Scintille fra Baku e Parigi (Osservatorio Balcani e Caucaso 03.06.24)

Incrinati con la guerra per il Nagorno Karabakh, i rapporti tra Azerbaijan e Francia si sono ulteriormente deteriorati dopo la rinnovata cooperazione militare tra Armenia e Francia. E ora Parigi accusa Baku di approfittare della crisi in Nuova Caledonia per interferire negli affari francesi

03/06/2024 –  Marilisa Lorusso

I rapporti Baku-Parigi hanno conosciuto un progressivo deterioramento sullo sfondo della riconquista del Karabakh, ma anche del quadro più grande e complesso dei rapporti Ankara-Parigi. Se questo ultimo capitolo meriterebbe una trattazione a sé stante, per il primo va ricordato che la Francia era uno dei co-mediatori del Gruppo di Minsk, di cui oggi il presidente azero Ilham Aliyev chiede a gran voce il formale scioglimento.

Dall’inizio della guerra nel 2020, e nei tre anni che hanno segnato la progressiva scomparsa del Nagorno Karabakh, l’Eliseo ha sollecitato l’accesso libero delle organizzazioni umanitarie alle aree colpite dal conflitto e ha insistito sulla necessità di una forza di interposizione e sul dialogo tra secessionisti armeni e Baku.

La Francia ha dimostrato il suo impegno nel dispiegamento della missione civile di monitoraggio dell’Unione Europea in Armenia. Nonostante il nervosismo dell’Azerbaijan per il supporto francese a Yerevan, Parigi ha cercato di mantenere un ruolo negoziale.

Tuttavia, le relazioni tra Parigi e Baku sono tali da aver reso impraticabile una triangolazione negoziale. Nel 2023 si è tenuto un unico incontro esplorativo a cinque (Baku, Yerevan, Bruxelles, Berlino e Parigi), ma l’Azerbaijan ha poi rifiutato di partecipare al vertice di Granada, riducendo il formato a quattro, e in qualsiasi altro formato che prevedesse la presenza francese.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il lancio della cooperazione militare Yerevan-Parigi: l’Armenia è passata dall’acquistare il 90% delle proprie armi dalla Russia a meno del 10%: dopo la debacle militare del Karabakh, con armi pagate alla Russia e mai arrivate, Yerevan si è attivata per differenziare i propri fornitori, e fra questi c’è la Francia.

A febbraio, per la prima volta nella storia, un ministro della Difesa francese  si è recato a Yerevan e fra i recenti contratti c’è la vendita del radar Ground Master.

I radar Ground Master, che rilevano varie minacce aeree compresi i droni, hanno diverse portate: il GM 400 Alpha 500 chilometri e il GM 200 250-350 chilometri. L’Armenia ha comprato tre GM 200. Il produttore Thales, di proprietà dello Stato francese e di Dassault Aviation, è il principale in Europa  e si colloca al terzo posto a livello mondiale dietro Lockheed Martin e Raytheon.

Il nervosismo azero sta aumentando esponenzialmente e Baku ha aperto un fronte di guerra verbale a tutto campo contro la Francia, in ogni forum e in ogni occasione, accusando Parigi di colonialismo e promuovendo una campagna di decolonizzazione contro di essa.

Nuova Caledonia, ma non solo

Come riportato da tutte le principali testate mondiali, una crisi sta attraversando la Nuova Caledonia, collettività francese d’oltremare che è passata sotto il controllo di Parigi dal 1853.

Dopo una serie di referendum che hanno sempre visto sempre visto sconfitte le forze indipendentiste, anche a causa del loro reiterato boicottaggio del voto, una riforma elettorale nell’isola nell’Oceano Pacifico sudoccidentale ha infiammato le strade, con conseguente dichiarazione dello stato di emergenza e l’intervento dell’esercito in questi giorni.

Non è la prima volta che la questione dell’indipendenza assume la forma di lotta violenta, ma è la prima volta che l’Azerbaijan è coinvolto.

A gennaio un giornalista azero è stato arrestato in Nuova Caledonia. Ad aprile il parlamento azero ha firmato un memorandum  di cooperazione con il corrispondente congresso della Nuova Caledonia. Il ministro francese degli Interni e dei Territori d’Oltremare Gérald Darmanin, ha descritto le azioni dell’Azerbaijan come “un’interferenza estremamente dannosa”.

Con l’inizio della sommossa, il Gruppo che si occupa a Baku delle questioni dei territori d’Oltremare francesi ha rilasciato una dichiarazione di condanna dell’operato di Parigi.

Gérald Darmanin ha ribadito  le sue accuse di interferenza azera negli affari francesi e aggiungendo: “L’Azerbaijan sta cercando di utilizzare la questione caledoniana (…) per rispondere alla difesa degli armeni e al massacro degli armeni da parte del potere azero. (…) Questi ‘protocolli politici’ firmati tra alcuni rappresentanti separatisti e la dittatura azera non sono ovviamente possibili nel senso politico del termine, e non sono nemmeno moralmente accettabili (…). È deplorevole che alcune figure separatiste vedano l’Azerbaijan come un’ancora di salvezza. Questo accordo solleva interrogativi sul profondo desiderio di un certo numero di gruppi che hanno preso l’Azerbaijan come modello politico – che non deve essere quello che dovrebbe svilupparsi in Nuova Caledonia”.

Il Ministero degli Esteri azero ha definito tali dichiarazioni “del tutto inaccettabili”. Il 21 maggio la senatrice francese Valérie Boyer ha twittato  a favore del congelamento dei beni azeri in Francia, come precedentemente votato dal Senato nel 2022, e ha suggerito che tali beni fossero utilizzati per riparare significativi danni materiali in Nuova Caledonia. Ha anche chiesto la solidarietà dell’Unione europea taggando Ursula von der Leyen nel suo messaggio.

Ma non c’è solo la Nuova Caledonia nel mirino di Baku. È stato formato anche un gruppo di supporto del parlamento azero per i Corsi, poiché Baku ha anche ingaggiato una campagna  per l’indipendenza della Corsica e lo stesso presidente Aliyev ha ricordato in svariate occasioni la questione corsa.

E il 30 maggio scorso il Milli Majlis (parlamento azero) ha ospitato una conferenza dal titolo “Il diritto alla decolonizzazione della Polinesia francese: sfide e prospettive”  alla presenza di una delegazione composta da membri dell’Assemblea della Polinesia francese e da rappresentanti del partito indipendentista “Tavini huiraatira” (che ha vinto 38 dei 57 seggi dell’Assemblea della Polinesia francese durante le elezioni legislative dell’aprile 2023)

Francesi in Azerbaijan

Contestualmente all’aumento della tensione fra Baku e Parigi cambiano anche le condizioni per la presenza francese in Azerbaijan.

Fra dicembre e gennaio una “rete di spionaggio francese” è finita nel mirino delle autorità di Baku, e due diplomatici francesi  sono stati dichiarati persona non grata ed espulsi dal paese, misura poi reciprocata da Parigi  con due funzionari azeri.

Legato a questa accusa di spionaggio è l’arresto dell’imprenditore francese Martin Ryan  che operava a Baku ed era peraltro grande sostenitore della cooperazione con l’Azerbaijan.

Ryan è da dicembre nelle carceri del paese, e nonostante i tentativi dell’Eliseo di ottenerne la scarcerazione la sua detenzione, ad aprile, è stata prolungata di altri 4 mesi  .

Nello stesso mese è stato reso noto che la scuola di lingua francese di Baku  , il Bakı Fransız Liseyi, interromperà le sue attività. Fondata nel settembre 2013 per fornire istruzione agli stranieri francofoni e agli azeri che desiderano studiare il francese, la scuola attualmente conta 200 studenti.

Una lettera è stata inviata ai genitori degli studenti a nome della direzione per rendere noto che l’istruzione continuerà fino a fine anno scolastico, ma il liceo non sarà operativo dalla ripresa delle lezioni dopo le vacanze estive.

