Le tensioni a Erevan viste da Mosca (Asianews 28.06.24)

Secondo il politologo russo Dmitrij Trenin con un cambiamento ai vertici l’Armenia non troverebbe più alleati a Occidente; gli Usa si farebbero da parte, e l’Azerbaigian e la Turchia sarebbero liberi di fare i conti da soli con un governo armeno rivoltoso. L’importante per Mosca è che “non si formi un altro fronte non amichevole”.

Mosca (AsiaNews) – Le relazioni tra Russia e Armenia hanno raggiunto negli ultimi tempi un livello di tensione mai sperimentato prima, considerata la storica riconoscenza di Erevan all’impero che salvò almeno una parte degli armeni dal genocidio, e che permise una convivenza piuttosto tranquilla anche ai tempi sovietici, quando la repubblica armena rimaneva una delle più impermeabili alla russificazione socialista. Un noto politologo russo, il professor Dmitrij Trenin, membro del Consiglio russo per gli affari internazionali del Cremlino, ha commentato l’evoluzione di questa situazione su Novosti-Armenia.

In diverse interviste, l’esperto ha sostenuto che l’Occidente non è in grado di compensare le dimensioni del sistema di sicurezza dell’Armenia, che sono sempre state assicurate dalla Russia. Gli armeni peraltro ritengono che proprio la Russia abbia fatto crollare tale sistema negli ultimi anni, non proteggendo l’Armenia dall’Azerbaigian durante gli scontri per il Nagorno Karabakh, venendo meno ai suoi impegni di alleato, mentre i russi temono che gli ondeggiamenti del governo di Erevan possano portare contingenti della Nato sul territorio armeno, dando inizio a un’altra gravissima crisi.

Trenin ricorda che la vittoria dell’Armenia nella prima guerra del Karabakh nel 1994, a condizioni molto favorevoli, fu resa possibile proprio dal sostegno della Russia. Nei quasi trent’anni successivi, prima della nuova guerra degli azeri, i russi hanno fatto tutto il possibile per risolvere ogni motivo di conflitto per via diplomatica, e sembrava che le parti fossero vicine a un accordo, ma “non è colpa della Russia se poi questo è saltato”. A suo parere, gli armeni hanno rifiutato di sfruttare le tante possibilità che grazie a Mosca le erano state offerte prima del 2020.

Attualmente, senza voler rivangare il passato, “i pericoli potenziali per l’Armenia vengono dall’Azerbaigian e dalla Turchia”, e secondo il politologo “se dovessero occuparsi di questo gli Stati Uniti, certamente non ci sarebbero colonne di carri armati turchi ai confini, ma l’Armenia sarebbe comunque costretta a piegarsi agli interessi della Turchia”. Tutto questo verrebbe presentato come “un rafforzamento della pace e della stabilità nella regione”, e gli americani si farebbero garanti di questa situazione affermando di “voler aiutare il progresso economico dell’Armenia”.

D’altra parte bisogna tenere conto dell’instabilità politica interna dell’Armenia, come la nascita di un nuovo movimento popolare di opposizione, il “Tavowš in nome della Patria” guidato dall’arcivescovo Bagrat Galstanyan, in cui molti reagiscono contro i continui cedimenti nei confronti dei Paesi vicini. Ci potrebbe essere quindi un cambiamento ai vertici del Paese, “o attraverso le elezioni, o con una sollevazione popolare”, e allora l’Armenia non troverebbe più alleati a Occidente; gli Usa si farebbero da parte, e l’Azerbaigian e la Turchia sarebbero liberi di fare i conti da soli con un governo armeno rivoltoso. Secondo il politologo “probabilmente non si andrebbe a un conflitto di grande portata, ma ci sarebbero nuove pressioni e azioni militari in varie zone dell’Armenia e dei suoi confini”.

