MONDO Armenia: fra tensioni interne e nuovi venti di guerra (RSI 11.05.24)

La sconfitta dell’Armenia nel Blitzkrieg del 2023 con l’Azerbaigian ha innescato da un lato nuove tensioni interne nella piccola repubblica del Caucaso, dall’altro – insieme con il processo di pacificazione che va a rilento – ha lasciato aperta la porta a nuovi venti di guerra. Le tensioni tra le due repubbliche ex sovietiche del Caucaso, che dalla caduta dell’URSS si sono scontrate militarmente quattro volte, proseguono concretamente sulla lunga linea di confine, circa 1’000 km, e soprattutto nelle varie exclavi createsi nel corso degli anni su entrambi i lati. Lo scorso aprile i due paesi comunque si sono accordati – dopo la ripresa del controllo azerbaigiano sul Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena al centro del conflitto lo scorso anno – al ritorno dei confini stabiliti con gli accordi di Alma Ata del 1991.

La pace difficile

La road map verso il rispetto delle intese è però densa di ostacoli, poiché da una parte in Armenia le forze nazionaliste e di opposizione sono restie nel sostenere il governo del premier Nikol Pashinyan, accusato di essere troppo accondiscendente verso la controparte azerbaigiana. Sull’altro versante il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev ha accentuato a sua volta la retorica patriottica e militarista, suscitando preoccupazione anche nella comunità internazionale per il pericolo di una nuova escalation che possa coinvolgere le potenze limitrofe: dalla Russia, storica alleata dell’Armenia, alla Turchia, partner strategico dell’Azerbaigian.

Le difficoltà interne dell’Armenia

Le recenti proteste a Erevan contro il governo e il premier Pashinyan sono solo le ultime di una lunga serie che ha scosso la fragile democrazia caucasica negli ultimi anni. L’Armenia è il più povero degli stati ex sovietici del Caucaso ed è sempre stata molto dipendente economicamente dalla Russia, sia nei rapporti commerciali che energetici. Inoltre Mosca, che ha una base militare a Gyumri, nel nord del paese, ha assunto negli scorsi decenni il ruolo di mediatore nelle diatribe con l’Azerbaigian, inviando vari contingenti di peacekeeping nell’ambito di missioni internazionali. Dal 2018, con l’elezione di Pashinyan, le relazioni con la Russia sono però peggiorate e allo stesso tempo, dopo le sconfitte nelle guerre del 2020 e del 2023, il Paese ha dovuto affrontare crescenti turbolenze. Il premier, nonostante l’indebolimento su entrambi i fronti, è riuscito a rimanere in sella, anche a causa del fatto che la disunita opposizione non ha mai rinserrato le fila e non ha proposto alternative credibili. Il conflitto più recente, con la perdita del Nagorno Karabkh e la questione dei confini, stanno però mettendo in pericolo la già precaria stabilità.

Il ruolo della Chiesa

Le grandi manifestazioni di piazza a Erevan, guidate dall’arcivescovo Bagrat Galstanian, capo della diocesi della chiesa ortodossa armena di Tavush, al confine con l’Azerbaigian, hanno acceso il confronto politico, che ora ha appunto un nuovo protagonista. La decisione tattica da parte del governo armeno di cedere all’Azerbaigian, unilateralmente, quattro villaggi di confine, sarebbe dovuta servire secondo Pashinyan a gettare acqua sul fuoco. Ma parte della popolazione armena ha visto nel primo ministro una sorta di traditore e si è riunita dietro Galstanian, che sta incarnando l’anima religiosa e nazionalista di una buona fetta di armeni. Il governo ha invece accusato l’arcivescovo di essere al soldo della Russia e voler provocare un’altra guerra. Pashinyan da parte sua mercoledì scorso era a Mosca, dove ha incontrato Vladimir Putin, che ha confermato il ritiro di alcuni contingenti russi dal paese, mentre truppe del Cremlino rimarranno comunque per sorvegliare il confine meridionale, quello con l’Azerbaigian e l’Iran.

