Golden Apricot 2024 – Emily Mkrtichian • Regista di There Was, There Was Not (Cineuropa 17.07.24)

Abbiamo parlato con Emily Mkrtichian, il cui straziante ma commovente documentario There Was, There Was Not [+], che ritrae quattro donne dell’Artsakh, il territorio armeno recentemente annesso dall’Azerbaigian, ha appena ricevuto il premio FIPRESCI e una menzione speciale nel concorso regionale del 21mo Golden Apricot International Film Festival (leggi la news). L’autrice ci parla dell’accoglienza del pubblico in Armenia e delle complicate emozioni che ha provato durante le riprese e dopo aver completato il film.

Cineuropa: Ha realizzato un film emozionante e commovente: molte persone alla proiezione a cui ho assistito stavano piangendo. Che tipo di feedback ha ricevuto dopo aver proiettato il film a livello locale?
Emily Mkrtichian:
 La cosa che mi è stata detta più spesso dopo la prima proiezione, che mi ha sorpreso e che forse è stato anche il miglior complimento che potessi ricevere, è che ha fatto sì che molte persone si confrontassero e provassero emozioni profonde su qualcosa a cui avevano cercato di sfuggire. Farlo in una sala con un gruppo di persone e in presenza delle storie di queste incredibili quattro donne è stato catartico. Questa era la mia più grande speranza nel realizzare il film, poiché ho vissuto un processo simile durante il montaggio: guardare profondamente a qualcosa che volevo dimenticare o negare, e condividere l’esperienza con altre persone che l’hanno vissuta. Siamo stati in grado di elaborare il lutto insieme e di trovare la guarigione e la forza attraverso queste storie.

Immagino che l’effetto del suo film sia amplificato anche dalla consapevolezza che recuperare l’Artsakh in questa fase sarebbe difficile. Come si sente in questa situazione?
Provo troppe emozioni per poter dare una sola risposta. Una parte di me piange la perdita di un luogo, mentre un’altra parte prova vergogna per questo lutto e vuole credere che vivremo di nuovo in queste terre. Catturare la bellezza dell’Artsakh e della sua vita per tanti anni con la mia telecamera, e ora condividerne la memoria, mi ricorda che il cinema e la narrazione sono magici. Documentano un certo tempo e un certo luogo, mantenendolo vivo per sempre. Spero che queste immagini dell’Artsakh non siano solo un archivio del passato, ma anche un sogno per il futuro.

Qual è stata la motivazione iniziale che l’ha spinta ad avvicinarsi a questi quattro personaggi femminili e come li ha trovati?
Ho incontrato tutte queste donne mentre trascorrevo del tempo in Artsakh. Nel 2017 ho girato un cortometraggio lì e ho conosciuto Sveta. Ho anche insegnato un mese in un workshop di regia in un centro di tecnologia creativa, dove ho incontrato Sose – le giovani donne della mia classe avevano scelto di realizzare un documentario su di lei. Ho conosciuto Siranush e Gayane grazie ad amici comuni. Mi interessava capire come le donne, di età e professioni diverse, lottassero per ottenere maggiori diritti, vivessero una vita piena e rendessero il loro paese migliore per coloro che le circondano e per le generazioni future. Ho filmato con tutte e quattro per quasi sei anni e siamo ancora molto unite.

Il film mostra filmati di Artsakh sotto assedio, fornendo una visione unica della situazione.
Non avevo intenzione di imbattermi nella guerra durante la realizzazione di questo film; doveva essere una storia sulle conseguenze del conflitto e sul ruolo delle donne nel lavoro per la pace. Quando è scoppiata la guerra, mi trovavo in Artsakh per girare quelle che pensavo fossero le scene finali. Poi tutto è cambiato. Sono rimasta e ho filmato durante la guerra, non mi è mai sembrato che non farlo fosse un’opzione. Tutte e quattro queste donne hanno scelto di rimanere e di lavorare per la sicurezza di coloro che le circondavano, quindi era impossibile pensare che non avrei fatto lo stesso. Ho anche visto che i giornalisti stranieri erano interessati solo a immagini sensazionali della guerra e a raccontare le stesse storie. Mi è sembrato importante documentare un lato del conflitto che raramente vediamo: le donne che lo subiscono e che ricostruiscono quando è finito.

Com’è stato il processo di montaggio?
Dopo aver girato per quasi sei anni, disponevo di un ampio materiale. La sfida più grande nel montaggio è stata quella di aver filmato essenzialmente due storie: una prima della guerra e una dopo. Ci sono voluti anni per capire come farlo in modo onesto ed etico, senza affidarsi al sensazionalismo. Alla fine ho dovuto lavorare io stessa con il girato per capire cosa volevo dire, come volevo che apparisse e il linguaggio necessario per esprimere tutto questo. Una volta chiarito questo aspetto, ho trovato una partner per il montaggio, Alexandria Bombach, che ha ascoltato, compreso la mia visione ed elevato il film con le sue abilità sensibili e magistrali.

