Il custode di Villa Albrizzi Marini e il ricordo del genocidio armeno (La Tribuna 08.07.24)

Padre Martiros Gevorgyan, monaco armeno esordisce così: “Io sono figlio di sopravvissuti del 1915”. Un custode silenzioso di villa Albrizzi Marini che ha voluto affidare un patrimonio inestimabile a dei giovani volenterosi. “Un giorno dei ragazzi sono venuti qui per chiedermi se potevano fare una pista per mountain bike nel parco e io ho detto sì. Ora hanno restaurato tutta Villa Albrizzi Marini. (Video intervista Elia Cavarzan)

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DALL’ARMENIA/ Diario di un pellegrino nella “patria” della memoria cristiana (Il Sussidiario 08.07.24

Le impressioni di un pellegrinaggio in Armenia, terra cristiana sempre sull’orlo della sparizione, vittima dell’odio, e perciò dall’identità fortissima

armenia chiesa fede 1 pozza1280 640x300 (foto M. Pozza)

È un paese piccolissimo l’Armenia: meno di 30mila kmq, per tre milioni di abitanti. Un popolo sovraccarico di memoria: è la terra di pietra che, leggenda vuole, Dio scelse come luogo di ripartenza con il suo scudiero Noè. Un popolo di commercianti poliglotti, di viaggiatori, poeti, mistici, contadini che, oggi, abita un decimo di quella che era storicamente la terra di Armenia: i suoi confini, rosi e rosicati dalla violenza e dagli stermini, sono continuamente rimodificati.

È un popolo sempre sull’orlo della sparizione: la Chiesa, sotto le purghe sovietiche, ha pagato un prezzo pesante. La terra di un genocidio molto più letale di quello ebreo: qui, trent’anni prima di Auschwitz e Birkenau, si tentò di cancellare il popolo armeno. Non solo: si tentò, poi, di cancellare dalla storia il tentativo fatto di cancellare il popolo armeno. Doppio genocidio: della carne e della memoria. Non l’appresi a scuola – che non me lo raccontò – ma dalle pagine di una voce d’Armenia: “In quella lontana, solare giornata di maggio lei e i suoi familiari, piccoli e grandi, sono stati giudicati e trovati colpevoli di esistere – scrive Antonia Arslan –: Dio si è velato” (La masseria delle allodole).

Quasi un milione e mezzo di armeni sterminati. Ancora oggi il suo destino staziona tra secoli di persecuzioni, stenti, diaspora, vita errante, pogrom. Non esiste l’armeno, esiste l’armeno di Turchia, di Francia, d’America. “Siamo sempre armeni a metà” dice la nostra guida Arminè, citando il loro poeta Ghevorg Emin. L’Armenia è una nazione costretta a sviluppare per forza una sua identità, compressa com’è tra Paesi ingombranti come la Turchia, la Russia, l’Iran, l’Azerbaijan. Minacciata e scampata, sempre col rischio di sparire, l’identità ne esce giocoforza potenziata.

Non è facile parlare dell’Armenia, degli armeni: presa a pugni dalla storia, il rischio è oscillare tra il timore ossequioso e la retorica sdolcinata: “Vi chiedo la cortesia, adesso che ritornate, di non ricordarci come ‘quelli del genocidio’, ma ricordateci per la bellezza che i vostri occhi hanno visto” ci chiede la guida. Un pellegrinaggio, il nostro, non un viaggio: al turista interessa forzare gli occhi e la memoria, al pellegrino sta a cuore il suo cuore. Viaggia per rimescolare il cuore, che poi aprirà gli occhi e alimenterà la memoria.

Ci aiuta la bellezza che, qui, è isolata, sobria, semplice, come attesta la presenza dei suoi monasteri: Khor Virap, Novarank, Geghard, Tatev. Monasteri che non sono solo un’attrazione ma rappresentano l’identità di questa terra che, prima tra tutte, ha abbracciato il cristianesimo come religione ufficiale: correva l’anno 301. Gregorio l’Illuminatore, che qui è padre della Chiesa e della memoria, per 13 anni fu tenuto prigioniero in un pozzo a Khor Virap: il re, Tiridate III, schifava il cristianesimo e i seguaci venivano perseguitati ferocemente. La sorella, dopo un sogno fatto, lo costrinse a liberarlo e Tiridate, guarito dopo essere stato ammalato, per riconoscenza si convertì al cristianesimo, la consacrò religione di Stato.

Sono luoghi, i monasteri che restano, tutt’oggi, come fari silenziosi nell’assolata terra di Armenia. Qui il pellegrino fiuta ben presto che la storia si misura in millenni: ci troviamo in quella parte di mondo definita “la culla dell’umanità”. Ci muoviamo tra le tracce più antiche della storia umana. Il faro più voluminoso, l’Ararat, il monte sacro: il destino vuole che sia beffardamente al di là del confine (chiuso) con la Turchia. Vicinissimo e lontanissimo: intimo e forestiero. Disegnato persino sul cognac.

A Yerevan arriviamo e ripartiamo: è la capitale, forse la meno densa di storia tra tutte le città armene. Forse anche un po’ kitsch con i suoi mattoni rosa, è opera degli armeni della diaspora: han fatto fortuna altrove e poi sono ritornati. Attorno alle sue fontane, i viali e le piazze brulicano di gente, il chiacchiericcio dura ore, si tira fino a notte fonda: se sei stato ad un passo dal perdere tutto, non hai né il tempo né la voglia di portare rancore oppure di odiare. Ti siedi e racconti la storia all’ospite viziandolo con carne alla griglia, foglie di vite ripiene di carne tritata, zuppe dense a base di maiale o di manzo, i ravioli. Deliziandolo col lavash, il pane piatto, sottile, morbido.

L’impressione, ai miei occhi pellegrini, è che l’armeno sia la sentinella dell’Europa cristiana: sopra loro c’è sempre un carico di nubi dal quale incombono bombe, odio, voglia di stermino. Gli armeni, però, ci sono ancora: c’è voluto tempo perché i sopravvissuti tornassero, ma ce l’hanno fatta a ritornare. Ce la rifaranno sempre: è destino dei popoli massacrati non cedere mai completamente al loro massacro. Quando qualcuno, nel secolo scorso, fece notare a Hitler che sterminare milioni di ebrei non sarebbe passato inosservato, lui disse: “Chi, ancora oggi, ricorda lo sterminio armeno con tutto quello ch’è accaduto attorno?”. Fu il più grande smacco del Führer tedesco: non si può cancellare un popolo, né la sua memoria.

L’ha attraversata Senofonte l’Armenia, l’abbiamo attraversata anche noi: a ciascuno ha detto cose diverse. Presentando le stesse pietre. Potenza della bellezza che, angosciata, conquista il cuore. Come una rosa strapazzata dal vento. L’Armenia è una rosa: “La rosa migliore è quella tormentata e sofferta”, scrisse un poeta di queste zone.

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ARMENIA. INTERVISTA CON IL VICEMINISTRO AGLI ESTERI PARUYR HOVHANNISYAN (Notizie Geopolitiche 07.07.24)

a cura di Silvia Boltuc * –

Il panorama geopolitico dell’Armenia ha subito cambiamenti significativi dopo la presa del Nagorno-Karabakh/Artsakh da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023. Sebbene persistano i solidi rapporti storici con l’Iran e la Georgia, le crescenti relazioni di Yerevan con l’Unione Europea e gli Stati Uniti riflettono le aspirazioni del Paese di una più profonda integrazione con le istituzioni occidentali.
Sullo sfondo di queste dinamiche Yerevan cerca di bilanciare le relazioni con la Russia, il suo alleato storico, con l’imperativo di diversificare i suoi partner senza compromettere la stabilità regionale.
Sul fronte turco, l’Armenia continua a perseguire la normalizzazione dei rapporti con Ankara ed a portare avanti le negoziazioni con l’Azerbaigian per raggiungere una pace duratura.
In questo contesto abbiamo intervistato Paruyr Hovhannisyan, vice-ministro degli Affari esteri della Repubblica di Armenia, per discutere la politica regionale ed estera di Yerevan.