Nell’intervista si avverte che “ci sarebbero anche coloro che si aspettano l’aiuto dell’Iran”, che non sopporterebbe la crescita dell’influenza turca sulla regione, che è già notevole. Finora Teheran mantiene un atteggiamento non ostile ad Ankara, ma anche questo equilibrio potrebbe rompersi, per l’allergia iraniana a ogni forma di alleanza con gli americani (tramite la Turchia) e con Israele (tramite l’Azerbaigian), anche se “l’Iran ha problemi ben più grossi da risolvere, che non lo status dell’Armenia”. Trenin non ritiene che “l’unica alternativa sia fare dell’Armenia un vassallo della Russia”, sia perché sarebbe impossibile, sia perché nessuno in Russia vuole veramente questo; l’importante per Mosca è che “non si formi un altro fronte non amichevole, lasciando che gli avversari geopolitici possano inghiottire l’Armenia”.

Il Procuratore Generale Militare presso la Corte Suprema di Cassazione in visita in Armenia (Ministero della Difesa 28.06.24)

Il Procuratore generale militare presso la CassazioneMaurizio Block, si è recato in Armenia, nell’ambito del programma di cooperazione giudiziale ied è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Vahagn Kharturyan.
Il Presidente armeno ha espresso soddisfazione per il rapporto di amicizia e vicinanza tra i due Paesi e, relativamente al campo giuridico, ha sottlineato l’importanza di garantire l’autonomia dei giudici e dei pubblici ministeri per una giustizia trasparente ed effettiva, nell’ambito del processo di avvicinamento ai principi democratici, ispirato al rispetto delle libertà fondamentali. Nell’incontro con il Procuratore generale Anna Vardapetyan è stato illustrato dal Procuratore Block l’ordinamento penale italiano, evidenziando le differenze tra i due ordinamenti. L’incontro si è concluso con il cordiale e reciproco auspicio di proseguire la collaborazione in materia penale rafforzando i rapporti tra le Procure generali dei due Paesi.

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Papa Francesco: nomina mons. Ante Jozić nunzio apostolico in Georgia e Armenia (28.06.24)

Il Papa ha nominato nunzio apostolico in Georgia e Armenia mons. Ante Jozić, finora nunzio apostolico in Bielorussia. Ne dà notizia oggi la Sala Stampa della Santa Sede.

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Le tensioni a Erevan viste da Mosca (Asianews 28.06.24)

Mosca (AsiaNews) – Le relazioni tra Russia e Armenia hanno raggiunto negli ultimi tempi un livello di tensione mai sperimentato prima, considerata la storica riconoscenza di Erevan all’impero che salvò almeno una parte degli armeni dal genocidio, e che permise una convivenza piuttosto tranquilla anche ai tempi sovietici, quando la repubblica armena rimaneva una delle più impermeabili alla russificazione socialista. Un noto politologo russo, il professor Dmitrij Trenin, membro del Consiglio russo per gli affari internazionali del Cremlino, ha commentato l’evoluzione di questa situazione su Novosti-Armenia.

In diverse interviste, l’esperto ha sostenuto che l’Occidente non è in grado di compensare le dimensioni del sistema di sicurezza dell’Armenia, che sono sempre state assicurate dalla Russia. Gli armeni peraltro ritengono che proprio la Russia abbia fatto crollare tale sistema negli ultimi anni, non proteggendo l’Armenia dall’Azerbaigian durante gli scontri per il Nagorno Karabakh, venendo meno ai suoi impegni di alleato, mentre i russi temono che gli ondeggiamenti del governo di Erevan possano portare contingenti della Nato sul territorio armeno, dando inizio a un’altra gravissima crisi.

Trenin ricorda che la vittoria dell’Armenia nella prima guerra del Karabakh nel 1994, a condizioni molto favorevoli, fu resa possibile proprio dal sostegno della Russia. Nei quasi trent’anni successivi, prima della nuova guerra degli azeri, i russi hanno fatto tutto il possibile per risolvere ogni motivo di conflitto per via diplomatica, e sembrava che le parti fossero vicine a un accordo, ma “non è colpa della Russia se poi questo è saltato”. A suo parere, gli armeni hanno rifiutato di sfruttare le tante possibilità che grazie a Mosca le erano state offerte prima del 2020.

