Enoturismo, la Conferenza Onu dall’11 settembre in Armenia (Agenziaviaggimah 30.08.24)

Mancano pochi giorni all’inizio della Conferenza globale sul turismo del vino, evento voluto da UN Tourism che si terrà a Yerevan, Repubblica di Armenia, dall’11 al 13 settembre 2024.

Heritage in Every Bottle: Crafting Authentic Wine Tourism Experiences” è il tema scelto per questa edizione su cui esperti, produttori e rappresentanti di regioni vinicole di tutto il mondo discuteranno e si confronteranno.

Il programma comprende sessioni tecniche, presentazioni tematiche, masterclass e workshop che si svolgeranno giovedì 12 e venerdì 13 settembre. Rappresentanti di celebri regioni vinicole, tra cui la Borgogna (Francia) e Mendoza (Argentina), presenteranno esempi delle migliori pratiche.

Iter Vitis, itinerario culturale del vino e della vite del Consiglio d’Europa, condividerà approfondimenti dal punto di vista della rete, con interventi della presidente italiana Emanuela Panke.

Focus dei dibatti e delle discussioni i legami tra vino, turismo e cultura come mezzo per rivitalizzare e promuovere le tradizioni, l’integrazione delle diverse tradizioni nell’esperienza del turismo enologico e lo sviluppo di strategie di comunicazione efficaci per raggiungere un pubblico sempre più vasto.

Tra gli ospiti, l’esperto di digitalizzazione, l’italiano Jochen Heussner, lo scrittore Alder Yarrow e Paul Wagner del Culinary Institute of America e del Napa Valley College per gli Usa; per la Germania Gergely Szolnoki, professore di ricerca di mercato presso l’Università di Geisenheim. In agenda anche gli interventi del ministro del turismo dell’UruguayEduardo Sanguinetti, e di Carolina Fuller di Catena Zapata (Argentina), n. 1 tra le “World’s Best Vineyards” 2023.  

«L’Armenia è onorata di ospitare l’8ª Conferenza globale sul turismo del vino delle Nazioni Unite. Con la nostra tradizione vinicola millenaria e il ricco patrimonio culturale, siamo in una posizione unica per mostrare le pratiche innovative e l’eccezionale cultura del vino. Questa conferenza offre una piattaforma speciale per la collaborazione, l’apprendimento e l’avanzamento del turismo del vino», ha sottolineato Susanna Hakobyan, direttrice ad interim del Tourism Committee della Repubblica di Armenia.

Il turismo enologico, che è cresciuto molto negli ultimi anni, è anche l’occasione per il turista di conoscere non solo storie, usanze e rituali profondamente radicati nella storia della vinificazione, ma anche tutta la comunità sociale, la ricchezza storica e il patrimonio artistico delle regioni che si visitano.

«Il turismo del vino è profondamente legato alla cultura e all’identità del territorio, svolgendo un ruolo cruciale nel favorire l’empowerment rurale e lo sviluppo delle comunità, aiutando le destinazioni a diversificare le loro offerte turistiche. Questa conferenza non solo cerca di mettere in evidenza questi aspetti, promuovere scambi e favorire la cooperazione tra le destinazioni, ma anche di celebrare il ricco patrimonio vinicolo dell’Armenia, il suo popolo e la sua cultura», ha affermato Sandra Carvao, direttrice market intelligence, policies and competitiveness, UN Tourism.

In occasione dell’evento ci sarà l’opportunità di visitare la caverna di Areni-1, dove è stata ritrovata la più antica cantina al mondo, risalente a 6.100 anni fa.

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L’ Armenia accoglie la Conferenza globale sul turismo del vino delle Nazioni Unite (Agenfood.it)
Armenia accoglie la Conferenza globale sul turismo del vino (uominidonnecomunicazione)
Enoturismo, Armenia pronta ad accogliere Conferenza globale dell’Onu (Askanews)
Armenia: a Yerevan, dall’11 settembre, la Conferenza globale sul turismo del vino

Alla (riscoperta) di Sergei Parajanov (Ciakmagazine 30.08.24)

Una delle tante belle cose della Mostra del cinema di Venezia è senz’altro la sezione Venezia Classici. Prima di tutto perché offre l’opportunità di vedere magnifici film del passato perfettamente restaurati e riportati al loro antico splendore. E poi perché, lato documentari, permette di far conoscere a un pubblico più giovane dei grande cineasti le cui opere sono di difficile reperibilità e di cui, spesso, le nuove generazioni non conoscono. E non conoscere le opere di Sergej Parajanov è un peccato.

