Tigran Hamasyan The Bird Of A Thousand Voices (Ondarock 15.09.24)

Un doppio album, che accompagna: una produzione teatrale, un’installazione di arte cinetica, un videogioco browser-based, svariati filmati. La fonte d’ispirazione di questo progetto transmediale che vede protagonista la musica di Tigran Hamasyan è un’antica fiaba armena, “Hazaran Blbul” (“L’usignolo di Hazaran”), che il pianista e compositore descrive come “una storia potente, di proporzioni epiche”. Realizzata in combutta con l’artista visivo olandese Ruben Van Leer, “A Bird Of A Thousand Voices” è un’opera che non sarà, forse, catalogabile come progressive rock punto-e-basta (sempre che “punto-e-basta” sia un’espressione che possa davvero abbinarsi all’indole del genere), ma certamente condivide con il filone una significativa dose di ambiziosità.

Rinviando gli interessati all’esperienza interattiva del piccolo platform game (pochi minuti di durata), i più fortunati alla partecipazione alle performance teatrali (finora si ha notizia soltanto di una première ad Amsterdam lo scorso 8 giugno), e tutti gli altri all’esplorazione del ricco sito web dedicato al progetto, conviene qui dedicarsi alla sola componente musicale – il che, comunque, non è poco, visto che il minutaggio complessivo dell’album supera l’ora e mezza.
Chi già conosce l’estro camaleontico del tastierista non si stupirà della varietà stilistica e dinamica del disco. Chi invece affrontasse questo tour de force come prima esperienza con la sua musica sia avvertito: data la mole, non è detto si tratti di una buona idea – ma certamente, anche ma non solo grazie alla mole, l’album è il migliore compendio sulla piazza della poliedrica visione musicale di Tigran Hamasyan.

Brano dopo brano, si incontrano dunque tutti i molteplici mondi musicali evocati dal trentasettenne lungo la sua articolata carriera. Ecco dunque, fin dall’iniziale “The Kingdom”, i torrenziali tempi dispari e i poliritmi portati in dote dal batterista dei Kneebody e storico collaboratore Nate Wood, ed ecco anche gli elementi folklorici e corali legati alla tradizione armena, in bella vista grazie ai contributi vocali dell’armeno-statunitense Areni Agbabian.
In pezzi come “The Quest Begins” o “The Demon Of Akn Atak”, fan di Area e Meshuggah potranno come sempre andare in visibilio grazie alle gragnuole di scale mediorientali e metri aksak, contrappuntate da bordate djent dove i tuoni sulle ottave basse del piano prendono il posto consuetamente affibbiato agli shred di chitarroni a sette/otto corde. E negli episodi più riflessivi (“The Path Of No Return”, “Flaming Horse And The Thunderbolt Sword”, “Sing Me A Song When You Will Be At The Place Where All Is Bliss”), l’indole più ambientale di Hamasyan emerge con i suoi arpeggi piovigginosi, i fischiettii dimessi, il mood umbratile già apprezzato in dischi “liturgici” come “Luys i Luso” o affini al gusto Ecm come “Atmosphères”.

Soprattutto, però, “A Bird Of A Thousand Voices” svetta per la sua capacità di fondere in modo organico tutti gli elementi dello spettro del tastierista, e di arricchirne il linguaggio con sfumature nuove. Fra queste, la più sorprendente – ma, a ben vedere, assai pertinente – è data dagli svolazzi sintetici di orientamento videogame music: già comparsa, e con un discreto risalto, anche in alcuni degli album precedenti, la componente elettronica è qui portata in primissimo piano, con suoni prevalentemente monofonici che rimandano tanto ai cari, vecchi assolazzi analogici anni Settanta quanto alle gioiose finezze melodiche della chiptune, capaci di arricchire l’arazzo senza mai sovrastarlo.
Nella maggior parte dei casi, questo nuovo elemento appare perfettamente integrato nella tavolozza già acquisita: un colore in più, che aggiunge una dimensione alla dinamica vertiginosa di “The Quest Begins” e all’ottovolante di “Red, White And Black Words”, forse l’episodio più funambolico del disco.
Altrove, le possibilità enigmatiche delle texture elettroniche si combinano al tocco più jazzistico consentito dal pianismo di Hamasyan, definendo di volta in volta incanti ibridi che durano il tempo di un brano: si vedano “The Curse (Blood Of An Innocent Is Spilled)”, con violino e basso bitcrushed, o la quasi conclusiva “The Eternal Birds Sings And The Garden Blooms Again”, in cui il canto di Agbabian incontra quello del pianista, sbalestranti invenzioni ritmiche e vocalizzi elettronici dal corpo diafano e ingannevole.