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“L’Isola Armena a Venezia: San Lazzaro degli Armeni, un Tesoro Culturale nell’Incanto della Laguna”. Recensione a cura di Alessandria today (Italianewsmedia 02.06.24)

L’Isola Armena di San Lazzaro degli Armeni, sospesa tra l’arte e la storia nella laguna di Venezia, è il fulcro di un patrimonio culturale straordinario, narrato con maestria nel resoconto appassionato e informativo che s’intitola “L’Isola Armena a Venezia.”

Grazie a questo libro, il lettore è trasportato attraverso i secoli, dall’epoca dei benedettini di Sant’Ilario alla sua trasformazione in lebbrosario, rifugio per i poveri e accogliente dimora per i domenicani espulsi da Creta. Tuttavia, è il Settecento che segna un punto di svolta cruciale quando la Repubblica di Venezia concede l’isola a un gruppo di monaci armeni in fuga da Modone, nel Peloponneso.

La figura chiave di Mechitar, sepolto nella chiesa dell’isola, emerge come un architetto fondamentale della rinascita della letteratura armena e del rafforzamento della comunità di San Lazzaro. Il suo contributo alla restaurazione del monastero e alla creazione di una biblioteca indipendente, oltre all’istituzione di una tipografia, è raccontato con eloquenza.

San Lazzaro, durante l’invasione napoleonica, resta inviolata grazie al suo status di accademia di scienze, conferendole protezione imperiale. La narrativa si snoda attraverso i corridoi della pinacoteca, del museo e della biblioteca, custodi di oltre 170.000 volumi, tra cui 4.500 manoscritti. Il legame con il resto del mondo si manifesta in reperti archeologici, dipinti e persino una mummia egizia dell’800 a.C., arricchendo l’isola di una varietà di tesori.

Il libro presenta anche il prezioso lavoro dei monaci, custodi di roseti che danno vita a una marmellata speciale, la vartanush, tramite una ricetta armena. La descrizione dei dettagli culinari aggiunge un tocco di autenticità e connessione con la vita quotidiana sull’isola.

In conclusione, “L’Isola Armena a Venezia” è una guida appassionante e dettagliata attraverso uno dei gioielli culturali della laguna di Venezia. Un viaggio che porta i lettori a immergersi nella storia, nell’arte e nella spiritualità di San Lazzaro degli Armeni, evidenziando l’importanza di preservare e celebrare il ricco patrimonio dell’isola.

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La commissaria Simson elogia il regime di Aliyev, PPE: “Preoccupazione per diritti umani”. (Sardegnagol 02.06.24)

La Commissione europea continua a imbarazzare l’Unione europea attraverso le dichiarazioni dei suoi commissari. A cadere sotto la lente del Parlamento europeo, recentemente, l’intervento della commissaria per l’Energia Kadri Simson tenuto in occasione della sessione inaugurale del Consiglio consultivo del corridoio meridionale del gas.

Un discorso, come ricordato dalle eurodeputate del Partito Popolare Europeo, Anja Haga e Miriam Lexmann, nel corso del quale l’esponente della Commissione von der Leyen si è congratulata con il presidente Aliyev dell’Azerbaigian per la sua rielezione, definendo l’Azerbaigian un partner fidato che ha il pieno sostegno dell’Unione Europea.

Dichiarazioni improbabili, secondo le due eurodeputate del PPE: “Il Parlamento ha recentemente e ripetutamente espresso la sua preoccupazione per la situazione dei diritti umani in Azerbaigian e per le politiche aggressive del regime azero contro l’Armenia, che hanno portato anche alla pulizia etnica della regione del Nagorno-Karabakh dal settembre 2023″.

Condotte, recentemente, che hanno portato gli stessi eurodeputati/e a chiedere attraverso una risoluzione, approvata con 491 voti favorevoli, 9 contrari e 36 astensioni, una revisione delle relazioni dell’Ue con l’Azerbaigian e la sospensione dei negoziati sul partenariato Ue-Azerbaigian e sull’attuale protocollo d’intesa energetico con Baku. Il Parlamento, infatti, ha invitato l’UE a intraprendere una revisione globale delle sue relazioni con Baku e a ridurre la sua dipendenza dalle importazioni di gas azero e, in caso di aggressione militare o attacchi ibridi contro l’Armenia, a bloccare completamente le importazioni dell’Ue di petrolio e gas dall’Azerbaigian: “Sviluppare un partenariato strategico con un Paese come l’Azerbaigian – ricordano dal Parlamento europeo – che viola palesemente il diritto internazionale e gli impegni internazionali e ha un allarmante record in materia di diritti umani, è incompatibile con gli obiettivi della politica estera dell’Ue”.

Altro che pieno sostegno dell’Unione al Paese caucasico come dichiarato dalla Kadri Simson. Esponente, alla luce della recente fuga degli armeni dal Nagorno-Karabakh, le cui affermazioni condivise nel corso del Consiglio consultivo del corridoio meridionale del gas di marzo 2024 non possono che confermare un notevole livello di disagio e di incorerenza della Commissione verso il tema dei diritti umani.

Diritti, come dichiarato in una nota del Parlamento europeo, che sono stati violati per gli oltre 100mila armeni costretti a fuggire dall’enclave dopo l’ultima offensiva azera. Un esodo forzato, secondo la risoluzione del Parlamento europeo, sul quale bisogna indagare per approfondire sugli abusi commessi dalle truppe azere che potrebbero costituire crimini di guerra.

“Esprimendo una seria preoccupazione per le dichiarazioni irredentiste e provocatorie del presidente Ilham Aliyev e di altri funzionari azeri che minacciano l’integrità territoriale dell’Armenia, gli eurodeputati mettono in guardia Baku da ogni potenziale avventurismo militare e chiedono alla Turchia di frenare il suo alleato, condannando, inoltre, il coinvolgimento della Turchia nell’armamento dell’Azerbaigian e il suo pieno sostegno alle offensive di Baku sia nel 2020 che nel 2023”, si legge ancora nella nota del Parlamento europeo. Uno statement decisamente in contrasto con il presunto “pieno sostegno dell’Ue all’Azerbaigian” dichiarato dalla Kadri Simson.

Commissione europea che ha però dichiarato di aver ripetutamente invitato l’Azerbaigian a rispettare i propri obblighi internazionali, criticando inoltre la detenzione di oppositori politici e giornalisti”, come dichiarato dall’Alto Rappresentante dell’Ue Josep Borrell.

“L’UE – ricorda ancora Borrell – ha invitato l’Azerbaigian a garantire i diritti degli armeni nel Karabakh, compreso il diritto di ritornare alle proprie case senza intimidazioni e discriminazioni”. Al momento, però, in Armenia si sta consumando una importante crisi umanitaria verso la quale poco possono fare le risorse stanziate dall’Ue, circa 17 milioni di euro.

La Commissione europea, sempre per il tramite dell’Alto rappresentante, ha poi avvertito la necessità di ribadire l’importanza dell’accordo energetico con l’Azerbaigian, il Protocollo d’Intesa sull’Energia, per “ridurre la dipendenza dalla Russia” e “diversificare le proprie fonti energetiche”.

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Svelato il messaggio del pellegrino armeno sullo stipite della porta della Cattedrale di Salerno (Youtube 2.06.24)

“Santo Apostolo abbi pietà dell’anima di Daniele e di me pellegrino. Amen”: è la scritta incisa in lingua armena che si trova sullo stipite sinistro della porta centrale della Cattedrale di Salerno. E’ stata “svelata” nei giorni scorsi e presentata ai fedeli di Salerno per iniziativa dell’Ufficio Cultura e Arte dell’Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, in collaborazione con la Fondazione Alfano I, in occasione dell’evento “L’antica iscrizione del Duomo di Salerno: sulle tracce degli armeni a Salerno e in Italia”. Per l’occasione, è stato presentato l’opuscolo bilingue che racconta e descrive il significato dell’iscrizione lasciata dalpellegrino armeno giunto a Salerno per venerare le Reliquie di San Matteo Apostolo. Inaugurata anche una colonnina descrittiva che consentirà ai visitatori di interpretare l’incisione. Intervista a Lorella Parente, Docente di Teologia Dogmatica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Matteo di Salerno.