Armeno nato in Georgia cento anni fa, Parajanov è morto nel 1990, dopo una vita dedicata all’arte, al cinema e alla verità. Osteggiato dal regime sovietico, è stato più volte arrestato e condannato a pene detentive, supportato dalla comunità artistica mondiale che ogni volta a gran voce ne chiedeva il rilascio. Ci ha lasciato pochi film, tutti straordinari, come Il colore del melograno e La leggenda della fortezza di Suram, realismo magico applicato alle antiche storie della tradizione armena.

Un cinema unico, analizzato nel documentario “I will revenge this world with love” S. Paradjanov diretto da Zara Jian e che vede la partecipazione di alcuni grandi registi particolarmente influenzati dalle sue opere, come Emir Kusturica, Tarsem Singh e Atom Egoyan, naturalizzato canadese, ma Armeno di famiglia.

«Penso che per qualsiasi regista armeno, direi per qualsiasi creatore di immagini armeno, Parajanov ha un’influenza enorme» ci ha detto Egoyan, che abbiamo raggiunto nel suo studio in Canada. «Perché rappresenta l’Armenia dall’interno e dall’esterno. Era una  figura diasporica, perché è vissuto in Ucraina e ha girato film in Ucraina, ma era molto legato al Caucaso, non solo all’Armenia, ma all’intera regione. Poi, come artista, ha un’assoluta unicità di visione. Il fatto che abbia creato un linguaggio visivo allo stesso tempo molto formale e incredibilmente libero è un’alchimia meravigliosa. Il colore dei melograni è quasi un museo visivo, per me è stata un’ispirazione diretta per Calendar, un mio film del 1993, per cui sono andato praticamente in pellegrinaggio in molte chiese in cui lui stesso aveva girato. Potrei continuare all’infinito. Voglio solo dire che è una figura monumentale che ha creato un cinema unico».

Per Zara Jian raccontare e far raccontare l’opera di Parajanov, soprattutto in questo momento, mentre la guerra tra Russia e Ucraina si fa sempre più cruda e violenta, era una missione di vita.

«Sono cresciuta in Armenia fino all’età di 17, 18 anni. Naturalmente sapevo chi fosse, ma è stato quando sono andata via, prima in Russia, poi a Los Angeles, che in modo molto misterioso si presentava in qualche forma nella mia vita. Un’opera in un museo, una retrospettiva. Nel tempo ho approfondito lo studio della sua vita e delle sue opere e sono diventata più consapevole della portata del suo lascito. Come essere umano ho capito tutte le sue scelte.

Sulla sua arte non ho parole, perché quest’uomo, anche in prigione, creava. E tutte quello che ha fatto sono per me capolavori. Cercava di essere in mezzo alla bellezza creandola, perché non riusciva ad accettare ciò che il mondo offriva. Poi, nel 2.020, c’è stata la guerra in Armenia, ed è stato il periodo più difficile della mia vita, a quel tempo vivevo a Mosca. Ero confusa, aggressiva den e sentivo che mi stavo distruggendo. Ma rimasi comunque in Russia, perché avevo molte domande da fare questa guerra. Nel 2022, in ottobre, otto mesi dopo l’inizio del conflitto con l’Ucraina, non riuscivo nemmeno a respirare, ho fatto le valigie, sono tornata in Armenia e sono andata al Museo Parajanov.

Guardando il suo autoritratto, e ricordando che lui si definiva figlio di tre nazioni, una cosa che oggi non sarebbe possibile. E ho iniziato a pensare che questo suo messaggio sia oggi fondamentale da trasmettere alle giovani generazioni, per cambiare le cose continuando a fare arte e a creare bellezza. Così la mia missione è diventata quella di portare questo messaggio ai miei amici alle giovani generazioni attraverso le opere e la vita di Sergej Parajanov»

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Venezia: in 39 dal mondo per studiare lingua e cultura armene (Genteveneta 29.08.24)

Per il 38° anno l’Associazione Culturale Padus-Araxes con sede a Venezia (Dorsoduro) celebra con successo la chiusura dell’edizione 2024 del corso estivo di lingua e cultura armena, organizzato in collaborazione con lo Studium Generale Marcianum Fondazione di Venezia.