Attualmente, senza voler rivangare il passato, “i pericoli potenziali per l’Armenia vengono dall’Azerbaigian e dalla Turchia”, e secondo il politologo “se dovessero occuparsi di questo gli Stati Uniti, certamente non ci sarebbero colonne di carri armati turchi ai confini, ma l’Armenia sarebbe comunque costretta a piegarsi agli interessi della Turchia”. Tutto questo verrebbe presentato come “un rafforzamento della pace e della stabilità nella regione”, e gli americani si farebbero garanti di questa situazione affermando di “voler aiutare il progresso economico dell’Armenia”.

D’altra parte bisogna tenere conto dell’instabilità politica interna dell’Armenia, come la nascita di un nuovo movimento popolare di opposizione, il “Tavowš in nome della Patria” guidato dall’arcivescovo Bagrat Galstanyan, in cui molti reagiscono contro i continui cedimenti nei confronti dei Paesi vicini. Ci potrebbe essere quindi un cambiamento ai vertici del Paese, “o attraverso le elezioni, o con una sollevazione popolare”, e allora l’Armenia non troverebbe più alleati a Occidente; gli Usa si farebbero da parte, e l’Azerbaigian e la Turchia sarebbero liberi di fare i conti da soli con un governo armeno rivoltoso. Secondo il politologo “probabilmente non si andrebbe a un conflitto di grande portata, ma ci sarebbero nuove pressioni e azioni militari in varie zone dell’Armenia e dei suoi confini”.

Nell’intervista si avverte che “ci sarebbero anche coloro che si aspettano l’aiuto dell’Iran”, che non sopporterebbe la crescita dell’influenza turca sulla regione, che è già notevole. Finora Teheran mantiene un atteggiamento non ostile ad Ankara, ma anche questo equilibrio potrebbe rompersi, per l’allergia iraniana a ogni forma di alleanza con gli americani (tramite la Turchia) e con Israele (tramite l’Azerbaigian), anche se “l’Iran ha problemi ben più grossi da risolvere, che non lo status dell’Armenia”. Trenin non ritiene che “l’unica alternativa sia fare dell’Armenia un vassallo della Russia”, sia perché sarebbe impossibile, sia perché nessuno in Russia vuole veramente questo; l’importante per Mosca è che “non si formi un altro fronte non amichevole, lasciando che gli avversari geopolitici possano inghiottire l’Armenia”.

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Sulle tracce del patrono. Pellegrinaggio in Armenia, terra di San Mercuriale (Il Resto del Carlino 27.06.24)

Il vescovo Corazza è tornato dal viaggio al quale hanno partecipato 50 forlivesi, visitata anche la Georgia. “Il battesimo ci unisce: siamo un popolo solo”.

Sulle tracce del patrono. Pellegrinaggio in Armenia, terra di San Mercuriale

Sulle tracce del patrono. Pellegrinaggio in Armenia, terra di San Mercuriale

Il vescovo, mons. Livio Corazza, è tornato dal pellegrinaggio diocesano che ha guidato in Armenia e Georgia dal 14 al 21 giugno. Al viaggio, organizzato dall’Ufficio diocesano per i pellegrinaggi di cui è responsabile Mariella Leoni, hanno partecipato 50 forlivesi, tra cui don Enrico Casadio, parroco di Meldola, e don Nino Nicotra, parroco di San Mercuriale, intitolata al primo vescovo di Forlì, originario proprio dell’Armenia. “Siamo partiti sulle orme di San Mercuriale – afferma mons. Corazza – e siamo tornati portando nel cuore l’amore per i popoli armeno e georgiano e l’impegno di non dimenticarli, nel nome del Santo Patrono di Forlì. Il popolo armeno, la prima nazione che ha scelto di farsi battezzare, ha pagato con il sangue la sua fede e la sua unità. Il momento più drammatico del nostro pellegrinaggio è stata la preghiera silenziosa al memoriale del genocidio del 1915 che provocò un milione e mezzo di morti”. Tra le tappe del viaggio, Yerevan, il sito archeologico di Zvartnots con i resti della cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore, Echmiadzin, cuore religioso della nazione e sede del Katolicos, la più alta autorità religiosa del Paese. In Georgia sono stati visitati il monastero di Jvari a Mtskheta, la cattedrale di Svetitskhoveli e Tblisi, dove nella chiesa cattolica è stata celebrata la messa presieduta dal mons. Giuseppe Pasotto, amministratore apostolico del Caucaso dei Latini, originario di Verona. “Mi ha colpito una sua frase: noi cattolici abbiamo il compito di ricordare a tutti i cristiani che apparteniamo ad una sola Chiesa, attraverso il battesimo che ci unisce tutti: siamo un popolo solo. Dopo 1800 anni siamo tornati per ringraziare gli armeni di averci donato la fede in Gesù Cristo attraverso San Mercuriale, vogliamo stare vicino ai suoi connazionali, ricordandoci che siamo tutti fratelli”.