Nell’attesa, non troppo fiduciosa, che la rappresentazione dal vivo del progetto possa trovare qualche venue che la ospiti nei paraggi, non c’è insomma di che disperarsi: non saranno forse mille, ma le innumerevoli voci dell’avis rara Tigran Hamasyan sono già tutte contenute nella versione su disco.

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Una quercia nel giardino della Pertusati (Il Giorno 15.09.24)

Una quercia armena sostituisce un cedro malato nel giardino della rsa Pertusati, simbolo di resistenza e memoria delle vittime cristiane. La cerimonia omaggia monsignor Pertusati e San Gerolamo Emiliani.

Una quercia armenia da ieri si trova nel giardino della rsa Pertusati. È stata messa a dimora al termine della ricorrenza della Santa Croce in sostituzione di un cedro del Libano ammalorato. “Abbiamo scelto un’essenza simbolo della resistenza, della forza e di tutti coloro che non rinunciano ai loro valori – ha spiegato il direttore generale di Asp Maurizio Niutta –. La pianta, donata da un cittadino, ricorda il giardino dei giusti inaugurato a Gyuri nella parte nord-occidentale dell’Armenia, in memoria delle tante vittime cristiane. Da un’essenza proveniente da un Paese che cerca la pace, a un’altra simbolo della nostra forza”. La cerimonia si è inserita in una giornata della Asp dedicata a monsignor Francesco Pertusati, che ha lasciato le sue sostanze per gli anziani della città, mentre il centro polivalente è dedicato a San Gerolamo Emiliani, che portò a Pavia il primo orfanotrofio e l’istituto Santa Croce sorge dove si trovava la chiesa.

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GEOPOLITICAL’Armenia offre un accordo di pace all’Azerbaigian (Renovatio21 14.09.24)

Il governo armeno si è offerto di firmare un accordo di pace di 16 articoli con l’Azerbaigian, ha annunciato mercoledì il primo ministro Nikol Pashinyan durante una sessione parlamentare.

Secondo il leader armeno, Yerevan e Baku non possono attualmente firmare un trattato che risolverebbe tutti i problemi tra i due paesi. Invece, ha proposto di firmare un accordo che coprirebbe aree su cui le due parti hanno già concordato.

L’offerta di Pashinyan arriva dopo mesi di colloqui tra Armenia e Azerbaigian in seguito all’escalation del conflitto nella regione del Nagorno-Karabakh e al ritiro armeno da essa l’anno scorso. Le due parti sono state in disaccordo per decenni sul controllo del territorio conteso e sono state coinvolte in una serie di sanguinosi conflitti per il suo controllo.

Prevalentemente popolata da armeni etnici, la regione era in precedenza sotto il controllo de facto di Yerevan. Tuttavia, nel 2023, Baku lanciò un’offensiva su larga scala e prese il controllo del territorio, sciogliendo in seguito l’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh. La maggior parte degli armeni che vivevano nella regione fuggì in seguito.

Da allora, Yerevan e Baku hanno tentato di raggiungere un accordo di pace conclusivo.

Durante una visita a Baku il mese scorso, il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che Mosca è pronta a svolgere un ruolo nel contribuire a risolvere l’annosa faida tra i due Paesi.

«Se potessimo fare qualcosa per facilitare la firma di un accordo di pace tra Azerbaigian e Armenia, per avvicinare la questione alla delimitazione e alla demarcazione del confine, per sbloccare… la logistica e l’economia, saremmo molto felici di farlo», ha detto il leader russo ai giornalisti.

Come riportato da Renovatio 21, in questi mesi tra i due Paesi sono continuate le tensioni.

Come riportato da Renovatio 21, l’esodo degli armeni dell’Artsakh (così chiamano l’area del Nagorno-Karabakh) a seguito dell’invasione nell’énclave delle forze azere arriverebbe a contare 100 mila persone, in una zona dove la popolazione armena ha un numero di poco superiore. Le immagini del corridoio di Lachin intasato da vetture di famiglie che fuggono sono a dir poco impressionanti.

Il primo ministro Pashinyan, cedendo alle lusinghe dell’Ovest, ha irritato giocoforza la Russia, che è l’unico Paese che si era impegnato davvero per la pace nell’area. Mosca non può aver preso bene né le esercitazioni congiunte con i militari americani (specie considerando che Yerevan aderisce al CSTO, il «Patto di Varsavia» dei Paesi ex sovietici) né l’adesione dell’Armenia alla Corte Penale Internazionale, che vuole processare Putin.

Bisogna aggiungere anche i rapporti dell’Occidente con Baku, considerato un fornitore energetico affidabile e ora piuttosto necessario all’Europa privata del gas russo. L’Azerbaigian è una delle ex repubbliche sovietiche ritenute più strategicamente vicine all’Occidente: si consideri inoltre le frizioni con l’Iran e quindi il ruolo nel contenimento degli Ayatollah.

