AZERBAIGIAN: Vietato l’ingresso a 76 deputati europei critici del regime (Eastjournal 03.09.24)

L’Azerbaigian ha vietato l’ingresso nel paese ai 76 deputati dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), che, a gennaio, hanno votato contro la ratifica dei poteri della delegazione della repubblica all’organizzazione. Tra i “non più grati” vi sono anche cinque parlamentari italiani di centrosinistra: Piero Fassino, Francesco Verducci, Andrea Orlando, Sandra Zampa (PD) e Aurora Floridia (Europa Verde).

“Le persone che hanno votato contro la delegazione azera presso la PACE sono state incluse nella lista delle ‘persone non grate‘. Se queste persone cercano di entrare in Azerbaigian prima che venga ripristinato il mandato della nostra delegazione presso la PACE, non potranno entrare nel paese”. Lo ha detto in un comunicato l’addetto stampa del Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaigian, Aykhan Hajizade.

Il voto contro la delegazione di Baku a Strasburgo

Il 24 gennaio scorso, a sorpresa, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa aveva votato contro la ratifica delle credenziali della delegazione parlamentare dell’Azerbaigian, con una maggioranza ampia e trasversale: 76 no, 10 sì (turchi e albanesi), e 4 astenuti (svizzeri, norvegesi e bosniaci).

Il socialdemocratico tedesco Frank Schwabe aveva motivato la proposta di voto contrario con gli oltre 200 prigionieri politici, la pulizia etnica del Nagorno Karabakh, e i tre divieti ai relatori PACE di visitare il paese nel 2023, oltre al non invito ad osservare le elezioni presidenziali del febbraio 2024 (poi vinte da Ilham Aliyev col 92% dei suffragi. Altri delegati alla PACE hanno citato l’arresto dell’economista e politico Gubad Ibadoghlu, e la repressione di AbzasMedia dopo le inchieste sulla corruzione.

In reazione, il giorno dopo l’Azerbaigian ha sospeso la propria partecipazione e cooperazione con la PACE, accusando di una “campagna diffamatoria“, “azerbaigianofoba” e basata sui doppi standard.

La posizione in bilico di Baku nel Consiglio d’Europa

L’Azerbaigian è membro del Consiglio d’Europa dal 2001, e la decisione della PACE non mette a rischio la sua partecipazione all’organizzazione europea né la giurisdizione della Corte europea dei diritti umani. Negli scorsi vent’anni, tuttavia,  anziché migliorare i propri standard di democrazie e diritti umani, il regime azero ha consolidato autocrazia e repressione.

La “diplomazia del caviale” di Baku ha sfruttato l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa come meccanismo di legittimazione internazionale del regime, tramite la corruzione di compiacenti deputati europeo-occidentali. L’italiano Luca Volontè (UdC) è stato il primo delegato PACE ad essere arrestato e condannato in primo grado a 4 anni nel 2021 per aver ricevuto una tangente da due milioni dal lobbista azero Suleymanov nel 2013 per indirizzare il voto del gruppo PPE, di cui era capogruppo alla PACE. Vari politici tedeschi restano sotto inchiesta in Germania.

L’Azerbaigian è sempre più in tensione con il Consiglio d’Europa, in particolare dopo la totale riconquista del Nagorno Karabakh del settembre 2023, garantita dai droni israeliani. Dopo che la sessione autunnale della PACE ha condannato l’attacco, l’Azerbaigian non ha invitato i membri di PACE a osservare le elezioni presidenziali straordinarie di febbraio. Né ha esteso l’invito alla PACE ad osservare le venture elezioni legislative del 1° settembre.

Con l’invasione russa dell’Ucraina, i paesi UE hanno velocemente ridotto la propria dipendenza energetica da Mosca, a favore di altri fornitori di energia – la Norvegia, ma anche l’Azerbaigian. Il gas azero, tramite il gasdotto TAP, oggi rappresenta il 5% degli import UE, ed è di particolare importanza per Grecia, Bulgaria, Romania e Italia. La nuova leva politica ha permesso a Baku di aumentare i propri attacchi ai critici del regime in Europa e oltre. Negli ultimi mesi, l’Azerbaigian è stato accusato di fomentare il separatismo anti-francese in Nuova Caledonia, nel Pacifico.

Verso la COP29: una nascente condizionalità autocratica?

La decisione di dichiarare “persone non grate” un buon numero di deputati di paesi europei potrebbe tuttavia mettere in discussione il ruolo globale dell’Azerbaigian. Baku sarà sede della conferenza internazionale sul clima COP29 dall’11 al 22 novembre. Frank Schwabe ha già espresso intenzione di parteciparvi. In caso le autorità azere gli neghino l’ingresso, le relazioni di Baku con i paesi europei potrebbero ulteriormente peggiorare.