Papa: dalla Terra Santa al Karabakh, ‘Chiese martiriali’ più forti della guerra (Asianews 27.06.24)

Il pontefice ha ricevuto questa mattina i partecipanti alla plenaria della Roaco, elencando le aree dilaniante da conflitti e violenze in Medio Oriente e nell’Europa dell’est. L’appello per le aree che si stanno spopolando dei cristiani e la preoccupazione pastorale per i territori della diaspora. La guerra una “avventura insensata e inconcludente”. “Urgente cessate il fuoco, con la guerra nessuno sarà vincitore”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Le Chiese orientali “vanno amate” perché custodiscono “tradizioni spirituali e sapienziali uniche” che hanno molto da dire “sulla vita cristiana, sulla sinodalità e sulla liturgia” come insegnano i padri antichi, i Concili, il monachesimo. Tuttavia, questa è una “bellezza ferita” perché sono “schiacciate da una croce pesante” che le ha trasformate in “Chiese martiriali” in particolare in Terra Santa dove la situazione è “drammatica”. È quanto ha sottolineato papa Francesco questa mattina, ricevendo in Vaticano i partecipanti alla 97ma Assemblea plenaria della “Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali” (Roaco), che si è svolta a Roma dal 24 al 27 giugno. Dove “tutto è iniziato” ha proseguito il pontefice riferendosi alla guerra di Israele contro Hamas a Gaza, “dove gli Apostoli hanno ricevuto il mandato di andare nel mondo ad annunciare il Vangelo oggi i fedeli di tutto il mondo sono chiamati a far sentire la loro vicinanza”.

Nella riflessione il papa si rivolge ai cristiani nel mondo, esortandoli a “incoraggiare” i confratelli in Terra Santa e Medio oriente “ad essere più forti della tentazione di abbandonare le loro terre, dilaniate dai conflitti”. Riferendosi allo spopolamento laddove è nato il cristianesimo parla di “situazione brutta”, di “dolore” provocato dalla guerra che è “ancora più stridente e assurda nei luoghi dove è stato promulgato il Vangelo della pace”. Rivolgendosi a chi “alimenta” i conflitti traendone “ricavi e vantaggi” Francesco lancia un appello: “Fermatevi!”. “È urgente cessare il fuoco, incontrarsi e dialogare – afferma – per consentire la convivenza di popoli diversi […] per un futuro stabile” perché con la guerra “insensata e inconcludente” tutti sono “sconfitti”.

Dopo aver salutato il card. Claudio Gugerotti, i superiori del Dicastero e i membri delle Agenzie che compongono l’assemblea, il papa allarga il discorso ad altre aree di tensione e conflitto: fra queste la Siria, il Libano (ma è “l’intero” Medio oriente in fiamme), e ancora il Caucaso, il Tigray e l’Ucraina “per la quale – ricorda – prego e non mi stanco di invitare a pregare”. “Proprio lì, dove vivono buona parte dei cattolici orientali, le barbarie della guerra – osserva – imperversano in modo efferato”. “E noi, fratelli e sorelle, non possiamo – ha proseguito il pontefice – restare indifferenti. L’Apostolo Paolo ha messo nero su bianco la raccomandazione, ricevuta dagli altri Apostoli, di ricordarsi dei più bisognosi tra i cristiani […] È Parola ispirata da Dio e voi della Roaco siete le mani che danno carne a questa Parola: mani che portano aiuto, risollevando” o alleviando “le sofferenze dei nostri fratelli e sorelle orientali”.