– Dal nostro ultimo incontro nell’ottobre 2022, il Caucaso meridionale ha subito cambiamenti significativi, tra cui la conquista del Nagorno-Karabakh/Artsakh da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023. Può fornirci più dettagli su questa questione e sul confronto tra Baku e Yerevan?
“La regione ha subito un processo di pulizia etnica, con la maggior parte della popolazione armena autoctona che ha lasciato le terre abitate dai suoi antenati per oltre due millenni. Solo pochi armeni sono rimasti, ma non abbiamo informazioni sul loro stato.
Questi eventi hanno indubbiamente influenzato le prospettive per i colloqui di pace. Infatti, le negoziazioni sono state sospese per diversi mesi, per poi essere riprese con un incontro a Berlino il 28-29 febbraio 2024, tra i ministri degli esteri armeno e azero, rispettivamente Ararat Mirzoyan e Jeyhun Bayramov, alla presenza del ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock. Questo incontro ha fatto seguito ai colloqui a Monaco tra il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ed il presidente azero, Ilham Aliyev. Un altro incontro tra i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian si è tenuto il 10-11 maggio 2024 ad Almaty, in Kazakistan.
Nonostante le numerose sfide, lo scambio delle bozze degli accordi di pace è continuato.
In riferimento a tali negoziazioni è iniziato anche il processo di delimitazione dei confini con chiaro riferimento alla Dichiarazione di Alma Ata del 1991, la quale afferma che i confini delle ex repubbliche sovietiche dovrebbero essere adottati come confini ufficiali, garantendo così l’integrità territoriale di ciascun paese. Ciò è particolarmente importante per l’Armenia che ha dovuto affrontare continue minacce di attacco alla sua sovranità territoriale.
Le commissioni per la delimitazione dei confini hanno elaborato e presentato la regolamentazione dei lavori per l’approvazione dai rispettivi governi, con la speranza che vengano approvate nella data prevista del 1 luglio 2024.
Progressi sono stati fatti anche su una bozza di trattato di pace, con la nona versione recentemente inviata dalla parte armena all’Azerbaigian. Restano solo pochi elementi da definire. L’accordo di pace è più vicino alla sua sottoscrizione di quanto non lo sia mai stato prima.
Per quanto riguarda l’apertura delle comunicazioni, abbiamo recentemente partecipato ad una conferenza sulla connettività tra l’Asia centrale ed il Caucaso meridionale organizzata dal ministero degli esteri italiano a Roma. La disponibilità del nostro Paese ad aprire tutte le rotte di trasporto ed esplorare ulteriori possibilità in materia di scambio energetico è stata accolta positivamente. Nel corso dell’incontro, abbiamo presentato un progetto denominato ‘Crocevia della Pace’ in cui proponiamo di fare del Caucaso meridionale un collegamento tra l’Asia Centrale e l’Europa, e la proposta ha ricevuto il favore dei partecipanti. Speriamo altresì che questo progetto venga incluso nel più ampio piano europeo denominato ‘Global Gateway’.
In sintesi, sono stati fatti progressi sulla bozza del trattato di pace, sulla delimitazione dei confini e sulle aspettative per l’apertura delle comunicazioni. Tuttavia, restano alcune questioni ancora irrisolte, in particolare alla luce delle recenti richieste del presidente dell’Azerbaigian riguardo a modifiche alla costituzione armena e allo scioglimento del Gruppo di Minsk. Queste richieste sono difficili da soddisfare e sollevano preoccupazioni sull’effettivo interesse di Baku a concludere un accordo di pace. Sebbene siano stati fatti progressi significativi con la mediazione dell’Europa e degli Stati Uniti, infatti, stabilire una pace duratura nella regione richiede un impegno genuino da tutte le parti coinvolte.
Dal punto di vista dell’Armenia, c’è un indubbio desiderio di migliorare le relazioni con l’Azerbaigian e normalizzare i rapporti con la Turchia. Tuttavia, le recenti dichiarazioni di Baku creano impedimenti significativi e sollevano dubbi sulla reale volontà dell’Azerbaigian a perseguire la pace”
.

– L’Armenia è da sempre percepita come un alleato storico della Russia. Alla luce degli eventi recenti, in particolare riguardanti il Nagorno-Karabakh/Artsakh, abbiamo visto che Yerevan sta ampliando il suo ventaglio di partner. Come sta lavorando l’Armenia per migliorare le sue relazioni con l’Occidente, in particolare con l’Europa e gli Stati Uniti?
“Effettivamente c’è una notevole frustrazione riguardo le recenti posizioni della Russia. Nell’ultimo anno i peacekeeper russi erano l’unica presenza militare nel Nagorno-Karabakh/Artsakh, eppure la regione è stata lasciata priva di armeni, a eccezione di pochissimi. Questo solleva seri dubbi sull’efficacia delle missioni di peacekeeping russe.
Prima dell’offensiva militare dell’Azerbaigian ci sono state provocazioni significative, inclusi il blocco del Nagorno-Karabakh e la chiusura del Corridoio di Lachin, che hanno aumentato le tensioni. Nonostante questi eventi, i peacekeeper russi non hanno preso misure efficaci per affrontare la situazione.
La frustrazione ha raggiunto il culmine anche nel 2022 quando il territorio sovrano dell’Armenia è stato attaccato. Yerevan ha fatto appello a Mosca bilateralmente e all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) nel suo complesso, aspettandosi una difesa da questa alleanza. Tuttavia, c’è stata esitazione e prioritizzazione dell’Azerbaigian come partner importante, portando l’Armenia a mettere in dubbio l’affidabilità stessa di questa organizzazione. Di conseguenza, abbiamo sospeso la nostra partecipazione alle attività della CSTO e abbiamo evitato incontri ad alto livello all’interno della coalizione, innescando una serie di riflessioni sullo stato di salute ed il livello di parità delle relazioni fra i singoli stati membri.
Sul fronte occidentale c’è, invece, un notevole slancio nelle relazioni dell’Armenia con l’Unione Europea e gli Stati Uniti. L’Europa è stata storicamente un sostenitore primario della trasformazione del nostro paese, il più grande donatore ed un importante partner commerciale. Attualmente sono in corso sforzi per sviluppare nuove priorità di partenariato volte ad avvicinare Yerevan il più possibile a Bruxelles. Raggiungere la massima integrazione con l’Europa e utilizzare tutti gli strumenti disponibili in tal senso è l’obiettivo chiaro dell’Armenia. Lo status di candidato per la Georgia è servito, indubbiamente, come un importante precedente in questo senso.
Allo stesso modo, le relazioni con gli Stati Uniti stanno avanzando. L’11 giugno 2024 si è tenuto a Yerevan un altro round del Dialogo Strategico USA-Armenia (USASD). Durante questo incontro, è stata delineata una visione per approfondire i legami bilaterali, che sarà formalizzata in un memorandum d’intesa, elevando il dialogo a livello di Commissione di partenariato strategico. Sono state altresì discusse numerose aree di interesse comune.
Le attuali dinamiche delle relazioni di Yerevan con Bruxelles e Washington sono senza precedenti. Questo si estende anche alle relazioni con i singoli stati membri dell’Europa. Questo periodo segna una fase eccezionalmente attiva di cooperazione e interazione con questi due grandi partner occidentali, superando tutti i livelli di precedente coinvolgimento”
.