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi è morto in un incidente di elicottero a seguito di un incontro al confine con il presidente azero Aliyev.

Dietro all’Azerbaigian vi è l’appoggio sfacciato della Turchia e, si dice, quello militare-tecnologico di Israele. È stato detto che la Turchia avrebbe impiegato nell’area migliaia di mercenari siriani ISIS per combattere contro i cristiani armeni.

Come riportato da Renovatio 21, il clan Erdogan farebbe affari milionari in Nagorno-Karabakh e la Turchia, come noto, è già stata accusata di genocidio per il massacro degli armeni ad inizio Novecento.

Baku invece accusa la Francia di essere responsabile dei nuovi conflitti con l’Armenia. Il dissidio tra i due Paesi è arrivato al punto che il ministro degli interni di Parigi ha accusato l’Azerbaigian di aver avuto un ruolo nelle recenti rivolte in Nuova Caledonia.

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One Caucasus, il Festival che promuove l’unità regionale aree Georgia (Osservatorio Balcani e Caucaso 13.09.24)

Dal 22 al 25 agosto 2024, il One Caucasus Festival  si è tenuto nuovamente nella regione di Kvemo Kartli in Georgia, e più precisamente nel comune di Marneuli. La regione è conosciuta per la popolazione in maggioranza di etnia azera e per piccole sacche di armeni e georgiani, alcuni dei quali coabitano negli stessi villaggi e città. Anche le strade principali dall’Armenia e dall’Azerbaijan verso la capitale georgiana attraversano questa regione.

Situato vicino al confine con l’Armenia e l’Azerbaijan, One Caucasus promuove la collaborazione fra tutti e tre i gruppi etnici nell’intera regione e con i loro coetanei stranieri. Sebbene vi siano anche attività educative e artistiche nei villaggi circostanti, nonché un budget partecipativo  implementato congiuntamente con il comune, il festival è meglio conosciuto per le sue giornate di musica che coinvolgono artisti provenienti da Armenia, Azerbaijan, Georgia e oltre.

Quest’anno segna anche il decimo anniversario dell’evento nonostante gli evidenti ostacoli emersi da quando i tre paesi hanno dichiarato l’indipendenza nel 1991. In particolare, nonostante il conflitto tra Armenia e Azerbaijan, il festival ha dimostrato di essere uno dei pochi progetti che riunisce i cittadini. Sebbene gli armeni, gli azeri e i residenti georgiani di Kvemo Kartli siano abituati all’interazione quotidiana, lo stesso non si può dire delle loro controparti in Armenia e Azerbaijan. A One Caucasus, tuttavia, ci sono spesso anche collaborazioni musicali tra artisti di Yerevan e Baku.

Quest’anno due armeni del Karabakh, uno reduce dall’esodo di oltre 100.000 persone lo scorso settembre, erano fra i sette volontari provenienti dall’Armenia.

Sfortunatamente, a parte alcuni rari esempi, gli attuali progetti di costruzione della pace coinvolgono spesso attivisti o accademici e ricercatori politicamente partigiani dei due paesi in conflitto in capitali straniere, a volte in segreto, limitando così la loro portata e rilevanza per le società stesse. Ciò è stato particolarmente vero dopo la fine dell’iniziativa transfrontaliera realizzata a Tekali da parte del defunto pacificatore armeno Georgi Vanyan.

Finora, One Caucasus si è fermato solo durante la pandemia di COVID-19. Imperterrito, un piccolo gruppo di volontari e musicisti ha invece accompagnato in ambulanza i residenti a vaccinarsi. Sebbene rimanga un piccolo evento, la sua inclusività lo rende comunque unico nella regione.

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Usa-Armenia, Blinken sente Pashinyan: focus su una “pace duratura e dignitosa” con l’Azerbaigian (AgenziaNova 14.09.24)

Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, ha parlato ieri con il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, e ha ribadito l’importanza di una pace duratura e dignitosa tra Armenia e Azerbaigian, accogliendo con favore i recenti progressi tra le parti, tra cui un accordo su una regolamentazione della delimitazione dei confini.

Lo riferisce una nota del portavoce del dipartimento di Stato, Matthew Miller. Blinken e Pashinyan hanno discusso anche dell’espansione delle relazioni bilaterali, in particolare della cooperazione in materia di energia, commercio e investimenti e istruzione. Blinken ha ribadito l’impegno degli Stati Uniti na sostenere un’Armenia prospera, democratica e indipendente a beneficio del popolo armeno e della più ampia regione del Caucaso.