Baku ha subordinato la revoca del divieto d’ingresso al ripristino del mandato della sua delegazione presso la PACE. Come nota l’analista moldavo Dionis Cenușa, “questo tipo di approccio transazionale tra uno Stato membro e il CoE è piuttosto nuovo, ma potrebbe trarre ispirazione da un tipo emergente di condizionalità autocratica del ricatto contro le organizzazioni guidate da regole occidentali.”

“Prima di essere esclusa dal Consiglio d’Europa a causa dell’aggressione contro l’Ucraina nel marzo 2022, la Russia era solita condizionare il suo contributo finanziario. Né il Consiglio d’Europa né l’UE hanno reagito alla lista nera e al ricatto dell’Azerbaigian, che ha coinvolto deputati dei loro stati membri”, ricorda Cenușa.

Lo scorso gennaio, l’attivista azero per i diritti umani Anar Mammadli affermava per OC Media che lo stato e i cittadini  dell’Azerbaigian possono ancora trarre vantaggio dall’appartenenza del paese al Consiglio d’Europa. Lo stesso Mammadli è stato nei mesi successivi imprigionato dal regime azero.

“Una banda criminale attorno all’illegittimo presidente Aliyev in Azerbaigian ha osato imprigionare il vincitore del premio per i diritti umani Václav Havel del Consiglio d’Europa Mammadli Anar. Non c’è modo per l’Azerbaigian di tornare all’Assemblea parlamentare [del Consiglio d’Europa]. Non ora e non a gennaio”, ha affermato Schwabe a fine aprile.

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Armenia e Azerbaigian potrebbero non essere lontane da un accordo di pace (Eunews 03.09.24)

Bruxelles – Il conflitto più che trentennale tra l’Armenia e l’Azerbaigian potrebbe essere avviato verso una conclusione che, se raggiunta, sarebbe senz’altro storica. Ma rimangono ancora dei problemi irrisolti sulla strada della completa pacificazione tra Yerevan e Baku, a cominciare dall’annosa questione dei confini e dal riarmo di entrambi i Paesi. Così, in un’area dove si intrecciano le influenze politiche e gli interessi strategici di vari attori internazionali, la soluzione duratura che da tempo si ricerca potrebbe non essere ancora a portata di mano. 

Durante una conferenza stampa lo scorso 31 agosto, il premier armeno Nikol Pashinyan ha annunciato di aver inoltrato a Baku una proposta per la stipula di un trattato di pace che possa mettere fine al conflitto tra i due Paesi del Caucaso meridionale iniziato trentasei anni fa, nel 1988 (ancora prima della dissoluzione dell’Urss) e incentrato intorno alla sovranità contesa sull’area del Nagorno-Karabakh. Dopo varie fasi di guerra, alternate a periodi di relativa stabilità in cui il conflitto è parso congelato, l’Azerbaigian nell’autunno del 2023 ha riconquistato militarmente l’enclave armena entro i propri confini.

Stando a quanto anticipato da Pashinyan, la bozza comprenderebbe 17 articoli: su 13 ci sarebbe già un “accordo totale” delle due parti, mentre su altri tre ci sarebbe un “accordo parziale“. Mancherebbe dunque l’accordo su un ultimo punto, ma non è stato spiegato quali siano i temi rimasti irrisolti (anche se non è difficile immaginarlo, come vedremo tra un attimo). La proposta di Yerevan a Baku è, sostanzialmente, di siglare un trattato contenente i punti già concordati, e di lasciare ad una seconda fase di negoziati il resto.

Con la firma, ha dichiarato il primo ministro armeno, le due ex repubbliche sovietiche avvierebbero anche formali relazioni diplomatiche, prendendo a modello i negoziati bilaterali che hanno portato, lo scorso dicembre, al rilascio dei prigionieri armeni catturati dall’esercito azero nell’offensiva di pochi mesi prima e più recentemente ad un accordo per la creazione di una commissione mista per la demarcazione dei confini tra i due Paesi. Dopo diversi mesi in cui il processo negoziale sembrava in stallo, si tratta sicuramente di un’iniezione di fiducia per trovare la difficile quadra in una regione che non conosce pace da decenni. 