Il disimpegno russo

I difficili rapporti tra Putin e Pashinyan, che sta tentando di allontanare il paese dall’orbita del Cremlino, e il fatto che Mosca è comunque impegnata sullo scacchiere ucraino, stanno conducendo a un progressivo e almeno temporaneo disimpegno russo nel Caucaso. Il problema per l’Armenia è che così il Paese rimane più esposto alle tensioni con l’Azerbaigian e con la Turchia, mentre gli attori occidentali, UE e Stati Uniti, rimangono di fatto alla finestra. Concretamente il doppio rischio è quello della crescente stabilità interna e di nuove fiammate di guerra, con l’asse tra Baku ed Ankara che preme per aprire un corridoio nel sud dell’Armenia, collegando direttamente i due paesi.

Civitavecchia – Carlo Verdone all’importante incontro sull’Armenia (Assadakah 11.05.24)

Assadakah News – L’Armenia e uno dei suoi più grandi poeti Yeghishe Charents saranno l’oggetto dell’eccezionale incontro che si terrà a Civitavecchia, giovedì 16 maggio alle ore 17,30 al Teatro della Fondazione Ca.Ri.Civ in piazza Verdi. L’evento “Della mia dolce Armenia – Un poeta nel dramma degli Armeni – Yeghishe Charents”, è organizzato dall’Associazione Spazio Libero, presieduta dal dottor Fabrizio Barbaranelli, ex sindaco della città di Civitavecchia. Parteciperanno all’incontro l’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia Tsovinar Hambardzumyan che, in questo suo mandato sta svolgendo un’attività diplomatica molto attiva; l’attore e regista Carlo Verdone e la giornalista e scrittrice Letizia Leonardi, autrice del libro-biografia “Yeghishe Charents – Vita inquieta di un poeta”.

 

A moderare l’incontro sarà l’ex docente universitario Nicola Porro. Le letture saranno a cura del professore Ettore Falzetti. Sono previsti i saluti del Sindaco di Civitavecchia Ernesto Tedesco e della Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Civitavecchia Gabriella Sarracco.


 

Armenia, massicce proteste contro il premier Pashinyan per un accordo con l’Azerbaijan (Euronews 10.05.24)

I manifestanti chiedono le dimissioni immediate del primo ministro per aver ceduto alcuni villaggi nel delineare la linea di confine con il vicino e rivale Azerbaijan. A guidare il movimento “Tavush for motherland” l’arcivescovo Bagrat Galstanyan

Decine di migliaia di persone si sono riunite giovedì nel centro di Yerevan, la capitale dell’Armenia, per protestare contro un accordo di demarcazione dei confini con l’Azerbaijan firmato dal primo ministro Nikol Pashinyan.

I manifestanti chiedono al premier di dimettersi per la decisione del suo governo di cedere il controllo di alcuni villaggi di confine con il Paese rivale. Molti di loro hanno percorso una distanza di circa 160 chilometri, arrivando da questi villaggi, solo per essere in piazza.

A guidare il movimento “Tavush for the motherland” (Tavush è la provincia orientale di cui l’Armenia sarebbe pronta a cedere ampie porzioni) è un ecclestiastico di alto livello della Chiesa apostolica armena, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan della Diocesi di Tavush, che dal palco di piazza della Repubblica ha più volte incitato la folla a “una nuova visione, una nuova narrazione, un nuovo corteo, una nuova vittoria”.

Ci sarebbero stati anche una serie di episodi di disobbedienza civile pacifica, come il blocco stradale degli ingressi alla città e l’astensione dalle lezioni nell’Università statale di Yerevan.

