Armenia, la piaga dei matrimoni precoci (Osservatorio Balcani e Caucaso 23.07.24)

Nonostante alcuni ostacoli previsti dalla legge, in Armenia il fenomeno dei matrimoni precoci è ancora diffuso. Una nuova proposta di legge vuole ora fissare a diciotto anni l’età minima per il matrimonio, senza alcuna eccezione

23/07/2024 –  Armine Avetisyan Yerevan

Gayane, 17 anni, vive in un’area rurale dell’Armenia. Sono ormai due anni che fa la casalinga: quest’anno, mentre i suoi compagni di classe si preparavano a sostenere l’esame di maturità, Gayane stava per affrontare la sua prima gravidanza.

“Partorirò tra quattro mesi. A quel punto sarò maggiorenne, quindi potremo registrare il nostro matrimonio secondo la legge, e non ci saranno problemi in ospedale. Non abbiamo ancora ufficialmente registrato il matrimonio. Mio marito e io eravamo talmente innamorati che abbiamo deciso di non aspettare che io finissi la scuola per sposarci”, racconta Gayane, aggiungendo che aveva difficoltà a seguire le lezioni dell’ultimo anno a causa della gravidanza.

I genitori di Gayane sono rimasti scioccati quando hanno saputo che la loro figlia diciassettenne si voleva sposare. Nella loro famiglia – spiega Gayane – non è una consuetudine che le ragazze si sposino prima di diventare maggiorenni. Lei invece ha infranto la tradizione familiare e si è sposata in un villaggio vicino, rinunciando così all’obiettivo di acquisire un’istruzione superiore per diventare casalinga.

“Mio padre in particolare ha preso male la notizia, ma alla fine hanno accettato. Ad essere sincera, a volte penso di aver fatto un errore. Talvolta provo gelosia nel vedere le mie compagne di classe passeggiare per la città, indossare bei vestiti, discutere diversi argomenti femminili, prepararsi per andare all’università, e io devo cucinare, fare il bucato, etc. Poi mi rincuoro pensando che diventare madre in giovane età sia più facile, non lo so… Questo era il mio destino”, afferma Gayane.

La ragazza poi spiega che non sarà l’unica giovane mamma nel villaggio, perché c’è una sua amica che si è sposata all’età di sedici anni.

“Ancora meglio che io non sia l’unica”, commenta Gayane ridendo. Poi precisa che l’altra ragazza appartiene alla comunità yazida. A differenza dei genitori di Gayane, è stata la famiglia della ragazza yazida a spingerla a sposarsi.

Secondo la legislazione vigente in Armenia, l’età minima legale per sposarsi è fissata a diciotto anni. Ci si può sposare anche all’età di diciassette anni con il consenso dei genitori, biologici o adottivi, o dei tutori. È possibile inoltre unirsi in matrimonio all’età di sedici anni, a condizione che ci sia il consenso dei genitori o dei tutori e che l’altro coniuge sia maggiorenne.

Nonostante la normativa, ci sono i giovani, come Gayane, che aggirano le regole vigenti e creano una famiglia, seppur non ufficialmente.

Stando ai dati diffusi dall’Istituto statistico della Repubblica d’Armenia, nel 2011 sono stati registrati 3.372 parti di ragazze di età compresa tra i 14 e i 19 anni, mentre nel 2021 il numero è sceso a 1.042. È diminuito anche il numero di matrimoni precoci di ragazze di età compresa tra i 16 e i 19 anni, passando da 1.747 nel 2011 a 675 nel 2021.

Pur essendo in calo, il fenomeno dei matrimoni precoci è diventato oggetto di discussione delle autorità armene.

Recentemente al parlamento di Yerevan è stata presentata una proposta di legge per fissare a diciotto anni l’età minima per il matrimonio, senza alcuna eccezione, e per abrogare tutte le norme che si riferiscono ai matrimoni precoci e ai coniugi minorenni.

“Da rappresentante parlamentare della minoranza yazida, ricevo molti messaggi preoccupanti, in particolare riguardo ai matrimoni precoci all’interno della comunità yazida. Devo dire che si tratta di un problema assai diffuso. Ci sono anche casi di matrimoni precoci tra gli armeni”, ha spiegato il deputato Rustam Bakoyan, ideatore dell’iniziativa legislativa.

Stando ai dati resi noti dal ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport, il fenomeno dei matrimoni precoci incide innanzitutto sull’abbandono scolastico.

“Nell’anno accademico 2023-2024, 1319 ragazze yazide hanno studiato nelle scuole pubbliche. Nel corso del 2023, 171 alunni hanno abbandonato la scuola. La tendenza dei ragazzi appartenenti alla comunità yazida a lasciare gli studi è abbastanza diffusa, soprattutto nelle scuole superiori”, ha affermato il vice ministro.

“Ho sentito che vogliono approvare una legge per vietare a persone come me di sposarsi a 17 anni”, afferma Gayane, “la legge però non basta, bisogna cambiare mentalità. Anche se io e gli armeni come me non ci sposiamo, gli yazidi lo faranno comunque, è una loro consuetudine quella di sposarsi giovani”.

Come spiega Rustam Bakoyan, per vincere la piaga dei matrimoni precoci, oltre alle modifiche legislative, servono anche altri strumenti e attività di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Le discussioni sull’argomento sono ancora in corso e i promotori dell’iniziativa prevedono di attuare la riforma entro la fine dell’anno.

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Fano Jazz by the Sea 2024. Tigran Hamasyan, la star del piano (Ilrestodelcarlino 22.07.24)

Un festival che si rispetti sa far frutto dell’esperienza. Trentadue anni non sono pochi e Fano Jazz by the Sea, che più volte ha osato proporre nomi sino a poco prima sconosciuti, non disdegna di tornare sui suoi passi e richiamare a sé artisti che hanno saputo imporsi non solo al festival ma poi sulla scena internazionale. Più che un semplice gioco di rimandi, l’evoluzione di un percorso. E così dopo il concerto di ieri sera con Dhafer Youssef, supportato dagli ottimi Daniel Garcia, Swaeli Mbappe e Tao Ehrlic, la rassegna diretta da Adriano Pedini propone stasera alla Rocca Malatestiana il gradito ritorno di uno dei pianisti più amati dal pubblico: Tigran Hamasyan. Il musicista di origine armena si esibirà alle ore 21,30 (biglietti 28 euro, ridotti 25) insieme al bassista Marc Karapetian e al batterista Martin Wangermee. Ma oggi è in programma un altro appuntamento che getta un ponte tra culture diverse: la prima delle solo performance della sezione “Exodus – Gli Echi delle Migrazioni“ che, alla chiesa di san Francesco (ore 18,30), propone il polistrumentista curdo Ashti Abdo. Il concerto sarà preceduto alle 17,45 da un intervento artistico, con l’“Installazione Circolare“ a cura degli studenti del liceo Artistico di Ancona, che avrà per tema “L’uomo, Un animale migratore“.

Al Jazz Village, invece, sin dalla mattina si terranno i workshop dei ragazzi dell’Orchestra Mosaico e poi sino a tarda sera con l’incontro “Un cielo e per mare“ con Sonia Antinori e Carlo Cerrano (ore 19,15), con il concerto sullo Young Stage dell’Antares Flare Sextet (ore 19,45) e infine con la performance di Tanger Sound Clash per Cosmic Journey (ore 23). Ma veniamo al protagonista della serata.