Sicuramente, una delle questioni ancora irrisolte ha a che fare con la costituzione armena, che include un riferimento alla riunificazione tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh (la riunificazione è citata in un documento risalente al 1989, a sua volta ripreso dalla dichiarazione d’indipendenza del 1990 cui la carta fondamentale del Paese fa riferimento in un preambolo). Ora, l’Azerbaigian ha ripetutamente chiesto la rimozione di tale riferimento, ma pare che solo lo scorso maggio Pashinyan abbia chiesto all’organo incaricato di rivedere la costituzione (creato nel 2022) di riscrivere interamente la carta, per sottoporla a referendum popolare nel 2027, anche se l’opinione pubblica armena non sembra ancora accettare la perdita definitiva della regione azera.

Un’altra annosa questione, che parrebbe essere stata recentemente sciolta (o forse, probabilmente, solo rimandata), è quella del corridoio di Zangezur che Baku richiedeva per connettere l’exclave di Nakhchivan al territorio azero. Secondo alcuni analisti, le autorità azere avrebbero fatto questa concessione a Yerevan proprio in cambio delle citate modifiche costituzionali.

Ma sulla strada della pacificazione potrebbe mettersi di traverso anche la corsa al riarmo di entrambi i Paesi. Ad oggi, le forze armate azere vantano una netta superiorità, con Baku che viene rifornita da Turchia, Israele, Pakistan e una serie di Stati europei inclusa l’Italia, mentre Yerevan riceve armi ed equipaggiamenti militari da Francia e India. I governi armeno e azero sostengono pubblicamente di non avere intenzione di attaccarsi a vicenda, ma data la storia martoriata della regione fare previsioni sul futuro è tutt’altro che semplice.

Negli ultimi anni, l’Armenia sta cercando di allontanarsi dall’orbita russa e di avvicinarsi all’Ue, con la quale ha approfondito i legami diplomatici, politici e militari. Del resto, Bruxelles ha sempre incentivato il processo negoziale tra i due Paesi, impiegando anche una missione di pace sul confine armeno. Quanto all’Azerbaigian, Baku è diventato uno dei principali partner energetici dei Ventisette dopo l’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina (sempre dal Paese caucasico arriva in Italia, peraltro, il gas naturale trasportato dal Tap).

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AZERBAIJAN. Elezioni anticipate vinte da Alijev. l’OSCE scettica (Agcnews)


Aliyev: “Circa l’80% del testo dell’accordo di pace è stato concordato nei negoziati con Armenia” (Trt)


Il nuovo protagonismo dell’Azerbaigian sulla scena mondiale (G. Chinappi) (Faro di Roma)

Mostra “La preghiera tradotta nel linguaggio dei colori” di Vazgen Brutyan (Venetonews 03.09.24)

L’associazione Italiarmenia propone la mostra “La preghiera tradotta nel linguaggio dei colori” dell’artista armeno Vazgen Brutyan.

Iniziativa realizzata in collaborazione con il Comune di Padova.

Evento collegato

Mercoledì 4 settembre, ore 17:00
Presentazione del volume “Confesso con fede” in 50 lingue, a cura dei Padri della Congregazione Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, Venezia.
Intervengono:

  • Vartan Giacomelli – associazione Italiarmenia
  • padre Serop Jamourlian – Congregazione Mechitarista, Venezia
  • Alberto Peratoner – Facoltà Teologica del Triveneto, Padova
  • Antonia Arslan – scrittrice e saggista
  • Vazgen Brutyan – artista, Yerevan, Armenia

A seguire inaugurazione della mostra.

Per informazioni

Associazione Italiarmenia
sito www.italiarmenia.it

(Comune di Padova)

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La statua di Cristo più grande al mondo sta per nascere in Armenia, tra corruzione e scempi ambientali (Repubblica 03.09.24)

Ideata e sponsorizzata da un controverso oligarca, sarà la statua di Cristo più alta del mondo ed è investita da gravi polemiche: incoerente con la tradizione ecclesiastica della Chiesa locale, è stata progettata per erigersi sui resti di una fortezza del II millennio a.C. già danneggiata dai lavori preliminari. Ma una modifica al piano originario potrebbe venire in soccorso del sito archeologico, scoperto nel 2019 da un team italo-armeno

TBILISI – Più alta del Cristo Redentore di Rio de Janeiro, più imponente dell’attuale titolare del record mondiale, il Cristo Re di Swiebodzin, in Polonia, che misura complessivamente 52,5 metri: in Armenia è stata quasi completata una statua che supererà tutte quelle costruite finora.