Salta l’accordo di pace provvisorio tra Armenia e Azerbaigian (Lifegate 13.09.24)

Baku ha rifiutato di firmare il documento basato su articoli già concordati da ambo le parti. Secondo l’Azerbaigian, l’Armenia avrebbe rimosso diversi punti chiave.

Sembrava quasi fatta. Armenia e Azerbaigian sono stati a un passo dalla firma di un trattato di pace provvisorio. Stracciato, però, pochi giorni dopo.

La notizia era stata ufficializzata a inizio settembre al Forum Ambrosetti di Cernobbio, dove è intervenuto il presidente azero Ilham Aliyev. Dal palco del summit, Aliyev aveva espresso ottimismo sulle prospettive di pace. “Per la prima volta dal crollo dell’Unione Sovietica possiamo raggiungere la pace nel Caucaso meridionale — aveva dichiarato Aliyev —. Gli ultimi sviluppi dei negoziati tra Azerbaigian e Armenia lo dimostrano. Quasi l’80 per cento dei punti del trattato di pace sono stati approvati”.

Un ottimismo inizialmente condiviso anche dal primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan, che dal forum “Yerevan Dialogue” (un incontro internazionale che a settembre 2024 ha riunito nella capitale armena politici, accademici, rappresentanti della società civile e imprenditoriale) aveva ribadito la proposta dell’Armenia di firmare gli articoli del trattato di pace già concordati con l’Azerbaigian, per avere “un documento fondamentale” e passare poi alla discussione di altre questioni.

Perché la pace è sfumata

Poco dopo, però, la svolta inaspettata. “L’appello dei funzionari armeni a firmare la bozza di accordo di pace con l’eliminazione delle disposizioni non concordate e i loro tentativi di rinviare la soluzione dei problemi alla fase successiva sono inaccettabili — ha detto il portavoce degli Esteri azero Aykhan Hajizada —. La condizione principale per firmare un accordo di pace reale e sostenibile è porre fine alla continua rivendicazione territoriale dell’Armenia contro l’Azerbaigian, sancita nei suoi molteplici documenti legali e politici e nella costituzione dell’Armenia”, dove si chiede “la riunificazione dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh”.

 

 

Come riporta il giornale OC Media, nonostante il passo in dietro, l’Azerbaigian aveva fatto una proposta simile a luglio, chiedendo all’Armenia di firmare un documento sui principi fondamentali di un futuro trattato di pace come misura provvisoria. All’epoca la proposta aveva ricevuto una fredda accoglienza da parte di Yerevan.

Le accuse di aver modificato il documento concordato

Il 31 agosto, durante una conferenza stampa, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan aveva proposto una misura simile, affermando che l’attuale bozza del trattato includeva tredici articoli che trovavano l’accordo di ambo le parti e altri tre articoli parzialmente accettati.

Il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov sostiene di aver ricevuto la bozza del trattato dall’Armenia con “diversi punti chiave” rimossi dal documento.

“Nella bozza dell’accordo non sono stati inclusi degli aspetti importanti e ci è stato detto che questa era la soluzione al problema. Nel contesto di un conflitto storico, l’accordo e ciascuna delle sue clausole sono di grande importanza”, ha detto Bayramov.

Non è chiaro che cosa avrebbe omesso esattamente l’Armenia dalla sua bozza. Sfuma però così un nuovo tentativo per riportare la pace e la stabilità nel Caucaso meridionale, dove a settembre 2023 l’Azerbaigian ha ripreso possesso del territorio del Nagorno Karabakh da 30 anni conteso con l’Armenia. Nell’arco di questi decenni, negli scontri sono morte migliaia e migliaia di persone.

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UN Tourism lancia le linee guida per gli investimenti in Armenia (Askanews 13.09.24)

Milano, 13 set. (askanews) – UN Tourism, l’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite, arricchisce le sue linee guida per gli investimenti con una nuova edizione dedicata al potenziale dell’Armenia. “Tourism Doing Business – Investing in Armenia” è una pubblicazione dedicata agli investitori e ai professionisti del turismo che hanno bisogno di un approfondimento “sul settore turistico armeno, sul patrimonio culturale unico dell’Armenia, sulla sua solida crescita economica e il suo ambiente favorevole agli affari”.

“L’Armenia è una destinazione turistica in ascesa e allo stesso tempo la sua attenzione alle riforme economiche, allo sviluppo delle infrastrutture e alla promozione degli investimenti esteri diretti l’ha posizionata come l’economia a più rapida crescita in Europa” ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite per il Turismo, Zurab Pololikashvili, aggiungendo “queste nuove linee guida sottolineano l’impegno dell’Armenia a promuovere un ambiente favorevole per i capitali internazionali e mostrano le opportunità che il settore turistico del Paese offre agli investitori di tutto il mondo”.