Invitando a “continuare a sostenere le Chiese orientali cattoliche” e a essere “di stimolo” per il clero e i religiosi, papa Francesco vuole ringraziare “perché rispondete a chi distrugge ricostruendo; a chi priva di dignità restituendo speranza; alle lacrime dei bambini con il sorriso di chi ama; alla logica maligna del potere con quella cristiana del servizio. I semi che voi piantate – afferma. nei terreni inquinati dall’odio e dalla guerra germoglieranno, ne sono sicuro. E saranno profezia di un mondo diverso, che non crede alla legge del più forte, ma alla forza di una pace non armata”.

Il papa ha poi affrontato la questione degli sfollati e la situazione umanitaria della regione del Karabakh, per la quale ha ringraziato mons. Gevork Saroyan, della Chiesa apostolica armena, per la sua presenza in questi giorni. “Oggi tanti cristiani d’Oriente, forse come mai prima, sono in fuga da conflitto o migrano in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori: moltissimi, perciò, vivono in diaspora” sottolinea papa Francesco toccando un’ulteriore questione aperta che la Chiesa deve oggi affrontare. Il riferimento è alla “cura pastorale” di quanti “risiedono fuori dal loro territorio proprio” e che, in alcuni casi “a causa delle massicce migrazioni degli ultimi decenni, annoverano la maggior parte dei fedeli fuori dal loro territorio tradizionale”. Essi devono affrontare scarsità di sacerdoti e luoghi di culto, e rischiano di essere privanti anche della stessa “identità religiosa”. “Sono grato alle diocesi latine che accolgono fedeli orientali e rispettano le loro tradizioni; invito a prendersi cura di loro, perché questi fratelli e sorelle – conclude il papa – possano mantenere vivi e saldi i loro riti. E incoraggio il Dicastero a lavorare su questo aspetto, anche definendo principi e norme che aiutino i Pastori latini a sostenere gli orientali cattolici della diaspora”.

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Il Papa: in Ucraina si liberino i prigionieri e si rimpatrino i bambini E ricorda crisi nel Karabakh (Askanews)


Il Papa: urgente cessate il fuoco, fermatevi! Con la guerra nessuno sarà vincitore (Vaticannews.va)

Esce in Italia una raccolta di 101 poesie di poeti armeni riscoperti dopo il crollo dell’Urss (Il Messaggero 26.06.24)

Centouno poesie capaci di allargare l’orizzonte e gettare ponti tra visioni immaginarie e prospettive reali, in una ricerca continua di sè, priva di qualsiasi indulgenza, capaci di cogliere e cesellare le sfumature dell’amore, della vita, del desiderio, della sconfitta, della disperazione, della felicità. C’è tutta la malinconica tenacia della cultura armena, sopravvissuta al genocidio ottomano e alle costrizioni sovietiche, dentro la raccolta poetica intitolata “Rinascita” curata e tradotta da Mariam Eremian e pubblicata da Fuorilinea (158 pagine, 16 euro). Hovannes Tumanian, Vahan Terian, Razmik Davogan, Parvyr Sevak solo per citare alcuni dei principali esponenti della poetica armena vissuti dalla fine dell’Ottocento fino al 1989, l’anno del crollo dell’impero sovietico che per tanti di loro mise fine ad un oblio imposto dal regime.

Morto Aznavour, un grande della Francia e un padre per l’Armenia

Metakse Poghosian, scomparsa nel 2014, nell’anno in cui crollava il Muro di Berlino componeva “Perchè non capiscano”, una poesia carica di fede e speranza. «E’ notte verde tra le braccia dell’abete/ si accendono le luci come stelle/ noi ci guardiamo, sorridiamo latenti/ parliamo con sguardi perchè non capiscano/ neppure ci accorgiamo di come, in silenzio/ si sfiorano in noi Anno Vecchio e Nuovo/ come bambini ci rallegriamo/ con fede raggiante accogliamo quello Nuovo/ E’ notte verde tra le braccia dell’abete/si accendono le luci come stelle/ E’ arrivata la primavera con ali d’inverno/ parliamo con stelle perchè non capiscano!»