Tigran Hamasyan è oggi uno dei pianisti più in vista del panorama jazzistico internazionale. Vincitore nel 2006, a soli 19 anni, della prestigiosa Thelonious Monk Competition, il musicista si è visto catapultare in breve tempo nei giri musicali più altolocati. The Call Within, inciso in trio. È il progetto che sarà presentato a Fano e “che – si legge nelle note di sala – esplora l’invisibile mondo interiore dell’artista, realistico e palpabile tanto quanto la realtà che circonda la sua persona e in cui è possibile incontrare tutte le sue ispirazioni: antiche mappe geografiche, poesia cristiana e pre-cristiana, storie e leggende popolari armene, astrologia, geometria, ma anche il rock di stampo prog e persino un pizzico di metal. Dal vivo, il risultato musicale prodotto dal trio è un singolare mix di sonorità jazz-fusion, di alchimie elettroniche e di profumi folklorici mediorientali, con un tocco che talvolta rimanda al prog-rock”.

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Fano Jazz: martedì Tigran Hamasyan alla Rocca e Ashti Abdo per “Exodus” alla Chiesa San Francesco

Via libera Ue ai fondi per l’esercito armeno, è la prima volta (Ansa e altri 22.07.24)

(ANSA) – BRUXELLES, 22 LUG – Il Consiglio Affari Esteri ha adottato oggi una misura di assistenza nell’ambito del Fondo europeo per la pace (Epf) a sostegno delle Forze armate della Repubblica di Armenia per un valore di 10 milioni di euro.
Per la prima volta, l’Ue ha deciso di sostenere l’Armenia con il Fondo europeo per la pace. L’obiettivo di questa misura di assistenza è di potenziare le capacità logistiche delle Forze armate armene e di contribuire a migliorare la protezione dei civili nelle crisi e nelle emergenze. Mira inoltre a rafforzare la resilienza dell’Armenia e ad accelerare l’interoperabilità delle sue Forze armate in caso di un’eventuale futura partecipazione del Paese a missioni e operazioni militari internazionali, comprese quelle dispiegate dall’Ue.
Concretamente, la misura di assistenza adottata consentirà la fornitura di una vera e propria tendopoli dispiegabile per un’unità di dimensioni battagliere. “La sicurezza è un elemento sempre più importante delle nostre relazioni bilaterali con l’Armenia. Questa misura del Fondo europeo per la pace contribuirà ulteriormente alla resilienza del Paese. Abbiamo un interesse reciproco a intensificare ulteriormente il nostro dialogo sulla politica estera e di sicurezza, esaminando anche la futura partecipazione dell’Armenia alle missioni e alle operazioni guidate dall’Ue”, ha sottolineato l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera, Josep Borrell. (ANSA).


Sostegno Ue all’esercito dell’Armenia. Si avvia il processo di integrazione militare, in chiave anti-russa (La Stampa)


L’Ue avanza a est, aiuti per le forze armate dell’Armenia in chiave anti-russa (Eunews)


L’Unione europea finanzierà per la prima volta l’esercito armeno (Rainews)


L’Unione Europea fornirà per la prima volta aiuti militari all’Armenia (IlPost)


Il Consiglio dell’Ue dà il via libera: 10 milioni all’esercito armeno (Ultimavoce)


Bruxelles cerca amici a Est: aiuti militari all’Armenia, l’alleato di Mosca deluso da Putin (L’Indipendente On Line)

 

CULTURA ITALIANA NEL MONDO – WEEKEND ITALIA 2024 – BUILDING PRESENTA A MILANO “NATURALIS HISTORIA” AL CENTRO DELL’INEDITO CONFRONTO TRA L’ITALIANA LINDA CARRARA E L’ARMENO MIKAYEL OHANJANYAN (ItalianNetwork 22.07.24)

BUILDING presenta, dal 10 settembre al 12 ottobre 2024, Naturalis Historia, una mostra bipersonale degli artisti Linda Carrara e Mikayel Ohanjanyan. Il progetto espositivo, ospitando una selezione di opere sia scultoree che pittoriche, propone un confronto inedito tra le loro diverse ricerche artistiche che indagano il tema comune della natura.

Il titolo della mostra, Naturalis Historia, che può essere tradotto come “osservazione della natura”, fa riferimento al celebre trattato di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), un’opera enciclopedica contenente una moltitudine di studi sul mondo naturale.
L’analisi del mondo, sia questo inteso come naturale o umano, nel macrocosmo e nel microcosmo, continua ad ispirare ed informare l’arte contemporanea permettendo agli artisti di rielaborare temi più profondi come identità, connessione, legame e dualità. Linda Carrara e Mikayel Ohanjanyan, nelle due mostre personali ospitate da BUILDING – ciascuno con un approccio diverso – osservano ciò che li circonda e lo traducono con una prospettiva unica attraverso la loro pratica artistica.

Linda Carrara indaga il paesaggio e la nostra percezione della natura, rivelando nella sua poetica il doppio nel mondo e nella natura umana. Mikayel Ohanjanyan rappresenta concretamente nelle sue sculture i legami, invisibili ma reali, tra gli esseri umani in un’unione tangibile di memorie antiche e moderne.

Linda Carrara (Bergamo, 1984), mediante diverse opere pittoriche, propone un progetto sull’unicità del doppio che in natura si presenta con volti diversi e suscita differenti visioni. Dal paesaggio che si sdoppia e si riflette sulla superficie dell’acqua, al giorno e alla notte che, dall’alba dei secoli, dividono il mondo in due parti, contigue ma opposte. Le opere e l’analisi del paesaggio illuminano gli aspetti molteplici dello specchiamento e sdoppiamento, fino ad arrivare ad indagare il doppio della nostra stessa natura umana. Inoltre, in uno studio sull’autoritratto, l’artista si raffigura in un disegno a matita dalla linea semplice. Linea che separa realtà e il suo doppio nello specchiamento sulla superficie.

Mikayel Ohanjanyan (Yerevan, Armenia, 1976), espone un’opera in basalto realizzata appositamente per la mostra e sculture inedite appartenenti alla serie Legami. La ricerca dell’artista è incentrata sull’essere umano e sull’osservazione del suo mondo interiore ed esteriore. In particolare, le opere di Ohanjanyan riflettono i legami e le tensioni che esistono nelle relazioni umane.

Secondo l’artista “siamo collegati da legami invisibili”, citando Nikola Tesla, che ci permettono di essere sismografi delle vibrazioni che vengono emanate da tutto ciò che ci circonda. Un “Tutto”, che è definito dallo spazio stesso, dal tempo, dalla natura, dalla materia con i suoi ritmi e le sue forme e dall’essere umano.

Nei legami riscopriamo l’Unità, ovvero il nostro equilibrio con il “Tutto”, la coesione tra gli opposti, insiti anche nella natura umana. Quest’ultima, apparentemente informe e disarmonica come la superficie di una pietra segnata dal tempo, rivela al suo interno un reticolo solido di ricordi e memorie che strutturano e formano la nostra esistenza ed i nostri percorsi. Un intreccio stabile dal quale sembra impossibile liberarsi. (22/07/2024-ITL/ITNET)

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Sugli Armeni incombe la promessa di Erdoğan: «Dobbiamo finire il lavoro…». Il saggio di Antonia Arslan “La paura di un genocidio infinito” (Korazym 21.07.24)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.07.2024 – Vik van Brantegem] – «Nel territorio dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh) si stanno cancellando le tracce Cristiane: monumenti, chiese, croci di pietra, strade. E ora c’è la possibilità che si avveri per lo Stato sovrano che è l’Armenia lo stesso destino: la de-armenizzazione completa», scrive Antonia Arslan nel saggio dal titolo Armenia, la paura di un genocidio infinito, che riportiamo di seguito, pubblicato sul nuovo numero 3 di Vita e Pensiero di luglio 2024 [QUI] e che può essere scaricato gratuitamente in formato PDF [QUI].

Antonia Arslan (in copertina nella foto di Luigi Tiriticco) è autrice di saggi fondamentali sulla narrativa popolare e la letteratura femminile tra Ottocento e Novecento [QUI].