L’Organizzazione mondiale del turismo ricorda che negli ultimi anni, il Paese caucasico ha registrato una notevole crescita come destinazione turistica: i turisti internazionali nel Paese hanno raggiunto i 2,3 mln nel 2023, con un aumento del 22,3% rispetto al 2019. Questa crescita “supera notevolmente la media regionale dell’Europa Centrale e Orientale e inoltre, le entrate turistiche internazionali in Armenia hanno raggiunto i 3 mld di dollari nel 2023, con un aumento del 97% rispetto al 2019” . Le Linee guida mettono in luce la posizione strategica dell’Armenia, al crocevia tra Europa, Asia e Medio Oriente, e evidenziano la sua politica di esenzione dal visto d’ingresso per i cittadini di circa 70 Paesi. L’Armenia offre inoltre voli diretti da oltre 50 città in Europa, Medio Oriente e Asia e i suoi principali aeroporti gestiscono complessivamente oltre 4 milioni di passeggeri all’anno.

“Negli ultimi anni l’Armenia ha dimostrato una notevole resilienza e crescita economica” ha rimarcato la direttrice esecutiva del Turismo delle Nazioni Unite, Natalia Bayona, spiegando che “gli arrivi di turisti internazionali sono aumentati di quasi il 25% rispetto ai livelli pre-pandemia, mentre l’arrivo di investimenti in tutti i settori testimonia ulteriormente la fiducia nel potenziale turistico dell’Armenia. Siamo orgogliosi di collaborare con l’Armenia – ha concluso – per presentarla come destinazione d’investimento attraverso queste ultime linee guida dell’Onu sul turismo”.

Per quanto riguarda le opportunità per gli investitori, l’Organizzazione precisa che gli afflussi di investimenti diretti esteri (Ide) hanno raggiunto quasi un miliardo di dollari nel 2022, il massimo storico. Una tendenza che è proseguita nel 2023, con un totale, secondo l’Unctad, di 443 milioni di dollari. Inoltre, le ultime stime delle autorità armene indicano che la cifra per il 2023 si aggira intorno ai 580 milioni di dollari, “a testimonianza della crescente fiducia internazionale nel mercato armeno”.

Le nuove linee guida analizzano i fattori che contribuiscono a rendere l’Armenia, e il suo settore turistico, una proposta attraente per gli investitori stranieri. In particolare l’UN Tourism sottolinea che l’Armenia ha registrato una crescita del PIL dell’8,7% nel 2023, la più rapida in Europa, con previsioni di crescita del 6% nel 2024. L’economia ha inoltre registrato un’espansione costante, trainata da settori strategici come il turismo, l’informatica e l’agricoltura. La Banca centrale armena è riuscita a mantenere bassi e stabili i tassi di inflazione, mentre il Paese vanta anche una forza lavoro altamente istruita con un tasso di alfabetizzazione superiore al 99%.

Infine, la pubblicazione precisa che la legge sugli investimenti esteri “consente la partecipazione illimitata di capitale straniero, garantendo la parità di trattamento tra investitori stranieri e nazionali”, e il governo offre interessanti incentivi fiscali, come l’esenzione dall’Iva per i servizi turistici e significative agevolazioni fiscali per gli operatori di strutture ricettive. L’appartenenza all’Unione economica eurasiatica (Ueea) consente inoltre di accedere ad un mercato unico di circa 185 milioni di consumatori, e l’accordo di partenariato globale e rafforzato (Cepa) Ue-Armenia rafforza inoltre i legami con l’Unione europea.

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Formula 1 e Azerbaijan: un circuito controverso (Multiformula 13.09.24)

Il 15 settembre la Formula 1 sbarcherà a Baku, in Azerbaijan. Un circuito spettacolare, ma non senza controversie.

Il diciassettesimo round del campionato di Formula 1 2024 si svolgerà a Baku, in Azerbaijan, nel circuito cittadino noto per la sua imprevedibilità e per i colpi di scena che dal 2016 regala ai suoi spettatori. Quest’anno non sarà da meno: la posta in gioco fra i vari costruttori è alta, ogni punto è ormai vitale, e sono tanti i piloti ad essere affamati di vittoria. Nulla è da dare per scontato, e il mondiale è ancora tutto da disputare fra i tre principali contendenti: Red BullMcLaren e Ferrari. Tuttavia, rimane il fatto che il circuito di Baku sia ogni anno al centro di un polveroso occhio del ciclone. Insomma, non è tutto oro quel che luccica.