INDIFFERENZA

Parvyr Sevak difendeva, invece, la capacità dei poeti di rivendicare la complessità della vita contro il mainstream ormai proiettato verso una dicotomia sempre più rigida, al punto da spaventare.

In un mondo diviso in bianco e nero in cui contano solo due poli soltanto e dove le parole importanti sembrano essere solo si e no” l’artista opta per l’astensione ma non si tratta di indifferenza ma di chi si oppone al conformismo e coglie le sfumature delle situazioni sociali, politiche, umane e senza trascendere dalle circostanze.  «Dell’indifferenza sono il nemico/ l’irrequieto intrasigente maniacale rivale/ ma quando migliaia di capi del mondo/ contano solo due poli soltanto/ quando di migliaia di colori del mondo/ funzionano il nero e il bianco soltanto (…) E’ l’astensione che preferisco».

Parvyr Sevak, scomparso nel 1974 e uno dei più rilevanti poeti del XX secolo, scriveva che «prima di essere un genio bisogna essere innanzitutto un uomo, così come prima di essere universale, bisogna essere innanzitutto umano».

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Gli impegni dell’ambasciatore Di Riso in Armenia (Aise 26.06.24)

EREVAN\ aise\ – Impegni di stampo culturale, ma anche politico per l’ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alfonso Di Riso, che il 17 giugno scorso ha partecipato al pranzo con i capi delle Missioni Diplomatiche dell’Unione Europea in Armenia, offerto dal ministro degli Affari Esteri armeno, Ararat Mirzoyan.
Precedentemente, il 13 e 14 giugno, Di Riso aveva partecipato al convegno intitolato “L’Armenia e gli Armeni nel Medioevo Globale: Testi e Manoscritti”, che si è tenuto presso l’Istituto di Manoscritti Antichi “Matenadaran” di Jerevan. Organizzato in collaborazione con il progetto ArmEn (Armenia Entangled: Connectivity and Cultural Encounters in Medieval Eurasia 9th – 14th Centuries) del Consiglio Europeo della Ricerca (ERC), il convego è stato inaugurato dal discorso di apertura dell’ambasciatore Di Riso.
Sabato 15 giugno, poi, l’ambasciatore Di Riso si è recato in visita presso lo scavo archeologico di Aruch, svolto da ISMEO e dall’Istituto di Archelogia ed Etnografia dell’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica di Armenia. A ricevere l’ambasciatore è stato il Direttore della Missione Archeologica italo-armena, Sergio Ferdinandi. (aise)

Buchheit, “L’Azerbaigian può essere considerato partner affidabile Ue?” (Sardegnagol 25.06.24)

Nel luglio 2022, durante l’incontro sul memorandum d’intesa sull’energia a Baku con il Presidente İlham Əliyev, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva salutato il massimo vertice azero indicandolo come un “partner affidabile” dell’Ue.

Uno speech poco in linea con le narrazioni sui diritti e valori tanto pompata dalla Commissione Ue, come ricordato dall’esponente di Identità e Democrazia, Markus Buchheit: “Considerando che 100.000 armeni cristiani sono stati brutalmente sfollati dal Nagorno-Karabakh nell’autunno del 2023 e alla luce delle rinnovate minacce di guerra dell’Azerbaigian, può la Commissione far sapere se il Presidente considera ancora İlham Əliyev un partner affidabile?”.

Per l’Alto rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, si tratterebbe di un “non problema” essendo il memorandum d’intesa sull’energia firmato il 18 luglio 2022 con l’Azerbaigian coerente con gli sforzi dell’UE fatti per diversificare le proprie fonti energetiche, ridurre la dipendenza dalla Russia e accelerare la diffusione della produzione di energia rinnovabile. Insomma, pecunia non olet dalle parti dell’Esecutivo von der Leyen.

LEGGI ANCHE:  Violenza contro le donne, Corte Conti europea: “Scarso impatto azione UE”.

“La cooperazione nel campo dell’energia non pregiudica la posizione dell’UE nel processo di normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian – ha ricordato Borrell – e non avviene a scapito del dialogo con l’Azerbaigian sui diritti umani e la democrazia, che rimane una priorità. L’UE continua a dialogare con l’Azerbaigian nell’ambito del dialogo regolare sui diritti umani e nei contatti bilaterali. L’UE continua a chiedere all’Azerbaigian di garantire i diritti degli armeni del Karabakh, compreso il diritto di tornare alle proprie case senza intimidazioni e discriminazioni“.