Nel 2004 in La masseria delle allodole (Rizzoli 2015, 233 pagine, premiato con moltissimi riconoscimenti e tradotto in 15 lingue, da cui i fratelli Taviani hanno tratto l’omonimo film [QUI]) ha dato voce alle memorie familiari in un racconto della tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli Armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915, all’inizio dello sterminio degli Armeni da parte dei turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia. In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna” salperanno per l’Italia…

Fra le sue pubblicazioni più recenti, Il destino di Aghavnì (Edizioni Ares 2022, 120 pagine [QUI]), racconta che nel maggio del 1915, subito prima dell’inizio del genocidio degli Armeni, in una Piccola Città del centro dell’Anatolia, una ragazza di 23 anni che si chiama Aghavnì, esce di casa con i suoi cari, il giovane marito e i due figli, un bambino di sei anni e una bambina di due. Nessuno li vedrà mai più. Scompaiono, semplicemente, senza lasciar traccia. Sono stati uccisi? O rapiti? Ma da chi? Nonostante le intense ricerche delle due famiglie, nessuno sembra saperne qualcosa. Poi, anche il loro ricordo sbiadisce fino a scomparire, nell’imperversare dei terribili eventi che iniziano proprio in quei giorni, alla fine di maggio 1915. Da una fotografia di questa sorellina di suo nonno, ritrovata a casa di un cugino in America, Antonia Arslan trae un racconto avventuroso di dolore e di riscatto, di morte e di rinascita, che culmina in uno strano Natale, in un misterioso presepio che diventa un riscatto dei cuori.

 

Armenia, la paura di un genocidio infinito
di Antonia Arslan
Vita e Pensiero, luglio 2024

Nel territorio dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh) si stanno cancellando le tracce cristiane: monumenti, chiese, croci di pietra, strade. E ora c’è la possibilità che si avveri per lo stato sovrano che è l’Armenia lo stesso destino: la de-armenizzazione completa.

Fa parte dell’animo profondo di ogni nazione, specialmente di quelle antiche e inermi, quello che gli Armeni chiamano garod. Che è più di nostalgia, più di privazione: è in qualche modo analogo a una costante – più o meno forte, ma sempre presente – percezione di “mancanza”, di vuoto definitivo, un po’ come la sensazione che prova un mutilato quando “sente” l’arto mancante: gli pare caldo o freddo, gli sembra di muovere le dita, di avvertire un prurito.

Fra le nostre regioni, forse è soprattutto il Veneto che la conosce, quella parte almeno che si affaccia sull’Adriatico, e ha perso traumaticamente, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le sue città dirimpettaie, come Fiume o Pola, parlanti la stessa lingua, con la stessa fede e gli stessi modi di vita, facenti parte per secoli dello stesso Stato, la Repubblica di Venezia. E che erano collegate regolarmente, con traffici e mercati di ogni genere, attraverso le vie del Mare Adriatico, sicure sotto il Leone di San Marco. Come mi disse una volta una cara amica, insigne collega all’Università di Padova e profuga istriana: «Certo che ne sento la mancanza. Ma non ho mai voluto rivedere Pola: non la sentirei mia. Le città sono baldracche, si concedono al nuovo padrone…».

Per gli Armeni, in questi ultimi mesi, alla storica richiesta di giustizia per il riconoscimento di un genocidio che viene ancora ostinatamente negato – e non da persone singole, ma da uno Stato potente e determinato com’è la Turchia, con tutti i mezzi possibili, leciti o illeciti che siano – si affianca purtroppo una minaccia incombente. E il senso di garod, di privazione irrimediabile che li traumatizza da 109 anni sta intensificandosi giorno dopo giorno. La sopravvivenza stessa della nazione armena è infatti oggi in pericolo, e ciò sta avvenendo nella sostanziale, ipocrita disattenzione dell’opinione pubblica e dei governi occidentali, e nella tacita complicità delle autocrazie del mondo islamico e dei governi dell’Estremo Oriente.

Nel complicato scacchiere mediorientale, infatti, gli stati del Caucaso (le tre repubbliche ex sovietiche, Armenia, Georgia, Azerbaigian: le prime due cristiane, la terza musulmana sciita) rivestono un’importanza molto maggiore di quel che sembrerebbe, se si guarda solo alla loro ridotta estensione geografica. E nella situazione attuale, in contemporanea con i due conflitti “maggiori” riguardanti Ucraina e Israele, si vede chiaramente una terza guerra serpeggiare minacciosamente intorno all’Armenia.

Questo è un rischio concreto e immediato. È quello che viene chiamato “il genocidio infinito”, cioè la possibilità che si avveri per lo Stato sovrano che è l’Armenia lo stesso destino che ha colpito quella piccola parte del popolo armeno stanziata nel territorio chiamato Artsakh dagli abitanti – di solito più conosciuto col nome russo, Nagorno-Karabakh: la de-armenizzazione completa. (A proposito delle cause della tragedia armena e del concetto di “genocidio infinito”, sono fondamentali tre libri recenti, usciti presso Guerini: S. Nash-Marshall, I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno, 2018; S. Ihrig, Giustificare il Genocidio. La Germania, gli Armeni e gli Ebrei da Bismarck a Hitler, 2023; A. Arslan – A. Ferrari, a cura di, Un genocidio culturale dei nostri giorni. Nakhichevan: la distruzione della cultura e della storia armena, 2023).

Situato fra l’Armenia ex sovietica e l’Azerbaigian, è una piccola enclave fra le alte montagne del Caucaso, abitato da millenni da tribù di etnia armena, come dimostrano i numerosi monumenti là presenti, le chiese e i monasteri antichissimi – con affreschi meravigliosi da poco restaurati – e le pittoresche rovine archeologiche (ricche di straordinari ritrovamenti) risalenti all’epoca del più vasto regno armeno, quello del re Tigrane il Grande (95-55 a.C.).

Fu Stalin, plenipotenziario di Lenin per il Caucaso (come è noto, lui proveniva dalla Georgia), che negli anni tumultuosi del primo dopoguerra stabilì i confini fra le tre repubbliche transcaucasiche, dopo aver soppresso la loro fragile indipendenza. E decise di attribuire alla sovranità azera due territori confinanti con l’Armenia, e popolati in grande maggioranza da Armeni, uno a est (il Nakhichevan) e l’altro a ovest (che è, appunto, l’Artsakh). Vennero classificati come oblast, cioè regioni “a statuto speciale”, con un soviet proprio, dotato di una certa autonomia, in cui si usava la lingua armena.

Alla caduta dell’Unione Sovietica, le tante nazionalità che vi convivevano riemersero dappertutto nelle varie repubbliche; ne nacquero molti conflitti (come in Georgia), e anche gli Armeni dell’Artsakh chiesero – secondo la legge sovietica – di potersi riunire alla vicina madrepatria. Seguirono tumulti, pogrom e massacri, e una prima guerra contro l’Azerbaigian (1992-1994), vinta dagli Armeni, che conquistarono anche alcuni territori di confine e crearono una piccola repubblica indipendente, con statuti democratici funzionanti, ma non riconosciuta dalla comunità internazionale. Ci fu un consistente scambio di popolazioni; ma una vera trattativa di pace, nonostante l’attività ventennale (tuttavia assai poco convinta…) del cosiddetto “gruppo di Minsk”, o almeno un armistizio, non furono però purtroppo mai raggiunti.

Negli anni successivi – oggi possiamo vederlo con chiarezza – l’Armenia si è cullata nell’illusoria sensazione che qualcuno (la Francia, sua storica protettrice, o l’Unione Europea, con la quale furono stabiliti ottimi ma vacui rapporti? Gli Usa, dove vive la più numerosa comunità della diaspora, o perfino l’Iran, in funzione antiisraeliana?) sarebbe intervenuto in caso di ripresa del conflitto. Nel frattempo l’Azerbaigian si arricchiva col gas e col petrolio e si riarmava nella forma più moderna e letale possibile: fino a quando nel settembre 2020 lanciò – con l’aiuto della Turchia, alleata e “cugina” di sangue – la cosiddetta “guerra dei quaranta giorni”, finita con un cessate il fuoco garantito per cinque anni da una forza di pace dell’esercito russo.