– Considerando l’adesione dell’Armenia all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e all’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), due importanti organizzazioni che vedono la partecipazione russa, Mosca in che modo rimane un partner fondamentale per il vostro Paese?
L’Armenia non vede il suo rapporto con Mosca come conflittuale. Cerchiamo di mantenere relazioni sane e reciprocamente vantaggiose con tutti i partner, inclusa la Russia, data la nostra prossimità territoriale e la sua importanza come attore regionale ed internazionale.
Il mercato eurasiatico, in particolare i nostri legami con i paesi dell’ex Unione Sovietica come lo sono ad esempio Russia e Kazakistan, rimangono cruciali per l’Armenia e la sua economia.
Allo stesso tempo, miriamo a diversificare la nostra economia e le nostre politiche, con lo scopo ultimo di migliorare la nostra resilienza. Per un piccolo paese senza sbocco sul mare come il nostro è naturale utilizzare tutte le opportunità disponibili in tal senso. Anche il Kazakistan, per esempio, uno dei paesi più ricchi di risorse naturali, sta perseguendo una politica estera multivettoriale. Questa strategia dovrebbe essere compresa e rispettata da tutti i vicini ed i partner. Questo è l’approccio generale che stiamo adottando”
.

– Esiste il rischio che l’Armenia possa perdere il sostegno internazionale sia degli alleati tradizionali come la Russia, che dei potenziali nuovi partner come l’Occidente, per via delle forti relazioni di questi ultimi con l’Azerbaigian nel settore energetico?
“Il settore energetico è sicuramente significativo e influenza le agende di molti paesi e le attività di lobbying. Tuttavia altri fattori come la stabilità regionale, la democrazia ed altri settori dell’economia, sono altrettanto cruciali.
Sebbene il fattore energetico giochi un ruolo importante, non può essere l’unica base per gli interessi di lobbying e le relazioni internazionali. I rapporti storici dell’Armenia con diversi attori europei, l’influenza della diaspora armena ed altri fattori rilevanti, contribuiscono al nostro posto nel contesto internazionale. Inoltre, come ho già menzionato, l’Armenia si presenta geograficamente come connessione naturale strategica tra l’Asia Centrale, il Caucaso meridionale e l’Europa.
Non vediamo il nostro paese come un’arena di competizione o rivalità tra potenze globali. Il nostro obiettivo, esemplificato dal progetto ‘Crocevia della Pace’, è di promuovere pari opportunità e mantenere relazioni sane con tutti i vicini. Miriamo a coltivare relazioni più strette con l’Europa grazie a standard e approcci condivisi, ma in maniera non conflittuale.
Il nostro obiettivo è introdurre ulteriori opportunità per la cooperazione regionale, non provocare o disturbare altri paesi. Le nostre politiche sono guidate dalla necessità di difendere i nostri interessi nazionali e garantire sviluppo e pace per la nostra popolazione, che ha urgentemente bisogno di stabilità e prospettive di sviluppo.
Questo approccio riflette la narrativa del governo attuale, che ha raccolto un notevole favore. I progressi che abbiamo fatto nei tentativi di pace, anche in circostanze difficili, dimostrano la sincerità della nostra agenda. La diversificazione è essenziale per la nostra sopravvivenza e i nostri sforzi non sono diretti contro nessun altro paese, ma piuttosto verso la creazione di condizioni favorevoli per l’Armenia in questi tempi turbolenti”
.

– In una precedente intervista con SpecialEurasia, il presidente Vahagn Kachaturyan ha discusso la normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Turchia. Dopo quasi due anni qual è lo stato attuale di questo processo?
“Abbiamo costantemente perseguito la normalizzazione delle relazioni con Ankara e ci sono stati alcuni sviluppi positivi a riguardo. Dopo il devastante terremoto in Turchia, l’Armenia è stata tra i paesi che hanno fornito assistenza umanitaria, inviando aiuti e soccorritori. Successivamente, il ministro degli esteri armeno Ararat Mirzoyan ha visitato Ankara.
Ci sono stati molteplici scambi a livello di ministri degli esteri, così come tra i primi ministri e i presidenti, e incontri tra rappresentanti speciali. Abbiamo concordato alcune misure relativamente piccole e siamo impegnati a migliorare le relazioni.
Tuttavia, spesso sentiamo che queste relazioni dipendono eccessivamente dai nostri colloqui con l’Azerbaigian, che rimane un ostacolo significativo.
Da parte nostra, abbiamo compiuto sforzi sostanziali per dimostrare il nostro impegno. Dato che la Turchia è il nostro più grande vicino, normalizzare le relazioni senza precondizioni è cruciale.
Speriamo di avere ora migliori opportunità per stabilire la pace e accelerare questo processo, in particolare nell’implementazione di accordi come l’apertura delle frontiere per i cittadini di paesi terzi e, infine, l’apertura completa delle frontiere.
Il nostro confine comune, uno dei pochi confini chiusi rimanenti dall’era della Guerra Fredda, è bloccato dal 1993, con brevi aperture l’11 e il 14 febbraio per la consegna degli aiuti umanitari in seguito al terremoto. Tuttavia, il confine rimane chiuso, riflettendo un retaggio del passato che speriamo di cambiare
”.

– Come valuta l’attuale stato delle relazioni tra Armenia e Iran nel contesto regionale?
“Attualmente il sostegno dell’Iran ai confini e all’integrità territoriale dell’Armenia è molto apprezzato. Inoltre, l’Iran svolge un ruolo significativo nella connettività regionale e nel settore energetico, che è cruciale per noi in questa situazione incerta.
Il rapporto tra Yerevan e Teheran esemplifica le relazioni di buon vicinato, che ci sforziamo di mantenere. Abbiamo numerosi progetti congiunti a vari livelli e scambi continui che riflettono un desiderio comune di migliorare la stabilità regionale. A questo riguardo la nostra cooperazione è particolarmente stretta, soprattutto dato l’attuale contesto geopolitico.
L’Iran, insieme alla Georgia, funge da sbocco vitale per l’Armenia, poiché i nostri confini con la Turchia e l’Azerbaigian rimangono chiusi. Il nostro confine comune è, infatti, uno dei nostri principali collegamenti con il mondo esterno.
Vari progetti regionali dal Mar Nero al Golfo Persico e potenziali iniziative di connettività che coinvolgono l’Iran potrebbero avere un interesse significativo non solo per l’Armenia ma anche per l’Europa.
Teheran non si è mai opposta alle nostre aspirazioni di rafforzare i legami con Bruxelles. Anche la nostra cooperazione con la NATO, come paese non membro, non ha posto alcun problema. È fondamentale sottolineare che questa partnership esterna con la NATO mira a modernizzare le nostre capacità difensive, raggiungere standard più elevati e impegnarsi in un dialogo politico, senza però prendere di mira alcun paese della regione.
C’è rispetto reciproco per le sensibilità di ciascuno e, nonostante le sfide, siamo sempre riusciti a trovare un’intesa
”.

