota argentina mi aveva sfiorato balzando dalle acque azzurre, e contraddicendo la sua mutezza,…

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La musica armena e il misticismo Sufi al Rifugio Roda di Vael (LAvisioblog 18.09.24)

Meteo permettendo i Suoni delle Dolomiti proseguono nelle valli dell’Avisio giovedì 19 settembre alle ore 14 al Rifugio Roda de Vael a quota 2300 metri con Gurdjieff Ensemble.

Musica e spiritualità: dall’Armenia arriva direttamente nel cuore delle Dolomiti fassane nella zona meridionale del Gruppo del Catinaccio Rosengarten, il gruppo strumentale che dal 2008, grazie anche ad alcuni album per l’importante etichetta tedesca ECM, sta portando nel mondo i suoni di una terra ricca di cultura ma anche segnata dalla sofferenza. Il Gurdjieff Ensemble, diretto da Levon Eskenian, si rifà esplicitamente agli insegnamenti del filosofo, scrittore, mistico, compositore, musicista e maestro di danze Georges Ivanovič Gurdjieff, una sorta di Socrate moderno vissuto tra il 1872 e il 1949 il cui lascito ha fatto numerosissimi proseliti in tutto il mondo.  Con l’ausilio di strumenti tradizionali a fiato, a corde e a percussione, quali Il duduk, il kanon, l’oud il santur e il tmbuk, il Gurdjieff Ensemble porta l’ascoltatore a immergersi in un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio, profondamente intrisa di quella sacralità che contraddistingue il misticismo sufi.

Come arrivare
da Vigo di Fassa con la funivia Catinaccio e poi a piedi lungo il sentiero Vial da Le Feide
1.30 ore di cammino, dislivello circa 300 metri, difficoltà E

oppure

dal Passo Carezza con la seggiovia Paolina, sentiero 539 fino al monumento Christomannos e poi 549
50 minuti di cammino, dislivello circa 130 metri, difficoltà E

Il concerto si svolge a circa 20 minuti di cammino dal Rifugio, verso il passo delle Cigolade.

Concerto in caso di maltempo
ore 17:30 Oratorio Parrocchiale di Pozza
I biglietti per l’accesso gratuito in sala sono in distribuzione fino ad esaurimento posti dalle ore 15.30 presso la cassa del teatro.

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San Taddeo, pellegrini accorrono per rituale Badarak (Ilfarosulmondo 18.09.24)

La chiesa di San Taddeo, nota anche come Qareh Klise (“la Chiesa Nera”), un sito patrimonio dell’umanità dell’Unesco situato a Chaldora, nel nord-ovest dell’Iran, ospiterà il 70° rituale annuale di Badarak dal 13 al 15 ottobre.

La chiesa, ritenuta una delle più antiche del mondo cristiano, riveste un significato speciale per la comunità armena in quanto luogo di sepoltura di San Taddeo, uno degli apostoli. Si prevede che la sacra cerimonia, patrimonio immateriale registrato dall’Unesco e condiviso da Iran e Armenia, attirerà più di tremila pellegrini dall’Iran e da tutto il mondo.

Tradizionalmente, i cristiani provenienti da Iran, Armenia, Siria, Libano, Paesi Bassi, Francia, Austria, Germania e Canada, tra gli altri Paesi, si riuniscono in chiesa per celebrare il rito. I pellegrini iraniano-armeni provengono principalmente da Tabriz, Urmia, Teheran, Isfahan e Qazvin, accompagnati dalle loro famiglie, montano tende attorno alla chiesa e partecipano alle preghiere, all’accensione delle candele e al sacrificio rituale delle pecore per i voti.

Tutto pronto per San Taddeo

Il governatore di Chaldoran, Mohammadreza Abdollahnejad, ha annunciato che la contea è pienamente pronta a ospitare l’evento. “In stretta collaborazione con la diocesi cristiana locale, abbiamo allestito una clinica mobile, schierato squadre di emergenza stradale, squadre antincendio e di sicurezza stradale e organizzato bancarelle di cibo per garantire la sicurezza e il comfort dei pellegrini”, ha affermato Abdollahnejad.

Si dice che questo rituale di tre giorni, che è uno dei sacramenti del cristianesimo, commemori l’Ultima Cena di Gesù Cristo con i suoi discepoli.