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Il Vangelo secondo Ciretta di Caroline von der Tann vince il 21mo Festival Golden Apricot

Cosa c’è dietro le esercitazioni militari nel Caucaso (Formiche 16.07.24)

Le manovre militari congiunte tra Usa e Armenia hanno luogo in un momento di difficoltà tra il Paese caucasico e il suo protettore russo. Secondo un percorso inverso a quello della vicina Georgia

La distanza tra l’Armenia e il suo oramai ex storico alleato, ovvero la Federazione Russa, si fa sempre più ampia. Lo scorso lunedì 15 luglio le forze armate di Yerevan hanno avviato esercitazioni militari congiunte con gli Stati Uniti, una mossa che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata come impensabile dagli osservatori mondiali. Secondo quanto detto dal ministro della Difesa armeno Suren Papikyan queste esercitazioni, nome in codice “Eagle Partner”, mirano ad aumentare l’interoperabilità delle unità che partecipano alle missioni internazionali di mantenimento della pace, a condividere le best practices in termini di command and control e comunicazione tattica e migliorare la readiness delle forze armene. Di queste manovre si conosce la durata prevista, ovvero fino al 24 luglio, e a quali unità afferiscono i soldati ivi impegnati (forze di pace armene, militari dell’esercito americano di stanza in Europa e in Africa, e Guardia Nazionale del Kansas), ma non è stato chiarito il numero esatto di truppe coinvolte.

Seppure questa non sia la prima edizione di questa specifica esercitazione, che si era tenuta già l’anno scorso (venendo già allora definita come una mossa “ostile” da parte dei funzionari russi), essa avviene in un contesto particolare per via della brusca virata nelle relazioni diplomatiche tra Yerevan e Mosca, avviatasi quando l’anno scorso, l’Azerbaigian ha intrapreso una fulminea campagna militare per completare la conquista della regione del Karabakh. Le autorità armene hanno accusato le forze di pace russe, dispiegate nell’area in seguito al conflitto scoppiato nel 2020, di non aver fatto nulla per rintuzzare l’assalto dell’Azerbaigian. Mosca ha respinto le accuse, sostenendo che le sue truppe non avevano il mandato per intervenire.

Su queste basi si è sviluppato nei mesi successivi un botta e risposta tra i due Paesi. A Febbraio, il primo ministro armeno Nikol Pashynian ha annunciato una sospensione nella partecipazione dell’Armenia all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (quella che in maniera semplicistica si potrebbe definire la controparte post-sovietica della Nato), denunciando l’incapacità di esso di garantire la sicurezza dei suoi membri. Poche settimane prima, in un’altra mossa non gradita dal Cremlino, Tbilisi era diventata membro ufficiale di quella Corte Penale Internazionale che l’anno prima aveva emanato un mandato d’arresto per Vladimir Putin con l’accusa di aver commesso crimini di guerra (e che nel giugno 2024 avrebbe emesso lo stesso mandato anche l’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu e il Capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov). Non stupisce quindi che in primavera Mosca abbia deciso di ritirare l’intero contingente di peacekeeping dispiegato nel Nagorno Karabakh, in violazione degli accordi di cessate il fuoco risalenti al 2020. Spingendo l’esecutivo di Pashynian a valutare addirittura di chiudere la base militare permanente che le forze armate russe hanno in territorio armeno. Parallelamente a questo processo di sganciamento da Mosca, il Paese caucasico si è avvicinato sempre di più al blocco euroatlantico. Motivo per cui la presente edizione di “Eagle Partner” ha un significato diverso dalle altre.

Interessante notare come, sempre nel Caucaso, stia succedendo un fatto simile ma opposto. Circa dieci giorni fa gli Stati Uniti hanno deciso di annullare l’esercitazione militare “Noble partner” che si sarebbe dovuta svolgere congiuntamente con le forze armate georgiane dal 25 luglio al 6 agosto, in seguito alla decisione del parlamento georgiano di approvare leggi di carattere illiberale, come la foreign agents law, all’interno di un più generale percorso di riavvicinamento al Cremlino.

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Settecento anni di arte calligrafica tra Oriente e Occidente. La mostra al Museo Correr di Venezia. (Il Giornale 15.07.24)

Sei artisti contemporanei da Armenia, Iran, Iraq, Cina, e Italia, in dialogo con documenti e manoscritti antichi, esemplari conservati dalla Biblioteca del Museo Correr ed eccezionalmente esposti al pubblico fino al 15 ottobre 2024; un percorso in cui la Via della Seta diventa la Via della Scrittura, per indagare le diverse declinazioni artistiche, storiche e culturali della calligrafia. È questo il nuovo appuntamento di Fondazione Musei Civici pensato per promuovere la conoscenza e la pratica della scrittura a mano; quest’anno dedicato in modo particolare alle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Marco Polo e alle culture calligrafiche che il mercante ha incontrato nel suo viaggio, nella rotta verso Oriente.

Gli autori in mostra Gayane Yerkanyan e Sarko Meené, Golnaz Fathi, Hassan Massoudy, Mingjun Luo, Monica Dengo, differenti per provenienza geografica, cultura, età, eredità espressiva e materiale, sono uniti dalla particolare relazione con la calligrafia e la scrittura a mano del proprio paese di origine, dall’indagine di ciò che le forme veicolano in quanto simboli, forme nello spazio, o segni e mantenendo una relazione di identificazione culturale con le proprie origini. Il dialogo con i documenti antichi intende mettere in risalto la relazione classica con la scrittura, in cui la forma è principalmente a servizio del contenuto. Tra gli esempi, due preziosi manoscritti del Corano del XVII e XVIII secolo miniati a foglia d’oro, un volume per il catechismo dei missionari domenicani in cinese, passaporti, “lasciapassare sanitari” e lettere di fede con caratteri islamici in turco e arabo, attestazioni commerciali per il commercio di pietre preziose in armeno, fino a un raro esemplare di brani del Tripitaka con caratteri birmani su foglie di palma. Accanto, fioriscono le interpretazioni, letture e riletture contemporanee, in cui gli artisti sviluppano il potere comunicativo delle forme di scrittura in se stesse. A volte, anche rifiutando o rinunciando del tutto al contenuto semantico.