Quest’anno 39 corsisti provenienti da Armenia, Austria, Bulgaria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Russia, Spagna/Catalogna, Scozia, Svizzera, Turchia e Stati Uniti d’America hanno deciso di trascorrere tre settimane di studio e cultura a Venezia. Non casuale è la scelta della città lagunare come posto privilegiato per ospitare giovani e non provenienti da diversi paesi del Mediterraneo, dell’Europa, delle Americhe e dell’Asia, in cui comunità armene della Diaspora hanno fondato una loro seconda patria.
Pur rifacendosi al VII secolo, ai tempi della costruzione della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello da parte dell’esarca armeno-bizantino di Ravenna Isacco, il legame tra gli Armeni, Venezia e la Serenissima si consolidò nel tardo medioevo e nella prima età moderna grazie agli scambi commerciali tra la Repubblica, il Regno armeno di Cilicia, la Crimea e Tana.
La simbiosi armeno-veneziana ebbe poi il suo massimo apice nei secoli XVII e XVIII prima con la potente famiglia degli Sceriman, mercanti di Nuova Giulfa in Persia, i quali contribuirono al sostegno economico della Serenissima, e successivamente con l’Abate Mechitar il quale, su concessione del Senato veneziano, s’insediò nell’isola di San Lazzaro in laguna, intrecciando le proprie sorti e quelle della sua congregazione di monaci alle sorti della Regina dell’Adriatico.

Mons. Levon Zekiyan, Arcieparca degli Armeni di Costantinopoli e direttore del corso di lungua e cultura armene, tenutosi a Venezia. Nella foto di apertura i 39 corsisti.

Le lezioni, che si svolgono dal lunedì al sabato per un totale di 65 ore curriculari, hanno luogo nella cornice del Seminario Patriarcale di Venezia alla Salute, mentre le attività pomeridiane extra-curriculari si tengono nel patronato salesiano Leone XIII, une delle residenze dove corsisti e corpo docente sono ospitati. Quest’ultimo include, oltre al Direttore del Corso, mons. Levon Zekiyan, Arcieparca degli Armeni di Costantinopoli e Turchia, la vicedirettrice Benedetta Contin (Italia/Austria), Karin Akal (Turchia), Artsvi Bakhchinyan (Armenia), Aram Ipekdjian (Italia/Austria), Tamar Mangasaryan (Turchia), Raffi Setian (USA), Sossi Soussanian (Ungheria), Rosine Tachdjian Atamian (Francia).
Il corso si sviluppa su quattro livelli, dal primo rivolto ai principianti assoluti fino all’ultimo dedicato a parlanti madrelingua, in cui rientrano anche insegnanti delle scuole primarie e secondarie armene di Istanbul. Il corso, che ha celebrato quest’anno la sua XXXVIII edizione, vanta la partecipazione di circa 1500 studenti provenienti da 38 paesi diversi e appartenenti a quaranta etnie diverse.

Per i numerosi partecipanti, che ogni agosto dal 1986 trascorrono tre settimane a Venezia con l’intento d’apprendere la lingua armena, Venezia rappresenta perciò non solo il luogo privilegiato di disvelamento e rivelazione della propria memoria storica, ma anche uno spazio emotivo in cui si rinnova e perpetua il singolare incontro tra Oriente ed Occidente grazie all’atmosfera unica che il corso estivo riesce a creare.

Tra le attività pomeridiane e serali, aperte anche alla cittadinanza veneziana, di interesse e rilevanza culturale sono stati due concerti di musica tradizionale e spirituale armena, tenuti dal M° Alessandro Ferrarese, dal M° Aram Ipekdjian e da Burag Mesropian, nella chiesa dei Ss. Apostoli a Cannaregio il 7 agosto e nella chiesa di san Trovaso a Dorsoduro l’8 agosto, col patrocinio dell’Archivio Vittorio Cini e dell’ispiratore dell’Archivio medesimo, il principe Giovanni Alliata di Montereale. I corsisti hanno inoltre potuto partecipare ad una lezione sull’identità armena e le sfide presenti tenuta dall’armeno-veneziano-costantinopolitano Boghos L. Zekiyan e alla presentazione della prima guida turistica della Diaspora armena redatta da Ruben Kulaksezian (Little Armenias, 2023) presso il Patronato Leone XIII il 6 agosto.

Tra le attività extra-curriculari più amate ed apprezzate si enumerano la visita alla ricerca delle tracce armene in città, tenuta da Evelyn Korsch, la divina Liturgia presso l’antica chiesa della Santa Croce a San Marco, celebrata dall’arcivescovo Zekiyan, la visita guidata al monastero di San Lazzaro ed infine la festa dell’Assunta con la benedizione dell’uva, celebrata dai padri Mechitaristi all’Isola di San Lazzaro.

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Presentazione del libro “Confesso con fede” e mostra “La preghiera tradotta nel linguaggio dei colori” opere dell’artista armeno Vazgen Brutyan (Padovanews 29.08.24)

Programma dell’evento:

Ore 17 –  Presentazione del libro “Confesso con fede in 50 lingue, a cura dei Padri della Congregazione Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, Venezia.

Interventi di:

Vartan Giacomelli, Associazione Italiarmenia

padre Serop Jamourlian, Congregazione Mechitarista, Venezia

Alberto Peratoner, Facoltà di Teologia del Triveneto, Padova

Antonia Arslan, scrittrice e saggista

Vazgen Brutyan, artista, Yerevan, Armenia

A seguire: Inaugurazione della mostra “La preghiera tradotta nel linguaggio dei colori, con opere dell’artista armeno Vazgen Brutyan.