We Race As One: l’iniziativa sociale di Liberty Media

We Race As One Formula 1
Icon Sport

We Race As One”: così recitava lo slogan impiegato da Liberty Media alla Formula 1 dal 2020. Un inno all’inclusività, alle pari opportunità e al sostenimento dei diritti umani, promosso in prima persona dall’attivista e sette volte campione del mondo Lewis Hamilton. Questo progetto è stato ideato con l’obiettivo di sensibilizzare il grande pubblico e mettere in luce temi sociali importanti. Un’iniziativa promettente senz’altro, se non fosse che le prime contraddizioni si trovino proprio nel calendario delle gare del campionato stesso, in bella vista. È possibile supportare i diritti umani e, allo stesso tempo, organizzare gare in paesi dai regimi autoritari i quali continuano ripetutamente a violare gli stessi?

Il conflitto armeno-azero

Conflitto Azerbaijan Armenia
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La situazione politica tra Azerbaijan e Armenia è tesa dall’inizio del ‘900, quando entrambe rivendicarono la regione del Nagorno-Karabakh. Il Karabakh, infatti, ha un’elevatissima percentuale di popolazione armena; nel 1921, però, Stalin consegnò la regione all’Azerbaijan. Tuttavia, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, la popolazione armena nel Nagorno-Karabakh rivendicò l’indipendenza dall’Azerbaijan. Così, prese forma la Repubblica dell’Artsakh, non riconosciuta dal governo azero, che dal 1993 vede a capo la famiglia Aliyev.

Dopo un attacco iniziale dell’Azerbaijan al Karabakh nel 2020, mediato in seguito dalla Russia, il 19 settembre 2023 il regime di Aliyev riuscì ad ottenere la resa della Repubblica armena. Migliaia di armeni nella regione furono costretti a fuggire dalla zona, facendo così realizzare il progetto di polizia etnica del Nagorno-Karabakh messa in atto dal governo azero. Non a caso, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev si mette sempre in mostra in occasione del gran premio. Un tentativo sfacciato di nascondere l’oppressione del popolo armeno da lui architettata.

Lo sportwashing degli Aliyev Formula 1 Azerbaijan

Aliyev sul podio Formula 1 Azerbaijan
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In questo modo, il regime azero fa buon uso dello “sportwashing”. La Formula 1 viene utilizzata per attirare le luci dei riflettori, e così mettere in ombra l’oppressione e l’abuso del popolo armeno nel territorio. Il regime di Aliyev è infatti molto attento alla sua reputazione all’estero, specialmente in Occidente, e non vuole essere associato alla violazione dei diritti umani. Il gran premio dell’Azerbaijan viene strumentalizzato e usato come capro espiatorio. Così, ogni anno, celebrità, figure politiche e appassionati di motorsport vengono attirati a Baku. L’intento è godersi lo spettacolo offerto da uno dei più noti circuiti cittadini nel calendario. Nel frattempo, però, le prigioni azere pullulano di dissidenti politici e prigionieri armeni.

Le controversie di Liberty Media

Aliyev sul podio Formula 1 Azerbaijan
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Baku è un circuito mozzafiato, e uno dei circuiti cittadini più noti. Liberty Media ogni anno offre uno spettacolo senza eguali, mettendo 20 monoposto a superare i 300km/h tra le strade del centro cittadino, racchiuse da monumenti ed edifici centenari. Nel frattempo, ripulisce la sua immagine tramite iniziative sociali, tra le quali è inclusa anche la F1 Academy. Ma come mai, per Liberty Media, una causa vale più di un’altra?

In occasione dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, è stata presa la scelta di eliminare il gran premio di Sochi dal calendario per quell’anno e per i successivi; inoltre, il pilota russo Nikita Mazepin è stato rilasciato dal suo contratto con la Haas, insieme allo sponsor Uralkali. Perché, per il motorsport, un’oppressione è più grave di un’altra? “We Race As One”, appunto, recitava lo slogan. Ma, come scrisse Orwell: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

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L’Azerbaigian protagonista della politica internazionale nelle ultime settimane (Marx21 13.09.21)

Negli ultimi tempi, l’Azerbaigian ha attirato l’attenzione internazionale per eventi di grande rilevanza, tra cui l’incontro tra il presidente Ilham Aliyev e il russo Vladimir Putin, l’invito a partecipare al vertice BRICS+, le recenti elezioni legislative e le trattative per l’accordo di pace con l’Armenia.

Nelle ultime settimane, l’Azerbaigian, piccola repubblica caucasica di grande importanza strategica per la sua posizione geografica e per le sue materie prime, si è trovato al centro dell’attenzione degli osservatori di politica internazionale per il susseguirsi di diversi eventi di rilevanza nazionale, regionale e globale.