– Il presidente Vahagn Khachaturyan ha recentemente sottolineato l’importanza della stretta e amichevole relazione dell’Armenia con la Georgia, fondata sulla fiducia reciproca e su un’amicizia secolare tra i loro popoli. Come descriverebbe l’attuale stato delle relazioni tra Yerevan e Tbilisi?
“Abbiamo firmato un Memorandum di ‘Partenariato Strategico’ il 26 gennaio 2024, elevando le nostre relazioni ad un nuovo livello.
Come per l’Iran, Armenia e Georgia condividono rapporti millenari. A parte una breve escalation di confine nel 1918 dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i nostri paesi non sono mai stati in guerra.
Storicamente, come due nazioni cristiane circondate da grandi imperi musulmani come gli Ottomani ed i Persiani, oltre ai Selgiuchidi e agli Arabi, il nostro difficile contesto geopolitico ha favorito la cooperazione piuttosto che il conflitto. Questa esperienza condivisa ha portato a forti legami tra i nostri stati.
Sebbene ci sia una competizione occasionale in alcune aree, ciò è normale per paesi limitrofi. Nel complesso, le nostre relazioni sono sempre state sane.
Recentemente, interessi comuni in materia di democrazia e una prospettiva di integrazione europea ci hanno avvicinato ancora di più. Affrontiamo preoccupazioni e sfide di sicurezza simili e condividiamo la necessità di diversificare le nostre politiche e le nostre opzioni.
Inoltre c’è una significativa comunità armena che vive pacificamente in Georgia, rafforzando ulteriormente il nostro legame. Il Paese serve anche come nostra principale via di trasporto, con i suoi porti nel Mar Nero che sono vitali per il nostro commercio.
La candidatura di Tbilisi per l’adesione all’Unione Europea ha influenzato anche le nostre ambizioni europee. Date le nostre limitazioni geografiche, la Georgia è il nostro unico collegamento terrestre che abbiamo con l’Europa, rendendo la loro candidatura cruciale per le nostre stesse aspirazioni.
Inoltre, nonostante i progetti infrastrutturali congiunti con l’Azerbaigian, Tbilisi ha mantenuto una posizione neutrale nella regione. Ha facilitato gli sforzi di pace, ad esempio organizzando un incontro tra i ministri degli esteri armeno e azero il 16 luglio 2022. Il Paese è sinceramente interessato a stabilire la pace tra Yerevan e Baku e a normalizzare le relazioni armeno-turche, essendo consapevole dell’impatto regionale di potenziali nuovi conflitti.
In sintesi, le nostre relazioni con la Georgia sono basate su legami reciproci, interessi comuni e un desiderio condiviso di risolvere le controversie in tempi difficili. La nostra cooperazione sta crescendo in tutti i campi”.

* Articolo in mediapartnership con SpecialEurasia..

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I Paesi del Caucaso Meridionale alla ricerca di una pace stabile in alternativa alla colonizzazione atlantista (K. Askerkhanov) (FarodiRoma 06.07.24)

Tutti e tre i grandi vicini dei paesi del Caucaso meridionale sono attori politico-militari nella regione del GME.
Tutti e tre i paesi del Caucaso meridionale, Armenia, Azerbaigian e Georgia, hanno attraversato una fase di confronto politico-militare tra loro o con altri vicini. Nei paesi del Caucaso meridionale ci sono persone al potere che lottano per una pace duratura.
A parte il fatto che:
– Il modello globale della “Pax Americana” è in declino e, come dimostra la storia, è accompagnato da una serie di guerre in tutto il mondo.
– i processi che si verificano nella BBB determinano il futuro non solo della regione, ma sono di natura civilizzata.
– sullo sfondo delle guerre e del crollo del tessuto della “Pax Americana” globale, si stanno già formando nuove connessioni, e forse alleanze, che, da un lato, dovrebbero compensare i costi della distruzione dell’attuale sistema economico modello, e dall’altro emergono i contorni di un nuovo mondo.
I paesi del Sud stanno diventando partner di quelle grandi entità economiche emergenti che comprendono i rischi derivanti dal crollo della Pax Americana.

Avendo una vasta esperienza nell’interazione con popoli e culture diverse, ho avuto l’opportunità di osservare, analizzare e sintetizzare. Una qualità ha sempre attirato la mia attenzione: il modo in cui una persona, un’azienda, un paese affronta sfide e minacce nuove e sconosciute. L’esperienza e la conoscenza non sono condizioni sufficienti per affrontare l’ignoto e il pericoloso. Mi sono reso conto che abbiamo ancora bisogno di volontà e di persone che la pensano allo stesso modo. La combinazione di questi fattori aumenta significativamente le possibilità di successo, non solo di un individuo, ma dell’intera comunità.
Sono venuto a questo simposio dall’Azerbaigian. Nel Caucaso meridionale, e questo è un posto unico sotto molti aspetti, ci sono tre stati indipendenti: Armenia, Azerbaigian e Georgia. Siamo circondati da tre grandi vicini: Iran, Turchia e Russia, che da molti secoli partecipano attivamente agli eventi del Grande Medio Oriente (GME). Sono essenzialmente uno degli attori più importanti nei processi politici, che hanno subito una forte accelerazione dopo il 7 ottobre 2023.

Nel corso del XX secolo, i paesi del Caucaso meridionale si sono trovati due volte in guerra, quando è crollato prima l’impero russo nel 1917, e poi l’URSS nel 1991. A differenza di quel periodo, già ai nostri giorni i paesi del Caucaso meridionale risolvono in gran parte in modo indipendente i problemi relativi alla creazione dei principi di un mondo post-conflitto. Abbiamo superato la fase storica del confronto militare e stiamo attivamente cercando vie per una pace sostenibile. Coloro che detengono il potere nei paesi del Caucaso meridionale sono persone che hanno ricevuto il mandato di farlo dai loro popoli. Tuttavia, i recenti eventi in Georgia e Armenia sollevano preoccupazioni. Gli interessi di attori esterni possono portare alla destabilizzazione della regione.
Una pace duratura nella nostra regione offre opportunità per accelerare lo sviluppo economico e la prosperità dei popoli. Si stanno già formando nuove rotte di trasporto internazionali, ad esempio “Ovest-Est” e “Nord-Sud”, che stanno cambiando e avvicinando i nostri paesi. La futura partecipazione dei nostri paesi a tali progetti globali spingerà i paesi del Caucaso meridionale verso l’integrazione economica, possibilmente verso la formazione di un mercato comune.
Processi regionali. Ciò che osserviamo nel Caucaso meridionale si sta verificando sullo sfondo di quello che può essere chiamato il crollo della “Pax Americana”.
Come la storia ci insegna, l’uscita dalla scena del dominion, e parliamo dell’egemonia statunitense nel mondo a partire dalla metà del XX secolo, porta a tutta una serie di guerre in tutto il mondo. Allo stesso tempo, sullo sfondo della destabilizzazione globale, nei paesi del Caucaso meridionale si osserva esattamente il quadro opposto.
Comprendiamo che ciò che accade nel Grande Medio Oriente determinerà il futuro non solo di questa regione, ma di tutta la civiltà umana.

Sullo sfondo di eventi enormi e su larga scala, questo non è ancora stato notato nel mondo, nuove connessioni e forse alleanze; Queste nuove connessioni aiutano a ridurre gli effetti negativi del crollo della Pax Americana. Da un lato alcuni paesi stanno creando nuove relazioni per proteggersi dai costi dell’attuale modello economico globale e, dall’altro, sta emergendo una strategia per cercare i contorni di un nuovo modello post-americano. mondo.
Credo che sia necessario analizzare attentamente gli eventi per cogliere in tempo i contorni di un mondo nuovo, ancora in gran parte misterioso.

Secondo me, i paesi del Caucaso meridionale sono uno di questi posti. Dove questo nuovo mondo assume connotazioni concrete. Credo che la nostra regione stia creando condizioni favorevoli per le attività delle multinazionali e delle grandi società straniere. Allo stesso tempo, siamo sulla soglia dell’emergere di grandi aziende nazionali con le quali interagiranno le società internazionali. L’Azerbaigian non è nella posizione di osservatore passivo. Il mio Paese è un attore proattivo, energico e fiducioso, sia in campo politico che economico.

Kamil Askerkhanov, Azerbaigian, analista economico e specialista in teoria del management. Intervento al Convegno del PANAP a Bratislava sul tema “Possibile contributo dei paesi del Caucaso meridionale al raggiungimento di una pace stabile nella regione”.