Dettagli sul libro “Confesso con fede”.

Il libro, edito nel 2023 dalla Congregazione Armena Mechitarista in occasione dell’850° anniversario della morte di San Nerses Snorhali, contiene una preghiera intensa e poetica che intreccia riferimenti biblici, liturgici e teologici.

Nerses Snorhali, uno dei santi più venerati della Chiesa armena, è stato un monaco, presbitero, vescovo e infine catholicos di tutti gli armeni. La sua opera è riconosciuta per aver abbozzato una teologia ecumenica, rendendolo un precursore del movimento ecumenico contemporaneo.

Dettagli sulla mostra “La preghiera tradotta nel linguaggio dei colori”.

Le opere d’arte esposte sono realizzate dall’atelier Ardēan dell’artista armeno Vazgen Brutyan, con l’intento di riscoprire il ricco patrimonio culturale armeno attraverso nuove espressioni artistiche. Ispirandosi all’architettura armena, ai manoscritti, alle incisioni e ai khachkar, l’atelier Ardēan crea una versione unica di arte contemporanea.

La mostra, intitolata “La preghiera tradotta nel linguaggio dei colori“, è una commemorazione significativa dell’850° anniversario della scomparsa di San Nerses Snorhali. Ardēan ha utilizzato le 50 traduzioni della preghiera per realizzare altrettante opere d’arte, creando una fusione affascinante di antichi manoscritti, elaborate miniature e la vibrante cultura armena. Queste opere d’arte originali trasportano il visitatore in un regno dove storia e creatività si intrecciano in modo armonioso.

La prima esposizione di queste opere ha avuto luogo presso l’Isola di San Lazzaro del Congregazione Mechitarista a Venezia, da ottobre 2023 a gennaio 2024.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Comune di Padova.

Informazioni:

Mostra aperta dal 4 al 18 settembre 2024.

Orari: 9:30 – 12:30 | 16 – 19 (chiuso il lunedì), ingresso libero.

Associazione Italiarmenia

(Padovanet – rete civica del Comune di Padova)

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Università, Italia e Armenia rafforzano i rapporti grazie agli atenei di Tuscia e Perugia (IlSole24ore 29.08.24)

Sottoscritto l’accordo di collaborazione tra l’Eurasia International University (Yerevan – Armenia), l’Università della Tuscia e l’Università per Stranieri di Perugia finalizzato all’attivazione di un istituto armeno-italiano

di Redazione Scuola

Università della Tuscia
Università della Tuscia

1′ di lettura

Italia e Armenia rafforzano i rapporti grazie alle università della Tuscia e di Perugia. È stato sottoscritto oggi a Yerevan (Armenia) l’accordo di collaborazione tra l’Eurasia International University (Yerevan – Armenia), l’Università della Tuscia e l’Università per Stranieri di Perugia finalizzato all’attivazione di un istituto armeno-italiano. La cerimonia di firma si è svolta presso la sede della Eurasia International University alla presenza dei rettori dei tre atenei, delle delegazioni delle due università italiane, dei media locali e dei rappresentanti del ministero armeno per l’istruzione superiore e degli affari esteri. Nel corso dell’incontro sono intervenuti anche i referenti dell’ambasciata italiana a Yerevan.

L’iniziativa

L’iniziativa avviata nei mesi scorsi porterà alla creazione di un centro culturale per la promozione e l’insegnamento della lingua e della cultura italiana in Armenia e come strumento di diffusione della lingua e cultura armena in Italia. L’evento si inserisce per entrambe le università italiane in un programma congiunto di visite e incontri bilaterali con le istituzioni partner in Armenia, al fine di rafforzare i partenariati già esistenti e di implementare ulteriori attività sfruttando la complementarietà delle competenze dei due atenei italiani.

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Patto tra la Stranieri e altre due università per un nuovo istituto armeno-italiano (Umbria24)


 