Armenia e Azerbaijian hanno combattuto due guerre dal crollo dell’Unione sovietica. Lo scorso settembre, con un’operazione militare lampo, Baku ha preso il controllo definitivo del Nagorno-Karabakh, una regione interna al territorio azero ma maggioranza etnica armena contesa tra i due Paesi per oltre trenta anni.

Il governo russo ha detto che ritirerà i propri soldati dal confine tra Armenia e Azerbaijan (Il Post 10.05.24)

Giovedì il governo russo ha annunciato che ritirerà i propri soldati stanziati lungo il confine tra Armenia e Azerbaijan: la Russia li aveva inviati nel 2020, durante una delle guerre tra Armenia e Azerbaijan per il controllo della regione del Nagorno Karabakh, territorio separatista collocato in Azerbaijan ma controllato dall’Armenia. L’invio dei soldati russi, richiesto dal governo dell’Armenia, serviva ad assistere l’esercito armeno nel contrasto a possibili attacchi azeri. I soldati russi erano rimasti lì anche dopo la fine della guerra, vinta dall’Azerbaijan, per via di un accordo che prevedeva che la Russia agisse come garante per assicurare che il passaggio tra Armenia e Nagorno Karabakh rimanesse aperto.

A settembre tra Armenia e Azerbaijan c’era stata una nuova guerra, con l’esercito azero che aveva attaccato nuovamente il Nagorno Karabakh, costringendo le autorità locali alla resa e spingendo decine di migliaia di persone di etnia armena verso l’Armenia. Lo scorso dicembre le due parti avevano detto che avrebbero avviato colloqui di pace, senza grandi progressi: gli scontri e gli attacchi sono continuati anche nei mesi successivi, con qualche passo avanti lo scorso aprile, quando l’Armenia ha iniziato a ritirare i propri soldati da quattro cittadine al confine tra i due paesi.

Nel frattempo, però, negli ultimi anni i rapporti tra Russia e Armenia sono peggiorati: in diverse occasioni il governo armeno ha accusato la Russia di non aver fatto abbastanza per contrastare le forze azere, e ha iniziato a mettere sempre più esplicitamente in discussione la relazione tra i due paesi, avvicinandosi invece di più ai paesi occidentali. La Russia aveva già iniziato a ritirare alcuni soldati lo scorso settembre. Annunciando il ritiro delle forze militari, il portavoce del governo russo Dmitrij Peskov ha detto che è stato chiesto dal governo armeno, secondo cui la presenza russa «non è più necessaria». Non ci sono ancora molti dettagli su come funzionerà il ritiro: al momento i soldati russi sono presenti sia lungo il confine tra Armenia e Azerbaijan che all’aeroporto armeno di Yerevan, dove il ritiro dovrebbe terminare entro il prossimo agosto.

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Confronto tra Azerbaigian e Italia su formazione e informazione verso la Cop29 di Baku. Riconoscimenti a FarodiRoma e Eurasiaticanews (Faro di Roma 10.05.24)

Baku, capitale della repubblica dell’Azerbaigian, ospiterà alla fine del 2024 la COP29 (29^ conference of parties), l’appuntamento annuale istituito dalla Convenzione quadro ONU sui cambiamenti climatici, a cui aderiscono i 196 Paesi membri delle Nazioni Unite. La scelta di Baku è il prodotto di un serrato confronto diplomatico globale, e di un’evoluzione della politica regionale. La CoP doveva tenersi, secondo le regole di rotazione, in Europa orientale o Eurasia. La Russia, in polemica con l’UE, ha prima prevedibilmente bloccato la designazione dell’Ucraina e dopo continuato ad opporsi a quella della Bulgaria. Baku è stata una scelta di mediazione.