Sono andata molte volte in Artsakh: ed era un luogo fiabesco, fra alte montagne coperte di foreste, vallette fertili e antichi villaggi, con il suo apparato statale, una piccola, linda capitale – Stepanakert – due università funzionanti a pieno regime (Mesrop Mashtots University e Artsakh State University), con varie facoltà e molti studenti anche stranieri, dove mi capitò di fare lezione a gruppi interessati ed entusiasti e perfino di ricevere un dottorato honoris causa…

Non dimenticherò mai l’intensa e misteriosa spiritualità che emanava il luogo di Dadivank (Dadi è il nome di un discepolo di San Taddeo, uno dei primi evangelizzatori del Paese, e vank vuol dire “monastero”), con il gruppo di chiese restaurate, gli affreschi del Duecento riscoperti dall’italo-armeno Paolo Arà Zarian e dalla sua collega Christine Lamoureux, le sorgenti sulfuree (una Abano medievale, con la povera gente a bagno nelle acque) e il quieto villaggio nelle vicinanze, dove il parroco der Hovhannes ci offrì una calda merenda e i discorsi forti e sereni di un Cristianesimo vissuto e sofferto.

L’unica strada che congiungeva l’Artsakh con l’Armenia, la prima volta che ci sono andata, era lunga e tortuosa ma affascinante. A metà del cammino, dopo circa tre ore, facemmo sosta in una specie di locanda, dove fummo ricevuti con la larga ospitalità che si riserva allo straniero. C’erano tante scodelle di riso pilaf con erbette varie a condirlo, e pinoli e piccoli semi; c’erano fette di carne abbrustolita e marinata, c’erano insalatine novelle appena colte – e un bel vino rosso, e due imponenti teste di cervo appese alla parete. E poi vennero fuori dalla cucina col vassoio dei caffè e del pakhlavà le due cuoche, robuste e ridenti, a dirmi che avevano visto, nei giorni della Pasqua appena trascorsa, il film dei fratelli Taviani ispirato alla mia Masseria delle allodole…

Un paio di anni dopo ci tornai con un gruppo americano, la Fondazione Tufenkian. A Yerevan decisero di farci viaggiare su un elicottero militare. Eravamo una ventina, molto eccitati dall’avventura: io avevo portato con me una cara amica e due giornalisti italiani. Volammo basso, sfiorando le cime dei monti e sventolando le nostre sciarpe colorate dai finestrini aperti, e atterrammo in un piccolo spiazzo vicino a un villaggio molto povero, dove la fondazione aveva costruito una scuola nuova: e anche là venimmo accolti con festose accoglienze, discorsi del sindaco e vassoi di dolcetti. Visitammo il Paese, trovando dappertutto interesse e buona volontà, voglia di lavorare e piccole imprese in crescita, dalla viticoltura (con risultati sorprendenti) all’apicoltura (straordinario, quel miele di montagna!), al raffinato artigianato (i celebri tappeti Karabakh), alla delicata oreficeria.

Ma fu la terza volta a essere per me particolarmente significativa. Eravamo un bel gruppo, Americani e Italiani, membri di una piccola fondazione, nata negli Stati Uniti per aiutare i giovani Cristiani di Siria durante la guerra. Purtroppo là avevamo trovato ostacoli di tutti i generi; sicché si era pensato di poter essere più utili in Artsakh, Paese poco conosciuto e pronto ad accoglierci.

E fu davvero così: negli anni successivi riuscimmo a mettere in piedi una grande scuola, finanziata da noi e dal governo locale, nella quale andarono a insegnare persone capaci, generose ed esperte: professori come Siobhan Nash-Marshall, giornalisti come Trey Blanton e un gruppo di studenti (Avery Kazcka, Stephanie Havens e altri) Americani e Italiani come Lucia Bortolotti, Ambrogina e Gianantonio Sanvito, Giliola Isotton. Ci furono anche corsi online, di lingua italiana e di fitoterapia (particolarmente promettente, questo, per le tante piante medicinali poco conosciute presenti nel Caucaso).

Il progetto prevedeva di essere ampliato con diversi altri professori e artigiani provenienti da diverse regioni italiane, che sarebbero andati a portare là le loro specifiche competenze e specializzazioni, in una prospettiva di equilibrato e condiviso sviluppo. E benché l’orizzonte dell’Artsakh si fosse ormai gravemente oscurato, ancora la minuscola repubblica sperava di resistere, contava sulla presenza della forza di pace e sulla tradizionale amicizia con la Russia.

Ma la guerra contro l’Ucraina ha cambiato le carte in tavola: i Russi hanno altre faccende in corso e il mondo occidentale tace. Circa 120 mila in tutto erano gli abitanti dell’Artsakh. Oggi non c’è più nessuno, il Paese intero è stato abbandonato: più di 106 mila persone sono scappate in tre giorni, dopo la resa quasi immediata – in ventiquattr’ore – per la guerra lampo scatenata il 19 settembre 2023, con forze belliche preponderanti e modernissime, dal Presidente azero Aliev. E oggi, nel silenzio collettivo, di un’altra parte di Armenia si stanno cancellando le tracce: monumenti, chiese, nomi di luoghi, croci di pietra, strade. Come ha promesso il Presidente Erdołğan in un celebre discorso, «dobbiamo finire il lavoro…».

Un estratto è stato pubblicato oggi da Il Foglio:

Il genocidio infinito dell’Armenia, dove a essere rimosse ora sono le croci (Il Folgio 20.07.24)