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Armenia: il dilemma del nucleare (Osservatorio Bacani e Caucaso 02.09.24)

L’Armenia vuole chiudere la centrale nucleare di Metsamor, obsoleta e costruita in territorio sismico, e costruire un nuovo impianto entro il 2036. Per realizzarlo, Yerevan sta negoziando con Russia, Francia e Stati Uniti: una partita che tocca questioni energetiche ma anche geopolitiche

02/09/2024 –  Onnik James Krikorian

All’inizio di agosto il governo armeno ha istituito un nuovo organismo per monitorare l’attesa chiusura del vecchio reattore nucleare di Metsamor, costruito nel periodo sovietico, che dovrebbe essere sostituito da un nuovo impianto entro il 2036. Al momento Yerevan sta negoziando con diversi paesi – in particolare con Russia, Stati Uniti e Corea del Sud – per costruire un nuovo reattore capace di soddisfare le future esigenze energetiche dell’Armenia.

La centrale nucleare di Metsamor, entrata in funzione alla fine degli anni ’70, attualmente copre il 30-40% del fabbisogno elettrico nazionale. La percentuale varia a seconda della stagione.

Da tempo, ormai, la centrale di Metsamor suscita preoccupazione dal punto di vista della sicurezza, considerando la struttura e l’obsolescenza dell’impianto, oltre al fatto di sorgere in un’area sismica. Già negli anni 2000 l’Unione europea aveva chiesto di mettere fuori uso il vecchio impianto. Però in assenza di alternative, il reattore di Metsamor è sempre rimasto in funzione, eccetto nei sei anni successivi al devastante terremoto del 1988.

La decisione di sostituirlo arriva in un momento caratterizzato da preoccupazioni per il riscaldamento globale e dal tentativo di passare dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. A completare il quadro, le rivalità geopolitiche nel Caucaso meridionale che hanno raggiunto livelli senza precedenti dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022.

Nel dicembre 2023 l’Armenia ha firmato un accordo con l’agenzia nucleare russa Rosatom per modernizzare il reattore di Metsamor in modo da mantenerlo in vita fino al 2036, ossia fino a quando il nuovo impianto non sarà pronto. Recentemente anche i rappresentanti dell’azienda francese Framatome, produttrice di reattori nucleari, hanno visitato l’Armenia per incontrare Armen Grigoryan, segretario del Consiglio di sicurezza armeno. Il funzionario di Yerevan ha reagito con entusiasmo al rinnovato interesse della Francia per lo sviluppo del settore nucleare armeno.

In molti però ritengono che Yerevan sia più favorevole alla possibilità che gli Stati Uniti costruiscano un nuovo impianto basato sui cosiddetti “small modular reactors” [SMR, piccoli reattori modulari]. Pur non essendo stati sufficientemente testati per uso civile, gli SMR sono visti come un espediente per aiutare i paesi come l’Armenia a ridurre la loro dipendenza energetica da Mosca.

Qualche mese fa Armen Grigoryan ha dichiarato che i colloqui con gli Stati Uniti sugli SMR sono entrati in una fase “sostanziale”, rendendo più concreta l’ipotesi di una partnership energetica tra Washington e Yerevan. Recentemente, il Dipartimento di stato degli Stati Uniti ha confermato di aver ricevuto una richiesta di Yerevan di accelerare il processo.

Il nocciolo della questione è l’autorizzazione – prevista dalla legge statunitense sull’energia atomica del 1946 – per esportare tecnologie nucleari civili all’estero. Nel luglio di quest’anno, nel corso di una visita a Yerevan, Samantha Power, direttrice dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), ha lodato l’impegno dell’Armenia nel potenziare le sue fonti di energia rinnovabile, sottolineando che l’energia nucleare svolgerà un ruolo chiave nella transizione energetica del paese.

Nel 2022, l’Armenia ha prodotto 9 GWh (gigawattora) di energia elettrica: il 43,5% da gas, il 32% da fonti nucleari, il 21,8% da impianti idroelettrici, mentre il solare e l’eolico hanno raggiunto rispettivamente appena il 2,7% e lo 0,02%.

L’energia nucleare è considerata un elemento chiave per ridurre la dipendenza energetica di Yerevan da Mosca, soprattutto tenendo conto del fatto che la Russia, sulla base di un accordo siglato nel 2013, potrebbe detenere il monopolio sulla fornitura e la distribuzione del gas in Armenia fino al 2043.

Nel maggio 2022, Antony Blinken, segretario di stato americano, e Ararat Mirzoyan, ministro degli Esteri armeno, hanno firmato un memorandum per esplorare le potenzialità dei piccoli reattori nucleari. Washington però deve ancora costruire un primo SMR operativo sul proprio territorio, dopo che l’anno scorso un progetto di questo tipo è stato abbandonato per via dei costi stimati in 5-9 miliardi di dollari.