Il lavoro di Gayane Yerkanyan (Yerevan, Armenia, 1989) consiste nel decontestualizzare delle lettere armene per offrire nuovi significati visivi e simbolici. Nelle sue opere non ci sono parole, il significato sono le lettere stesse. In quanto simboli del patrimonio culturale armeno, esse diventano rappresentazioni visive di una cultura, combinate in giochi astratti di forme e spazio. Le opere dell’artista in mostra, in particolare, hanno un approccio più vicino al disegno geometrico che al segno diretto e spontaneo proprio della scrittura a mano. Il suo è un segno quasi privo di gestualità eppure carico di quelle imprecisioni che sono proprie di un lavoro manuale diretto, che non intende nascondere la propria umanità.

Nelle sue opere Sarko Meené, nome d’arte di Armine Sarkavagyan (Yerevan, Armenia, 1984) riflette sull’esplorazione dei significati legati alla memoria, alla scrittura a mano e alle lettere armene attraverso i manoscritti di suo nonno, lo scrittore e poeta Karpis Surenyan, in particolare attraverso suo libro Il Mistero di essere Armeno. Affascinata dalle pagine pesantemente modificate e barrate, sovrappone al testo scritto del nonno una rete metallica creando profondità e permettendo alla luce di penetrare attraverso gli strati della materia. Simbolicamente, la rete di acciaio inossidabile rappresenta la protezione. L’apparenza ingannevole della rete metallica, inizialmente simile alla seta, sottolinea temi di femminilità e forza, i vari aspetti della vita come il riflesso della continuità tra passato, presente e futuro.

Golnaz Fathi (Teheran, Iran, 1972) combina la calligrafia tradizionale con l’espressione artistica contemporanea estendendo i confini del concetto stesso di calligrafia: pur mantenendo l’essenza visiva della parola scritta, Fathi scrive ciò che lei chiama non-scritture, ossia scritture prive di valore semantico e destinate ad essere interpretate non con gli occhi, ma attraverso il cuore. L’ispirazione per i rotoli presenti in questa mostra deriva dalla poesia di Jalal al-Din Rumi (1207-1273). Ciascun rotolo ricorda una litania, una ripetizione ossessiva di forme che vorremmo leggere, ma non possiamo così come non può leggerle l’artista, diventando così opere che sembrano essere una negazione del linguaggio codificato, l’immagine paradossale del tentativo impossibile di una reale comunicazione dell’essere.

Hassan Massoudy (Najaf, Iraq, 1944) fonde le essenze del contemporaneo e dello storico intrecciando elementi delle tradizioni artistiche orientali e occidentali. Mentre mantiene il retaggio della tradizione, si distacca contemporaneamente dai suoi confini, promuovendo un’evoluzione delle forme di scrittura. Le ispirazioni per le sue composizioni sono tratte da una vasta gamma di fonti, che vanno dai versi dei poeti alla prosa di scrittori provenienti da diverse culture, alla saggezza eterna dei detti popolari. Ogni tratto del suo lavoro riflette il suo impegno incrollabile nell’esplorare le sfumature dell’esperienza umana attraverso l’arte.

Divisa tra la cultura cinese e quella svizzera, Mingjun Luo (Nanchong, Cina, 1963) concepisce il suo lavoro come uno “spazio terzo”, un terreno ibrido e fertile dove sviluppa il proprio linguaggio, in un continuo movimento tra Asia e Occidente. La sua serie in mostra Break the Character contraddice la tradizione cinese presentando ideogrammi frammentati ed esplosi fino all’astrazione. La decostruzione dei caratteri cinesi e la loro perdita di valore semantico li fa diventare astratti, pur mantenendo l’essenza della calligrafia tradizionale a inchiostro. In questo modo, tutti gli osservatori sono su un piano di parità di fronte all’opera d’arte, e le due tradizioni e identità culturali possono trovare un punto di incontro e dialogo. Nell’opera circolare Traces of Writing, che contiene gli ideogrammi del Daodejing, testo fondamentale del taoismo attribuito al filosofo cinese Laozi, l’artista scrive caratteri che sembrano sparire in una nebbia, sciogliendosi nell’oblio. Il testo, dice, è la sua risposta alle tracce della storia che vanno e vengono, false e reali, imprevedibili.

L’opera Meravigliarsi di Monica Dengo (Camposampiero, Padova, Italia, 1966) è un modo per andare oltre i confini, esplorando il concetto di “scrittura sconfinata”, espresso con la perdita di definizione dei bordi delle lettere, che si dissolvono nello spazio della tela. Osservando i tratti si possono intuire i gesti della mano che ha dato vita a quei segni, percepire i cambiamenti di velocità e pressione, nonché il momento in cui il pennello carico d’inchiostro tocca la superficie, generando tratti più densi e profondi. Da lontano l’opera circolare sembra un fiore, come se sconfinando oltre i bordi, le lettere diventassero un’unica forma. Alcune lettere si possono ancora leggere, arrivando a comporre la parola MERAVIGLIARSI. Vista da vicino però i segni neri diventano più foschi e la parola, perdendo definizione, si dissolve. La mostra al Museo Correr fa parte della rassegna di calligrafia La via della scrittura, a cura di Monica Viero, che prevede due workshop di quattro giorni ciascuno in programma per ottobre 2024, nella Scuola del Vetro Abate Zanetti di Murano, in collaborazione con MUVE Academy. I corsi prevedono la presenza di un insegnante di calligrafia occidentale e di docenti delle culture calligrafiche araba, cinese, tibetana.