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I 5 migliori libri di cucina armena (Notiziescientifiche 06.07.24)

Questi libri esplorano le tradizioni culinarie e il patrimonio culturale armeni con una vasta gamma di ricette e approfondimenti storici.

Di cosa parlano i libri di cucina armena

La cucina d’Armenia di Sonya Orfalian è un’esplorazione dettagliata delle tradizioni culinarie armene. Il libro presenta oltre 130 ricette tradizionali, ciascuna accuratamente documentata con istruzioni precise per ingredienti, preparazione e metodi di cottura. Oltre alle ricette, Orfalian fornisce un ricco contesto storico e culturale, tra cui aneddoti, leggende e vita quotidiana in Armenia.

Anoush linì! di Verjin Manoukian si addentra nelle antiche tradizioni culinarie dell’Armenia. Descrive l’uso meticoloso di cereali, legumi, frutta e prodotti del bestiame. Le ricette, accompagnate da spiegazioni semplici e dettagliate, evidenziano i benefici per la salute e i sapori dei piatti armeni. Questo titolo non offre solo una guida pratica alla cucina, ma anche un apprezzamento più profondo del patrimonio culinario armeno.

Libri in inglese

Armenian Food di Irina Petrosian e David Underwood offre un viaggio culinario completo attraverso l’Armenia. Gli autori mescolano narrazioni storiche, leggende e storie di fatto per presentare un ricco arazzo della cultura gastronomica armena. Il libro esplora antiche favole, influenze sovietiche sulla cucina e usanze armene uniche come “nutrire” i morti. Con ricette autentiche e aneddoti culturali, questo libro è una risorsa preziosa per chiunque sia interessato alle tradizioni armene.

The Armenian Table Cookbook di Victoria Jenanyan Wise offre 165 ricette tradizionali e contemporanee, catturando l’essenza dei sapori armeni con un tocco moderno. Il libro include capitoli dettagliati sugli ingredienti armeni essenziali, yogurt, maza, pane, insalate, pilaf e piatti di carne. Ogni capitolo è introdotto da commenti e consigli. È una guida alla cucina armena. Il tocco personale di Wise e le ricette di famiglia aggiungono profondità e autenticità a questa raccolta.

The Cuisine of Armenia di Sonia Uvezian presenta 375 ricette che mettono in risalto le diverse e ricche tradizioni culinarie dell’Armenia. Da kebab e verdure ripiene a squisiti dolci, questo libro copre un’ampia gamma di piatti armeni. Uvezian include informazioni storiche, menu e un glossario. Fornisce una guida alla cucina armena. Questo titolo è una risorsa definitiva per chiunque sia interessato a esplorare la cucina armena, con ricette che spaziano dai piatti tradizionali preferiti alle creazioni innovative ispirate alla cultura armena.

Lista dei migliori libri di cucina armena su Amazon

Qui sotto la top list dei 5 migliori libri di cucina armena che sono presenti su Amazon:

 

 

1.La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo

 


La cucina d'Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo

TitoloLa cucina d’Armenia
SottotitoloViaggio nella cultura culinaria di un popolo
ISBN-13: 978-8879289825
Autore: Sonya Orfalian
Editore: Ponte alle Grazie
Edizione: quarta (1 gennaio 2000)
Pagine: 272
Recensioni: vedi
Formato: copertina flessibile

Prezzo: 17.67 EUR su Amazon.it   (dal 07/07/2024 7:31 CEST – Avviso)


 

 

 

2.Anoush linì! Ricette e tradizioni della cucina armena

 


Anoush linì! Ricette e tradizioni della cucina armena

TitoloAnoush linì! Ricette e tradizioni della cucina armena
ISBN-13: 978-8896923313
Autore: Verjin Manoukian
Editore: Trenta Editore
Edizione: 1 gennaio 2012
Pagine: 180
Recensioni: vedi
Formato: copertina flessibile

Prezzo: — su Amazon.it   (dal 07/07/2024 7:31 CEST – Avviso)


 

 

 

3.Armenian Food: Fact, Fiction & Folklore

 


Armenian Food: Fact, Fiction & Folklore

TitoloArmenian Food
SottotitoloFact, Fiction & Folklore
ISBN-13: 978-1411698659
Autori: Irina Petrosian, David Underwood
Editore: Lulu.com
Edizione: 19 aprile 2006
Pagine: 252
Recensioni: vedi
Formato: copertina flessibile
Note: in inglese

Prezzo: 15.16 EUR su Amazon.it   (dal 07/07/2024 7:31 CEST – Avviso)


 

inglese

 

 

4.The Armenian Table Cookbook: 165 treasured recipes that bring together ancient flavors and 21st-century style

 


The Armenian Table Cookbook: 165 treasured recipes that bring together ancient flavors and 21st-century style

TitoloThe Armenian Table Cookbook
Sottotitolo165 treasured recipes that bring together ancient flavors and 21st-century style
ISBN-13: 978-1905570706
Autore: Victoria Jenanyan Wise
Editore: Clairview Books
Edizione: New edition (3 ottobre 2013)
Pagine: 320
Recensioni: vedi
Formato: copertina flessibile
Note: in inglese

Prezzo: 27.22 EUR su Amazon.it   (dal 07/07/2024 7:31 CEST – Avviso)


 

inglese

 

 

5.The Cuisine of Armenia

 


The Cuisine of Armenia

TitoloThe Cuisine of Armenia
ISBN-13: 978-0970971678
Autore: Sonia Uvezian
Editore: The Siamanto Press
Edizione: Revised (31 luglio 2001)
Pagine: 496
Recensioni: vedi
Formato: copertina flessibile
Note: in inglese

Prezzo: 18.23 EUR su Amazon.it   (dal 07/07/2024 7:31 CEST – Avviso)


 

inglese

 

Tabella riepilogativa dei migliori libri di cucina armena

 

 

 

 

 

 

Titolo Autore Edizione Pagine
La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo Orfalian, Sonya 2000 272
Anoush linì! Ricette e tradizioni della cucina armena Manoukian, Verjin 2012 180
Armenian Food: Fact, Fiction & Folklore Petrosian, Irina; Underwood, David 2006 252
The Armenian Table Cookbook: 165 treasured recipes that bring together ancient flavors and 21st-century style Jenanyan Wise, Victoria 2013 320
The Cuisine of Armenia Uvezian, Sonia 2001 496

 

Lo sviluppo del mondo è in stallo perchè l’Occidente vuol mantenere il dominio ad ogni costo, ma non è più in grado di farlo per ragioni oggettive (Karine Gevorgyan) (FarodiRoma 05.07.24)

Vedo la situazione attuale nel mondo in questo modo: si sta accelerando verso una situazione di stallo con rischi estremi di risolversi in una forza maggiore combinata con l’uso di mezzi di distruzione non convenzionali, come armi nucleari, biologiche e chimiche, in un contesto di diminuzione nella capacità di contrastare le catastrofi naturali.
I confronti emergenti sono caratterizzati dall’azione di scenari inerziali di tutti i partecipanti ai processi.

Allo stesso tempo, alcuni (il cosiddetto Occidente, guidato dagli Stati Uniti) vogliono mantenere il dominio ad ogni costo, ma non sono più in grado di farlo per ragioni oggettive: a causa del catastrofico deterioramento degli strumenti di gestione e della crescente contraddizioni tra strati interni.
Le misure adottate creano difficoltà, ma non portano agli obiettivi dichiarati. Quindi, la confisca dei beni russi aiuterà l’Occidente? Piuttosto, intensificherà la distruzione nel sistema di interazione internazionale.
Considerando il peso del debito degli Stati Uniti, con un debito pubblico enorme, qualsiasi sfiducia nell’affidabilità degli investimenti in titoli americani può portare ad un grave aumento del costo del suo servizio. Se i beni verranno comunque confiscati, la Russia avrà qualcosa di cui rispondere. In Russia sono stati congelati diverse decine di miliardi di dollari appartenenti a società americane o a persone giuridiche ad esse affiliate.
Allo stesso tempo, è evidente l’intenzione dei detentori dell’offerta di dollari, non garantita da beni reali, di trovare modi per impossessarsi di quei beni reali, come terreni, immobili e risorse naturali. In questa situazione, l’Ucraina e il Medio Oriente sono diventati il ​​campo di battaglia. I rischi non sfuggono alle istituzioni non statali come la Chiesa cattolica e la Chiesa apostolica armena.
Il calo del livello di fiducia nei politici e nei media non contribuisce a mantenere il dominio del formato Pax Americana.