ARMENIA. DIFESA: EREVAN GUARDA A OCCIDENTE (Notiziegeopolitiche 29.08.24)

di Giuseppe Gagliano –

Il governo armeno ha intrapreso un passo significativo per rafforzare le sue relazioni nel settore della difesa con l’occidente, assumendo un esperto consulente dell’industria della difesa britannica per facilitare i contatti con aziende del Regno Unito. Questa mossa rappresenta un tentativo di Yerevan di migliorare la propria posizione geopolitica, in un momento in cui la regione del Caucaso è teatro di crescenti tensioni e instabilità. Il consulente selezionato, un veterano con una vasta esperienza nel settore della difesa, avrà il compito di agire da intermediario tra il governo armeno e le principali imprese britanniche di difesa, promuovendo partnership strategiche e opportunità di cooperazione.
L’iniziativa riflette l’obiettivo dell’Armenia di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento militare, allontanandosi dalla tradizionale dipendenza dalla Russia e cercando di integrarsi maggiormente con i paesi occidentali. Questo approccio potrebbe facilitare l’accesso dell’Armenia a tecnologie avanzate di difesa e contribuire a migliorare le sue capacità di sicurezza nazionale, in un contesto in cui le preoccupazioni per la sicurezza e la difesa sono in aumento a causa delle relazioni tese con l’Azerbaigian e delle dinamiche di potere nella regione del Caucaso. Inoltre, l’assunzione di un consulente britannico segnala un potenziale avvicinamento politico e militare dell’Armenia con il Regno Unito, un paese che ha dimostrato un interesse crescente per gli sviluppi geopolitici nel Caucaso, soprattutto alla luce dei recenti conflitti e delle sfide per la stabilità regionale. Questo sviluppo rientra nella più ampia strategia armena di potenziamento delle proprie relazioni internazionali, utilizzando strumenti di diplomazia militare ed economica per garantire il supporto di attori globali influenti e per proteggere i propri interessi strategici.

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Il vino e l’enoturismo, carte importanti per l’Armenia (Gist Magazine 27.08.24)

L’ottava conferenza mondiale sul turismo del vino delle Nazioni Unite si terrà a Yerevan, in Armenia, dall’11 al 13 settembre 2024, concentrandosi sulla conservazione del patrimonio culturale attraverso l’enoturismo, un segmento che assieme al turismo gatronomico continua a crescere per importanza e pero econmico.

L’evento, co-organizzato dal Ministero dell’Economia dell’Armenia, porta il motto “Il patrimonio in ogni bottiglia: creare autentiche esperienze enoturistiche“, sottolineando l’importanza di bilanciare la modernità con le tradizioni locali.

Zurab Pololikashvili, segretario generale del turismo delle Nazioni Unite, ha sottolineato l’ascesa dell’enoturismo e il suo ruolo crescente nello sviluppo rurale e nella conservazione culturale, attraverso la proposta commerciale delle tradizioni consolidate, in altre parole la condivisione delle “esperienze”.

Armenia
Yerevan Moscow theatre

L’Armenia, con la sua ricca storia vinicola, si presenta come un contesto ideale per discutere e promuovere pratiche innovative nel settore.

Durante la conferenza verranno condivise le esperienze di importanti regioni vinicole come Barolo (Italia), Borgogna (Francia) e Mendoza (Argentina). Inoltre, esperti del Consiglio d’Europa presenteranno i progetti dell’itinerario culturale Iter Vitis.

Aziende leader, come le cantine Catena Zapata offriranno workshop sulle strategie e le tecnologie dell’e-commerce applicate all’enoturismo sostenibile.

In Armenia esiste anche Areni-1, una caverna dove sono stati ritrovati i resti del più antico sistema per produrre vino (risalente a 6100 anni fa).

La conferenza affronterà anche la comunicazione globale nel turismo del vino, con esperti come Jochen Heussner e Alder Yarrow che discuteranno su come raggiungere un pubblico più ampio e promuovere la collaborazione nel settore.

Sarà in Armenia la Statua di Cristo Più Alta del Mondo. Sul Monte Hathis. (Stilum Curiae 27.08.24)

L’Armenia è pronta a svelare la statua di Gesù Cristo più alta del mondo, che supererà l’altezza del Cristo Redentore brasiliano. La statua armena raggiungerà un’altezza impressionante di 33 metri, rispetto ai 30 metri del Cristo Redentore, e sarà posta in cima a un piedistallo di 44 metri sul Monte Hatis, in Armenia.

🇦🇲 Essendo la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di stato, l’Armenia occupa un posto significativo nella storia cristiana. Il progetto, guidato dall’imprenditore Gagik Tsarukyan, è quasi completato dopo l’inizio dei lavori nel luglio 2022. Nonostante l’approvazione del governo, la Chiesa armena ha espresso disapprovazione, affermando che la statua non è in linea con le sue secolari tradizioni di culto.