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Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere (Italiatavola 02.06.24)

Non resta tanto tempo per assaggiare una delle ultime bottiglie di Takri rimaste in circolazione. Da quando l’Azerbaigian, con una veloce e micidiale offensiva militare nel settembre 2023, ha preso l’intero controllo dell’Artsakh – sotto cui si riconoscevano oltre centomila armeni della regione separatista del Nagorno Karabakh – la famiglia Kaprelian è stata costretta a lasciare in fretta e furia la sua terra così come la cantina che aveva a Stepanakert, riuscendo a portare in salvo appena 400 bottiglie su centomila: ormai è una vera e propria rarità riuscire a trovarne ancora. La storia travagliata del Takri – già nel 2020, durante la seconda guerra del Nagorno Karabak, la produzione era stata interrotta per la perdita di tutti i vigneti nel distretto di Hadrut – è un po’ la storia di tutta l’Armenia.

L’Armenia tra passato e futuro

E infatti c’è sempre un filo di malinconia passeggiando per la capitale, Yerevan: è inevitabile in un paese che da sempre ha subito dominazioni – da Persiani agli Ottomani, senza dimenticare i settant’anni di Urss – vissuto il dramma di un genocidio e combattuto conflitti fino ai giorni nostri, perdendo un’intera generazione sotto il fuoco degli ipertecnologici droni azeri.

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

La monumentale scalinata di Yerevan Foto: Tourism Committee of Armenia

 

Lo stampo sovietico dei grandi viali, delle piazze per le adunate – come quella dedicata a Lenin, poi ribattezzata “della Repubblica”, simbolo della nuova Armenia e punto di ritrovo per i giovani («Ci vediamo sotto la Torre dell’Orologio», la frase-rito della Generazione Z nata e cresciuta dopo il 1991, anno dell’indipendenza da Mosca) – e dei palazzoni di edilizia popolare noti come Chrušcëvka, è un tratto caratteristico di tutta l’Europa Orientale. E non poteva essere diversamente per Yerevan considerando che la città, dove vive la metà di tutta la popolazione armena, tre milioni in totale, fu costruita praticamente da zero dai sovietici su progetto dell’architetto Alexander Tamanian.

Un viaggio indietro nel tempo lo regalano le tante Lada Zhiguli, Fiat-124 in versione sovietica, che ancora oggi sfrecciano (più o meno sgangherate) per le strade. Poi improvvisamente, basta girare l’angolo, e si finisce per camminare lungo vie alberate (la città, oltre a essere verdissima, è anche molto pulita) con bei palazzi ottocenteschi, hotel, locali, bar e ristoranti alla moda all day eating. Come Vostan, uno dei pochi indirizzi che in carta ancora propone bottiglie di Takri Riserva, rosso ottenuto dal vitigno autoctono dell’Artsakh: il Khndoghni o Sireni.

Dunque, un continuo contrasto, tra passato e futuro, malinconia e vitalità, fragilità e resilienza. Questa è l’Armenia: una Nazione che nel periodo della sua massima espansione, tra il 95 e l’85 a.C., con i suoi 300mila chilometri quadrati era chiamata il “Regno dei tre mari” (aveva sbocchi su mar NeroCaspio Mediterraneo), per poi finire a essere poco più grande della Sicilia. Sulla carta geografica a metà tra Oriente e Occidente, ma con la testa rivolta all’Unione Europea (di una potenziale richiesta di adesione ha parlato di recente il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan, un progetto che difficilmente vicini “scomodi” come Iran e Russia, con cui l’Armenia ha intensi rapporti commerciali quanto a materie prime, permetteranno si realizzi) questo paese ha avuto una storia sempre molto tribolata e segnata da ostilità. A ricordare tutto il sangue versato (non a caso il rosso è uno dei colori della bandiera armena, insieme al blu e all’arancione che rispettivamente simboleggiano la pace e il frutto nazionalel’albicocca e in particolare la varietà Shalakh) ogni anno il 24 aprile si commemora il Medz Yeghern: il primo genocidio del XX secolo, a cui pare Hitler si ispirò, che portò alla morte di oltre un milione e mezzo di armeni per mano dei turchi (il governo di Ankara non solo non lo riconosce ma anche solo parlarne lo considera un reato).

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

Il frutto nazionale, l’albicocca e in particolare la varietà Shalakh

 

All’epoca dello sterminio l’Armenia faceva parte dell’Impero Ottomano che, nel progetto di panturchismo del movimento nazionalista dei Giovani Turchi, doveva essere purificato dalla sua minoranza più numerosa: così donne, bambini e anziani vennero deportati in una zona desertica al confine con la Siria, tra torture, fame e malattie, mentre gli uomini (in particolare intellettuali, artisti, banchieri, orafi, medici) trucidati in massa.

E proprio qualche settimana fa al Memoriale del Genocidio a Yerevan si è ricordato il 109° anniversario di questa strage silenziosa avvenuta a due passi dall’Europa: un luogo fortemente evocativo dove, oltre a un lungo muro con incisi i nomi dei villaggi sterminati e a un monumento con dodici lastre, tante quante sono le regioni dell’Armenia storica (detta Hayastan, da un discendente di Noè di nome Haik e il suffisso Stan, che vuol dire territorio), dove arde una fiamma tenuta sempre accesa, c’è una stele alta più di 40 metri a simboleggiare l’unità nazionale: fa impressione pensare che di sette milioni di armeni nel mondo, più della metà viva all’estero (in particolare negli Stati Uniti e in Francia). Proprio come lo chansonnier Charles Aznavour, uno dei figli più famosi della diaspora armena.

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

Il Memoriale del Genocidio a Yerevan

 

L’Armenia terra di vino e della cantina più antica al mondo

Ma l’attaccamento è fortissimo e negli ultimi anni si sono intensificati gli investimenti nella madrepatria, in particolare nel comparto vitivinicolo che può vantare una tradizione antichissima. Non a caso sarà proprio l’Armenia a ospitare, dall’11 al 13 settembre 2024, l’ottava edizione della Global Conference on Wine Tourism organizzata dall’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite.

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

Vineyard Ararat Khor Virap

 

Tra le esperienze in programma, anche la visita della “grotta degli uccelli”, nella regione montagnosa di Vayots Dzor a un centinaio di chilometri da Yerevan, dove è stata ritrovata quella che sembra essere la più antica cantina al mondo con utensili per la vinificazione e giare risalenti a più di seimila anni fa. Gli esperti sono ormai concordi nel riconoscere, infatti, che lo sviluppo della vitis vinifera sia avvenuto proprio nel Caucaso meridionale e che l’Armenia si possa definire la “culla” del vino.

Tra i vitigni più antichi (uno dei 350 autoctoni che si contano da queste parti) c’è sicuramente il Sev Areni, tra i grandi protagonisti del Rinascimento del vino armeno: la zona di maggior produzione è quella di Vayots Zdor, a sud est di Yerevan, con filari fino a quasi 2mila metri di altitudine. Altre varietà a bacca rossa molto diffuse sono Sireni Haghtanak; tra quelle a bacca bianca, Voskehat Kangun.

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

Tavush vineyard

 

E al tempo in cui l’Armenia diventò una Repubblica socialista sovietica alle dirette dipendenze di Mosca, la sempre maggior richiesta di cognac, particolarmente diffuso in Urss, insieme alla vodka, in quanto meno costoso del vino, fece convertire la produzione vinicola col risultato che piano piano il paese perse uno dei suoi tratti distintivi di cui oggi però si sta riappropriando. Questo anche grazie all’impegno di cantine che hanno voluto riscoprire e portare alla ribalta in tutto il mondo vitigni autoctoni, come Karas Wines (che all’inizio puntò su Malbec Chardonnay pensando fossero spariti i vitigni autoctoni), Zorah, che produce vini in anfora – non a caso Karasì è uno delle sue etichette di punta, quando per karas si intendono le anfore tradizionali – oppure Alluria, che produce vini naturali. Per approfondire il tema, da Armenia Wine Company, che utilizza, tra l’altro, macchinari di un’azienda veneta, c’è un interessante museo di Storia del vino (l’unico in tutta l’Armenia) dove di sottofondo suona la musica del grande compositore armeno Aram Khachaturian. L’atmosfera è molto suggestiva, proprio come la vista dalla terrazza della cantina sulle cime innevate dell’Ararat.