Innanzitutto, come abbiamo avuto di sottolineare in un nostro recente articolo, il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev ha avuto modo di accogliere il suo omologo russo Vladimir Putin tra il 18 e il 19 agosto, un’occasione nella quale i due leader hanno stretto diversi accordi di cooperazione nel settore energetico e in altri campi. Inoltre, in questa stessa occasione Putin ha invitato Aliyev a prendere parte al prossimo vertice dei BRICS+ previsto a Kazan’, il primo vertice dell’organizzazione dalla sua recente espansione di inizio anno.

Come sottolineato dal vice ministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov, la Russia non solo ha invitato il Paese caucasico a prendere parte al vertice di Kazan’, ma sostiene risolutamente l’adesione dell’Azerbaigian ai BRICS+: “Sosteniamo la candidatura dell’Azerbaigian. Crediamo che sia un candidato forte, che, una volta entrato nei BRICS, introdurrà certamente una dinamica aggiuntiva e un’esperienza unica, inclusa l’esperienza di lavorare su più agende contemporaneamente e in chiave costruttiva, caratteristica molto tipica dei BRICS“, ha detto Rjabkov in conferenza stampa. L’Azerbaigian fa infatti parte della lunga lista di Paesi che hanno manifestato il proprio interesse per aderire alla piattaforma multilaterale, di cui la Russia è uno dei membri fondatori.

Il 1º settembre, in Azerbaigian si sono svolte anche le elezioni legislative, le prime da quando il Paese ha preso il controllo del Nagorno-Karabakh a seguito del conflitto con la vicina Armenia. I nuovi territori sono stati separati nelle regioni del Karabakh e dello Zangezur Orientale, e per la prima volta hanno preso parte alle elezioni nazionali azerbaigiane.

Nessun osservatore aveva comunque dubbi sulla vittoria del Partito Nuovo Azerbaigian (Yeni Azərbaycan Partiyası, YAP), del presidente Ilham Aliyev, che sin dall’indipendenza della repubblica caucasica occupa il ruolo di prima forza politica del Paese. In effetti, il partito di governo ha conquistato 68 dei 125 seggi nel Milli Majlis (parlamento unicamerale) del Paese, mantenendo la maggioranza assoluta degli scranni nonostante una perdita di due unità. Presentatasi molto frammentata, l’opposizione ha ottenuto tredici seggi con dieci partiti diversi: il ruolo di prima forza di opposizione spetta al Partito di Solidarietà Civica (Vətəndaş Həmrəyliyi Partiyası, VHP), con tre rappresentanti. Ben 46 seggi sono invece stati conquistati da candidati che si sono presentati come indipendenti. Nel complesso, le elezioni sono state caratterizzate da una bassa affluenza (37,24%).

Proprio nell’ambito del conflitto tra Azerbaigian e Armenia, le due parti sono ora impegnate nei colloqui per raggiungere un accordo di pace, che verosimilmente consoliderà la posizione di Baku sui territori conquistati. Lo stesso primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha infatti affermato che l’Armenia non intende riprendersi i territori persi con mezzi militari, il che rappresenta di fatto una tacita rinuncia alle terre perdute. “L’opposizione ci critica per non aver preso misure per riconquistare i territori occupati, con una superficie di oltre 200 chilometri quadrati. Per essere chiari, il territorio dell’Armenia, con una superficie di 29.743 chilometri quadrati, non è oggetto di discussione per noi. Tuttavia, non abbiamo intenzione di riprenderci questi territori con mezzi militari, né oggi né domani, perché crediamo che sia possibile restituirli pacificamente. Pertanto, l’Armenia non ha intenzioni aggressive“, ha affermato.

Secondo Pashinyan, Armenia e Azerbaigian stanno procedendo per stipulare un trattato di pace, la cui ultima bozza ha 17 articoli, 13 dei quali sono stati completamente concordati da entrambe le parti, compresa la premessa. Questa versione è stata confermata anche dal presidente Aliyev, secondo il quale le due parti si sono già accordate sull’80% degli articoli del trattato di pace, e fino ad ora hanno concordato sulla demarcazione di 13 km di confine.

Il capo del governo di Erevan ha dunque proposto a Baku di firmare i 13 articoli concordati fino ad ora prima di proseguire con in colloqui per trovare un compromesso sui restanti quattro. Gli accordi dovrebbero includere anche un collegamento tra l’Azerbaigian e la Repubblica Autonoma di Naxçıvan, regione azerbaigiana distaccata dal resto territorio nazionale, raggiungibile solo passando attraverso il territorio armeno.