Per gli armeni, in questi ultimi mesi, alla storica richiesta di giustizia per il riconoscimento di un genocidio che viene ancora ostinatamente negato e non da persone singole, ma da uno stato potente e determinato com’è la Turchia, con tutti i mezzi possibili, leciti o illeciti che siano si affianca purtroppo una minaccia incombente. E il senso di garod, di privazione irrimediabile che li traumatizza da 109 anni sta intensificandosi giorno dopo giorno.
La sopravvivenza stessa della nazione armena è infatti oggi in pericolo, e ciò sta avvenendo nella sostanziale, ipocrita disattenzione dell’opinione pubblica e dei governi occidentali, e nella tacita complicità delle autocrazie del mondo islamico e dei governi dell’estremo oriente. Nel complicato scacchiere mediorientale, infatti, gli stati del Caucaso (le tre repubbliche ex sovietiche, Armenia, Georgia, Azerbaigian: le prime due cristiane, la terza musulmana sciita) rivestono un’importanza molto maggiore di quel che sembrerebbe, se si guarda solo alla loro ridotta estensione geografica. E nella situazione attuale, in contemporanea con i due conflitti maggiori riguardanti Ucraina e Israele, si vede chiaramente una terza guerra serpeggiare minacciosamente intorno all’Armenia. Questo è un rischio concreto e immediato. E’ quello che viene chiamato il genocidio infinito, cioè la possibilità che si avveri per lo stato sovrano che è l’Armenia lo stesso destino che ha colpito quella piccola parte del popolo armeno stanziata nel territorio chiamato Artsakh dagli abitanti di solito più conosciuto col nome russo, Nagorno-Karabakh: la dearmenizzazione completa.
() Alla caduta dell’Unione sovietica, le tante nazionalità che vi convivevano riemersero dappertutto nelle varie repubbliche; ne nacquero molti conflitti (come in Georgia), e anche gli armeni dell’Artsakh chiesero secondo la legge sovietica di potersi riunire alla vicina madrepatria. Seguirono tumulti, pogrom e massacri, e una prima guerra contro l’Azerbaigian (1992-1994), vinta dagli armeni, che conquistarono anche alcuni territori di confine e crearono una piccola repubblica indipendente, con statuti democratici funzionanti, ma non riconosciuta dalla comunità internazionale. Ci fu un consistente scambio di popolazioni; ma una vera trattativa di pace, nonostante l’attività ventennale (tuttavia assai poco convinta) del cosiddetto gruppo di Minsk, o almeno un armistizio, non furono però purtroppo mai raggiunti.
Negli anni successivi oggi possiamo vederlo con chiarezza l’Armenia si è cullata nell’illusoria sensazione che qualcuno (la Francia, sua storica protettrice, o l’Unione europea, con la quale furono stabiliti ottimi ma vacui rapporti? Gli Usa, dove vive la più numerosa comunità della diaspora, o perfino l’Iran, in funzione anti israeliana? ) sarebbe intervenuto in caso di ripresa del conflitto. Nel frattempo l’Azerbaigian si arricchiva col gas e col petrolio e si riarmava nella forma più moderna e letale possibile: fino a quando nel settembre 2020 lanciò con l’aiuto della Turchia, alleata e cugina di sangue la cosiddetta guerra dei quaranta giorni, finita con un cessate il fuoco garantito per cinque anni da una forza di pace dell’esercito russo.
Sono andata molte volte in Artsakh: ed era un luogo fiabesco fra alte montagne coperte di foreste, vallette fertili e antichi villaggi, con il suo apparato statale, una piccola, linda capitale Stepanakert due università funzionanti a pieno regime (Mesrop Mashtots University e Artsakh State University), con varie facoltà e molti studenti anche stranieri, dove mi capitò di fare lezione a gruppi interessati ed entusiasti e perfino di ricevere un dottorato honoris causa Non dimenticherò mai l’intensa e misteriosa spiritualità che emanava il luogo di Dadivank (Dadi è il nome di un discepolo di san Taddeo, uno dei primi evangelizzatori del Paese, e vank vuol dire monastero), con il gruppo di chiese restaurate, gli affreschi del Duecento riscoperti dall’italo-armeno Paolo Arà Zarian e dalla sua collega Christine Lamoureux, le sorgenti sulfuree (una Abano medievale, con la povera gente a bagno nelle acque) e il quieto villaggio nelle vicinanze, dove il parroco der Hovhannes ci offrì una calda merenda e i discorsi forti e sereni di un cristianesimo vissuto e sofferto. L’unica strada che congiungeva l’Artsakh con l’Armenia, la prima volta che ci sono andata, era lunga e tortuosa ma affascinante.
A metà del cammino, dopo circa tre ore, facemmo sosta in una specie di locanda, dove fummo ricevuti con la larga ospitalità che si riserva allo straniero. C’erano tante scodelle di riso pilaf con erbette varie a condirlo, e pinoli e piccoli semi; c’erano fette di carne abbrustolita e marinata, c’erano insalatine novelle appena colte e un bel vino rosso, e due imponenti teste di cervo appese alla parete. E poi vennero fuori dalla cucina col vassoio dei caffè e del pakhlavà le due cuoche, robuste e ridenti, a dirmi che avevano visto, nei giorni della Pasqua appena trascorsa, il film dei fratelli Taviani ispirato alla mia Masseria delle allodole Un paio di anni dopo ci tornai con un gruppo americano, la Fondazione Tufenkian.
A Yerevan decisero di farci viaggiare su un elicottero militare. Eravamo una ventina, molto eccitati dall’avventura: io avevo portato con me una cara amica e due giornalisti italiani. Volammo basso, sfiorando le cime dei monti e sventolando le nostre sciarpe colorate dai finestrini aperti, e atterrammo in un piccolo spiazzo vicino a un villaggio molto povero, dove la fondazione aveva costruito una scuola nuova: e anche là venimmo accolti con festose accoglienze, discorsi del sindaco e vassoi di dolcetti. Visitammo il paese, trovando dappertutto interesse e buona volontà, voglia di lavorare e piccole imprese in crescita, dalla viticoltura (con risultati sorprendenti) all’apicoltura (straordinario, quel miele di montagna!), al raffinato artigianato (i celebri tappeti Karabakh), alla delicata oreficeria. Ma fu la terza volta a essere per me particolarmente significativa.
Eravamo un bel gruppo, americani e italiani, membri di una piccola fondazione, nata negli Stati Uniti per aiutare i giovani cristiani di Siria durante la guerra. Purtroppo là avevamo trovato ostacoli di tutti i generi; sicché si era pensato di poter essere più utili in Artsakh, paese poco conosciuto e pronto ad accoglierci. Efu davvero così: negli anni successivi riuscimmo a mettere in piedi una grande scuola, finanziata da noi e dal governo locale, nella quale andarono a insegnare persone capaci, generose ed esperte. () Il progetto prevedeva di essere ampliato con diversi altri professori e artigiani provenienti da diverse regioni italiane, che sarebbero andati a portare là le loro specifiche competenze e specializzazioni, in una prospettiva di equilibrato e condiviso sviluppo. E benché l’orizzonte dell’Artsakh si fosse ormai gravemente oscurato, ancora la minuscola repubblica sperava di resistere, contava sulla presenza della forza di pace e sulla tradizionale amicizia con la Russia. Ma la guerra contro l’Ucraina ha cambiato le carte in tavola: i russi hanno altre faccende in corso e il mondo occidentale tace. Circa 120 mila in tutto erano gli abitanti dell’Artsakh.
Oggi non c’è più nessuno, il paese intero è stato abbandonato: più di 106 mila persone sono scappate in tre giorni, dopo la resa quasi immediata in ventiquattr’ore per la guerra lampo scatenata il 19 settembre 2023, con forze belliche preponderanti e modernissime, dal presidente azero Aliev. E oggi, nel silenzio collettivo, di un’altra parte di Armenia si stanno cancellando le tracce: monumenti, chiese, nomi di luoghi, croci di pietra, strade. Come ha promesso il presidente Erdogan in un celebre discorso, dobbiamo finire il lavoro.

Il partner strategico dell’Ue sta distruggendo le chiese armene. (Sardegnagol 19.07.24)

Il Nagorno-Karabakh, situato in quella che oggi è l’Azerbaijan sud-occidentale, ospita un tesoro di eredità cristiana armena: chiese, monasteri, khachkar e altri manufatti culturali che raccontano la fede e la cultura del popolo armeno. Questi preziosi pezzi di storia armena, tuttavia, stanno venendo sistematicamente cancellati dalla regione.

A dirlo il Centro europeo per il diritto e la giustizia (ECLJ) che ha recentemente pubblicato un rapporto completo intitolato ” La cancellazione sistematica del patrimonio cristiano armeno nel Nagorno-Karabakh “. Un rapporto che cerca di attirare l’attenzione sulla distruzione dolosa e sul revisionismo del patrimonio cristiano armeno che si sta verificando nel Nagorno-Karabakh.

Il rapporto dell’ECLJ fornisce un elenco completo e un esame dettagliato dei siti del patrimonio religioso che sono stati distrutti, danneggiati o minacciati dall’Azerbaijan tra settembre 2023 e giugno 2024. Il rapporto descrive anche il revisionismo culturale portato avanti dall’Azerbaijan.

LEGGI ANCHE:  SEAE: “L’Ue non riconosce le elezioni presidenziali nell’ex Oblast del Nagorno Karabakh”:

Il 26 giugno 2024, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato la risoluzione 2558 (2024), “Contrastare la cancellazione dell’identità culturale in guerra e in pace”. Questa risoluzione ha condannato la distruzione metodica dei monumenti storici ucraini e la decontestualizzazione dei manufatti culturali ucraini tramite il revisionismo culturale.

Prima dell’adozione di questa risoluzione, per richiamare l’attenzione sulla cancellazione culturale nel Nagorno-Karabakh, l’ECLJ ha presentato il suo ultimo rapporto ai deputati del PACE e li ha esortati ad agire contro la distruzione dell’Azerbaijan nel Nagorno-Karabakh.