Ad ogni modo, gli analisti vicini al primo ministro armeno Nikol Pashinyan credono che il governo di Yerevan sia favorevole all’opzione SMR. Pashinyan l’ha già definita “politicamente appetibile”.

L’anno scorso una delegazione armena si è recata in visita negli Stati Uniti per esplorare le potenzialità degli SMR e la possibilità di smarcarsi da Mosca. Nonostante alcuni esperti, compresi quelli dell’ufficio dell’Onu a Yerevan, invitino alla cautela nei confronti della tecnologia SMR, sottolineando che le tecnologie russe sono già state testate e utilizzate in Armenia, Pashinyan continua ad esprimere interesse per i reattori statunitensi.

Sembra dunque che il premier armeno abbia già preso una decisione e che stia solo aspettando che si creino i presupposti legali per permettere all’Armenia di ricevere le tecnologie nucleari statunitensi per uso civile.

Resta però la questione della fornitura del combustibile nucleare, che attualmente viene trasportato in Armenia dalla Russia per via aerea. Non è chiaro come Yerevan possa procurarselo altrimenti nel caso di un’eventuale rottura con Mosca.

In un articolo  scritto per il think tank Carnegie Endowment for International Peace, l’analista Areg Kochinyan parla della possibilità di ottenere l’uranio dal Kazakistan, ammesso che la Russia consenta il transito attraverso il proprio spazio aereo. Una seconda via potrebbe passare dall’Azerbaijan, ipotesi che però sembra poco realistica anche nel caso di un’eventuale normalizzazione delle relazioni tra Baku e Yerevan.

L’unica alternativa che rimane – quella di trasportare il combustibile nucleare attraverso il Mar Caspio e l’Iran – dipende dalla prontezza degli Stati Uniti di accettare tale scelta.

Ad ogni modo, la decisione definitiva su come sostituire il reattore nucleare di Metsamor dovrebbe essere presa nei prossimi due anni e con ogni probabilità rifletterà le dinamiche della rivalità tra Occidente e Russia nel Caucaso meridionale.

Nel frattempo, venerdì 30 agosto, sono state nuovamente sollevate preoccupazioni sulla sicurezza dopo che il reattore di Metsamor, colpito da un fulmine, si è temporaneamente spento. Il governo ha sottolineato che l’interruzione è scattata grazie al corretto funzionamento dei sistemi di sicurezza automatizzati della vecchia centrale. Il giorno successivo il reattore ha ripreso a funzionare.

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Armenia, i cattolici dell’Europa orientale hanno un nuovo ordinario (Renovatio21 02.09.24)

La diplomazia vaticana non va in vacanza: il 21 agosto 2024 Papa Francesco ha effettuato una nomina di primaria importanza per l’ordinariato cattolico degli armeni dell’Europa orientale.

Fr. Kevork Noradounguian è stato scelto per diventare Arcivescovo di Sebaste degli Armeni, titolo che spetta a colui che esercita la funzione di «ordinario» sugli Armeni cattolici dell’Europa orientale. L’Annuario Pontificio spiega che questi ordinariati sono «strutture geografiche istituite per le comunità cattoliche orientali che non hanno una propria gerarchia in un luogo specifico».

Sono guidati da un prelato nominato dalla Santa Sede, che risponde direttamente a quest’ultima, ed esercita la giurisdizione sui cattolici orientali che non hanno vescovi propri. Questo ordinariato è, tuttavia, collegato al Patriarcato armeno di Cilicia, che è stato recentemente presentato su questo sito. Il nuovo vescovo risiederà a Yerevan, la capitale dell’Armenia.

Padre Noradounguian, che sarà consacrato vescovo a breve, assume così la guida di una quasi-diocesi per i fedeli armeni cattolici dell’Europa orientale, in un territorio che comprende Armenia, Georgia, Russia e Ucraina. In altre parole, un terreno dove si mescolano guerre ibride e guerre aperte, in mezzo agli interessi geopolitici globali, e dove i cattolici sono spesso vittime collaterali.

In effetti, Armenia e Azerbaigian si stanno facendo a pezzi da decenni a causa di un conflitto territoriale sulla regione del Nagorno-Karabakh, riconquistata nel settembre 2023 da Baku dopo una guerra lampo contro i separatisti armeni che si erano impossessati di questo territorio negli anni Novanta.