Il battesimo dei bambini insieme alle esibizioni di canti e danze tradizionali sono tra i momenti salienti del pellegrinaggio. Inoltre, i partecipanti commemorano il martirio di San Taddeo, uno dei dodici discepoli, ucciso mentre predicava il Vangelo. La leggenda narra che una chiesa a lui dedicata fu costruita lì per la prima volta nel 68 d.C, dove si trova Qareh Klise. Taddeo era un apostolo di Cristo e la cerimonia affonda le sue radici nell’ultima cena con Gesù Cristo, la notte del suo arresto e della sua esecuzione da parte dei soldati romani.

Iran e libertà religiosa

Il raduno di migliaia di pellegrini in questa antica chiesa non è solo una testimonianza del duraturo significato religioso del sito, ma anche un potente promemoria del ruolo storico dell’Iran come crocevia di fede e cultura. “L’evento di quest’anno dimostrerà ancora una volta l’impegno del Paese per la libertà religiosa e la diversità culturale, poiché continua a fornire un ambiente sicuro e aperto per le osservanze religiose”.

San Taddeo, insieme al monastero di San Stefano e alla cappella di Dzordzor, sono stati inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco nel 2008 con il nome di “Complessi monastici armeni dell’Iran”. Tutti e tre i siti si trovano nella provincia dell’Azerbaigian occidentale e sono di grande importanza dal punto di vista storico e culturale.

Come affermato dall’Unesco, queste chiese sono esempi dello straordinario valore universale delle tradizioni architettoniche e decorative armene in Iran.

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Andersen Global sposta uno studio membro in Armenia (Ansa 17.09.24)

Andersen Global amplia le sue capacità in Armenia con l’adozione del marchio da parte di TK & Partners, uno studio legale a servizio completo con cui collabora dal 2020. l’ultimo studio membro ad entrare a far parte dell’organizzazione globale.

L’ufficio Andersen in Armenia offre servizi legali completi, specializzati in patti parasociali, fusioni e acquisizioni, registrazione e contenzioso in materia di proprietà intellettuale, finanziamenti di debito e di capitale, due diligence, insolvenza aziendale, consulenza fiscale e immobiliare. Fondato nel 2012, il Managing Partner dell’ufficio, Varoujan Avedikian, è a capo di un team di professionisti esperti che mantengono solide relazioni con i clienti e le imprese.

“Diventare un’azienda membro di Andersen Global segna una pietra miliare significativa nel nostro impegno verso l’eccellenza e l’approccio incentrato sul cliente”, ha dichiarato Varoujan. “L’adozione del marchio Andersen ci consente di combinare la nostra profonda conoscenza locale con l’esperienza globale, migliorando la nostra capacità di lavorare a stretto contatto con i clienti e di fornire soluzioni multidisciplinari che guidano il loro successo in un panorama aziendale sempre più integrato.”

“Andersen in Armenia ha dimostrato una crescita notevole e un impegno incrollabile nel fornire i servizi migliori della categoria durante il periodo di collaborazione”, ha dichiarato il Presidente di Andersen Global e CEO di Andersen Mark L. Vorsatz. “Il loro passaggio a studio associato rafforza la nostra presenza nella regione e amplifica la nostra capacità di offrire soluzioni integrate e transfrontaliere ai clienti”.

Andersen Global è un’associazione internazionale di studi associati indipendenti e giuridicamente separati, composti da professionisti del settore fiscale, legale e valutativo di tutto il mondo. Fondata nel 2013 dalla società statunitense Andersen Tax LLC, Andersen Global conta oggi più di 17.000 professionisti in tutto il mondo ed è presente in oltre 475 località con i suoi studi associati e le società con cui collabora.

Il testo originale del presente annuncio, redatto nella lingua di partenza, è la versione ufficiale che fa fede. Le traduzioni sono offerte unicamente per comodità del lettore e devono rinviare al testo in lingua originale, che è l’unico giuridicamente valido.

Megan Tsuei
Andersen Global
415-764-2700

NAGORNO-KARABAKH, LA GUERRA DIMENTICATA (Glistatigenerali 16.09.24)

Lo chiamavano un “conflitto congelato” e come il gelo si è dissolto, un’onda di piena della Storia che ha cancellato decenni di calma inquieta, piccole incursioni, minacce, patti fragili. È avvenuto il 19 settembre 2023. La dissoluzione della repubblica de facto del Nagorno-Karabakh è stata rapida, anche a scomparire dalle pagine dei giornali. Ma un anno dopo, che ne è stato dei profughi armeni di Artsakh?