Carlo Franza

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Armeni d’Azerbaijan, comunità invisibile (Osservatorio Balcani e Caucaso 15.07.24)

Nel 1926 gli armeni in Azerbaijan erano il 12% della popolazione, oggi sono ridotti ufficialmente a meno di 200, una comunità che vive nell’ombra. Insieme allo sradicamento, anche qui non mancano rivendicazioni territoriali e sogni di ritorno. Ultima puntata del nostro dossier

15/07/2024 –  Marilisa Lorusso

Come gli azeri di Armenia, anche gli armeni di Azerbaijan hanno conosciuto una progressiva riduzione. Nel 1926, gli armeni in Azerbaijan erano circa 282mila, il 12% della popolazione. Questo numero è rimasto relativamente stabile fino al 1959, quando è aumentato leggermente a 388.025, mantenendo comunque la proporzione del 12%.

Tuttavia dagli anni ‘70 in poi si è registrato un evidente declino della della percentuale di popolazione armena. Nel 1979, il loro numero era di 475.486, il 7,9% della popolazione totale. Nel 1989, c’erano 390.505 armeni, solo il 5,6% della popolazione  .

È una cifra che ovviamente includeva la presenza armena in Nagorno Karabakh che si attestava al di sopra di 120mila persone  . Nel censimento del 2019 – che non includeva chiaramente il Karabakh secessionista – solo 178 cittadini in Azerbaijan si identificavano come armeni. Ma se si confrontano le statistiche, si nota che il numero di parlanti armeno è superiore al numero di chi si riconosce come armeno.

Questo dà credibilità alle fonti non ufficiali che suggeriscono che la popolazione armena residente nei territori azeri al di fuori del Nagorno Karabakh vari da 20mila a 30mila individui. Come per gli azeri rimasti in Armenia e Karabakh, questa minoranza sarebbe costituita principalmente da persone sposate con azeri o di origine mista armeno-azera.

Tra coloro che probabilmente non sono sposati e non hanno origini miste, si stima che vi siano 645 individui (36 uomini e 609 donne). La maggior parte di questi individui (378, o il 59% degli armeni residenti in Azerbaijan al di fuori del Nagorno Karabakh) si trova a Baku, mentre il resto vive in zone rurali. È un gruppo esiguo e probabilmente comprende anziani e malati che potrebbero non avere supporto familiare.

Lo status degli armeni, rimasti un pugno di persone rispetto alla nutrita comunità del passato, è complesso, con le chiese armene chiuse, l’ampia emigrazione degli armeni e il lascito psicologico degli scontri etnici passati.

Nei report periodici la European Commission against Racism and Intolerance (ECRI) ha sistematicamente sollevato la questione della condizione degli armeni in Azerbaijan. Nel 2007 per esempio sottolineava che “Il clima negativo, principalmente derivante dal conflitto del Nagorno Karabakh, non ha solo un impatto sugli armeni che vivono in Azerbaijan ma anche gli azeri o ONG che assistono gli armeni nel tentativo di esercitare i loro diritti fondamentali. Questi sarebbero vittime di minacce anonime, campagne diffamatorie su alcuni media e molestie da parte di alcune autorità. Spesso vengono pubblicamente e falsamente accusati di ‘avere radici armene’ e di tradimento verso l’Azerbaijan. […]”

ECRI osserva che finora le autorità azere non hanno adottato misure adeguate per proteggere le persone interessate. ECRI ha espresso preoccupazione  per la mancanza di opportunità per i membri della società civile di riprendere il dialogo e favorire la piena riconciliazione di tutte le persone che vivono nella regione e il ripristino della fiducia reciproca tra i membri delle diverse comunità.

Un allarme caduto nel vuoto, mentre la riconciliazione ha continuato ad allontanarsi. La situazione sarebbe solo peggiorata dopo l’istituzione della lista nera di persone che visitavano il Karabakh e il progressivo scongelamento della guerra, che ha portato a una serie di brevi e consistenti conflitti nel 2016, 2020, 2022 e infine alla caduta del Karabakh nel 2023.

Dov’era la comunità

Quando gli armeni erano presenti come comunità pienamente riconosciuta e consistente, erano concentrati nel Nakhchivan, in città come Elisavetpol/ Gəncə, Sumqayıt. Altre zone abitate da armeni hanno subito una forte decrescita demografica a seguito degli scontri di inizio XX secolo.

Secondo la tradizione armena, il Nakhchivan fu fondato da Noè ed è storica terra armena. Il controllo del Nakhchivan è passato a diversi imperi e dinastie che ne hanno alterato la composizione demografica.

Il Trattato di Mosca del 16 marzo 1921, tra la Russia bolscevica e la Turchia, pose il Nakhchivan in Azerbaijan insieme alla regione di Sharur-Daralayaz, con una popolazione prevalentemente azera, stabilendo un confine, seppur breve, tra la Turchia e l’Azerbaijan.

La popolazione armena gradualmente diminuì a causa dell’emigrazione. Nel 1916, gli armeni costituivano il 40% della popolazione della regione del Nakhchivan, ma nel censimento sovietico del 1926 rappresentavano solo l’11%  .