Quasi tutti gli armeni cattolici hanno dovuto abbandonare la regione e abbandonarla ai musulmani. Dopo questa amara sconfitta, le autorità armene hanno fatto la scelta, con gravi conseguenze, di prendere le distanze dal vicino russo – accusato di inerzia – e di avvicinarsi all’Unione Europea e all’Occidente, cosa che non ha mancato di offendere il Cremlino.

In Georgia, dove il nuovo ordinario esercita ora la sua giurisdizione sugli armeni cattolici, il problema è diverso: il potere in carica ha deciso di avvicinarsi un po’ di più a Mosca, con il rischio di accentuare la frattura con l’Europa.

Per quanto riguarda l’Ucraina, che rientra anch’essa nel governo di padre Noradounguian, la guerra aperta che la Russia sta conducendo contro il Paese mette anche gli armeni cattolici in una situazione più che delicata.

Il sito web Nor Haratch riporta la biografia del nuovo vescovo. Nato ad Aleppo, Siria, nel 1968, è stato ordinato sacerdote il 20 agosto 1995 per l’Istituto del Clero Patriarcale di Bzommar (Libano). È stato vicerettore del seminario minore, vicario della parrocchia di Bourj Hammoud, rettore del seminario minore poi del seminario minore e maggiore, amministratore ed economo generale dell’Istituto.

Successivamente è stato parroco della comunità armena cattolica di Mosca, rettore della chiesa di San Nicola da Tolentino e rettore del Pontificio Collegio Armeno di Roma, amministratore apostolico ad nutum Sanctae Sedis del Patriarcato armeno cattolico di Gerusalemme e Amman e parroco della parrocchia armena cattolica di Lione, Francia (2015-2023).

Inutile dire che il nuovo arcivescovo di Sebaste degli armeni non è stato scelto a caso. Il prelato ha familiarità con la Russia – e con le autorità russe – poiché ha trascorso diversi anni a trattare con la comunità armena insediata sulle rive del fiume Moscova.

La sua biografia dimostra che ha familiarità con le complesse questioni del Medio Oriente. Non c’è dubbio che la sua conoscenza del territorio e dei principali attori politici e religiosi della regione sarà una risorsa per la Santa Sede nel garantire la sopravvivenza della minoranza armena cattolica e promuovere la pace nella regione.

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Armenia. Pressioni degli Usa per dirottare il paese verso occidente (Notizie Geopolitiche 02.09.24)

L’ambasciatrice statunitense in Armenia, Christina Quinn, ha incontrato nei giorni scorsi il procuratore generale armeno, Anna Vardapetyan, per discutere delle riforme che Washington intende sostenere nel paese. Gli Stati Uniti stanno già investendo milioni di dollari per plasmare il settore della sicurezza armena, una mossa che suggerisce un crescente tentativo di controllo da parte di Washington su settori governativi che dovrebbero essere formalmente indipendenti.
L’interesse degli Stati Uniti in Armenia non si limita ai soli investimenti diretti. La figura di Anna Vardapetyan infatti offre un ulteriore spunto di riflessione. Vardapetyan è considerata un’agente d’influenza occidentale, in linea con molti altri collaboratori del governo guidato dal primo ministro Nikol Pashinyan, salito al potere in seguito alla rivoluzione colorata del 2018. Dal 2015 Vardapetyan è membro del Royal Institute of International Affairs di Londra, noto come Chatham House. Questa organizzazione è ufficialmente riconosciuta in Russia come ostile, a causa del suo sostegno all’opposizione pro-occidentale e delle sue pressioni per un cambiamento di potere nel paese.
Chatham House promuove l’adozione di riforme favorevoli a Washington non solo in Armenia e Russia, ma in tutti i paesi dell’ex blocco sovietico. Vardapetyan appare come la rappresentante ideale di questi interessi in Armenia, sostenendo riforme che mirano a mettere sotto controllo occidentale settori chiave dello stato.
Prima della sua nomina a procuratore generale, Vardapetyan era assistente di Pashinyan giocando un ruolo significativo nell’eliminazione dei rivali dell’opposizione che avrebbero potuto minacciare la posizione del premier, noto per le sue inclinazioni pro-occidentali. Questa collaborazione tra l’ambasciata statunitense e il procuratore generale suggerisce un’influenza sempre più marcata degli Stati Uniti nella politica interna armena, sollevando interrogativi sull’autonomia del paese e sul futuro delle sue istituzioni democratiche.

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Azerbaigian, la democrazia soffocata da gas e petrolio (RSI 01.09.24)

n Azerbaigian, oggi – domenica 1° settembre – si tengono le elezioni parlamentari. Ci si aspetta una nuova vittoria del presidente Ilham Aliyev, in carica dal 2003. Gli attivisti denunciano una stretta sui diritti umani e la mancanza di trasparenza nelle elezioni. Attualmente, nelle carceri azere ci sono oltre 300 prigionieri politici, tra attivisti, giornalisti e accademici. Da tempo Human Rights Watch denuncia violenze e torture sistematiche nelle prigioni azere.