Tragici disgeli

Le radici di questa catastrofe affondano nella storia dell’Unione Sovietica, o meglio nella fine della stessa Unione. Nel 1991, mentre il gigante dell’Est si sgretola, un fazzoletto di terra di appena 4.400 chilometri quadrati si dichiara indipendente da uno di questi ex Stati satellite del Cremlino, l’Azerbaijan. Il nome di questa piccola regione secessionista è Nagorno Karabakh, un’area a maggioranza armena. Scoppiò quindi la prima guerra tra Nagorno Karabakh e la giovane repubblica azera che portò all’indipendenza della Repubblica dell’Artsakh, altro nome del Nagorno Karabakh. Nel conflitto morirono 30mila persone, senza contare le vittime, sia azere che armene, dei pogrom che si verificarono da una parte e dall’altra nei mesi precedenti e successivi alla guerra.

Per i due decenni successivi, fino al 2020, il Nagorno Karabakh è uno Stato irreale che infatti gran parte della comunità internazionale non riconosce. L’Armenia lo finanzia da vicino, così come da lontano la diaspora armena nel mondo e i suoi mecenati mandano aiuti e sovvenzioni. Tra questi il milionario russo-armeno Levon Hajrapetjan, morto nel 2017 in una prigione per detenuti politici in Mordovia, Russia. Nelle città principali come la capitale Stepanakert (oggi ribattezzata dagli azeri Khankendi) si respira benessere. Basta però spostarsi al di fuori della capitale, verso i territori annessi ancora sotto il tiro dell’esercito azero, per capire che la situazione è tutt’altro che pacifica. Gli abitanti dell’Artsakh se ne accorgono nel 2020, quando l’enclave viene nuovamente attaccata. In 44 giorni si consuma una guerra lampo, un avvertimento da parte dell’Azerbaijan: nessuno, in Artsakh, è davvero al sicuro. Alcuni cominciano già da allora a emigrare verso l’Armenia o la Russia, altri restano. Quello che segue, dopo il cessate il fuoco promosso dalla Russia e firmato il 9 novembre 2020, è un triennio di schermaglie e incidenti di frontiera. Secondo l’organizzazione internazionale International Crisis Group dal cessate il fuoco al 16 settembre 2023 ci sono 395 morti tra i soldati armeni, mentre i feriti ammontano a 669. Sono invece 53 i civili uccisi.

Poi, è il 19 settembre 2023. L’aggressione dell’Azerbaijan cancella l’Artsakh dalle mappe geografiche. Non è un modo di dire: immagini satellitari e studi, come quello del Centro Europeo di Diritto e Giustizia, testimoniano la distruzione sistematica messa in atto dall’Azerbaijan. Che siano tombe o monumenti, i bulldozer di Baku cancellano l’ultima cosa rimasta del Nagorno-Karabakh: la memoria.

Il risveglio trent’anni dopo

Quando con l’offensiva azera il sogno del Nagorno Karabakh si conclude, per 120 mila persone inizia un incubo. Sia gli armeni di Yerevan che i nuovi profughi di Stepanarekh sono scioccati, ma in modo diverso. Tra loro serpeggia un sentimento ambivalente, una sensazione che oggi rende ancora più difficile l’integrazione. «I profughi lamentano di essere stati abbandonati, gli armeni della repubblica si chiedono “abbiamo davvero sostenuto queste persone per 33 anni, con tanti sacrifici, per nulla?”» spiega Arsen Igityan, responsabile delle comunicazioni del sindacato dei dipendenti pubblici armeni USLGPSEA, parlando dei sentimenti che dividono gli armeni dai loro “fratelli” profughi della guerra.