Nel 1979, questo numero era sceso al 1,4%. Nel frattempo, la popolazione azera aumentò significativamente, alimentata da una maggiore natalità e immigrazione, passando dall’85% nel 1926 al 96% nel 1979.

La presenza demografica e storica armena è scomparsa. Nel 2006 a Julfa i soldati azeri hanno distrutto una delle più importanti – se non la più importante – raccolte di khachkar (le croci armene) dal cimitero risalente al periodo medievale.

Gli armeni di Gəncə, Sumqayıt, Baku sono per lo più fuggiti a seguito dei pogrom scoppiati a ridosso della guerra in Karabakh, insieme ad abitanti di vari paesini colpiti dalla così detta “operazione anello” cioè l’accerchiamento di insediamenti armeni e l’attacco accompagnato da una campagna volta a causare la fuga della minoranza  e il suo ricollocamento in Armenia.

L’Unione degli armeni di Azerbaijan

Come gli azeri di Armenia e il loro motto “Ritorno nell’Azerbaijan Occidentale”, anche gli armeni delle varie zone dell’Azerbaijan rivendicano ora dei diritti verso il paese da cui sono scappati, e si sono organizzati in una unione.

L’Unione Pan-Armena Gardman-Shirvan-Nakhijevan, guidata dal deputato armeno Vilen Gabrielyan (nato nel 1983 a Baku, membro del partito al governo armeno “Contratto Civile”) ha l’obiettivo di ripristinare e proteggere i diritti degli armeni sfollati dai territori di Gardman, Shirvan e Nakhchivan nel 1988-1992.

Gardman corrisponde ai distretti di Gazakh, Shamkir, Aghstafa, Dashkasan, Goygol, Tovuz, Gadabay dell’attuale Azerbaijan e parte della regione di Tavush in Armenia, l’area di Shirvan – da non confondere con l’omonima città in Iran – va dalla costa del Caspio al Kura lungo la pianura di Shirvan, mentre Nakhijevan è la dizione armena di Nakhchivan.

L’unione ha lanciato il proprio sito web  oltre alla pagina Facebook  . Il sito raccoglie quelli che definisce i crimini azerbaijani, dal 1905 ad oggi, e fornisce anche informazioni sulle norme giuridiche per i rifugiati, come i diritti internazionale umanitario, al ritorno, di proprietà, La pagina principale del sito web include uno strumento per la raccolta di dati sulle persone sfollate. Questi ultimi potranno compilare le proprie generalità e la storia personale.

Nel febbraio 2024, Vilen Gabrielyan ha incontrato il Presidente armeno Vahagn Khachaturyan  per presentargli l’Unione e le sue attività.

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L’Azerbaigian vuole organizzare un blocco di paesi turanici per controllare l’Asia centrale (Scenari Economici 14.07.24)

Mentre perseguono con entusiasmo un’espansione delle relazioni commerciali con l’Occidente, i leader degli Stati turcici, o turanici,  dell’Eurasia sono chiaramente diffidenti nei confronti dell’importazione dei valori occidentali. Questa dicotomia di interessi è stata pienamente esposta in occasione di un recente vertice dei capi di Stato turchi, ospitato dal Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev.

Aliyev, nel suo discorso di apertura dell’incontro, tenutosi nella città di Shusha, nel Nagorno-Karabakh da poco riconquistato dall’Armenia, ha espresso il desiderio che l’Organizzazione degli Stati Turchi (OTS) si sviluppi in una “entità globale influente” in grado di proteggere gli interessi e le pratiche regionali dall’influenza esterna.

“L’OTS dovrebbe diventare una delle forze internazionali di spicco”, ha detto Aliyev. “L’impegno dei nostri popoli nei confronti dei valori tradizionali e le loro radici etniche comuni legano strettamente i nostri Paesi. Il XXI secolo deve essere un secolo di progresso per il mondo turco”.

Dopo aver lodato i valori tradizionali e l’eredità condivisa, tuttavia, Aliyev ha sottolineato l’importanza di incrementare il commercio, affermando che “l’espansione del corridoio di trasporto Est-Ovest è una delle nostre principali priorità”.

I suoi sentimenti sono stati ripresi da altri partecipanti, tra cui il Presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev, che ha detto ai partecipanti che “il pieno potenziale della rotta di trasporto internazionale transcaspica deve essere utilizzato”.

L’OTS comprende Azerbaigian, Kirghizistan, Kazakistan, Turchia e Uzbekistan. Altre tre nazioni, l’Ungheria, il Turkmenistan e la Repubblica turca de facto di Cipro del Nord, hanno lo status di osservatore. Il Primo Ministro ungherese Viktor Orban, che ha partecipato al summit di Shusha, ha descritto l’OTS come un’organizzazione “molto importante per la cooperazione tra Occidente e Oriente”.

Aliyev ha esortato i suoi colleghi Capi di Stato a mostrare un maggiore impegno nei confronti dell’OTS, aumentando gli stanziamenti di bilancio. L’Azerbaigian ha recentemente contribuito con 2 milioni di dollari per potenziare il segretariato dell’OTS.

Gli sforzi del leader azero per rafforzare l’OTS arrivano in un momento in cui le relazioni di Baku con l’Occidente si sono deteriorate. Nell’ultimo anno, Aliyev e altri alti funzionari azeri non hanno esitato a esprimere le loro rimostranze contro gli Stati Uniti, la Francia e i principali organismi europei. Nel suo discorso inaugurale di febbraio, Aliyev ha segnalato un’ulteriore divergenza dall’Occidente, parlando con esultanza di cooperazione pan-turca.