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Il pragmatico equilibrismo geopolitico dell’Azerbaijan (L’inkiesta 27.08.24)

Baku ha coltivato buone relazioni con la Russia, beneficiando della partnership energetica e del sostegno politico per il conflitto in Nagorno-Karabakh. Ma allo stesso tempo ha rafforzato i legami con l’Unione europea, aumentando le esportazioni di gas per aiutare Bruxelles a ridurre la dipendenza energetica da Mosca

LaPresse

Vladimir Putin ha incontrato la settimana scorsa a Baku il presidente azero Ilham Aliyev in una delle rare visite ufficiali dell’autocrate russo fuori dai confini nazionali da quando è stato emesso il mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti. Tante le questioni all’ordine del giorno affrontate dai due autocrati, quasi tutte con una certa rilevanza a livello internazionale: il conflitto in Nagorno-Karabakh, le forniture energetiche, il rafforzamento degli scambi commerciali —che nel 2023 hanno superato i quattro miliardi di dollari— e il potenziamento delle tratte per il trasporto merci (per la Russia l’attraversamento dell’Azerbaijan è diventato fondamentale per avere uno sbocco sui porti dell’Iran).

Una visita che è servita a Putin per dimostrare di avere ancora degli interlocutori a livello internazionale ma che in un certo senso ne certifica l’indebolimento nel Caucaso meridionale: dopo anni di sostegno all’Armenia, lo zar ha scelto di abbandonare Erevan per avvicinarsi all’Azerbaijan, Paese molto più potente ma meno incline a farsi dettare l’agenda da Mosca.

L’incontro di Baku arriva a distanza di due anni e mezzo dalla dichiarazione sull’interazione alleata, un documento siglato nel 2022 da Putin e Aliyev, diventato il principio di una collaborazione che l’anno successivo permetterà all’Azerbaijan di occupare il Nagorno-Karabakh in maniera praticamente indisturbata. In questo modo il presidente azero è riuscito a rafforzare il suo ruolo nel Caucaso meridionale proprio mentre la Russia si indeboliva perdendo la sua influenza sul Governo armeno.

Abbiamo chiesto a Giorgio Comai, ricercatore e analista dell’Osservatorio Balcani Caucaso, di raccontare a Linkiesta che idea si è fatto del bilaterale di Baku: «Per l’Azerbaijan questa visita è servita soprattutto dal punto di vista della politica interna. Aliyev è riuscito a dimostrare che il suo Governo è indipendente a livello internazionale e che non prende ordini né da Putin né dall’occidente. Ha confermato quella retorica da leader autoritario che gli ha permesso di governare per oltre vent’anni.

Putin aveva la necessità di farsi vedere fuori dai confini russi, per lui è stato utile a livello internazionale, anche se l’Azerbaijan si trova in una situazione molto favorevole e non si farà dettare l’agenda dalla Russia. In un certo senso Putin ne esce un po’ ridimensionato ma in questa fase Mosca ha bisogno di partnership internazionali e ha avuto un approccio pragmatico. Il presidente russo e quello azero si capiscono al volo essendo due leader autoritari con un background compatibile, entrambi di formazione sovietica. Ovviamente sono tanti anche gli interessi reciproci in comune».

I due autocrati hanno affrontato la questione delle forniture energetiche e anche in questo caso il paese del Caucaso meridionale è sembrato partire da una posizione di forza. I buoni rapporti con la Russia, migliorati dopo l’invasione dell’Ucraina, non hanno impedito all’Azerbaijan di trarre vantaggio dalle sanzioni occidentali che hanno colpito Putin.

Baku, infatti, aumentando le forniture di gas ai Paesi dell’Unione europea ha aiutato l’Europa a rendersi indipendente da Mosca. Parallelamente, però, Aliyev e Putin stanno definendo un nuovo accordo bilaterale. Su quest’ultimo aspetto Bruxelles dovrà tenere alta l’attenzione soprattutto se, come sembra, la nuova intesa sul gas dovesse favorire Putin (in autunno se ne saprà di più ma ci sono già diverse ipotesi).

È evidente che, fino a questo momento, chi esce vincitore da questa situazione è il presidente azero Aliyev che è riuscito a vendere il gas all’Europa e allo stesso tempo ad aumentare gli affari con Putin, fornendogli anche un corridoio di transito strategico per l’accesso delle merci russe ai porti iraniani. Il tutto restando sostanzialmente impunito dopo l’invasione del Nagorno-Karabakh. «Non conosciamo ancora i dettagli dell’accordo sul gas tra Russia e Azerbaijan —prosegue Comai— ma sembra plausibile che riguardi schemi mirati a utilizzare risorse russe per facilitare l’esportazione di gas azero.

Ad esempio, Baku potrebbe vendere il proprio gas agli europei e utilizzare internamente quello acquistato dalla Russia. Tecnicamente non violerebbe le sanzioni europee ma in maniera indiretta aiuterebbe non poco le casse del Cremlino. Finora l’Unione europea ha dimostrato una certa tolleranza e l’Azerbaijan ne ha tratto enormi vantaggi ma se dovesse continuare ad avvicinarsi a Mosca le cose potrebbero cambiare» conclude Comai.