Quella che all’inizio sembrava loro una guerra come tante, come già c’erano state nel 1991, nel 2016 e nel 2020, si è trasformata in un incubo per migliaia di sfollati che hanno perso tutto e si trovano ora senza prospettive in uno stato, l’Armenia, già di per sé fragile. Certo, è comunque uno dei Paesi più prosperi dell’area. Con una popolazione di 2,9 milioni di persone e un prodotto interno lordo di 19,5 miliardi di dollari nel 2023, lo stato dell’economia armena è migliorato anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con un balzo in avanti dell’11% del PIL. Un esito non scontato considerando che la Russia è non solo storico protettore, ma anche alleato commerciale chiave dell’Armenia. Eppure in questo Stato del Caucaso meridionale la disoccupazione si è sostanzialmente stabilizzata all’8.6% e il lavoro nero dilaga. Problemi non troppo diversi da quelli italiani: «I settori più vulnerabili sono l’agricoltura e i servizi, ad esempio la ristorazione e il delivery. Qui la maggior parte dei posti di lavoro sono informali, e gli abusi sono difficili da censire e neutralizzare. Uno dei problemi più gravi – continua – è la mancanza di ispezioni. Non abbiamo un vero e proprio istituto per le ispezioni, e la legislazione attuale lega le mani agli uffici competenti che spesso si trovano a non poter far nulla nemmeno volendo, a causa di norme ingarbugliate e ostiche». In molti casi, nemmeno con la presenza di una segnalazione diretta a uno degli uffici preposti si riesce ad ottenere qualcosa. «Per legge – spiega – le associazioni si trovano costrette nella posizione di agire solo in presenza di denuncia scritta di una violazione»

Convivenza difficile

L’Armenia non è solo il rifugio degli abitanti del Nagorno Karabakh, infatti come spiega Igityan «Negli ultimi anni c’è stato anche l’esodo dei profughi della guerra in Siria, e dei russi che scappano per timore di essere coscritti nella guerra in Ucraina. I Siriani tutto sommato non hanno trovato un ambiente ostile anzi, sono accolti abbastanza bene e sono ben integrati». Nel 2022 i rifugiati siriani erano 4.855, mentre nel 2023 c’è stato un exploit di richiedenti asilo da Iraq, Iran e Ucraina. Anche i russi in fuga dalla coscrizione riparano a Yerevan: secondo le autorità armene già all’inizio della guerra, a febbraio 2022, erano almeno 40mila, più 12 mila bielorussi. Entrare in Armenia, d’altra parte, ha reso alcuni ingressi più semplici anche se non sempre legali. «Negli ultimi due anni – spiega Arsen Igityan – la liberalizzazione dei visti decisa dal governo ha portato altre nazionalità, che prima non costituivano fenomeni migratori rilevanti, a tentare di stabilirsi in Armenia in cerca di migliori opportunità. Principalmente da Stati dell’Asia, come India e Bangladesh. Vengono raggirati da passeurs che li fanno entrare con visti turistici e li lasciano nella rete dell’occupazione informale, con tutte le situazioni di abbandono e degrado sociale che ne conseguono».

E gli armeni del Nagorno Karabakh? Come sono stati accolti? «Dall’inizio della crisi a settembre ne sono arrivati almeno 120mila, ma solo 9.500 sono regolarmente assunti e lavorano: 7mila nel settore privato e 2.500 circa in quello pubblico». Questo nonostante il governo abbia immediatamente stanziato misure e sussidi “patriottici”: da sostegni mensili a “corsie preferenziali” per l’inserimento nel lavoro presso le strutture pubbliche. Il sospetto è che una percentuale maggiore sia impiegata nei settori dove il lavoro nero è più diffuso, ad esempio nei trasporti (come taxisti) o nel delivery. «Non hanno problemi di visto come altri, ma la situazione è comunque tesa. Qui trovano salari più bassi di quelli che si aspettavano, credono che il governo non abbia fatto e non faccia abbastanza per loro e si sentono poco accolti. Si sentono abbandonati anche dalla comunità internazionale, si chiedono “Perché per la Palestina c’è tanto rumore, e noi siamo stati dimenticati?”». Un’altra ragione per numeri così bassi di impiego tra i rifugiati del Nagorno Karabakh potrebbe anche essere quella più semplice: molti se ne sono già andati. «Circa 36 mila persone potrebbero già essere emigrate, so che alcuni di loro sono andati in Russia, anche se potrebbe esserci il pericolo di essere arruolati per la guerra in Ucraina. Ho chiesto a chi è tornato se non è rischioso, ma hanno risposto che lì ci sono migliori opportunità» racconta Igityan.