Le elezioni sono state anticipate per via della COP29, la conferenza annuale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si terrà proprio a Baku a novembre. In molti denunciano l’ipocrisia di organizzare il più importante evento mondiale sul clima in un paese la cui economia è basata sui combustibili fossili. Il 98% dell’approvvigionamento energetico del paese dipende da petrolio e gas, così come il 90% dell’export.

Oggi le devastazioni ambientali nel paese caucasico sono evidenti: circa 30’000 ettari della penisola di Absheron, dove si estrae maggiormente il petrolio, sono inquinati. Nonostante ciò, per allontanarsi dal gas russo, nel 2022 l’Unione Europea ha firmato un accordo per aumentare l’importazione di gas dall’Azerbaigian, rimanendo in silenzio sulle continue violazioni dei diritti umani e civili.

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“Pordenonelegge” a Udine, il dialogo con Antonia Arslan martedì 17 settembre (Udineoggi

31.08.24 – 08:00 – Sono passati vent’anni, ma quella storia non smette di essere attuale e di parlare al nostro tempo: «L’Armenia resta a rischio, dopo l’invasione del Nagorno Karabakh da parte dell’Azerbaigian. L’obiettivo è quello di invadere tutta l’Armenia, un pezzo alla volta». La scrittrice Antonia Arslan resta vigile osservatrice degli accadimenti legati alla “sua” Armenia, e il suo romanzo di culto, La masseria delle allodole, si conferma un libro “necessario” due decenni dopo la prima pubblicazione datata 2004. Non è un caso che Rizzoli abbia deciso di rieditarlo, in questo ventennale, suggellando il successo di un romanzo che ha vinto decine di premi ed è stato presentato anche davanti al Congresso americano. Proprio Antonia Arslan sarà protagonista della “prima volta” di Pordenonelegge a Udine, alle soglie dell’avvio della 25a edizione, in programma dal 18 al 22 settembre. Appuntamento martedì 17 settembre, alle 18 nella sede di Fondazione Friuli: con l’autrice dialogherà il direttore artistico di Pordenonelegge, Gian Mario Villalta. La partecipazione è liberamente aperta al pubblico, è suggerita la prenotazione iscrivendosi attraverso il proprio account mypnlegge sul sito www.pordenonelegge.it. Info: Tel. 0434.1573100 mail segreteria@pordenonelegge.it.

Un ulteriore incontro con l’autrice è in programma a Pordenone mercoledì 18 settembre, giornata inaugurale del festival, sempre in dialogo con Gian Mario Villalta (ore 10.30, PalaPAFF!).

Con La masseria delle allodole, il suo romanzo d’esordio, Antonia Arslan attingeva alle memorie familiari per raccontare la tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli armeni, e la struggente nostalgia per una patria e una felicità perdute. Yerwant – il nonno31 dell’autrice padovana – aveva lasciato, appena tredicenne, la casa paterna per studiare nel collegio armeno di Venezia. Ora, dopo quasi quarant’anni, si appresta a tornare nella Masseria delle Allodole, tra le colline dell’Anatolia, dove potrà finalmente riabbracciare i suoi cari. La notizia si diffonde nella cittadina natale, inebriata dai gelsomini in fiore e dai dolci preparati per la Pasqua, un’euforica frenesia che pervade lo scorrere quieto dei giorni. Si sta organizzando la festa di benvenuto e tutti, parenti e amici, sono invitati a prendervi parte. La Masseria è rimessa a nuovo, per completare l’opera è stato perfino ordinato da Vienna un pianoforte a mezza coda. Ma siamo nel maggio del 1915. L’Italia è entrata in guerra e ha chiuso le frontiere mentre il partito dei Giovani Turchi insegue il mito di una Grande Turchia, in cui non c’è posto per le minoranze. Yerwant non verrà, e non ci sarà nessuna festa. Al suo posto, solo orrore e morte. Un’odissea segnata da marce forzate e campi di prigionia, fame e sete, umiliazioni e crudeltà. Grazie alla tenacia di madri figlie e sorelle, al loro sacrificio e all’aiuto disinteressato di chi rifiuta di farsi complice della violenza, tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna”, dopo una serie di rocambolesche avventure, riusciranno a salvarsi e a raggiungere Yerwant in Italia. E sarà lui a garantire per loro un futuro e a custodire le “memorie oscure” che oggi la nipote Antonia ha trasfuso in un romanzo dolce e straziante come una fiaba

Pordenonelegge, promosso dalla Fondazione Pordenonelegge.it presieduta da Michelangelo Agrusti, è a cura di Gian Mario Villalta (direttore artistico), Alberto Garlini e Valentina Gasparet. Il programma della 25^ edizione è consultabile dalla homepage del sito pordenonelegge.it.