 

Yerevan, cosa vedere nella capitale dell’Armenia

In cima a una collina, nel Parco della Vittoria, la mastodontica statua di Madre Armenia, una figura femminile alta oltre venti metri, è lì a sorvegliare la città con un monito ben preciso: il suo sguardo fiero è rivolto alla Turchia e tra le mani afferra una spada, a raffigurare la determinazione del popolo armeno nel difendere la propria terra. Ecco la visita di Yerevan potrebbe iniziare da qui. Non solo come luogo emblematico, ma anche per il panorama che regala: all’orizzonte svetta l’Ararat, monte biblico, dove pare si posò l’Arca di Noè dopo il diluvio, e simbolo (perduto) dell’Armenia: Masis, chiamato così dai locali, fu ceduto dai sovietici ai turchi dopo lo scambio con Batumi, città dallo sbocco sul mare che oggi (ironia della sorte) fa parte della Georgia.

 

 

Questo vulcano spento dalle forme sinuose, il più alto dei due coni, il Grande Ararat, si innalza per 5.156 metri, è ben visibile anche salendo a Cascade, scalinata monumentale concepita in epoca sovietica e poi diventata nel tempo il fulcro della Yerevan dell’arte contemporanea: al suo interno c’è una galleria con la collezione del mecenate americano di origine armena Gerard Cafesjian, fuori invece è abbellita da installazioni e statue di Botero. La sera i dintorni si fanno molto vivaci perché pieni di locali e bistrot che attirano frotte di giovani.

Altra visita da non mancare a Yerevan è il Matenadaranbiblioteca, centro di ricerca e di restauro con oltre 23mila manoscritti, codici miniati e documenti antichi custoditi in un bell’edificio dall’architettura medievale in fondo al viale dedicato a Mesrop Mashtots, il monaco-linguista inventore dell’alfabeto armeno all’inizio del V secolo. Tra i pezzi più curiosi, tutti e due a tema religioso ed esposti uno accanto all’altro, un volume da quasi trenta chili di peso (alcune pagine sono conservate a Venezia, al monastero mechitarista di San Lazzaro degli Armeni) e uno di appena 19 grammi. Il gigante e la formica.

I monasteri da non perdere in Armenia

monasteri fortificati sparsi per tutta l’Armenia, molti ancora attivi nell’esercizio delle loro funzioni e aperti gratuitamente alle visite, sono tra i motivi che ogni anno attirano turisti da tutto il mondo (lo scorso anno i visitatori sono stati tre milioni, quanto l’intera popolazione): la loro particolarità, oltre all’inconfondibile stile architettonico (a pianta cruciforme con cupola) è il fatto di trovarsi molto spesso nascosti tra le montagne o addirittura scavati nella roccia a scopo difensivo.

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

Il monastero di Noravank incastonato in una stretta gola rocciosa a 1.400 metri d’altitudine Foto: Tourism Committee of Armenia

 

E anche durante l’epoca sovietica, questi affascinanti complessi religiosi espressione della Chiesa apostolica armena riuscirono a uscire indenni perché riconvertiti in magazzini per conservare merci e derrate alimentari. Uno dei più incantevoli è senz’altro quello di Noravank incastonato in una stretta gola rocciosa a 1.400 metri d’altitudine: il sito si compone di chiese di epoche diverse e quella trecentesca dedicata a Santa Madre di Dio è sicuramente la più fotografata di tutte. Questo perché la sua facciata decorata si distingue dalle altre per le due file di gradini stretti che collegano il piano superiore a quello inferiore, come a voler rappresentare simbolicamente l’ascesa verso il cielo.

La spiritualità e il senso di pace che emana un posto del genere da soli valgono tutto il viaggio; se poi si ha la fortuna di capitare in una giornata tersa, il contrasto tra il blu cobalto del cielo e il rosso ocra delle montagne circostanti è di forte impatto; venendo molto presto la mattina si riescono anche a incontrare gruppi di stambecchi.

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Il monastero di Khor Virap su una collina ai piedi del monte Ararat Foto: Tourism Committee of Armenia

 

Altro monastero da non mancare, quasi al confine con la Turchia (chiuso dal 1993 in segno di solidarietà verso l’Azerbaigian dopo il primo conflitto del Nagorno Karabakh ma che prossimamente pare aprirà ai cittadini di Stati terzi nell’ottica di una normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Yerevan) è quello di Khor Virap su una collina ai piedi del monte Ararat che nelle giornate limpide è ben visibile sullo sfondo: qui, nel 301 d.C. con la conversione del re armeno Tiridate III ad opera di San Gregorio l’Illuminatore, il Paese caucasico diventò il primo ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato (oggi il 97% della popolazione abbraccia questa fede). E ancora oggi si può scendere nell’angusto pozzo a sei metri di profondità in cui il Santo patrono dell’Armenia fu imprigionato per tredici anni quando i cristiani venivano perseguitati.

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Il monastero di Geghard, Patrimonio Mondiale Unesco

 

Patrimonio Mondiale Unesco è invece il monastero di Geghard, non lontano dalla capitale (40 chilometri da percorrere in un’ora di macchina su strade, a tratti, dissestate). In un canyon a 1.500 metri, questo bellissimo complesso medievale si caratterizza per avere alcune cappelle e sale sepolcrali ricavate dalla roccia, oltre ad un’astuzia che gli permise di resistere alle distruzioni degli invasori nel corso dei secoli: la facciata della chiesa ha un inusuale arco inflesso, diffuso nell’architettura islamica, a dimostrazione dell’apertura verso le altre religioni e nella speranza che, in caso di invasione, fosse mostrato lo stesso rispetto. E, come in tutti i monasteri d’Armenia in quanto caratteristica peculiare della sua architettura, una volta varcato l’ingresso si finisce nel gavit, una sorta di anticamera per i non battezzati dove decine di candele accese, l’aria che si fa più fresca e la poca luce che filtra dalle feritoie danno l’idea di una dimensione ultraterrena: sui muri di roccia basaltica un’infinità di iscrizioni, perché laddove i libri fossero stati bruciati, la pietra avrebbe continuato a raccontare.

Il Parco Nazionale di Dilijan e gli ultimi Molocani d’Armenia

In tutta l’Armenia è rimasto un solo villaggio popolato esclusivamente dai Molocani, minoranza russofona che dopo il distacco nel Seicento dalla Chiesa ortodossa russa ha subito repressioni e persecuzioni da parte di Mosca. E si trova proprio nel bellissimo Parco nazionale di Dilijan, oasi floro-faunistica a 100 chilometri da Yerevan, con boschi di faggi e querce, sorgenti d’acqua, laghetti di montagna, ampie vallate, verdissimi pascoli con cavalli allo stato brado, aquile che volteggiano in cielo, piccole malghe e preziosi resti archeologici, più di preciso, a Fioletovo.

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Fioletovo, l’unico villaggio rimasto popolato esclusivamente dai Molocani

 

Un’esperienza autentica da vivere è quella di far visita a una delle famiglie molocane, come quella composta da Lyuba e Anatoli Mikhailov con i loro tre figli, e mangiare tutti insieme: con 5mila Dram (l’equivalente di circa 12 euro) vi attende un pasto a base di zuppa borsch e pirožki, fagottini farciti con patate e cavolo, da accompagnare al kompot, bevanda analcolica – i molocani (dal russo moloco, latte) infatti non possono bere alcol – realizzata con acqua, zucchero e frutta a pezzettoni.

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Parco nazionale di Dilijan

 

Ma non si può lasciare Dilijan senza aver percorso prima uno dei tanti trekking e sentieri escursionistici che attraversano quest’area protetta di oltre duecento chilometri quadrati: volendo salire in cima al monte Dimats, e godere di un panorama con montagne a perdita d’occhio, si può optare per una gita in 4×4 con tanto di pic-nic finale a quota 2.400 metri.