Aliyev potrebbe voler essere un importante partner commerciale con l’Occidente, ma chiaramente non ha intenzione di essere un amico, anzi pensa di esserne un concorrente nella gestione dei flussi commerciali.

“Tutti devono stare ad ascoltare le parole di coloro che vivono in alcuni Paesi occidentali? Chi ha dato loro questo diritto? Il loro passato non è niente di cui essere orgogliosi. Il loro passato è pieno di sangue. Il loro passato è il colonialismo”, ha detto nei commenti pubblici rilasciati a giugno. “Non ascoltiamo gli ordini di nessuno; non permettiamo a nessuno di venire qui e interferire nel nostro lavoro. Non mi colpisca e io non la colpirò. Se ha intenzione di colpirmi, allora avrà anche un mal di testa”.

Quindi il desiderio dell’Azerbaigian è quello di diventare il riferimento di un blocco di stati che vantano comuni radici etniche, alla faaccia di chi dice che nel mondo moderno l’etnia non ha più peso. Questo blocco dovrebbe controllare il comemrcio dell’Asia centrale e espandersi economicamente, come blocco indipendente, verso Occidente. Una contrapposizione storica non nuova, anzi che si ripete praticamente da un millennio, proprio dalle invasioni degli Ungari.

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Apre a Bari il nuovo Consolato onorario dell’Armenia: sarà guidato da Dario Rupen Timurian (EdicoladelSud 14.07.24)

Bari si appresta a ospitare una nuova sede del Consolato onorario della Repubblica d’Armenia. Ad annunciarlo è l’Ambasciata armena in Italia. Il referente sarà il Console onorario Dario Rupen Timurian.

«Questo nuovo ufficio consolare – si legge in una nota – rappresenta un importante passo volto al rafforzamento degli storici rapporti di amicizia e dei plurisecolari legami culturali, economici e diplomatici tra l’Armenia e la regione Puglia».

L’Ufficio Consolare sarà situato in corso Vittorio Emanuele 30 a Bari e «costituirà un punto di riferimento per i cittadini armeni e per coloro che desiderano approfondire la collaborazione tra Puglia e Armenia», prosegue la nota.

Timurian sarà referente per la tutela dei cittadini della Repubblica d’Armenia in Puglia e per le iniziative volte a promuovere e rafforzare la cooperazione scientifica e culturale, educativa, economica e commerciale.

Il Console Onorario Dario Rupen Timurian, classe 1974, laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Bari, è un imprenditore nel settore edile e dell’arredamento. La sua famiglia giunse a Bari dopo il Genocidio Armeno del 1915 e si inserì sin da subito nel tessuto sociale e imprenditoriale della città e della regione.

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Bari, apertura del Consolato Onorario dell’Armenia: Dario Rupen Timurian coordinerà l’Ufficio

Pietrasanta in Concerto: L’Anima dell’Armenia, paese di musica (Gazzetta di Viareggio 12.07.24)

Per il secondo appuntamento di Pietrasanta in Concerto – La Stravaganza, sabato 13 luglio alle ore 21.15 è in programma nel Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta, un’intrigante serata tutta dedicata all’Armenia, paese musicalissimo e da sempre travagliato da una dolorosa diaspora che ha creato importanti comunità in ogni paese del mondo. Sul palco in formazione variabile, quattro grandi eccellenze della musica da camera internazionale su repertorio novecentesco del russo-armeno Arno Babajanin, quindi il sontuoso Ottocento del medico, chimico e compositore russo Borodin, peraltro importante frequentatore di Pisa e della sua Università, per finire con un caposaldo di Brahms, il Quartetto per Pianoforte N. 1 in Sol minore Op.25, il cui indiavolato Rondò finale di carattere zingaresco richiama lo spirito folk delle Danze Ungheresi. Sul palco quattro grandi artisti di origine armena da sempre sui migliori palchi del globo: il pianista e direttore d’orchestra franco armeno Vahan Mardirrossian, la giovane virtuosa del violino, ex enfant prodige Anush Nikoghosyan, la star del violoncello Alexander Chausian e la stimata viola di David Abrahamian. Si conferma così lo spirito del festival di esplorare repertori meno frequentati con ensemble d’occasione composti da grandissimi solisti ascoltabili in queste inusuali formazioni solo ed esclusivamente a Pietrasanta grazie al lavoro di inesausta ricerca del suo fondatore e direttore artistico Michael Guttman.
Il Festival “Pietrasanta in Concerto” è promosso e organizzato dall’Associazione Musica Viva in collaborazione con il Comune di Pietrasanta e con il supporto organizzativo della Fondazione Versiliana.
I biglietti di Pietrasanta in Concerto sono in vendita presso la biglietteria della Versiliana ( viale Morin, 16 – aperta con orario 10.00- 13.00/ 17.00 – 22.00 – tel. 0584- 265757), online e nei punti vendita del circuito Ticketone.
Sono in vendita anche presso la biglietteria del Teatro Comunale di Pietrasanta nei giorni di concerto (con orario 17.00- 22.00 tel. 0584-795511).