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Lavaggio del cervello: come i libri delle scuole turche raccontano il genocidio armeno (Asianews 31.08.24)

Lo scrive il giornalista di inchiesta Uzay Bulut in un approfondimento pubblicato sul Gatestone Institute. Una narrazione degli eventi che “stravolge la storia”, negando anche che armeni, assiri e greci siano popolazioni autoctone. E i bambini diventano adulti “ripetendo a memoria le bugie insegnate loro nelle scuole”.

Istanbul (AsiaNews) – Un vero e proprio “lavaggio del cervello”. Così il giornalista di inchiesta turco Uzay Bulut definisce, in un’inchiesta pubblicata sul sito web del Gatestone Institute in un articolo intitolato “I libri di testo turco: stravolgere la storia”, i libri di testo che Ankara usa per gli studenti nella sezione dedicata alla storia del genocidio armeno e assiro.

“Le autorità governative turche – scrive il reporter – hanno preso di mira i propri popoli indigeni dell’Anatolia, vale a dire i greci pontici e gli armeni. Nel ventesimo secolo, la Turchia ottomana ha sterminato in gran parte questi popoli attraverso un genocidio”. Ciononostante, nei testi si parla di “richieste infondate di greci e armeni”. In precedenza le sezioni erano definiti, prosegue nell’analisi, “Pontus Issue” e “Armenian Question”. Ora “sono cambiati in ‘Rivendicazioni infondate del Ponto’ e ‘Rivendicazioni infondate armene’”.

Ankara nega anche che armeni, assiri e greci siano popolazioni autoctone della terra in cui i turchi si sono insediati secoli dopo, occupando il territorio e sterminando chi già vi abitava. Fra gli elementi più critici, sottolinea Uzay Bulut, “è che ai giovani scolari turchi, che non hanno alcuna idea della vera storia del loro Paese, viene fatto il lavaggio del cervello con falsità sull’origine del loro Paese e viene alimentato l’odio verso i resti delle minoranze”.

Di conseguenza, questi bambini diventano adulti ripetendo a memoria le bugie insegnate loro nelle scuole, negando che l’impero ottomano abbia commesso un genocidio contro gli armeni, gli assiri e i greci autoctoni. Questi bambini, afferma, “non hanno alcuna colpa se non conoscono la vera storia del loro Paese, né i fatti relativi al genocidio commesso contro le minoranze”.

A loro viene propinata la menzogna che le minoranze hanno vissuto “felici” nell’impero per secoli, fino a quando le potenze europee “non le hanno istigate a ribellarsi al loro governo. Al contrario, le minoranze che vivevano nell’Impero Ottomano – avverte – sono sempre state oppresse, ridotte in schiavitù, attaccate, derubate, rapite, violentate e massacrate, fino al genocidio del 1915. Queste minoranze non erano nemmeno considerate cittadini di seconda classe”.

Le minoranze “non avevano alcun diritto ed erano alla mercé dei loro brutali governanti” sottolinea il giornalista, che definisce l’educazione degli studenti turchi come “disinformazione, distorsione intenzionale e revisionismo storico”. “Non si tratta solo di una disputa tra armeni e turchi”, perché Ankara “sa meglio di chiunque altro che le accuse di genocidio sono reali”. Prova ne sono “gli archivi ottomani in suo possesso” che spiegano “la verità, anche dopo essere stati selettivamente ripuliti da qualsiasi prova incriminante”.

Secondo il dottor Gregory H. Stanton, presidente di Genocide Watch, la negazione è l’ultimo stadio del genocidio: “La negazione è la continuazione di un genocidio perché è un tentativo continuo di distruggere psicologicamente e culturalmente il gruppo vittima, per negare ai suoi membri persino il ricordo degli omicidi dei loro parenti”. Il governo turco dovrebbe finalmente affrontare “la realtà dei fatti” e insegnare “agli innocenti studenti turchi i tragici fatti della storia sui massacri e sul genocidio” conclude il giornalista. Perché non sono responsabili “né la giovane generazione di oggi né l’attuale governo turco, che non esisteva nemmeno durante questi omicidi”.

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