I paesi non occidentali (gli altri) non hanno una strategia unificata per vincere e mantenere le loro posizioni, riponendo le loro speranze nella tattica di esaurire la controparte in modo reattivo. Il processo di istituzionalizzazione dei formati procede lentamente. Intendo i BRICS.

Medio Oriente e Caucaso meridionale
Dinamica crescente nei processi di cambiamento nell’ordine mondiale con crescenti conflitti nella “major league”, spargimenti di sangue in Medio Oriente, tendenze crescenti del coinvolgimento dell’Europa in uno scontro militare con la Russia e una diminuzione del livello di interazione commerciale ed economica tra i Paesi dell’UE e la Cina creano per i Paesi del Caucaso meridionale da un lato rischi elevati e dall’altro nuove opportunità.

Il primo è dovuto all’impegno delle autorità e delle società rispetto a scenari e progetti precedenti, interni ed esterni, che hanno già ridotto al minimo catastrofico le possibilità di azioni consolidate di tutti e tre i soggetti. Soprattutto Azerbaigian e Armenia. Le azioni della leadership georgiana indicano la loro riluttanza a trovarsi in una zona di turbolenza politica.
A livello diplomatico è stato avviato il processo di “soluzione pacifica”, delimitazione e demarcazione, approvato dall’intera “major league”. Mosca, Washington, Pechino, Londra e Bruxelles sostengono questo processo. Per scopi diversi. Tuttavia, ricordo una battuta a margine della Società delle Nazioni caduta nell’oblio: “Se vuoi la guerra, parla di pace”. Ed ecco perché. La leadership armena, “su richiesta di Baku”, sta effettuando la demarcazione senza la necessaria procedura di legittimazione a livello parlamentare e registrazione presso il Ministero della Giustizia.
L’“installazione di dissuasori” e lo sminamento hanno provocato in Armenia il movimento di protesta “Tavush in nome della Patria”, guidato dall’arcivescovo Bagrat. I già citati dettagli giuridici “noiosi” sui cittadini indignati che chiedono le dimissioni del governo di Nikol Pashinyan per molte altre ragioni interne non interessano più al momento. Tuttavia, anche con un cambio di potere, i problemi esterni non scompariranno.
Sembrerebbe che il corteo vittorioso dell’Azerbaigian sia in marcia. Tuttavia, le “piccole cose” menzionate lasciano intravedere la possibilità di una nuova guerra, nella quale un alleato come la Turchia non sarà in grado di fornire al paese lo stesso sostegno. Perché? L’argomento è separato e affascinante. Tra l’altro, a causa dell’emergente attualizzazione del fattore curdo.

La seconda riguarda le “nuove opportunità”. Ad essi è associata la prospettiva di formare una grande zona monetaria ed economica con l’infrastruttura logistica del progetto Nord-Sud. L’unica cosa che resta da fare è fermare i processi inerziali avviati dai progetti precedenti e sviluppare un formato di interazione in cui non ci saranno perdenti.

Sul conflitto Iran-Israele

Nel 1979, il nuovo governo iraniano dichiarò il “regime sionista” nemico della “Rivoluzione Islamica”. Da allora c’è stato un conflitto tra Iran e Israele. Si noti però che da quarantacinque anni nessuno al mondo propone di creare un formato diplomatico per risolverlo! Anche adesso, dopo lo scambio vero e proprio di colpi diretti, c’è solo una “reazione”: giusto o sbagliato, trattenersi, astenersi… Perché?
Credo che questo sia il risultato di una serie di calcoli errati da parte della leadership israeliana .
Inizialmente, gli Stati Uniti e lo stesso Israele non ne erano interessati fino agli anni 2000, poiché era il loro principale partner nella regione del Vicino e Medio Oriente; È importante notare qui che il fattore israeliano ha consentito agli Stati Uniti di rafforzare la propria posizione nella macroregione ricca di petrolio e di aumentare la propria influenza sull’ambiente dei prezzi in quest’area.
Credevano che i “fondamentalisti islamici” iraniani sarebbero caduti nell’arcaismo e nell’impotenza tecnologica. Si sbagliavano. Permettetemi di ricordarvi che nel 2023 Bloomberg è stato costretto ad ammettere che l’Iran è entrato nella top ten dei paesi tecnologicamente più sviluppati al mondo.

Il 2001 – Afghanistan e il 2003 – l’invasione dell’Iraq sono stati motivi di riflessione per la leadership israeliana. Tuttavia. Alla fine del 2001 a Mosca, esperti, giornalisti, deputati israeliani informati e persino l’ex capo del Mossad, venuto a discutere la questione: quali conseguenze avrebbe avuto l’operazione in Afghanistan per Russia e Israele, non hanno considerato questa formulazione di la questione era rilevante e parlava solo della “riva occidentale del fiume Giordano” ”
Dal 2003, l’Iran ha metodicamente e progressivamente rafforzato le sue posizioni in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Il fattore Isis (vietato in Russia) avrebbe dovuto impedirlo, ma lo ha solo accelerato.

Permettetemi di ricordarvi che in Israele credevano che questi radicali non fossero pericolosi per il Paese, al contrario, le loro azioni in Iraq e Siria non hanno fatto altro che indebolire i nemici di Israele, e in primo luogo dell’Iran; A proposito. Credo che la “risposta” della Russia all’Occidente in relazione alle sue azioni in Ucraina sia stata l’annessione della Crimea (2014) e la creazione di una base militare in Siria, dove dal 2011 il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane (IRGC) ha aiutato Bashar al -Assad resterà. Nonostante tutte le difficoltà e le contraddizioni, ciò ha contribuito al riavvicinamento tra Mosca e Teheran.
Gli israeliani non si sono allarmati per il fatto che il petrolio è diventato per la prima volta dal 2009 il principale prodotto di esportazione degli Stati Uniti , il che ha oggettivamente ridotto il valore di un bene come Israele per gli Stati Uniti. Con il rischio di sbarazzarsene in futuro . Henry Kissinger ha accennato a questo nel 2012: “Tra dieci anni non ci sarà più Israele”.

Obama ha concluso un accordo sul nucleare con l’Iran, al quale Tel Aviv si è categoricamente opposta. Trump lo ha fatto a pezzi e ha addirittura riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. E ora Biden sta nuovamente migliorando le relazioni con l’Iran. E il vicepresidente Kamala Harris ha effettivamente sostenuto i palestinesi nell’attuale aggravamento. Allora perché l’attuale governo di Washington sta minando Israele?

C’è un’ipotesi che Washington (Obama-Biden) abbia deciso di unire il mondo arabo, ma sotto gli auspici di Londra, che dal 19° secolo ha combattuto con successo per il potere in Medio Oriente con l’Impero Ottomano. E l’unica cosa che può unire gli arabi divisi è l’idea di combattere Israele. In questo modo Londra ripristinerebbe di fatto l’”Impero britannico” in contrapposizione all’Unione Europea , che sta diventando sempre più difficile da governare.
La Primavera Araba, durante la quale radicali come i Fratelli Musulmani salirono al potere in molti paesi. Parallelamente, si è verificata un’attiva islamizzazione dell’Europa, che è stata costretta ad accogliere milioni di rifugiati.
Ma nel 2016 Trump è salito al potere negli Stati Uniti e ha iniziato a rafforzare Israele. La Primavera Araba è fallita e gli islamisti in Siria e Iraq sono stati sconfitti.