Alleanze e repressione

La Russia, un tempo, era considerata la grande amica degli armeni, non solo per motivi economici ma anche culturali. Dopo la disfatta dell’Artsakh, però, qualcosa sta cambiando. L’indolenza di Mosca ha fatto sentire traditi gli armeni, che vedono il quadro delle alleanze storiche cambiare. Per alcuni, è uno shock che affonda le radici nella Storia delle persecuzioni contro gli armeni. «Molti Paesi europei non hanno protestato eccessivamente per l’aggressione azera perché hanno interesse a non creare tensioni. Ad esempio perché beneficiano del gas naturale azero, soprattutto dall’inizio della guerra in Ucraina» spiega Igityan. Tra questi l’Italia e la Grecia, Stati di approdo del grande condotto TAP che porta il gnl da Baku all’Europa. «Quando spiego ad alcuni armeni che la Grecia compra il gas dall’Azerbaijan, sono scioccati. Non possono credere che i greci li “tradiscano” così».

Dall’altra parte del confine, intanto, chi protesta contro la guerra viene arrestato e torturato. Secondo diverse fonti sono almeno 20 gli attivisti brutalmente arrestati in Azerbaijan per aver criticato la guerra, con l’accusa di “attività terroristiche e sediziose”. Molti di loro hanno subito minacce e torture mentre erano in stato di fermo. Stranamente, ma non troppo, alcuni di loro sono anche figure rilevanti dei gruppi sindacali azeri, come Afiaddin Mammadov, leader del Tavolo dei Lavoratori del Congresso dei Sindacati e già in rapporti tesi con le autorità per questioni legate alla sua attività sindacale. Anche attivisti per l’ambiente, i diritti delle donne e i diritti civili sono nel mirino della repressione del presidente Ilham Aliyev, che di fatto ha instaurato un’autocrazia ereditaria (era figlio del precedente presidente Heydar). Se il sogno indipendentista dell’Artsakh è finito, l’incubo dei dissidenti azeri sembra non avere fine.

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Vino, Muradyan (VWFA): in Armenia in ultimi 5 anni da 25 a 150 Cantine (Askanews 16.09.24)

erevan (Armenia), 16 set. (askanews) – “Questa è la prima importante conferenza sul vino e sull’enoturismo che si tiene in Armenia, e siamo davvero contenti perché per noi è una grande opportunità per mostrare oltre all’enologia armena, anche che cos’è questo Paese e far conoscere il nostro ricco patrimonio e la nostra storia. L’Armenia ha un enorme potenziale perché abbiamo tanti territori vocati alla viticoltura. Nel 2018 c’erano solo 25 aziende, ora ne abbiamo più di 150, con una crescita incredibile negli ultimi cinque anni”. Lo ha detto ad askanews Zaruhi Muradyan, direttrice esecutiva della “Vine and Wine Foundation of Armenia” (VWFA), a margine dell’ottava Conferenza globale sul turismo del vino promossa a Yerevan dall’organizzazione del turismo delle Nazioni Unite (UN Tourism).

Fondata nel 2016, la “Vine and Wine Foundation of Armenia” è un’organismo statale che oggi associa 55 Cantine e si dedica principalmente alla promozione del comparto. “Il nostro lavoro è quello di sviluppare il settore vitivinicolo, capendo esattamente il potenziale dei nostri vitigni autoctoni per la vinificazione” racconta Muradyan, spiegando che “inoltre, stiamo cercando di aiutare i produttori a definire uno standard per determinare cosa significa ‘vino armeno’. Il settore sta crescendo davvero velocemente, anche grazie a molti consulenti internazionali (enologi, agronomi ed enotecnici italiani, argentini e francesi, tra cui il celebre Michel Rolland, ndr) che ci hanno supportato nell’implementazione delle nuove tecnologie nelle Cantine – prosegue – e allo stesso tempo, anche il turismo sta crescendo, e quindi questa conferenza è davvero una bella opportunità per fare rete, incontrare le persone e condividere esperienze”.

In Armenia oggi vivono circa 2,7 milioni di persone, contro gli otto milioni che vivono all’estero a causa della diaspora a seguito del genocidio perpetrato tra il 1890 e il 1916 dall’Impero ottomano, che causò complessivamente circa 1,5 milioni di morti. Da sempre, gli armeni all’estero aiutano con le rimesse i propri parenti in Patria e molti di quelli che hanno avuto successo sostengono il Paese e investono in Armenia. “Negli ultimi anni molti stanno investendo soprattutto nel settore del vino – evidenzia Muradyan – ed è grazie a loro se oggi abbiamo Cantine moderne e un settore professionale che punta sulla qualità”. Tra gli investitori, non può non essere citato anche il produttore svizzero Jakob Shuler che ad Areni ha messo in piedi la Noa Wines.