C’è poi un altro aspetto che dovrebbe preoccupare Bruxelles e Washington: come riportato da Politico, Aykhan Hajizade, portavoce del ministero degli Esteri dell’Azerbaijan, ha confermato che il Paese del Caucaso ha intenzione di aderire al blocco dei paesi Brics. Lo ha fatto a margine della visita di Putin, in un momento in cui Mosca sta spingendo molto sull’alleanza con gli altri paesi del blocco (Brasile, Cina, India e Sudafrica ai quali si sono recentemente aggiunti Egitto, Emirati Arabi, Etiopia e Iran). Non potrebbe essere altrimenti, viste le sanzioni occidentali. L’ingresso di una potenza ricca di materie prime come l’Azerbaijan darebbe ulteriore linfa a un’alleanza economica che in questo momento risulta fondamentale per l’economia russa. Non è una buona notizia. Né per l’Unione europea né, soprattutto, per l’Ucraina.

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L’Azerbaigian verso i BRICS+ con l’aiuto della Russia. Una accelerazione della crescita economica come fattore di pace (Giulio Chinappi) (Faro di Roma)

Antonia Arslan, i vent’anni del best-seller «La Masseria delle Allodole»: «Sono stata più volte minacciata ma non mollerò» (Coriere del veneto 24.08.24)

Nuova edizione del libro a settembre e cinque eventi per il ventennale. «Ho un sogno, irrealizzabile: rivedere il mio Karabakh, la sua gente operosa, le montagne e il monastero di Dadivank»

Antonia Arslan, i vent’anni della Masseria «L’Armenia sta sparendo»

 

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In una bella casa sulle colline dell’Anatolia, nel maggio 1915 i turchi sterminarono uomini e bambini armeni e trascinarono le donne in Siria, a morire per fame, malattia, sfinimento tra marce, violenza e campi di prigionia. Antonia Arslan, scrittrice padovana di origine armena, ha fatto conoscere questa storia, che è anche quella della sua famiglia, nel libro best-seller «La Masseria delle Allodole» (Rizzoli), che compie vent’anni dalla pubblicazione. Da allora, il suo impegno per testimoniare il genocidio armeno non si è mai fermato. Rizzoli ripubblica «La Masseria delle Allodole» e cinque eventi celebrano Antonia Arslan e il libro, tributo alla scrittrice, voce del popolo armeno: l’1 settembre a Calalzo in sala consiliare (ore 18). Due gli appuntamenti alla grande festa del libro di pordenonelegge, il 17 settembre a Udine nella Fondazione Friuli (ore 18) e il 18 settembre a Pordenone, al PalaPaff (ore 10.30), in entrambi Arslan sarà in dialogo con Gian Mario Villalta, scrittore e direttore artistico di pordenonelegge. Il 28 settembre a Treviso nella chiesa di San Francesco (ore 16.30). E il 6 ottobre a Padova per La Fiera delle Parole, omaggio alla scrittrice al Centro Culturale San Gaetano (ore 11) con il reading dal romanzo delle attrici Federica Santinello e Laura Cavinato.

Antonia Arslan, vent’anni dopo l’uscita del libro «La Masseria della allodole», che attualità conserva la storia?
«Quella storia è purtroppo ancora attualissima. La piccola e povera Armenia è sotto minaccia di annientamento culturale e anche umano, dopo che l’Azerbaigian, alleato della Turchia, ha invaso e fatto sparire la piccola repubblica del Nagorno Karabakh, abitata da 120mila armeni, che sono fuggiti tutti in 3 giorni. Lì ci sono stata varie volte, era abitato da tribù armene da migliaia di anni. Oggi, il governo azero dichiara che tutta l’Armenia è “Azerbaigian occidentale (Western Azerbaijian)”».

Nella nuova edizione del romanzo, ci saranno modifiche?
«A settembre ci sarà una fascetta speciale. Una nuova edizione con una mia prefazione dopo vent’anni uscirà invece in una collana speciale a inizio 2025. Non ci saranno modifiche nel testo, forse solo nei ringraziamenti».

Il suo nonno paterno, Yerwant Arslanian (che nel 1923 ha fatto italianizzare il cognome in Arslan), le raccontò quanto accadde in Armenia: la famiglia spazzata via dalla violenza turca. Che memoria conserva di quelle confidenze? 
«È una memoria composta di tanti ricordi fissati nella mia mente e circondati come di un’aura dorata. Intangibili ma ancora vividi, che non interagiscono con gli altri ricordi, ma in qualche modo li arricchiscono».