Azerbaigian, va ricordato, divenuto negli ultimi anni un “partner irrinunciabile” per l’Unione europea. Una partnership, ovviamente, a prova di coerenza e di rispetto dello Stato di diritto e dei valori umani.

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Una spedizione sulle montagne dell’Armenia per indagare le interazioni tra geodiversità e biodiversità (CNR 18.07.24)

Si è conclusa, in Armenia, una spedizione composta da ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse del Cnr-Igag, delle Università di Milano Bicocca e Bologna, e della National Academy of Sciences della Repubblica Armena (Nas), finalizzata a compiere rilevamenti topografici, geopedologici, botanici, zoologici da 84 “plots” distribuiti lungo un gradiente altitudinale di 2700 metri (tra 1100 e 3850 m slm) sul versante meridionale del vulcano Aragats (regione Aragatson, Armenia).

Il team era composto, per l’Italia, da personale del Cnr-Igag – il responsabile italiano del progetto Cesare Ravazzi assieme a Giulia Furlanetto, Davide Margaritora, Renata Perego, Roberta Pini – e da personale dei due atenei associato al Cnr-Igag – Roberto Cazzolla Gatti (Unibo), Samadhi Cervellin (Unibo), Alessandro Chiarucci (Unibo), Roberto Comolli (Unimib), Chiara Ferré (Unimib), Martina Neri (Unibo), Bianca Vandelli (Unibo). Per la National Academy of Sciences della Repubblica Armena erano presenti Alla Alexsayan -referente del progetto – Georgi Fayvush, Taron Alexsayan, Lilit Sahakyan, Lilit Khachatryan.

La spedizione è stata organizzata nell’ambito del progetto “Geodiversity-Biodiversity interactions in forest to steppe habitats across an ecoclimatic gradient in Armenia. A theoretical concept applied to the effects of global warming”, uno dei progetti organizzati all’interno dell’accordo bilaterale biennale tra il Cnr e il Ministero dell’educazione e della scienza della Repubblica Armena (Mesra), il cui obiettivo principale è la ricerca di relazioni tra le variazioni della biodiversità e dell’ambiente, con speciale riguardo al ruolo dei fattori geologici e climatici, ma anche all’uso del suolo. Si vuole, inoltre, caratterizzare la varianza spiegata dal lapse rate altitudinale di temperatura e di altri fattori climatici e pedoclimatici sul turnover altitudinale delle specie, nella prospettiva di porre le basi per un’analisi temporale degli effetti del trend di riscaldamento globale iniziato negli anni 80 del secolo scorso

Il team ha condotto i rilevamenti su “plot” scelti randomly in siti vincolati da linee altimetriche: ciascun plot sarà qualificato da serie climatiche.

I risultati saranno discussidurante un advanced workshop che si terrà nel prossimo autunno, presso la sede di Milano del Cnr-Igag.

Per informazioni:
Cesare Ravazzi
Principal Investigator, Cnr-Igag sede di Milano
cesare.ravazzi@cnr.it
Alla Alexsayan (MESRA Principal Investigator), NAS, email: alla.alexanyan@gmail.com

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ARMENIA: IL FASCINO DELLA NATURA E IL CALORE DELL’OSPITALITÀ. (Masterviaggi 18.07.24)

Storia, avventure moderne, Tradizioni e delizie culinarie; un mix unico di cultura e patrimonio di primo livello per gli appassionati del vino.

 l’Armenia offre una vasta scelta di attività outdoor da praticare tra cielo, acqua, montagne e boschi.Un paese ricco di storia e paesaggi emozionanti, per chi è in cerca di avventura e adrenalina.
Dai voli in parapendio sopra le acque del lago Sevan alle zipline nelle foreste di Yenokavan, il cielo armeno offre avventure spettacolari.
I fiumi e i laghi del paese offrono numerose opportunità per praticare rafting, kayak e paddleboarding, mentre i percorsi escursionistici e le arrampicate montane permettono di immergersi ne paesaggio incontaminato.
L’inverno trasforma l’Armenia in un luogo perfetto per sci, snowkiting e pattinaggio sul ghiaccio.

Ma restiamo in estate e godiamoci gli sport acquatici: Il rafting nel canyon di Debed promette emozioni forti tra gole e acque impetuose, il bacino di Azat è perfetto per il SUP o il kayak, mentre il lago Sevan, il più grande del paese, è ideale per uscite in barca o per andare a vela circondati da montagne che superano i 2000 m.

Gli appassionati di escursionismo e trekking possono esplorare i sentieri che attraversano il Paese, compresi quelli nelle aree protette come il Parco Nazionale Dilijan, o percorrere il tratto armeno del famoso Transcaucasian Trail, il percorso escursionistico a lunga distanza che attraversa campi di fiori selvatici e il corso dei fiumi.
Chi ama l’alpinismo può praticarlo sul monte Khustup, sulla cima nord dell’Aragats, la vetta più alta del paese (4040 m) o sul monte Aramazd.

Per gli amanti della mountain bike, il Boo Mountain Bike Park a Vanadzor offre percorsi avventurosi. La gola di Hrazdan, le scogliere rocciose di Gnishik e il “Canyon “dell’inferno”, offrono sfide entusiasmanti e paesaggi unici per l’arrampicata.

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UN APPELLO PER RUBEN VARDANYAN (Gariwo 18.07.24)

Lo scambio di prigionieri segue una prassi che non è regolamentata a livello internazionale. Domina la convenienza del momento, il tornaconto dei paesi che realizzano lo scambio e per lo più i governi che tengono conto del grado di coinvolgimento dei soggetti detenuti nelle istituzioni degli Stati di provenienza. L’Azerbaigian, paese vincitore nel conflitto secolare con l’Armenia per l’area dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), detiene in carcere dal 27 settembre 2023, assieme ad altri militari ed esponenti politici, Ruben Vardanyan, ministro dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh, sconfitta, assoggettata, svuotata della presenza armena. Il presidente Aliyev, in merito all’arresto avvenuto alla distanza di una settimana dall’accordo di capitolazione, ebbe a dichiarare che si trattava di “membri del regime criminale che vanno portati davanti alla giustizia”. Vardanyan è stato accusato dalle autorità azere di “finanziamento del terrorismo, creazione di formazioni armate illegali e attraversamento illegale di un confine di Stato”.

Ho incontrato personalmente Ruben Vardanyan in due occasioni: la prima l’11 ottobre del 2014 a Dilijian, in Armenia, quando è stato inaugurato l’UWC Dilijan College da lui fondato assieme alla moglie Veronika Zonabend, un collegio internazionale per l’educazione di giovani di talento, chiamati ad assumersi delle responsabilità per contribuire a migliorare lo status del mondo. È il quattordicesimo della catena dei Collegi del Mondo Unito, United World Colleges, che si caratterizzano, in particolare, per la proposta di migliorare la condizione educativa della regione in cui sorgono attraverso contatti con la dimensione sociale del luogo e costituiscono un esempio di dialogo interculturale che predispone alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace, assumendo uno sguardo che dalla realtà locale si allarga al mondo. Una scuola internazionale che, a partire dal primo lancio della proposta nel 2006, ha avuto centinaia di sostenitori. Oggi sono circa 200 gli studenti che la frequentano; arrivano da ogni ogni parte del mondo e hanno un’età compresa tra i 16 e i 18 anni. Va ricordato il fatto che nel febbraio di quest’anno il parlamentare norvegese Alfred Bjørno ha proposto di inserire l’United World Colleges nell’elenco dei destinatari del premio Nobel per la Pace. Studenti provenienti anche da paesi in guerra tra di loro, vivono insieme e condividono il cammino di formazione. Accade così anche ad Arezzo dove Rondine Cittadella della Pace, forma giovani capaci di “vedere la persona nel volto del nemico” , e in Israele a Neve Shalom-Wahat al Salam.