Karine Gevorgyan, intervento al Convegno di Bratislava promosso dal PANAP

Nella foto: la professoressa Gevorgyan, politologa, orientalista
Nata nel 1956 a Mosca. Nel 1980 si è laureata presso l’Istituto dei Paesi asiatici e africani dell’Università statale di Mosca. Ha lavorato come redattrice presso la redazione principale di letteratura orientale della casa editrice Nauka, nel dipartimento CIS dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia russa delle scienze.
Dal 1993 – esperto del Consiglio Supremo, dal 1994 – esperto del Comitato per gli affari della CSI della Duma di Stato russa. Dal 2007 – capo del dipartimento di scienze politiche della rivista “East” (Oriens) del Centro editoriale accademico “Scienza” dell’Accademia delle scienze russa.

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Armenia, arcivescovo contro il governo (Italia Oggi 04.07.24)

Sulla scena politica dell’Armenia è comparsa una nuova figura. Ha la barba lunga, l’abito bianco e guida le proteste contro il premier Nikol Pashinyan. Il principale oppositore del governo armeno si chiama Bagrat Galstanyan, 53 anni, arcivescovo di Tavows, provincia di 135mila abitanti nota agli appassionati di trekking per i suoi sentieri panoramici.

L’arcivescovo ribelle che mira a diventare premier dell’Armenia Galstanyan è stato temporaneamente sospeso dagli incarichi pastorali su sua stessa richiesta, il che non gli impedisce di scendere in piazza con i paramenti e gli arredi ecclesiastici per guidare il movimento «Tavows in nome della patria», che si coagula attorno a gruppi e sigle politiche di ogni provenienza, anche ideologicamente molto distanti dalla Chiesa e dalla religione, ma tutti favorevoli a rafforzare i legami con la Russia di Vladimir Putin.

Galstanyan è un monaco della tradizione orientale. E non ha altra famiglia «al di fuori della Chiesa e del popolo». L’arcivescovo non nasconde le sue ambizioni di assumere il ruolo di primo ministro dopo aver rovesciato il «traditore» Pashinyan.

Galstanyan non si limita ad arringare le folle, ma le esorta a prendere d’assalto i palazzi del potere, com’è accaduto qualche giorno fa, quando i manifestanti hanno cercato di rinchiudere il premier e i deputati nel palazzo dell’Assemblea nazionale. La polizia è dovuta ricorrere alla forza per disperdere i contestatori, ma il sacerdote rivoluzionario, presente alle proteste, non è stato sfiorato.

Il Paese è diviso tra la maggioranza che sostiene il primo ministro e l’opposizione guidata dal monaco

L’Armenia è dilaniata da un conflitto interno tra le forze di maggioranza che sostengono Pashinyan, favorevoli ai colloqui di pace con l’Azerbaigian, e l’opposizione guidata da Galstanyan, che pretende di difendere i territori di confine.Secondo i funzionari di Accordo civile, il partito del premier, dietro alle rivolte ci sarebbe il patriarca della Chiesa armena, Karekin II, che avrebbe dato la sua benedizione (in tutti i sensi) a Galstanyan per rovesciare il potere con ogni mezzo, e pazienza se non sarà il più democratico.

La Chiesa esortava il governo a eliminare il Nagorno Karabakh

Lo scorso anno la Chiesa armena aveva esortato il governo a proseguire la battaglia contro gli azeri sul Nagorno Karabakh, da cui l’esercito era stato ritirato dall’esecutivo di Pashinyan per evitare una guerra totale tra Armenia e Azerbaigian.

Il premier Pashinyan contro i vescovi Il primo ministro ha definito i vescovi «agenti provocatori» che «vogliono portare di nuovo la guerra». E ha promesso che la faccenda verrà risolta «entro due o tre mesi». Pashinyan si affida alle rievocazioni storiche: davanti al parlamento ha giurato che non accadrà più come all’epoca dei bizantini, quando i patriarchi fomentarono guerre e conflitti facendo pressione sugli imperatori a Bisanzio.

La rilettura della storia è una caratteristica delle guerre del terzo millennio: mentre Putin cerca di ristabilire i fasti del passato in Russia, Pashinyan insiste nel proporre una nuova Armenia, che non sia un’imitazione di quella antica o medievale.

«Se i rapporti della Chiesa col governo sono cattivi», ha detto il premier armeno Nikol Pashinyan citando un brano delle lettere di San Paolo, «allora saranno cattivi anche i rapporti della Chiesa con Dio». Un messaggio non troppo velato per l’arcivescovo rivoluzionario.

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Fano Jazz by the sea batte il ritmo. Musicisti da ogni angolo del mondo (Resto del Carlino 04.07.24)

E’partito il conto alla rovescia della 32esima edizione del Fano Jazz by the Sea. Si comincia sabato 20 dall’Arco d’Augusto con “The Next Movement” per proseguire con i sei concerti sul main stage della Rocca Malatestiana, fino ad arrivare agli appuntamenti alla ex Chiesa di San Francesco e alla Pinacoteca San Domenico, per arrivare alla Spiaggia di Sassonia con il suggestivo concerto all’alba (domenica alle 5 all’ex Anfiteatro Rastatt), senza dimenticare il Jazz Village. Alla Rocca si comincia domenica alle 21,30 con Richard Bona e Alfredo Rodriguez, coadiuvati dal batterista Michael Olivera. La sera dopo sarà la volta di Dhafer Youssef. Martedi 23 luglio toccherà al trio del pianista di origine armena Tigran Hamasyan. Novità assolute per il Festival saranno Ana Carla Maza e Daniel Garcia. Venerdi 26, toccherà chiudere il ciclo ai rinnovati The Bad Plus, ovvero al bassista Reid Anderson e al batterista Dave King, cofondatori del gruppo, affiancati dal sassofonista Chris Speed e dal chitarrista Ben Monder, quest’ultimo partner di David Bowie nel suo album Blackstar.

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Genocidio armeno, licenza revocata a una radio turca (Cds 04.07.24)

Una radio turca indipendente, condannata per aver permesso a un ospite di discutere del “genocidio armeno” del 1915, si è vista revocare la licenza dal Consiglio turco per la radiodiffusione (RTÜK).

“RTÜK ha annullato la licenza di Açik Radyo. Il motivo è che la sua direzione non ha rispettato la sospensione di cinque giorni (di uno dei suoi programmi) per ‘incitamento all’odio e all’ostilità’, ha annunciato sulla rete sociale X Ilhan Tasci, membro di RTÜK , nominato dall’opposizione.

Didem Gençtürk, coordinatore dei programmi della radio indipendente con sede a Istanbul, ha confermato questa decisione all’Afp.

 

Açik Radyo, che trasmette da quasi trent’anni e si proclama “aperto a tutte le voci e a tutti i colori”, è stato condannato a fine maggio a una multa e al divieto di trasmettere per cinque giorni il suo programma in cui, ad aprile Il 24, un ospite è tornato sui massacri degli armeni perpetrati nel 1915 dalle truppe ottomane, definendoli “genocidio”, come molti storici.
Nella sua decisione, l’Alto Consiglio turco dell’audiovisivo aveva criticato l’emittente per non aver “tentato di correggere le dichiarazioni dell’ospite”.
Il genocidio armeno è riconosciuto come tale dai governi o dai parlamenti di molti Paesi, tra cui Stati Uniti, Italia, Francia e Germania. Il numero degli armeni morti è stimato tra 600.000 e 1,5 milioni.
La Turchia, nata dallo smantellamento dell’Impero Ottomano nel 1920, continua a rifiutare questo termine e si riferisce a “massacri” accompagnati da una carestia, in cui morirono da 300.000 a 500.000 armeni e altrettanti turchi.
In un comunicato diffuso dopo la condanna, la radio ha ricordato di “aver sempre difeso la libertà di pensiero e di espressione e la libertà di stampa”.