Al momento, Erevan e Baku stanno portando avanti le negoziazioni secondo un formato bilaterale, ma la Russia resta a disposizione per effettuare il ruolo di mediatore in caso di necessità: “La Russia non ha mai abbandonato il suo ruolo di ‘mediatore onesto’ nel processo di negoziazione tra Armenia e Azerbaigian“, ha affermato Sergej Kopyrkin, ambasciatore russo in Armenia. “I recenti contatti del presidente russo Vladimir Putin con i partner, in particolare la sua visita di stato in Azerbaigian il 18-19 agosto e le conversazioni telefoniche con Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev, durante le quali sono stati enfatizzati i temi della normalizzazione armeno-azera, ne sono una chiara conferma“. Il rappresentante diplomatico ha inoltre sottolineato che è stato grazie agli sforzi della Russia e di Putin personalmente che è stato possibile fermare la guerra del 2020 e sviluppare e implementare un meccanismo del gruppo di lavoro trilaterale per sbloccare i collegamenti economici e di trasporto.

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MEDIO ORIENTE/LIBANO – Le spoglie del cardinale Agagianian tornano in Libano (Agenzia Fides 13.09.24)

Beirut (Agenzia Fides) – Gioia e commozione in Libano: le spoglie del Servo di Dio, cardinale Agagianian, figura di spicco della Chiesa del XX secolo, sono tornate a casa. I suoi resti riposavano dal 1971 nella chiesa di San Nicola da Tolentino, adiacente al Pontificio Collegio Armeno, nel cuore di Roma, a pochi passi dal palazzo del Dicastero di Propaganda Fide che guidò dal 1960 al 1970 come Prefetto.

Il volo da Roma-Fiumicino è decollato nella giornata di ieri per giungere a Beirut in serata. Oltre al Patriarca Minassian, alla cerimonia di accoglienza, erano presenti ance il primo ministro libanese Najīb ʿAzmī Mīqātī e diverse personalità religiose, politiche e della società civile.

Le spoglie, poste quindi in una teca di vetro, sono state poi portate in auto nel cuore della capitale, piazza dei Martiri, dove si è tenuta una solenne cerimonia.

A portare il feretro verso l’altare allestito per l’occasione, 12 giovani in rappresentanza delle diverse confessioni religiose del Paese. Migliaia le persone presenti, assieme ad autorità civili e religiose. In tanti, al passaggio delle reliquie, hanno allungato una mano cercando di toccare la teca per chiedere benedizioni.

Alle preghiere iniziali è seguita la proiezione di un documentario sulla vita del Patriarca. Una vita, quella di Agagianian, dai tratti singolari e con diversi intrecci che hanno unito questo figlio del popolo armeno all’opera di quella che un tempo si chiamava Congregazione di Propaganda Fide, nell’orizzonte universale della missione affidata da Cristo alla sua Chiesa (vedi Fides 28/10/2022).

Nato il 18 settembre del 1895 ad Akhaltisikhe, in Georgia, Ghazaros Lazarus Agagianian era partito per Roma appena 11enne, per formarsi al sacerdozio. Fu eletto Patriarca di Cilicia degli Armeni a soli 42 anni. Papa Pio XII lo aveva creato Cardinale nel 1946. Giovanni XXIII gli affidò l’ufficio di Pro-Prefetto e poi di Prefetto della Congregazione Propaganda Fide, divenendo il primo Prefetto a visitare personalmente le missioni in Africa, Asia e Oceania.

Agagianian ebbe un ruolo rilevante anche durante il Concilio Vaticano II come Moderatore e Presidente della Commissione per le Missioni.

“In questi giorni difficili e nei pericoli che circondano il Libano, abbiamo deciso di portare qui le spoglie del Servo di Dio per un obiettivo alto, per mostrare al mondo che siamo la nostra coesione, solidarietà e amore reciproco tra le confessioni religiose e tutti i partiti. Per questo a portare qui sull’altare la teca sono stati 12 giovani in rappresentanza del nostro popolo”, le parole pronunciate dal Patriarca della Chiesa armeno-cattolica, Raphaël Bedros XXI Minassian.

“Chiedo a Dio e al suo Servo Agagianian di guardare ciascuno di noi e di guidarci in questi giorni difficili che stiamo attraversando. Prendiamo l’iniziativa per la riconciliazione nazionale e politica affinché la nostra patria, il Libano, possa ritrovare la sua bellezza”, ha concluso Minassian.

Terminata la cerimonia, durata quasi due ore, tra canti, inni e preghiere, il corpo del cardinale è stato portato in processione verso la cattedrale armeno cattolica dei Santi Elia e Gregorio Illuminatore, dove è stato deposto in un nuovo sepolcro. (F.B.) (Agenzia Fides 13/9/2024)

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Il Libano accoglie le spoglie del Cardinale Agagianian (AciStampa)

Beirut: la traslazione del patriarca Aghagianian fra speranze di pace e riconciliazione (AsiaNews)

Traslate in Libano le spoglie del cardinale Agagianian (Lanuovaqg)

Il cardinale Agagianian riposa nella Terra dei cedri