L’incontro con Ruben Vardanyan è stato per me l’occasione di conoscere una persona comunicativa, aperta, carica di entusiasmo e di determinazione, e vogliosa di migliorare il futuro dell’Armenia attraverso l’educazione dei giovani. La sua idea di fondo è di unire popoli, nazioni, culture per la pace. Aveva accolto con favore la mia proposta di far conoscere agli studenti del College di Dilijan l’esperienza della Fondazione Gariwo, presente a Gyumri, la seconda città dell’Armenia dove, il 6 giugno del 2012, avevamo inaugurato con il supporto del console italiano in Armenia, Antonio Montalto, il Giardino dei Giusti dell’Umanità, dedicando un cippo e un albero a Hrant Dink.

La seconda volta che ci siamo incontrati è stata il 9 ottobre 2021 quando mi ha invitato a Venezia, nell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, dove si svolgeva l’annuale meeting dell’Aurora Prize Avekening Humanity, iniziativa voluta da Ruben Vardanyan, Vartan Gregorian e Noubar Afeyan. Dal 2016 ogni anno viene assegnato, a nome dei sopravvissuti del genocidio degli armeni e in segno di gratitudine verso i loro salvatori (progetto “100 lives”), un milione di dollari a persone che si impegnano quotidianamente per salvare vite umane, dare un futuro ai sopravvissuti di conflitti, guerre, violenze, povertà e soprattutto diffondere nel mondo, con una sorta di staffetta tra operatori e testimoni, il valore dell’impegno umanitario che si traduce nella “globalizzazione del bene”. È stata l’occasione per cercare di consolidare i rapporti con Gariwo, sottolineando l’idealità che ci unisce e progettando l’avvio di una collaborazione dopo l’interruzione forzata dovuta alla pandemia del Covid. Quest’anno la cerimonia dell’Aurora Prize si è svolta a Los Angeles, assente purtroppo il fondatore Ruben Vardanyan che si trova in carcere a Baku. Noubar Afeyan, co-fondatore e presidente del Consiglio Direttivo del Premio, lo ha ricordato commosso parlando di lui come “cuore e anima” dell’iniziativa. Tra i premiati troviamo il dottor Denis Mukwege del Congo, premio Nobel per la Pace nel 2018, onorato su proposta di Gariwo nel 2019 al Giardino dei Giusti del Monte Stella di Milano.

Ruben Vardanyan, armeno, si è formato a Mosca e all’estero. Già capo del Consiglio di sicurezza russo e consigliere di Vladimir Putin, ha scelto dal novembre del 2022 l’impegno politico nel governo dell’autoproclamata repubblica del Nagorno Karabakh. Ha avuto l’incarico di Primo Ministro, rinunciando al passaporto russo. Vardanyan aveva acquisito la cittadinanza armena nel giugno 2021, dichiarando di avere deciso di tornare in Armenia dopo la seconda guerra del Nagorno Karabakh. In passato non aveva mai preso in considerazione l’azione politica. Il suo incarico di governo è durato pochi mesi, visto che è stato poi costretto a dimettersi per trattative complesse e non ben decifrabili con il governo azero. Con una operazione ricattatoria il presidente azero prometteva, in cambio delle sue dimissioni, di sospendere il blocco dei rifornimenti nel corridoio di Lachin. Dal 12 dicembre 2022, infatti, un presidio azero aveva bloccato, sull’unica via che dal territorio armeno conduce in Karabakh, il passaggio di generi alimentari, materiale sanitario e medicine, rifornimenti energetici e transito di persone addette ai servizi. Come abbandonare il campo in questa situazione in cui la morsa di Baku sulla popolazione armena del Nagorno Karabakh si faceva sempre più stringente? Quando iniziava un “genocidio bianco” da carestia provocata?

Vardanyan ha continuato a lavorare in Artsakh, scegliendo di condividere con i connazionali armeni la crisi umanitaria creata dal blocco dei rifornimenti da parte azera, ma il 19 settembre 2023 l’Azerbaigian ha deciso di lanciare un attacco violento sul territorio del Karabakh, dando il via ad una operazione definita di “antiterrorismo”. La popolazione non ha via d’uscita: l’unica salvezza è la fuga in Armenia. Inizia così l’esodo biblico di donne, anziani, bambini, e lunghe carovane di profughi con le loro povere masserizie si snodano sulla strada che conduce in Armenia attraverso il corridoio di Lachin, ora riaperto, ma in un’unica direzione. Pulizia etnica, crimine di guerra, crimine contro l’umanità? In pochi giorni più di centomila cittadini del Karabakh di etnia armena raggiungono l’Armenia. Non più di dieci accettano di rimanere, e sono costretti a diventare cittadini azeri. Il 27 settembre anche Ruben Vardanyan cerca di attraversare il corridoio di Lachin, ma viene arrestato. Il 28 settembre del 2023 l’Autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh cessa di esistere.

Ruben Vardanyan è nato nel 1968 a Yerevan, in Armenia. Il nonno era un orfano sopravvissuto al genocidio del 1915 nell’area di Van, allora Impero Ottomano, salvato da una organizzazione americana. Nel 1985 si è diplomato a Yerevan e si è poi iscritto alla Facoltà di Economia dell’Università Statale di Mosca, laureandosi con lode nel 1992. Si è formato facendo esperienza alla Cassa di Risparmio di Torino, alla Merrill Lynch a New York, all’INSEAD (Fontainebleau, Francia), all’Harvard Business School, alla Yale University e alla Stanford GSB. Si è dedicato all’attività commerciale e finanziaria che si è dispiegata tra Mosca, Londra e New York, raggiungendo grandi risultati, senza mai dimenticare, tuttavia, le sue origini armene. Alle molteplici attività di investimenti finanziari, Vardanyan ha affiancato atti di mecenatismo e filantropia garantendo il sostegno a musei, orchestre, scuole, istituti di formazione universitaria e di ricerca scientifica in Russia, in Armenia, in Georgia e in varie aree del mondo, dal Brasile alla Cina, al Giappone. È stato incluso nella lista dei cento leader mondiali del futuro. La sua fondazione, “IDeA”, ha lanciato e realizzato il progetto per il restauro del monastero di Tatev in Armenia e per la funivia ad unica campata, per i restauri di chiese in Georgia e a Mosca, di moschee nel Nagorno Karabakh. Grazie al suo supporto e con la collaborazione di altre personalità armene, è nata nel 2016 la “Fondazione per la scienza e la tecnologia armena”.

Vardanyan è sposato con Veronika Zonabend, co-fondatrice del UWC Dilijan College. Ricopre anche un incarico all’Università Americana di Yerevan ed è a capo del comitato esecutivo della “Teach For Armenia Educational Foundation”. La sorella maggiore di Vardanyan, Marine Ales, è una compositrice e cantautrice, membro dell’”Aurora Prize Creative Council” e co-fondatrice del fondo di beneficenza “Grant Life Armenia”.

Numerosissimi i premi e i riconoscimenti ricevuti in patria e all’estero. Si ricorda in particolare il “Search for Common Ground”, ricevuto assieme al co-fondatore dell’iniziativa umanitaria Aurora Prize, Noubar Afeyan, un premio per onorare i risultati ottenuti nella risoluzione dei conflitti, nella diplomazia, nella costruzione di comunità di pace. Ad un certo punto del suo cammino l’impegno politico è nato dal desiderio di stare con il suo paese nel momento in cui si profilava il disastro. “Oggi la gente dell’Artsakh si trova in uno stato molto difficile, non ha fiducia nel futuro. Gli abitanti della repubblica, sopravvissuti a due guerre si sentono abbandonati”, ha dichiarato.

Il 27 settembre 2023, la moglie di Vardanyan, Veronika Zonabend, ha detto di avere “perso i contatti”. Vardanyan, prelevato dal Servizio di frontiera azera del corridoio di Lachin, viene portato in carcere a Baku, in manette, assieme ad altri politici con le accuse che abbiamo visto. Se condannato rischia fino a 14 anni di carcere.