Preghiera per la pace a Kiev: “La guerra è contro Dio e non ha mai scuse” (SIR 12.07.24)

Un’invocazione di pace ieri sera in piazza Santa Sofia di Kyiv, cuore religioso del Paese. Sul palco si alternano vescovi cattolici e greco-cattolici, rappresentanti delle Chiese armeno apostolica, gli avventisti del Settimo Cielo, gli evangelici ma anche ebrei e membri della Comunità islamica. Ad animare l’iniziativa ci sono i rappresentanti dei movimenti e delle associazioni che con il Progetto Mean (Movimento europeo non violento) sono arrivati a Kyiv per dire con la loro presenza che il popolo ucraino non è lasciato solo. A seguire virtualmente dall’Italia, 25 “piazze” dal Nord al Sud del Paese. “Chi è venuto oggi a Kiev – ha detto il nunzio apostolico mons. Kulbokas – si assume la guerra sulle proprie spalle. Significa dire: ‘Quando attaccate l’Ucraina, state attaccando e aggredendo anche noi’”

Mean, preghiera in piazza Santa Sofia a Kyiv (foto Biagioni/SIR)

(Da Kyiv) Una lunghissima invocazione di pace ieri sera in piazza Santa Sofia di Kyiv, cuore religioso del Paese. Si è svolta in una città attraversata continuamente dal suono degli allarmi, dove l’elettricità va a singhiozzi e la notte sprofonda nel buio. Una città dove la guerra ha colpito la parte più preziosa di una società, i bambini, con l’attacco all’ospedale pediatrico di lunedì 8 luglio. Un minuto di silenzio. Canti e orazioni. Sul palco si alternano vescovi cattolici e greco-cattolici, rappresentanti delle Chiese armeno apostolica, gli avventisti del Settimo Cielo, gli evangelici ma anche ebrei e membri della comunità islamica. Ad animare l’iniziativa ci sono i rappresentanti dei movimenti e delle associazioni che con il Progetto Mean, Movimento Europeo di Azione nonviolenta, sono arrivati a Kyiv per dire con la loro presenza che il popolo ucraino non è lasciato solo.

Un momento della preghiera per la pace a Kyiv (foto Biagioni/SIR)

Le preghiere vengono lette in italiano e in ucraino. Si prega perché il Dio della pace possa aprire “il cuore degli uomini al dialogo” e perché “sul ricorso alle armi prevalga il negoziato, sull’incomprensione l’intesa, sull’offesa il perdono, sull’odio l’amore”. A seguire virtualmente dall’Italia, 25 “piazze” dal Nord al Sud del Paese, in una presa diretta che è stata rilanciata in piazza Santa Sofia di Kyiv, su un mega schermo. In collegamento da Montecassino, dom Luca Fallica, ricorda che l’11 luglio è il giorno in cui si fa memoria di San Benedetto, patrono dell’Europa, “messaggero di pace, costruttore di unità, maestro di civiltà”. Prende la parola anche il card. Edoardo Menichelli: “vorrei affidare a tutti noi una responsabilità, il coraggio di essere discepoli di perdono e misericordia perché la pace è una profezia consegnata ad ognuno di noi. Cessino le armi, la distruzione, la morte. Signore, dona sapienza a chi governa le Nazioni perché sappiano guardare alla pace come un dono prezioso non solo per l’Ucraina ma per il mondo intero”.

Il mega schermo con le 25 piazze italiane collegate (foto Biagioni/SIR)

La guerra – dice mons. Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina che ha fortemente sostenuto questa iniziativa – non è soltanto contro l’uomo, contro l’Ucraina. La guerra è contro Dio. Ci siamo riuniti in preghiera, perché questa è la nostra forza. Però anche l’uomo deve fare la sua parte per costruire la pace. Perciò chi è venuto oggi a Kiev si assume la guerra sulle proprie spalle”.

“Significa dire: ‘quando attaccate e aggredite l’Ucraina, state attaccando e aggredendo anche noi’. Significa dire con grande umiltà e con coraggio che la guerra non ha mai scuse”. 

Il gruppo era stato in visita in mattinata all’ospedale pediatrico di Kyiv. “Avete visto cosa fa la guerra contro i bambini”, dice il nunzio. “Il linguaggio di pace è dire NO. No alla guerra. No all’aggressione. La nostra preghiera sia coraggiosa e fiduciosa”. 

I leader religiosi in piazza Santa sofia (foto Biagioni/SIR)

Dal palco si ricordano tutte le popolazioni che nei diversi luoghi dell’Ucraina soffrono per le ingiustizie causate dalla guerra. E’ Lucio Turra della presidenza nazionale dell’Azione Cattolica a nominarle: le persone sfollate, lontane da casa, i giovani e i soldati al fronte , gli anziani soli, i volontari e tutte le persone di buona volontà. Gli scout ucraini salgono sul palco per raccontare come è cambiata la loro vita e il loro servizio ai giovani del paese con l’aggressione russa su vasta scala. Elena Possia, del Movimento dei Focolari del Belgio, legge invece una preghiera scritta dalla presidente Margaret Karram: “PACE nel cuore di ogni persona, specialmente nei cuori di coloro che governano i popoli; PACE tra gruppi, etnie, nazioni; in particolare, ti chiediamo con la fede che sposta le montagne, che ‘cessi il fuoco’ della guerra e vinca il dialogo ‘nel cercare vie di pace’”.Alla fine tutti i partecipanti si sono presi per mano e sulla piazza hanno realizzato un enorme cerchio, come segno di un abbraccio di pace che tra allarmi e blackout si è simbolicamente esteso su tutta la città.