In questo contesto sono numerose le iniziative di rilancio dell’Azerbaigian a livello internazionale dopo la crisi legata al conflitto con l’Armenia riguardo all’enclave del Nagorno Karabakh, che il diritto internazionale assegna agli azeri e che Baku ora indica come “zona economica Garabagh” dopo l’offensiva del 19 settembre 2023 conclusa in pochi giorni con il disarmo delle forze della autoproclamata Repubblica dell’Artsakh e l’esodo di decine di migliaia di abitanti armeni dalla regione oggi in fase di ricostruzione dopo le distruzioni delle ricorrenti guerre che hanno insanguinato la regione del Caucaso dalla fine dell’Urss.

Lo studio legale Nunziante Magrone ha ospitato nella mattinata di giovedì 9 maggio, nella prestigiosa sede di Roma in Piazza di Pietra 26, una delegazione di 22 componenti del Centro per l’Istruzione e lo Sviluppo “EduTime” dell’Azerbaigian in visita a Roma per un incontro di networking e confronto.

L’iniziativa si è inserita nel calendario di eventi che l’Associazione Italia-Azerbaigian in Milano ha avviato per il 2024. Dal 7 al 12 maggio il Centro “EduTime” incontra infatti prestigiose università e scuole tra l’Italia, l’Ungheria e l’Austria partecipando a conferenze e corsi di formazione nell’ambito del “Programma europeo di esperienza professionalizzante per gli educatori” rivolto a operatori educativi, dirigenti scolastici e insegnanti dell’Azerbaigian.

La tavola rotonda presso lo Studio Nunziante Magrone si è svolta attraverso la presentazione del sistema educativo italiano ai convenuti da parte del Vicepresidente dell’Associazione Italia-Azerbaigian e Direttore di Eurasiaticanews Carlo Marino, mentre Corrado Rosano, Socio Fondatore di Nunziante Magrone, ha illustrato l’attività internazionale dello Studio.

In conclusione, il Centro per l’Istruzione e lo Sviluppo “EduTime” ha premiato con una targa lo Studio Nunziante Magrone, Carlo Marino, direttore di Eurasisticanews e Salvatore Izzo, direttore del FarodiRoma che ha presentato l’attività editoriale di questa testata online in 4 lingue e il suo impegno a favore del multipolarismo.

“Negli ultimi dieci anni l’Italia e l’Azerbaigian hanno consolidato il loro rapporto in campo economico, culturale e politico, nel 2003 l’Azerbaigian ha aperto la sua ambasciata in Italia. Il nostro Paese è al secondo posto, dopo la Turchia, per numero di aziende che lavorano in Azerbaigian. La cooperazione economica è eccellente, l’Italia è tra i partner commerciali principali di un paese produttore di idrocarburi. Il petrolio e il gas dell’Azerbaigian rappresentano infatti una parte sostanziale del consumo italiano. L’Azerbaigian sarà protagonista del 2024 in vista della COP29 che si svolgerà a Baku: l’appuntamento più importante della diplomazia climatica globale si terrà infatti nella capitale azera, Baku, dall’11 al 22 novembre 2024”, ha spiegato l’avv. Corrado Rosano, socio fondatore di Nunziante Magrone.

“L’iniziativa costituisce un primo passo per avviare una collaborazione in diversi settori economici e culturali di Azerbaigian e Italia ed è in programma un “Information day” sul Paese che il nostro Studio intende promuovere nell’ambito del tradizionale format del country breakfast”, ha concluso Rosano.

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Incontro Putin-Pashinyan a Mosca (Trt 09.05.24)

Il Presidente russo Vladimir Putin e il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan hanno discusso le questioni legate alla sicurezza regionale.

Secondo un comunicato stampa del Cremlino, il Presidente russo Putin e il Primo Ministro armeno Pashinyan si sono incontrati al Cremlino a margine del Vertice dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) tenutosi a Mosca.

“Il volume dell’interscambio commerciale tra l’Armenia e i paesi dell’UEE è aumentato di 14 volte. I nostri rapporti bilaterali stanno sviluppandosi in modo molto positivo. Il volume dell’intercambio commerciale ha superato i 7 miliardi di dollari. Non abbiamo mai visto una cifra del genere nei nostri rapporti commerciali ed economici. Naturalmente, oltre alla crescita del volume degli scambi, ci sono anche questioni relative alla sicurezza nella regione” ha detto il presidente russo.