Altro da non perdere in Armenia

In primavera, quando è periodo di fioritura di ciliegi e albicocchi, è un vero spettacolo per gli occhi visitare il tempio ellenistico di Garni, unico edificio pagano rimasto in tutto il Paese: costruito in posizione dominante sulla gola del fiume Azat nel I° secolo d.C., è circondato dalla Riserva naturale di Khosrov dove vivono ancora alcuni esemplari del rarissimo leopardo del Caucaso, oltre a lupi e orsi.

 

 

E non lontano da qui, nella valle del fiume Azat, si trova un altro tesoro nascosto dell’Armenia: la Sinfonia di pietre, impressionanti formazioni di pietra basaltica (alte fino a 50 metri ed estese per due chilometri) che somigliano a canne d’organo. Spostandosi verso est, in direzione del lago di Sevan, il “mare” degli Armeni a 1.950 metri, specchio d’acqua d’alta quota tra i più estesi al mondo, su cui si affaccia un interessante esempio (abbandonato) di architettura modernista sovietica, la Casa degli Scrittori, merita una tappa l’antico cimitero di Noraduz: una distesa di novecento khatchkar di epoche diverse (dal X al XVII secolo), le tipiche croci armene incise su stele di pietra che al tramonto si tingono di rosa. E poi Gyumri, la “città degli artisti” sopravvissuta al terribile terremoto del 1988: la sua area pedonale è un avvicendarsi di splendidi edifici dalle facciate in stile primi anni del Novecento che le hanno valso il titolo di perla Liberty d’Armenia.

Ma prima di andare via da quello che è il secondo centro per numero di abitanti dopo Yerevan va assaggiato il tipico panrkhash: piatto che si trova solo qui, a base di formaggio, cipolle caramellate e lavash, il sottilissimo (e squisito) pane armeno Patrimonio immateriale Unesco che insegnano a preparare, per esempio, nell’antico forno interrato del ristorante Tsaghkunk Glkhat a un’ora dalla capitale. Insieme al gata, dolce tradizionale dall’impasto di farina, burro, yogurt, zucchero e dal ripieno di frutta secca, il lavash è una delle tante meraviglie da scoprire in quella che è senza dubbio una delle mete enogastronomiche del futuro, a un passo da casa nostra. Quattro ore di volo, e che lo spettacolo abbia inizio.

 

 

Dove dormire in Armenia

Per partire alla scoperta dell’Armenia vi consigliamo due hotel in cui soggiornare. Il primo è l’Holiday Inn Republic Square. Situato nel cuore di Yerevan, questo hotel non solo offre un alloggio confortevole ma anche un ristorante che serve piatti tradizionali con un tocco moderno.

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

Una delle stanze dell’Holiday Inn Republic Square

 

È un ottimo punto di partenza per esplorare la città. Il secondo è Dilijazz Hotel & Restaurant. Situato a Dilijan, l’hotel ha camere confortevoli e moderne e il ristorante che combina l’ospitalità armena con la cucina locale. È il posto perfetto per rilassarsi e gustare piatti autentici immersi in un ambiente naturale.

Viaggio in Armenia, la vera patria del vino: ecco perché e cosa vedere

Una delle stanze del Dilijazz Hotel

 

Dove mangiare in Armenia

Ecco invece una selezione di ristoranti da segnare per assaporare la vera cucina armena. Partiamo da Lusik Aguletsi Museum and Art Café. Questo caffè-ristorante a Yerevan offre una combinazione unica di arte e gastronomia: godetevi i piatti tradizionali armeni circondati da opere d’arte locali e una meravigliosa atmosfera storica. MOV Restaurant è, invece, un ristorante elegante nel centro di Yerevan che offre una vasta gamma di piatti internazionali e armeni. La sua atmosfera raffinata e il servizio eccellente lo rendono una scelta perfetta per una cena speciale. Mayrig vi porterà nel cuore della tradizione culinaria armena con i suoi piatti ricchi e saporiti. Situato a Yerevan, è famoso per il suo menu che celebra le ricette familiari tramandate di generazione in generazione.

 

 

Da non perdere anche il ristorante Vostan. Con un’atmosfera accogliente e un’attenzione ai dettagli, Vostan offre piatti tradizionali armeni preparati con ingredienti freschi e locali. È un luogo ideale per una cena rilassante con amici o familiari. 7 Qar è noto, invece, per la sua cucina creativa che mescola tradizione e innovazione. Situato a Yerevan, offre un’esperienza culinaria unica in un ambiente moderno e accogliente. Per gli amanti del vino, l’Old Bridge Winery, cantina-ristorante a Yeghegnadzor, è una tappa obbligata. Oltre a degustare vini locali di alta qualità, potrete godere di un delizioso pranzo con vista sui vigneti.

Segnaliamo anche Tsaghkunk Chef House. Situato a Tsaghkunk, questo ristorante è rinomato per la sua cucina gourmet e l’attenzione ai dettagli. È il luogo ideale per assaporare piatti raffinati preparati con ingredienti freschi e locali. Infine, da non perdere anche Poloz Mukuch. Situato a Gyumri, Poloz Mukuch offre un’autentica esperienza culinaria armena in un ambiente storico. La sua cucina semplice e gustosa è perfetta per chi desidera provare i sapori tradizionali della regione.

Gli eventi da non perdere nel 2024 in Armenia

L’Armenia è pronta ad accogliere i visitatori italiani con una serie di eventi coinvolgenti che celebrano la sua ricca cultura, enogastronomia, musica e molto altro. Ecco una selezione di alcuni degli eventi più interessanti che si terranno nei prossimi mesi, che rappresentano un motivo in più per visitare questo piccolo paese dal grande fascino. La maggior parte si svolge nella capitale Yerevan, mentre gli altri appuntamenti si terranno nelle altre regioni, come Tavush e Vayots Dzor, patria del vino.

  • Yerevan Wine Days | 7-9 giugno | Saryan, Tumanyan, Moskovyan streets, Yerevan: Un evento dedicato agli amanti del vino, con degustazioni di vini locali, musica dal vivo e una vibrante atmosfera di festa nel cuore della capitale armena.
  • “Mimino” Festival Culturale e Gastronomico Armeno-Georgiano | 22 giugno | Tavush, Dilijan: Un evento che celebra le tradizioni culinarie e culturali di Armenia e Georgia, offrendo ai partecipanti l’opportunità di gustare piatti tipici e assistere a performance culturali uniche.
  • HayBuis Festival delle erbe e dei fiori armeni | 29 giugno | Yenokavan, Tavush Region: il Festival HayBuis (“Erbe armene“) si tiene in uno dei luoghi più pittoreschi dell’Armenia: il resort Apaga situato a Yenokavan, nella regione di Tavush, un’area rinomata per le sue foreste e montagne. I visitatori hanno l’opportunità di conoscere le erbe spontanee e i diversi metodi per utilizzarle, comprese le loro proprietà curative. Il festival offre laboratori di tisane, giochi educativi per esplorare la biodiversità delle foreste, lezioni di cucina e altre attività per bambini.
  • Vardavar | 6-7 luglio | Yerevan: Un’antica festa armena dove le persone si spruzzano acqua a vicenda per le strade, simbolo di purificazione e rinnovamento. Un’esperienza vivace e divertente che coinvolge tutta la città.
  • Beer Days | 22-23 luglio | Yerevan: Una celebrazione per gli appassionati di birra con una vasta selezione di birre locali e internazionali, accompagnate da musica e cibo delizioso.
  • Dilijan Wine Fest | 3-4 agosto | Tavush region, Dilijan: Un festival che mette in mostra i migliori vini della regione, con degustazioni, laboratori e incontri con produttori locali.
  • TarazFest | 10-11 agosto | Yerevan: Un festival dedicato al tradizionale abbigliamento armeno, il taraz, con sfilate, esposizioni e laboratori sulla storia e l’evoluzione del costume armeno.
  • Air Fest | 17 agosto | Stepanavan Airport, Lori Region: Spettacolari esibizioni aeree con aeroplani, mongolfiere, elicotteri e parapendii. Il festival offre anche dimostrazioni di aeromodellismo, droni, esperienze VR e concerti dal vivo.
  • Armenia” International Music Festival | 4 settembre – 28 ottobre | Yerevan: Un festival musicale internazionale che ospita artisti di fama mondiale e talenti locali, offrendo una serie di concerti e performance in vari generi musicali. Il concerto di apertura, diretto da Sergey Smbatyan, segnerà anche l’inizio della stagione concertistica dell’Orchestra Sinfonica di Stato Armena da lui fondata e diretta.
  • Areni Wine Festival | 7 ottobre | Vayots Dzor, Areni: Un evento imperdibile per gli amanti del vino, con degustazioni di vini prodotti in questa famosa regione vitivinicola, competizioni e intrattenimento culturale. L’occasione per visitare l’Areni Cave, dove è stato ritrovato un antico sistema per la vinificazione risalente a 6100 anni fa.
  • Discover Armenia from the Sky – International Ballooning Festival | 12-13 ottobre a Yerevan, 14-15 ottobre a Garni, 16 ottobre ad Aparan:
    Un festival di mongolfiere che illumina il cielo armeno con oltre 20 mongolfiere provenienti da tutto il mondo, creando uno spettacolo mozzafiato.