Dichiarazioni che suggeriscono una certa polivalenza di giudizio dell’Ue verso i cosiddetti regimi nei Paesi terzi. Mentre da oltre due anni, infatti, si continua a promuovere una narrazione della Federazione Russa quale “Stato canaglia”, nel frattempo si utilizza un altro metro di valutazione che, come facilmente rinscontrabile, a ben poco a che vedere con i cosiddetti valori europei.

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foto Eric VIDAL Copyright: © European Union 2022 – Source : EP

Armenia, la seconda rivoluzione di Pashinyan: ora vuole cacciare i soldati russi e sogna l’ingresso nell’Ue (La Repubblica 23.06.24)

TBILISI – Via dalla Csto, l’organizzazione militare a guida russa. Accordi di pace con l’Azerbaijan costi quel che costi e normalizzazione dei rapporti con la Turchia. Relazioni più salde con le strutture di difesa ed economiche occidentali, fino a ipotizzare persino una richiesta di candidatura all’ingresso nell’Ue. Fuori i soldati russi dal Paese. Acquisti diversificati di armamenti. Questi gli elementi della seconda rivoluzione del premier armeno Nikol Pashinyan, dopo la prima, quella “di velluto”, che l’ha portato alla guida dello Stato del Caucaso meridionale nel 2018.

Un tentativo di trasformazione radicale dall’esito incerto, che punta a sottrarre Erevan dall’attrazione geopolitica gravitazionale della Russia, di cui fino a poco tempo fa, e per decenni, è stata l’alleato di ferro. O meglio: un fratello minore posto in tutto e per tutto sotto l’ombrello protettivo del Cremlino, ricompensato da Erevan con cieca fedeltà.

Diverse le incognite: innanzitutto la perdurante dipendenza strutturale da Mosca, che giustifica la cautela di Pashinyan nel compiere passi realmente decisivi. Come l’abbandono della Csto, l’organizzazione militare a guida russa di cui l’Armenia è membro con altre cinque repubbliche post-sovietiche. Nel settembre 2022, dopo aver ripreso il controllo, due anni prima, di parte del Nagorno-Karabakh e dei sette distretti azeri occupati da Erevan dagli anni ’90, Baku effettua incursioni militari all’interno dei confini dell’Armenia. Se la posizione neutrale della CSTO nella guerra del 2020 era stata giustificata con l’assenza di obblighi di intervento in quello che internazionalmente è riconosciuto come territorio dell’Azerbaijan, il bombardamento di postazioni armene avrebbe dovuto far scattare l’articolo 4 del Trattato di sicurezza collettiva, che prevede mutua assistenza in caso di attacco. Erevan lo invoca, la CSTO non si muove. Da quel momento, Pashinyan inizia la sua crociata: dal gennaio del 2023, l’Armenia diserta le esercitazioni militari congiunte, poi smette di presenziare ai vertici, infine a febbraio di quest’anno annuncia il “congelamento” della membership: espressione priva di significato legale ma che dà un nome a una situazione di fatto. Eppure, non se ne va.

Rispondendo a un parlamentare dell’opposizione, che chiedeva conto di questa contraddizione, il 12 giugno Pashinyan ha detto: “Andremo via, decideremo quando. Cosa pensi? Qual è il prossimo passo? Pensi che torneremo indietro? No, non c’è altra soluzione”. E mentre le agenzie di stampa internazionali battevano la notizia di quello che pareva un annuncio, il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan si affrettava a correggere il tiro: “Se qualcuno sostiene che il primo ministro armeno abbia affermato che l’Armenia sta lasciando la CSTO, si sbaglia”. Quando la decisione verrà presa, ha chiarito, “non torneremo indietro”. Un tentativo di gettare acqua sul fuoco che esemplifica la posizione delicata di Erevan.