“Nessuna espressione nel programma sanzionato ha superato (questi) limiti”, ha affermato.

“La decisione (…) del Consiglio Superiore dell’Audiovisivo nei confronti di @acikradyo è chiaramente contraria all’articolo 26 della Costituzione, che regola la libertà di pensiero e di espressione”, ha reagito su X il sindacato turco dei giornalisti del TGS.

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La tragedia che non c’è (Korazym 04.07.24)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.07.2024 – Renato Farina] – La “dichiarazione” finale del G7 è composta di 19.842 parole (in inglese, compresi titoli e titoletti). Apro il mio tablet sul bordo del lago di Sevan. Sono venuti a trovarmi alcuni amici cacciati dall’Artsakh (Nagorno-Karabakh), desertificato della sua popolazione indigena dagli invasori giunti dall’Azerbajgian tirando cannonate su Stepanakert e su tutti i villaggi abitati. Una espulsione totalitaria equivalente al genocidio: nullificare la presenza di un popolo nella sua terra, con tanto di fagotti dei morti sulle spalle, qualcosa di così disumano da spaccare le ossa della mia anima.

Ma so che tutto questo è stato vissuto dolorosamente anche da tanti Italiani, a differenza soprattutto del loro Governo, e del loro Parlamento (maggioranza e opposizione, presenzialisti e assenteisti). Tutti adoratori della Costituzione, questi politici, e tutti a citare l’articolo 11 che “ripudia la guerra”. Ma ci dev’essere un postscriptum riservato, che si passano tra loro le generazioni di potenti: non c’è scritto che bisogna ripudiare chi fa la guerra e annienta poveri cristi, purché in cambio stipino di gas i nostri serbatoi, e di caviale certi tipetti, e di denaro le nostre fabbriche di cannoni e aerei tattici militari per trasferire paracadutisti di reparti d’assalto sui petti di sciagurate minoranze Cristiane…

Sono ingiusto a non fare distinguo. Non tutti i parlamentari e non tutti i ministri e i sottosegretari hanno sacrificato gli Armeni dell’Artsakh alla ragion di Stato (ma val la pena sopravviva uno Stato che ha ragioni così miserabili per campare, al punto da accarezzare massacri e pulizie etniche purché gli autori siano bravi fornitori? Per me no, ma chi sono io per giudicare e magari al loro posto fare lo stesso?).

Non tutti hanno chiuso gli occhi, ci sono pochi meravigliosi deputati e senatori coraggiosi, oltre a qualche Nicodemo che nel silenzio dissente. Oso qualche nome: Centemero, Formentini, Zampa, Pozzolo, Orsini, Malagola, Fassino e se dimentico qualcuno, scriva che – se sono ancora vivo – rimedierò.

Speranze tradite

Ho letto la dichiarazione finale firmata da Capi di Stato e Premier del G7. Ho usato i dispositivi dell’intelligenza calcolatrice che permettono di scrutare il succo dei testi. Avevo moderate speranze di trovare un impegno per tutelare la piccola culla delle memorie Cristiane, un luogo che non è simbolico e basta, ma palpitava. Uso il passato!

Il Nagorno-Karabakh era abitato da centoventimila Cristiani. Nel settembre del 2020 l’Azerbajgian sostenuto dai Turchi si era già preso metà del territorio. La Russia e la Bielorussia, che avrebbero dovuto intervenire in base ai trattati sottoscritti con l’Armenia, hanno lasciato fare. Putin si è mosso solo a novembre, quando migliaia di soldati e civili Armeni erano ormai stati uccisi come sagome del lunapark da droni israeliani infallibili.

Nel 2022, quattro giorni prima dell’aggressione all’Ucraina, lo Zar Vladimir e il dittatore dell’Azerbajgian Ilham Aliyev hanno firmato un trattato di cooperazione, che ha consentito alla Russia di triangolare gas e petrolio con l’Occidente tramite il simpatico tiranno il cui padre Heydar fu vice di Breznev e colonna asiatica del KGB.

Nel 2023, dopo uno stillicidio di attacchi e assassinii, e l’assedio utile per far morire i bambini di fame, il colpo finale. In centomila espropriati della loro essenza furono costretti, per non essere schiavizzati o appesi ai pali, ad andarsene nella Repubblica di Armenia. L’Italia era corsa in soccorso del vincitore sin dai primi giorni del 2023 firmando un accordo per la “modernizzazione” (citazione dalla dichiarazione ufficiale del governo di Baku) delle forze armate azere.

Nelle circa 20mila parole messe in fila dal G7 non c’era spazio per scrivere “Armenia”

Ed ecco il G7 a presidenza italiana. Speravamo in Giorgia Meloni, ma forse l’essersi affidata a Elisabetta Belloni come sherpa per fissare accordi, non è stata una grande idea, almeno per noi disgraziati Cristiani del Caucaso. Non deve essere stata una gran trascinatrice per la buona causa delle minoranze religiose e razziali.

Avevamo sperato nella presenza al G7 di Borgo Egnazia dello Stato più amico di noi Armeni che esista in Occidente, almeno sulla carta: in Francia circa 750mila suoi cittadini sono “armenians de France”; ma dovrebbero esserlo anche gli USA e il Canada, nazioni in cui i miei fratelli assommano a un milione e mezzo.

Risultati? Siamo invisibili, siamo inesistenti. Esiste anche un genocidio che bassa attraverso la soppressione del problema, l’impiparsene.

Tra i circa 20mila lemmi ho provato a far contare al computer alcune parole chiave. Innanzitutto nomi propri di Stati o territori: Russia 61, Ucraina 57, Cina 29, Nord Corea 14, Palestina 13, Israele 11, Iran 11, Gaza 9, Libia 6, Armenia 0, Nagorno-Karabakh 0, Azerbajgian 0. Nomi per problematiche: Cambiamento climatico/clima 53, Gender 25, Diritti umani 24, Dignità umana 3, Migrazioni/migranti 38, Inquinamento 12, Plastica 9, Libertà 13, Libertà religiosa 0, Persecuzione 1, Persecuzione religiosa 0.

Come si vede, l’Armenia e la sparizione di una nazione Cristiana dalle cartine geografiche in Caucaso non sono un problema che interessi i grandi. Qui batterò ancora qualche colpo in alfabeto Morse, o vi siete stancati anche voi?

Il Molokano

Questo articolo è la versione integrale di quanto è stato pubblicato sul numero di luglio 2024 di Tempi in formato cartaceo e sulla edizione online Tempi.it [QUI].

Postilla

Il titolo del Molokano di luglio 2024 del carissimo amico Renato Farina porta alla memoria il Neverland (l’isola che non c’è) in Peter Pan, l’opera celebre di J. M. Barrie del 1904, che è la metafora della positività della ricerca dell’utopia o dell’ideale, senza però illudersi che questo sia pienamente raggiungibile nel mondo reale.
Da spalatore di nuvole, come Fred Vargas e il suo Adamsberg [QUI], continuo a sognare l’ideale, che un giorno gli Armeni potranno vivere in pace nelle loro terre ancestrali; un’utopia, visto come sono state ridotte dai Turchi nei secoli le terre armene, e continuano a prendersene fette con il sistema del taglio del salame; una speranza Cristiana in una pace che il mondo non ci può dare: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Gesù è il Principe della pace, l’unico che può portarci la vera pace [V.v.B.].

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