Vardanyan ha iniziato in marzo lo sciopero della fame per chiedere un processo rapido, ma la sua famiglia ha riferito che il 25 aprile 2024 aveva sospeso lo sciopero avendo ottenuto in cambio di poter telefonare alla moglie, dato che non gli era più permesso di comunicare all’esterno. Ultimamente la sua detenzione è stata prolungata di molti mesi, mentre suo figlio cerca di sensibilizzare Stati e governi per riuscire a liberarlo. Molte istituzioni internazionali si sono mosse, e hanno chiesto anche la liberazione di altre personalità politiche armene detenute, fra queste tre ex presidenti dell’Artzakh, un consigliere presidenziale, il presidente del parlamento, l’ex comandante dell’esercito e il suo vice. Il Raphael Lemkin Institute, il figlio e la moglie di Vardanyan, molte personalità note fra le quali anche il celebre calciatore dell’Inter Henrik Mkhitaryan hanno inviato al governo azero richieste e petizioni per la sua liberazione.

Un team di avvocati internazionali che lo sostengono ha inviato un appello urgente al Comitato delle Nazioni Unite chiedendo di condannare le torture e i maltrattamenti che il governo azero infligge a Vardanyan e agli altri detenuti. Gli avvocati della difesa sono venuti a conoscenza del fatto che durante lo sciopero della fame, Vardanyan è stato messo in una cella di punizione, privato del sonno, dell’acqua potabile, dei libri e della carta per scrivere; nessuna comunicazione con il mondo esterno era possibile. Un trattamento che viola gli obblighi internazionali riguardo ai prigionieri. L’avvocato Jared Genser ha sottolineato che il governo azero responsabile di una detenzione arbitraria, considera Vardanyan una minaccia. E ha aggiunto: “Se l’Azerbaigian vuole essere preso sul serio sulla scena internazionale – e se vuole che la COP29 sia la ‘COP per la pace’ – allora deve smettere di maltrattare Ruben e rilasciare immediatamente lui e gli altri prigionieri politici del Nagorno-Karabakh”.

“Siamo rimasti scioccati nell’apprendere degli orrori che mio padre ha dovuto sopportare. È terrificante pensare a ciò che viene fatto ad altri prigionieri meno importanti che non hanno ricevuto il sostegno internazionale di cui gode mio padre. Per il bene di tutti gli attuali prigionieri politici in Azerbaigian – siano essi armeni, azeri o di qualsiasi altra nazionalità – questo trattamento disumano dei prigionieri deve essere fermato. Esortiamo le Nazioni Unite a ritenere il governo dell’Azerbaigian responsabile e ad aiutare a proteggere la vita di mio padre”, ha dichiarato il figlio di Vardanyan, David. Numerose organizzazioni per i diritti umani, governi nazionali e organizzazioni internazionali continuano a fare pressione sul governo azero per il rilascio dei prigionieri. Più di recente, il senatore degli Stati Uniti Ed Markey ha chiesto in Senato il rilascio dei prigionieri, condannando i maltrattamenti inflitti a Ruben Vardanyan. Paul Polman, già amministratore delegato di Unilever, noto per la sua organizzazione “Imagine World” nata per combattere la povertà e il cambiamento climatico, insieme al co-fondatore dell’azienda farmaceutica Moderna, Noubar Afeyan, sono tra coloro che si battono attivamente per il rilascio di Vardanyan.

Mettersi al servizio del proprio paese e stare a fianco dei propri connazionali nel momento più tragico della sconfitta del “principio di auodeterminazione dei popoli”, è considerato un crimine solo all’interno della logica amico-nemico, dominante nella nostra contemporaneità, una logica esasperata che ha trascinato il mondo nella “terza guerra mondiale a pezzi”. Ruben Vardanyan ha condiviso la sofferenza di un popolo cacciato da un fazzoletto di terra al quale era aggrappato da millenni. Ha dovuto assistere e ha voluto condividere la resa senza condizioni di un piccolo popolo altro “per etnia, cultura, religione, consegnato a una realtà politica altra”, che lo ha identificato, costruito, indicato come nemico. Con Carl Schmitt possiamo dire che nel conflitto secolare tra azeri e armeni dell’enclave del Karabakh, il binomio amico-nemico è stato utilizzato da parte azera per compattare e solidificare l’identità della nazione potenziando il nazionalismo e per costruire un programma di conquista.

L’armenofobia è stata ed è risorsa per la coesione sociale e forza per realizzare il piano d’azione portato a termine grazie all’intensificazione del riarmo e al sostegno dei fratelli turchi. Sovranismi e nazionalismi possono scatenare e scatenano violenza e distruzione. La politica dell’odio compatta i sudditi indifferenti. Il compito, affidato a ognuno di noi, è trovare gli antidoti alla costruzione del nemico e alla diffusione dell’odio. È necessario recuperare figure di giusti come quella di Akram Aylisli, scrittore azero onorato l’anno scorso al Giardino del Monte Stella di Milano (qui il discorso pronunciato da Pietro Kuciukian in quell’occasione, ndr), autore di un breve racconto, “Sogni di pietra”, in cui esprime il sogno di vedere i due popoli, armeni e azeri, ancora insieme. Quando nel 2016 l’anziano scrittore è stato bloccato dalla polizia azera all’aeroporto di Baku e non ha potuto raggiungere Venezia per la presentazione del libro, ha inviato una lettera che ancora oggi è una pagina da meditare. Scrive Aylisli: “Un’enorme quantità di uomini che nell’anima non hanno nulla, o hanno solo un vuoto malvagio, si nascondono dietro la cosiddetta idea nazionale e diffondono i semi dell’odio tra popoli e nazioni che sino a ieri vivevano pacificamente fianco a fianco. Il nazionalista è tanto più temibile in quanto per sua natura è un ottimista duro di cuore, che rifiuta la comprensione tragica della vita e si oppone pertanto radicalmente alla verità. La sua è una rivolta contro la ragione e l’umanità”.

Gli armeni del Karabakh avevano perso ogni speranza nella possibilità di avere un futuro e Vardanyan, consapevole di rischiare la libertà e la vita, ha ritenuto necessario stare al loro fianco, sostenuto da quello spirito ottimista che lo portava ad indicare all’Armenia la strada da percorrere:

“L’Armenia è un paese indipendente da 25 anni, ma come popolo e nazione la civiltà armena ha 5.000 anni. Dobbiamo costruire su questo. Dobbiamo liberarci del nostro senso di vittimismo e guardare al futuro” … “È difficile. È un cambiamento nella mente. Stiamo incoraggiando l’Armenia ad andare oltre la sopravvivenza e verso la prosperità. È rivoluzionario, ma è una rivoluzione da una prospettiva diversa”.

Il progetto di Ruben Vardanyan è stato interrotto. Non solo in Armenia. I pascoli, le montagne, le pianure, i torrenti, i monasteri antichi e i cimiteri secolari dell’Artsakh, devastati e conquistati. L’impotenza è stata la cifra della scelta di condividere la sconfitta. Per l’Armenia è difficile guardare al futuro, ma con “la resa” e l’esodo, tante vite umane sono salve e i fratelli hanno accolto altri fratelli. Se insieme riusciranno a realizzare il progetto di costituire il “crocevia della pace”, gli armeni riprenderanno il cammino nella dimensione dell’accoglienza, la sola che può garantire ai popoli di crescere e prosperare. L’appello per la liberazione di Ruben Vardanyan e degli altri prigionieri è impegno da assumere riflettendo sulla motivazione della sua scelta: “… mi sono detto: questo è il momento di fare una scelta, o continui a fare filantropia e ad essere una persona generosa ma solo emotivamente legata alla causa, oppure diventi responsabile e inizi ad agire in prima persona”.

Pietro Kuciukian

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