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SCUOLA/ Trovare speranza in un mondo ostile: la lezione delle fiabe armene (Il Sussidiario 01.06.24)

Le fiabe armene sono manifestazione di una cultura capace di trovare motivi di speranza nonostante le brutture della storia. Un aiuto per la scuola

armenia 1 pixabay1280 640x300 In Armenia (Pixabay)

La Bottega del Libro fondativo è sempre in ricerca. E così ci siamo imbattuti nelle fiabe armene, di cui si era già a conoscenza, almeno in parte. Maestra d’eccezione: Antonia Arslan, professoressa e scrittrice. Il suo intervento al corso di Diesse appena concluso, che ha visto anche l’intervento di Emma Bacca che ha parlato di fiabe italiane ed europee, ha aperto uno squarcio su un mondo particolare. La sua lezione veramente magistrale è partita dalla storia e dalla letteratura armena per approdare a quella parte di letteratura riguardante le fiabe.

Fiabe che per secoli sono state tramandate oralmente, ma che poi sono state raccolte in parecchi volumi in Armenia, a cura dell’Accademia delle scienze di Yerevan (una selezione di queste sono state tradotte in italiano da Sonya Orfalian, Baykar Sivazliyan e Scilla Abbiati), per diventare patrimonio letterario nelle scuole armene nel mondo e, chissà, anche nelle nostre. La stessa Arslan, nel suo Il libro di Mush (BUR, 2022), parla di un personaggio non umano molto importante nella storia, l’Angelo muto.

Se da un lato ritroviamo in esse tratti e caratteristiche simili a quelle della tradizione italiana ed europea (ad esempio non insegnano una morale, hanno un significato nascosto), da un altro scopriamo caratteristiche originali. Esse venivano raccontate da cantastorie che giravano di villaggio in villaggio adattandole ai diversi ambienti di vita (Caucaso, pianure, fiumi, laghi) anche con l’aiuto della musica. Gli stessi strumenti come il flauto di albicocco o il violoncello armeno potevano essere elementi dei racconti, ricchi di magia. Vengono inventate storie in cui l’elemento magico è presente fin dall’inizio, in modo naturale essendo parte della vita.

Esso è affidato al racconto umano, ma anche al racconto e alla parola degli animali. Questi possono essere dei protagonisti attivi, prendono la guida della storia con re, regine, popolo. I re armeni dei racconti sono semplici, accessibili (rispecchiano la realtà della situazione storica), il re non è tanto più ricco degli altri ma ha il compito di difendere il popolo. La presenza di personaggi femminili è rilevante: le donne o hanno poteri magici o usano l’intelligenza, hanno iniziativa, capacità di prendere il comando, riescono nell’intento di far fare ai maschi ciò che loro stesse desiderano.

Si deve tener presente che le donne vengono alfabetizzate fin dal 1860: in ogni villaggio c’era una scuola per bambini e bambine. La visione del femminile, poi, è rafforzata dalla tragedia del 1915; quando le donne superstiti riusciranno a raggiungere Aleppo, cureranno i bambini accolti negli orfanotrofi.

Questo coraggio e questa passione reali sono il frutto della cultura cristiana di cui queste fiabe sono segno. Fiabe, quindi, raccontate attraverso il canto e la musica che sono dimensioni primordiali: il canto in particolare è una grande forma di consolazione e nel canto venivano coinvolti gli stessi spettatori. Le fiabe, oltre che consolare, avevano il compito di raccontare anche la difficile convivenza tra le minoranze e i dominatori, di informare e accettare un mondo anche ostile, di divertire e coltivare la speranza. Che un fatto si realizzi veramente nella fiaba non ha importanza, l’importante è sperare che possa realizzarsi.

Che la speranza ci venga evocata da chi ha sofferto, seppur in modo indiretto, un genocidio è quantomeno singolare. Ma è proprio quello che ci richiama lo psichiatra Eugenio Borgna quando dice, parlando del compito degli adulti: “…oggi c’è una mancanza strutturale della speranza, della passione del possibile, della apertura a un futuro che non conosciamo, del tutto indipendente da noi. Abbiamo l’obbligo morale di non lasciare morire la speranza in noi per farla rinascere in chi l’abbia perduta e in questo senso la speranza ha un valore rivoluzionario, ci inquieta, ci libera dai pregiudizi che non ci consentono di cogliere la realtà nella sua spontaneità e nella sua ricchezza umana, cioè che nella vita possono accadere cose inattese, incalcolabili, imprevedibili, insperate”.

Ecco: leggere fiabe armene in classe può ridestare la speranza e la consapevolezza della possibilità.

info@librofondativo.blog

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Armenia: un’estate di cultura, eventi e divertimento (Itinerarinelgusto 31.05.24)

‘Armenia è pronta ad accogliere i visitatori italiani con una serie di eventi coinvolgenti che celebrano la sua ricca cultura, enogastronomia, musica e molto altro.

International Balloon Festival a Yerevan

Ecco una selezione di alcuni degli eventi più interessanti che si terranno nei prossimi mesi, che rappresentano un motivo in più per visitare un piccolo paese dal grande fascino. La maggior parte si svolge nella capitale Yerevan, mentre gli altri appuntamenti si terranno nelle altre regioni, come Tavush e Vayots Dzor, patria del vino. Inoltre, dall’11 al 13 settembre, l’Armenia ospiterà l’ottava Conferenza Internazionale sul Turismo del Vino di UN Tourism, un appuntamento imperdibile per operatori ed esperti del settore.

Yerevan Wine Days

Un evento dedicato agli amanti del vino, con degustazioni di vini locali, musica dal vivo e una vibrante atmosfera di festa nel cuore della capitale armena.

Data: 7-9 giugno

Luogo: Saryan, Tumanyan, Moskovyan streets, Yerevan

“Mimino” Festival Culturale e Gastronomico Armeno-Georgiano

Un evento che celebra le tradizioni culinarie e culturali di Armenia e Georgia, offrendo ai partecipanti l’opportunità di gustare piatti tipici e assistere a performance culturali uniche.

Data: 22 giugno

Luogo: Tavush, Dilijan

HayBuis Festival delle erbe e dei fiori armeni

Il Festival HayBuis (“Erbe armene”) si tiene in uno dei luoghi più pittoreschi dell’Armenia: il resort Apaga situato a Yenokavan, nella regione di Tavush, un’area rinomata per le sue foreste e montagne. I visitatori hanno l’opportunità di conoscere le erbe spontanee e i diversi metodi per utilizzarle, comprese le loro proprietà curative. Il festival offre laboratori di tisane, giochi educativi per esplorare la biodiversità delle foreste, lezioni di cucina e altre attività per bambini.

Data: June 29

Luogo: Yenokavan, Tavush Region

Vardavar

Un’antica festa armena dove le persone si spruzzano acqua a vicenda per le strade, simbolo di purificazione e rinnovamento. Un’esperienza vivace e divertente che coinvolge tutta la città.