La vigna armena si aggira complessivamente su circa 16mila ettari, divisi in cinque zone principali: Armavir (900-1100 metri slm), Ararat (800-1000 mt.), Aragatsotn (900-1400 mt), Tavush (400-1000 mt.) e la più rinomata Vayots Dzor (1.000-1.800 mt.). Sono 31 le varietà autoctone coltivate e vinificate oggi, le più note delle quali sono Sev Areni, Voskehat, Kangoun, Haghtanak, Milagh, Lalvari, Khatoun Kharji e Khndoghni.

Nonostante nel villaggio di Areni, nella provincia di Vayots Dzor, sia stata scoperta “la più antica cantina vinicola al mondo2, risalente indicativamente al 4000 a.C., una vera “industria” del vino in Armenia c’è da appena una decina di anni e oggi la produzione si attesta su circa 13 milioni di bottiglie, con l’export che tocca una quarantina di Paesi ma che si concentra per circa l’80% in Russia. Delle 111 Cantine registrate nel 2021, 46 producevano meno di cinquemila bottiglie, 29 tra cinquemila e cinquantamila, e solo cinque oltre il milione. Nonostante tutto questo, diversi produttori e produttrici sono sulla strada giusta e alcuni vini interessanti sono già presenti sul mercato e hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. Malgrado il Paese sia storicamente legato alla produzione del suo celebre Brandy-Cognac e al consumo della più economica vodka, il consumo pro capite di vino è passato dai due litri del 2016 ai 4,2 del 2022, anche grazie alla spinta dei giovani della capitale dove adesso sorgono enoteche-wine bar molto di moda. “Per coinvolgere maggiormente le giovani generazioni – continua Muradyan parlando con askanews – molte delle nostre aziende partecipano ad iniziative dedicate, come ad esempio manifestazioni tipo ‘Vino e jazz’ o ‘Vino e scacchi’ (il gioco più diffuso e amato in Armenia, ndr).

In questo contesto, parlare di enoturismo è dunque più da intendersi ancora come ulteriore occasione per la scoperta del territorio più che del vino, che in generale sembra ancora alla ricerca di un’identità precisa, ma che potenzialmente può riservare ben più di piacevoli sorprese, grazie al suo ricco patrimonio di vitigni autoctoni (quasi tutti a piede franco e con piante che hanno anche di 200 anni) e ad un territorio in cui la vitis vinifera si coltiva in suoli molto diversi (seppur quello vulcanico appaia il più determinante) fino a quasi 2000 metri, possibile soluzione al cambiamento climatico. “In questi ultimi anni le aziende hanno iniziato a credere di più nell’enoturismo – prosegue Muradyan – e spero che i produttori capiscano che è un modo molto interessante di presentare i propri vini e raccontare le tradizioni e la storia dei loro territori, oltre che di fornire ai visitatori un’offerta al passo con i tempi”.

Alla domanda su quale sia l’ostacolo più rilevante per lo sviluppo del vino in Armenia, la risposta della direttrice del VWFA fa gelare il sangue e dà da pensare: “La guerra”. Già perché qui l’ultimo conflitto risale appena ad un anno fa, nel 2023, quando l’esercito azero riconquistò il Nagorno Karabakh costringendo, dopo un lungo assedio, circa 120mila persone della comunità armena locale a fuggire. “La guerra è una preoccupazione costante anche per la viticoltura, perché molti vigneti si trovano vicino ai confini e quindi è molto pericoloso anche solo prendersene cura, oltre all’incognita di non sapere con certezza se potremo mantenerli in futuro” dice, rimarcando che “però siamo forti, manteniamo lo spirito giusto e continuiamo a fare del nostro meglio, e siamo certi che i nostri progetti avranno successo”.

“Sono pochi i prodotti che possono contribuire all’immagine di un Paese e a farlo conoscere: abbiamo dimostrato di saper produrre un ottimo brandy che è diventato leggendario, perché non possiamo farlo con il vino, se abbiamo questa tradizione millenaria alle spalle?” chiosa Muradyan ad askanews, sottolineando con grande orgoglio che “questa è oggi una priorità per il nostro governo, che sostiene economicamente e politicamente la Fondazione. E insieme con il governo, c’è anche il settore privato: lavoriamo tutti insieme ad un’unica missione, quella di far conoscere il vino armeno nel mondo”.

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