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Il Presidente Khachaturyan con l’Ambasciatore Di Riso visita la mostra “Frammenti di Arte d’Italia in Armenia” (Aise 12.07.24)

JEREVAN\ aise\ – Il Presidente della Repubblica di Armenia, Vahagn Khachaturyan, accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia, Alfonso Di Riso, mercoledì scorso ha visitato la mostra “Frammenti di Arte d’Italia in Armenia”, inaugurata alla Galleria Nazionale di Armenia lo scorso 2 giugno, in occasione delle celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana a Jerevan.
L’esposizione, organizzata dalla Galleria Nazionale di Armenia, su impulso dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan, è composta da circa 100 opere di arte italiana di celebri maestri come Donatello, Tintoretto, Guercino, Canaletto, Canova e altri.
Ad accogliere gli ospiti vi era la Direttrice della Galleria, Marina Hakobyan. (aise)

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Cwiertnia, capire il genocidio armeno cercando le proprie origini (Lucialibri 12.07.24)

“Sulla strada abbiamo un altro nome” di Laura Cwiertnia è la storia di un viaggio da Brema all’Armenia. Lo compiono Karla e suo padre Avi, dopo la morte della nonna che ha lasciato alcuni indizi per svelare un piccolo mistero nella loro terra dei loro avi. Sarà l’occasione per la scoperta di un mondo interiore e del genocidio armeno, un dramma capace a fatica di vincere silenzio e oblio

Come si fa a trovare qualcuno senza sapere chi si cerca?

Compito ancor più arduo se si scopre poi che ciò che stiamo in realtà cercando è la nostra stessa identità.

Quando muore sua nonna, Karla convince il padre Avi ad accompagnarla in Armenia, loro terra d’origine, per far luce su un piccolo mistero. La nonna ha infatti lasciato un braccialetto con un biglietto destinato ad una donna che nessuno sembra conoscere. L’unico indizio sono un nome ed un indirizzo armeno.

L’omertà della sua famiglia nei confronti del passato, ha fatto si che Karla, a differenza dei suoi coetanei di Brema, non sappia quasi nulla delle sue origini e della terra da cui proviene.

Ho collezionato nella mia mente i pochi ricordi che mio padre negli anni mi ha raccontato del suo passato come altri collezionano francobolli.

Con la speranza e il presentimento che il biglietto lasciato dalla nonna possa aiutarla a riordinare e a dare un senso alla sua collezione di francobolli, Karla decide di partire per Erevan. Sullo sfondo di una città sovrastata dal monte Ararat in cui «ogni angolo è il soggetto di una cartolina» Karla, accompagnata dal padre, passeggerà tra le colorate case in pietra attraversando le silenziose e discrete vie del mercato con le sue ordinate bancarelle, sempre guidata da una strana sensazione di familiarità verso un popolo di cui non conosce nulla ma al quale è consapevole di appartenere.

“Come si fa a trovare le proprie radici in un luogo in cui non si è mai stati?”

Il viaggio di Karla è anche e soprattutto un viaggio metaforico alla scoperta di un mondo interiore che le era stato fino a quel momento precluso dai silenzi della sua famiglia e che la porterà verso la riscoperta di se stessa e delle sue origini. Non sempre però i ricordi sono piacevoli. Mentre Karla scopre qualcosa di se, il padre rivive qualcosa della sua infanzia.

Scavando nella memoria di quattro generazioni, nel romanzo Sulla strada abbiamo un altro nome (220 pagine, 18 euro), tradotto per Mar dei Sargassi edizioni da Alessandra Iadicicco e Jolanda Balzano, Laura Cwiertnia accompagna il lettore attraverso la rievocazione delle persecuzioni armene, del genocidio e della conseguente migrazione di un popolo alla ricerca di un futuro privo di sangue e dolore.

Ogni capitolo è un capitolo della vita dei protagonisti e i continui salti temporali che ci permettono di rivivere questi ricordi, sono la struttura portante del romanzo che conferiscono sinuosità alla narrazione senza mai perdere di vista il filo conduttore.

La scrittura della Cwiertnia è infatti precisa, diretta e moderna, senza inutili orpelli finalizzati ad imbellettare lo stile ma che nulla aggiungerebbero alla realtà dei fatti narrati. La dignità delle sue parole è quella stessa di un popolo che ha dovuto subire ingiustizie spesso dimenticate e privato della possibilità di urlare la propria sofferenza ad un mondo sordo.

La memoria di un popolo è nella sua identità

Dai pogrom del 1894, al genocidio durante la prima guerra mondiale: l’intenzionalità dei massacri compiuti ai danni della comunità armena è sempre stata respinta dalla Turchia, e persino in Italia il genocidio è stato riconosciuto ufficialmente solo nel 2000.

Mentre un milione e mezzo di armeni (ovvero i due terzi dell’intera popolazione) perdeva la vita, gli esecutori turchi negavano fortemente ciò che in realtà stavano commettendo.

C’è una serietà in questi occhi che non ho mai visto prima. Quella di chi ha dovuto guardare quando tutti si voltavano dall’altra parte.

La storia della famiglia di Karla è anche quella di un popolo. Un dramma generazionale, personale e collettivo, capace di resistere al tempo, al silenzio e all’oblio.

Gli armeni che per sopravvivere sono dovuti fuggire, hanno lasciato dietro di sé tutto: la propria casa, gli affetti, i ricordi di una vita, per cercare di costruirsene una nuova in una patria che gli accogliesse e desse loro una prospettiva di salvezza. Ma quando si è costretti a rinunciare persino al proprio nome, per paura di essere identificati e marchiati, cosa resta della memoria di un popolo?

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