Data: 6-7 luglio

Luogo: Yerevan

Beer Days

Una celebrazione per gli appassionati di birra con una vasta selezione di birre locali e internazionali, accompagnate da musica e cibo delizioso.

Data: 22-23 luglio

Luogo: Yerevan

Dilijan Wine Fest

Un festival che mette in mostra i migliori vini della regione, con degustazioni, laboratori e incontri con produttori locali.

Data: 3-4 agosto

Luogo: Tavush region, Dilijan

TarazFest

Un festival dedicato al tradizionale abbigliamento armeno, il taraz, con sfilate, esposizioni e laboratori sulla storia e l’evoluzione del costume armeno.

Data: 10-11 agosto

Luogo: Yerevan

Air Fest

Spettacolari esibizioni aeree con aeroplani, mongolfiere, elicotteri e parapendii. Il festival offre anche dimostrazioni di aeromodellismo, droni, esperienze VR e concerti dal vivo.

Data: 17 agosto

Luogo: Stepanavan Airport, Lori Region

“Armenia” International Music Festival

Un festival musicale internazionale che ospita artisti di fama mondiale e talenti locali, offrendo una serie di concerti e performance in vari generi musicali. Il concerto di apertura, diretto da Sergey Smbatyan, segnerà anche l’inizio della stagione concertistica dell’Orchestra Sinfonica di Stato Armena da lui fondata e diretta.

Data: 4 settembre – 28 ottobre

Luogo: Yerevan

Areni Wine Festival

Un evento imperdibile per gli amanti del vino, con degustazioni di vini prodotti in questa famosa regione vitivinicola, competizioni e intrattenimento culturale. L’occasione per visitare l’Areni Cave, dove è stato ritrovato un antico sistema per la vinificazione risalente a 6100 anni fa.

Data: 7 ottobre

Luogo: Vayots Dzor, Areni

 Yerevan Wine Days

Yerevan Wine Days

 

Discover Armenia from the Sky – International Ballooning Festival

Un festival di mongolfiere che illumina il cielo armeno con oltre 20 mongolfiere provenienti da tutto il mondo, creando uno spettacolo mozzafiato.

Data: 12-13 ottobre a Yerevan, 14-15 ottobre a Garni, 16 ottobre ad Aparan

Questa è solo una selezione di alcuni degli eventi programmati, ma l’Armenia ha molto di più da offrire. Tutti gli eventi sono pubblicati sul sito web ufficiale: https://armenia.travel/events/.

ABOUT ARMENIA

L’Armenia, un paese incastonato nella regione del Caucaso, è una terra di paesaggi affascinanti, ricca di storia e calda ospitalità. Questo gioiello nascosto offre una variegata gamma di esperienze, dalla splendida natura ai tesori antichi, dalle avventure moderne alle delizie culinarie. La sua tradizione secolare nella produzione di vino, insieme alle cantine e ai vigneti nazionali, offre un mix unico di cultura, patrimonio e vino, rendendola una destinazione di primo livello per gli appassionati del vino e i viaggiatori.

Per ulteriori informazioni sull’Armenia, si prega di visitare https://armenia.travel/

Armenia Tourism Committee: https://www.facebook.com/ArmeniaTourismCommittee

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Al Biografilm soffiano forte i ’Venti di vita’ (ilrestodelcarlino 30.05.24)

Dal Nagorno Karabakh di ’Jardin Noir’ firmato Alexis Pazoumian alla Bolognina di ’Romina’ raccontata da Valerio Lo Muzio e Michael Petrolini, c’è tutto il mondo al Biografilm Festival, ventesima edizione, dal 7 al 17 giugno. Non è certo una novità, ma è importante ricordare che la kermesse dedicata ai documentari più importante d’Italia e fondamentale nell’agenda internazionale, è stata capace di portare a Bologna, dal 2005 quando nacque, gli argomenti più incredibili narrati dai cineasti di ogni angolo della terra, dando voce a storie marginali, a comunità sconosciute e a filmmaker intraprendenti che hanno aperto le nostre menti. Un bel salto dall’altra parte dell’industria cinematografica, quella del documentario, che nel 2005 sperimentò una sorta di anno zero.

I direttori artistici Chiara Liberti e Massimo Benvegnù, che guidano il festival dal 2022, proseguendo il lavoro di ricerca in quel terreno reso fertile da Andrea Romeo, che il Biografilm lo inventò (e pure il concetto di guerilla staff), per questa edizione del ventennale hanno guardato circa 600 film, portandone 77 in selezione ufficiale, 58 come anteprime di cui 19 mondiali e hanno scelto ’Venti di vita’ come titolo forte per un momento storico compresso dalle guerre. C’è sempre stato un effetto particolare al Biografilm, quest’anno fruibile in sette luoghi, dal pop up Arlecchino al Lumière e fino al chiostro di Santa Cristina, e si tratta di quello sdoppiamento tra guest reali e ospiti rappresentati sul grande schermo.

Chi sono i grandi protagonisti? Sono autori, registi, attori ma soprattutto coloro che sono rappresentati in queste storie cinematografiche per lo più tratte da episodi reali. Quindi, sui vari red carpet dislocati all’ombra delle Due Torri passeranno il produttore indipendente Ted Hope, il fotografo Joel Meyerowitz, il regista Abel Ferrara, l’attrice Talia Ryder (’The Sweet East’ di Sean Price Williams), l’attore Micha Lescot, la regista candidata all’Oscar Kaouther Ben Hania, l’attrice Barbara Ronchi e la regista Malgorzata Szumowska. Sulla passerella delle immagini però ci sarà un parterre incredibile composto da Enrico Berlinguer, Elsa Morante, i Nomadi, Tony Negri, Patti Smith, Peaches, John Galliano (’High&Low’ di Kevin Macdonald), Carnival of Fools, il regista palestinese Mohamed Jabaly ma anche i diritti delle donne con Olfa e le sue figlie, i migranti naufraghi a Lampedusa, Sanjivani e la sua lotta nell’India Rurale, un agricoltore di Amsterdam, il fiume sacro Whanganui, una comunità psichiatrica di Palermo.

Ecco le tante narrazioni possibili a un festival di cui lnon vogliamo più fare a meno. Basta dare un’occhiata al manifesto di questa edizione, per capire quanto si è imparato in fatto di cinema e biografie in tutti questi anni: abbiamo scoperto Iris Apfel da poco scomparsa, il mitico Sixto Rodriguez nel film Sugar Man, che se n’è andato nel 2023 e che quando venne a Bologna scatenò il mondo della stampa e abbiamo anche imparato a pronunciare il linguaggio del modo documentaristico di Roberto Minervini (sul manifesto non c’è) che finalmente quest’anno è stato consacrato da Cannes con il premio alla regia. Con la stessa curiosità di sempre Bologna aspetta l’inizio venerdì 7 giugno con l’anteprima italiana di Hors du Temps di Olivier Assays e poi la serata di premiazione il 17 quando sarà Abel Ferrara a fare il suo ingresso con ’Turn in the Wound’ sulla guerra in Ucraina.

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ARMENIA-AZERBAIGIAN: IL DRAMMA DEI POPOLI DI CONFINE (Opinione 29.05.24)

Armenia, domenica 26 maggio, migliaia di manifestanti hanno protestato contro il Governo chiedendo le dimissioni del primo ministro Nikol Pashinyan, in seguito alla scelta governativa di cedere agli azeri territori e villaggi ubicati sulla linea di confine con l’Azerbaigian. Nel marzo scorso, l’Esecutivo armeno ha accettato di “consegnare” quattro villaggi come segno dell’impegno per assicurare un accordo di pace. Questi territori, per la cronaca, erano stati conquistati dall’Armenia successivamente al conflitto divampato tra il gennaio del 1992 e il maggio del 1994. Parliamo dei villaggi di Baghanis, Kirants, Voskepar e Berkaber, dove circa centomila armeni si sono visti sfollare forzatamente tramite una azione coordinata ed eseguita dall’esercito; in questa tragica occasione gli abitanti, prima di abbandonare le loro case, in segno di protesta hanno bruciato campi e proprietà.