Dopo l’uscita di «La Masseria delle allodole» e il successo in tutto il mondo, tra le tante presentazioni, c’è una storia, un incontro, che le è rimasto impresso? 
«Diversi. Se ci penso, ho dei flash sulle sale di alcuni piccoli paesi dove la gente si è commossa fino alle lacrime, poi mi hanno scritto, cercato, hanno fatto leggere il libro nelle scuole, scritto poesie. E tanti hanno deciso di andare in Armenia, hanno fatto fotografie, mangiato il cibo locale… La più emozionante, però, è stata la presentazione ufficiale del romanzo davanti al Congresso degli Stati Uniti».

Il genocidio armeno cosa insegna al mondo contemporaneo?
«Il passato non insegna, purtroppo. La storia non è magistra vitae. Tuttavia, ho sempre pensato – e spesso ne ho parlato – che la tragedia degli armeni risiede anche (e forse soprattutto) nell’occultamento immediato dei fatti e nella complicità, nel silenzio delle potenze vincitrici dopo il Trattato di Losanna del 1923. E’ questa la grande differenza con la Shoah ebraica».

Se dovesse scrivere oggi «La Masseria delle allodole», cambierebbe qualcosa?
«Sarò franca, neanche una parola. E l’ho riletto con molta attenzione».

Dopo la Masseria e con tanti altri romanzi, è diventata voce nel mondo del popolo armeno. Com’è cambiata la sua vita?
«Molto. Già nell’estate del 2004 la Masseria ha cominciato a ricevere tanti premi letterari, dal Berto Opera Prima al Fenice Europa, dal Manzoni allo Stresa, dalla Selezione Campiello al Fregene, in tutto più di 20. Una tendenza continuata negli anni successivi, fino al Premio Serao a Napoli e al recente Comisso a Treviso e sono stata finalista al Los Angeles Times e a Dublino. Ma la cosa che davvero mi ha cambiato la vita è stato l’instancabile passaparola di lettrici e lettori, continuato con inviti a ripetizione, ancora adesso, dappertutto in Italia e all’estero, dalla Svezia alla Russia, dall’Irlanda al Regno Unito alla Svizzera alla Francia agli Usa, dalla Romania alla Bulgaria alla Grecia al Libano».

Per il suo impegno a favore dell’Armenia e per la verità che da sempre persegue, è stata minacciata. Ha pensato di mollare?
«No, mollare mai. Ma ho avuto curiose avventure di boicottaggi perfino ridicoli, come in Germania dove l’editore annullò un viaggio programmato con la scusa che non trovava una stanza d’albergo per me. Ma il boicottaggio più pesante fu esercitato contro il film dei fratelli Taviani: si erano preparati ad impedirne la circolazione in diversi paesi, fra cui gli Usa. E purtroppo così è avvenuto».

Cosa sta accadendo oggi in Nagorno Karabakh?
«In sostanza, nella generale distrazione dell’intero Occidente, è calato un vergognoso silenzio sulla conquista del territorio del settembre 2023, la fuga in massa degli abitanti e l’attuale de-armenizzazione completa, in corso, anche attraverso una campagna ben orchestrata di menzogne storiche».

Nel settembre 2023 infatti l’Azerbaigian ha nuovamente attaccato e più di 100mila persone sono state costrette all’esodo… 
«Stanno abbattendo le croci antiche dappertutto, i famosi katchkar, demolendo le chiese e ogni traccia armena. Nella capitale hanno cambiato i nomi delle strade, dando ad esempio il nome di Enver Pascià, uno dei tre principali responsabili del genocidio del 1915».

Perché si parla di genocidio nella Striscia di Gaza? 
«Per ignoranza del senso preciso del termine “genocidio”, come da definizione dell’inventore del termine Raphael Lemkin nel 1944, confermato solennemente dall’assemblea dell’Onu del dicembre 1948, che si riferisce a quando un governo decide di eliminare una parte della propria popolazione che ritiene indegna, come è successo con gli ebrei. E anche in Ruanda e in Cambogia».

Anche a proposito della guerra in Ucraina, dove sono stati sterminati bambini e civili si parla di genocidio.
«Ci sono superficialità e incompetenza a tutti i livelli, talmente diffuse… Sembra che usare la parola genocidio faccia più effetto, ma è un fraintendimento voluto. È una strage orrenda, ma non è genocidio. L’intento finale non è sterminare l’intero popolo, secondo il significato di genocidio, ma è il dominio».

Cosa potrebbe aiutare la pace? 
«Noi, gente comune poco possiamo fare. Ma una cosa è possibile: abbassare i toni dei conflitti verbali che impazzano, giornali e social compresi».

Il più grande desiderio? 
«Il mio più grande desiderio in questo momento è la guarigione della mia carissima amica ammalata. E poi ho un sogno, irrealizzabile: rivedere il mio Karabakh, la sua gente operosa, le montagne e il monastero di Dadivank, uno dei luoghi più spirituali del mondo».

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