Per quanto manchevole, se non ostile, la “mini-Nato” russa rappresenta al momento la sua sola garanzia di sicurezza. Non solo: soldati di Mosca sono schierati sui confini armeni con Iran, Turchia e, dalla guerra del 2020, in alcune province al confine con l’Azerbaijan. Su richiesta armena, la Russia negli scorsi mesi si è ritirata dall’aeroporto della capitale e da alcune postazioni sulla frontiera azera interessate da accordi tra Erevan e Baku. Ma finché non sarà siglato un accordo di pace con l’Azerbaijan, condizione ineludibile per qualsiasi normalizzazione dei rapporti con Ankara, difficilmente l’Armenia si spingerà fino a chiedere il ritiro integrale delle forze armate russe o la chiusura della base militare di Gyumri. E la buona fede dell’Azerbaijan rappresenta la seconda incognita per Pashinyan, che nelle trattative con lo storico nemico, condotte da una posizione di estrema debolezza, si sta giocando il suo capitale politico. Dopo aver individuato una sponda nell’Occidente e non più nella Russia, il primo ministro armeno appare vicino alla firma di un epocale trattato con Baku, che porterebbe alla completa demarcazione del confine tra i due Paesi e al riconoscimento della reciproca integrità territoriale.

Eppure, la retorica bellicosa e revanscista dell’Azerbaijan, nonché i dubbi sulla capacità degli Stati Uniti e dell’Europa (acquirente di gas azero) di rappresentare un argine efficace a potenziali iniziative aggressive di Baku, stanno portando un numero crescente di armeni a nutrire dubbi sul percorso intrapreso da Pashinyan.

La tenuta della società rappresenta la terza incognita per il premier, che da settimane si trova a fare i conti con manifestazioni di piazza che ne chiedono le dimissioni. La scintilla che ha convogliato il malcontento è stata un accordo con Baku sulla delimitazione di una sezione del confine tra Armenia e Azerbaijan nella regione di Tavush, che ha portato la restituzione di quattro villaggi disabitati azeri controllati da Erevan dagli anni ‘90. A provocare diffuso malessere è stata la natura unilaterale dell’intesa: Baku occupa circa 200 km di territorio armeno, ma non è stata prevista una contropartita. Se non ci ritiriamo, aveva affermato Pashinyan, “ci sarà un’altra guerra”. Proprio da Tavush, un gruppo di residenti capitanati dall’arcivescovo locale, Bagrat Galstanyan, ha marciato in protesta verso la capitale, arrivando a Erevan il 9 maggio. Quel giorno sono scese in strada, secondo diverse stime, tra le 20 e le 35mila persone. Un numero consistente, ma che impallidisce di fronte ai 250mila manifestanti in piazza al culmine della rivoluzione del 2018. Un mese dopo, il numero dei dimostranti si era dimezzato.

 

Bagrat Gastanyan
Bagrat Gastanyan (afp)

Fino al 12 giugno, quando a fronte di un tentativo di irruzione in Parlamento da parte dei manifestanti, le forze dell’ordine hanno lanciato granate stordenti sulla folla, provocando un centinaio di feriti. Il movimento “Tavush for the Homeland”, che anche per oggi ha annunciato un corteo di protesta, non sembra in grado di incanalare tutto il malcontento presente nella società armena, non da ultimo per l’affiliazione con il detestato sistema di potere che ha preceduto l’attuale governo. E la narrativa nazionalista-patriottica di cui l’arcivescovo Galstanyan è portatore appare disconnessa dalla realtà. Eppure, si tratta della prima opposizione organizzata dell’era Pashinyan, la cui popolarità è in forte declino. Nei due anni che separano il Paese dalle elezioni, una reale alternativa potrebbe prendere forma.

L’ultima incognita è costituita dal conflitto in Ucraina. Il protrarsi di una guerra d’attrito continuerebbe a drenare le energie di Mosca e permetterebbe a Erevan di proseguire nel suo graduale ma costante processo di emancipazione. Al contrario, un consolidamento delle conquiste russe, a maggior ragione se accompagnato da accordi di cessate il fuoco, darebbe nuovamente al Cremlino mano libera per dedicarsi al Caucaso meridionale, regione che considera di importanza vitale.

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