Questo accordo del Governo di Yerevan con quello di Baku è giunto a conclusione dopo la campagna militare svoltasi tra il settembre e il novembre del 2020, con cui l’Azerbaigian ha preso il controllo del Nagorno-Karabakh, una regione con una maggioranza armena ma che si trova nel territorio azero, centro di una contesa andata avanti per decenni tra i due Paesi. Il 16 maggio scorso, Baku e Yerevan hanno provveduto a ridelineare un’area di 12,7 chilometri di confine per “spostare” il territorio da proprietà dello Stato armeno a quello dell’Azerbaigian. Lunedì 27 maggio la polizia armena ha dichiarato, successivamente alle proteste di domenica, di aver arrestato più di duecento persone che, mosse dal dissenso dell’azione governativa, hanno sbarrato e occupato le strade di Yerevan. Questa manifestazione è stata l’ultima di una lunga serie che, da tempo, troviamo nella città. Protagonisti sono coloro che fanno parte del movimento Tavush per la patria condotto dall’arcivescovo della chiesa armena della diocesi di Tavush (provincia situata a oriente), Bagrat Galstanyan, il quale ha visto restituire all’Azerbaigian dei villaggi della propria regione.

Galastanyan ha dichiarato di essere pronto a dare le dimissioni dal suo ruolo clericale per impegnarsi in politica, con lo scopo di candidarsi a primo ministro, chiedendo che venissero anticipate le elezioni parlamentari, anche se secondo la normativa dello Stato – essendo l’arcivescovo di origini miste, armeno-canadese – non ha possibilità di partecipare alla tornata elettorale nella veste desiderata.

L’arcivescovo descrive questo movimento come una “campagna nazionale di disobbedienza”La richiesta di dimissioni di Pashinyan, mossa da questo movimento, è incentrata sulla disapprovazione relativa la cessione dei territori di confine, in quanto non garantiscono, come invece dichiarato dal Governo, nessuna garanzia di pace o sicurezza. I territori che sono stati ceduti hanno un’importanza notevole per l’Armenia, in quanto controllano zone verso la Georgia, strade vitali per questo Paese.

In tale contesto geopolitico, tornato ulteriormente alla ribalta dopo la sospetta morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi, vittima di un incidente aereo vicino ai confini azeri il 19 maggio, ci si può chiedere: cosa manca a questa regione per poter raggiungere un accordo di pace, anche se oneroso, per l’Armenia? Dopo l’ultimo conflitto del settembre-novembre 2020, si sono notati pochi sviluppi verso un equilibrio. Si deve considerare il ruolo delle nazioni, Russia e Francia per primi, che in vari modi non hanno contribuito a creare nell’area uno stato di equilibrio. Queste nazioni avrebbero dovuto, oltre che valorizzare l’eroismo dei patrioti armeni, anche dirottare ambizioni e annichilire tensioni. Considerando inoltre che la Turchia, dopo aver armato e sostenuto l’Azerbaigian contro l’Armenia (un ruolo fondamentale lo ha avuto anche Israele per il successo azero), non ha messo particolare impegno per il mantenimento della pace. Ma, come sappiamo, i margini operativi della Turchia rimangano poco chiari in ogni “scacchiere geostrategico” dove è presente. E la “questione” del Nagorno-Karabakh resta l’anello più debole del precario equilibrio della regione caucasica meridionale.

Aggiornato il 29 maggio 2024 alle ore 15:22

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La resistenza di Pašinyan a tutte le opposizioni (AsiaNews 29.05.24)

Da tempo sotto attacco da parti dei partiti e movimenti di opposizione e perfino dalla Chiesa apostolica per la sua politica di “normalizzazione” del conflitto con l’Azerbaigian e di emancipazione dalla protezione della Russia, il presidente armeno esclude categoricamente l’ipotesi di elezioni anticipate. Ma anche il Cremlino nopn alza i toni più di tanto sapendo che Erevan non potrà fare a meno dell’appoggio militare ed economico di Mosca.

Erevan (AsiaNews) – Il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pašinyan, è da tempo sottoposto a invettive e attacchi di ogni genere in patria, dai partiti e movimenti di opposizione e perfino dalla Chiesa apostolica, ma anche dall’estero con le critiche di Baku e di Mosca alla sua politica di “normalizzazione” del conflitto con l’Azerbaigian e di emancipazione dalla protezione della Russia. Diversi deputati avversari stanno chiedendo il suo impeachment dopo il cedimento agli azeri di alcuni villaggi di confine, ma dal suo partito dell’Accordo Civile rispondono di prendere queste minacce “con umorismo”, e di escludere assolutamente l’ipotesi di elezioni anticipate.

Le trattative con gli azeri, per cui Pašinyan è accusato di “cedimenti al nemico”, sono paradossalmente la sua migliore garanzia di difesa da ogni attacco, come ritiene l’osservatore Vadim Dubnov, mentre le proteste di piazza vanno lentamente affievolendosi, nonostante le iniziative del nuovo leader del movimento armeno di protesta “Tavowš in nome della Patria”, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, che sta cercando a fatica di unire tutte le opposizioni per far fuori il primo ministro. Anche da Mosca arrivano soltanto moniti piuttosto benevoli, al di là della retorica “filo-europea” di Pašinyan, in quanto il Cremlino sa che l’Armenia non potrà fare a meno dell’appoggio militare ed economico della Russia.

L’assenza del premier armeno alla parata militare della piazza Rossa lo scorso 9 maggio, dove accanto a Putin erano schierati tutti i leader dell’alleanza eurasiatica della Csto, è stata declassata alla necessità di rimanere a Erevan mentre erano in corso le proteste di piazza, animate dall’arcivescovo dell’eparchia di frontiera. Anche se in realtà solo qualche giorno dopo, quando ancora le vie della capitale erano occupate dai manifestanti, Pašinyan si è recato in visita in Danimarca, affidando ai suoi collaboratori il controllo della situazione. Del resto egli non era presente neppure all’incoronazione di Putin del 7 maggio, dove si è limitato a inviare l’ambasciatore in quanto “i capi di Stato non erano segnalati obbligatoriamente nel protocollo della cerimonia”.

Pašinyan in realtà ha preso parte al Consiglio superiore economico eurasiatico, di cui l’Armenia è presidente di turno, ma che si è tenuto a Mosca, dove ha incontrato Putin personalmente, mantenendo quindi un distacco formale più che effettivo. Anche dalla parte russa c’è un atteggiamento ambiguo: le proteste di piazza in Armenia sono dichiaratamente filo-russe, sostenute non solo dagli ecclesiastici, ma anche dalle persone vicine all’ex-presidente Robert Kočaryan, uno dei più stretti amici armeni del Cremlino. Eppure non sono andati oltre gli strepiti, con qualche eco nel parlamento di Erevan.

A esprimere in modo più esplicito la tensione con i russi è il segretario del Consiglio di sicurezza Armen Grigoryan, rivestendo il ruolo polemico nel gioco delle parti. Da giorni egli sta chiedendo a Mosca di ritirare tutte le truppe di “pacificazione” dalle zone di frontiera e soprattutto dall’aeroporto internazionale Zvartnots, nella periferia ovest di Erevan, e parla esplicitamente dell’alleanza con la Russia come di un “errore strategico”. Il ministro degli esteri Ararat Mirzoyan si limita invece ad affermare che “le relazioni con la Russia non sono attualmente al loro massimo livello”, anch’egli astenendosi dal partecipare alle riunioni dei suoi omologhi della Csto e della Csi, lasciando libero il primo ministro di prendere le posizioni più adeguate alle circostanze.

Da parte russa si lasciano le invettive contro gli armeni all’esagitata portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, mentre Putin si limita a commenti stringati e tiepidi, come se non credesse davvero all’allontanamento dell’Armenia dalla sua sfera d’influenza. Tutte queste ambiguità alla fine fanno il gioco di Pašinyan, che continua a ripetere che “l’Armenia storica e quella attuale sono cose completamente diverse”, cercando di costruire una nuova immagine del Paese risalendo attraverso le contraddizioni della regione caucasica e delle turbolenze della geopolitica mondiale, in attesa di capire dove porteranno.

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