Dal canto suo il premier armeno ha reso noto all’importanza dei rapporti bilaterali e ha aggiunto “L’ultima volta ci siamo incontrati lo scorso dicembre. Naturalmente, da allora abbiamo avuto tanti oggetti sul tavolo”.

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Chi sono i LADANIVA, Armenia/ Significato della canzone Jako, seconda semifinale Eurovision 2024 (Il Sussidiario 09.05.24)

L’Armenia ha partecipato per la prima volta all’Eurovision Song Contest nel 2006 piazzandosi a un dignitoso ottavo posto. Non ha mai vinto la kermesse, ma ha un ottimo record di qualificazioni per la finale. Nel 2008, la cantante Sirusho ha vinto il Marcel Bezençon Fan Award per la sua canzone QéléQélé. Quest’anno per l’Eurovision 2024, alla seconda semifinale di giovedì 9 maggio, si presenta con una coppia esplosiva, i LADANIVA, un duo folk che porta un pezzo in armeno, Jako, che farà certamente ballare la platea di Malmö.

LADANIVA, chi sono i rappresentanti dell’Armenia, in gara all’Eurovision 2024

LADANIVA sono un duo musicale armeno che ha fatto della fusione di sonorità tradizionali e moderne, la propria firma musicale. Dal 2019, questo giovane duo ha trasformato le proprie radici della cultura e della tradizione armena con la loro musica e nelle loro performance coinvolgenti.
Il nome LADANIVA è un connubio tra “Lada”, un’antica divinità armena della fertilità, e “Niva”, che significa “bene” in lingua armena. Questo nome incarna l’essenza del duo, che mira a celebrare la ricchezza della cultura armena e a portare avanti la sua eredità attraverso la musica e la danza.

La loro musica è caratterizzata da una combinazione di strumenti tradizionali armeni, come il duduk e il saz, e influenze moderne che creano un suono unico e coinvolgente che è allo stesso tempo autentico e innovativo. I LADANIVA hanno raggiunto la fama nazionale e internazionale con una serie di album e singoli di successo che hanno catturato l’attenzione del pubblico in tutto il mondo.

Gli artisti hanno espresso la loro emozione nel rappresentare l’Armenia, definendola un’opportunità per essere di ispirazione a molti altri artisti. Hanno manifestato l’entusiasmo e l’importanza di portare un messaggio di gioia e celebrazione attraverso la loro esibizione, che hanno anticipato essere molto grintosa e colorata.

LADANIVA, significato della canzone Jako, in semifinale all’Eurovision 2024

Più che una canzone, Jako è un’esperienza sensoriale che celebra la ricchezza e la bellezza della cultura armena. La traccia inizia con una melodia incalzante che cattura l’orecchio dell’ascoltatore, introducendo una serie di ritmi tradizionali armeni che si mescolano con sonorità moderne ed elettroniche, creando un’atmosfera coinvolgente e avvolgente.

Il termine Jako significa “balla” in armeno, e la canzone invita l’ascoltatore a lasciarsi trasportare dal ritmo travolgente e dalle melodie incantevoli. È una celebrazione della gioia della vita e della forza della comunità, e un omaggio alla tradizione musicale armena che ha radici profonde nella storia e nella cultura del Paese. Le percussioni ritmiche, i flussi melodici e le armonie vocali si combinano per creare un’esperienza sonora che è allo stesso tempo emozionante e rinfrescante.

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A Cosenza una targa per ricordare il genocidio degli armeni (Ansa e altri 09.05.24)

L’Amministrazione comunale di Cosenza ha ricordato il genocidio degli armeni del 1915.

E lo ha fatto collocando una targa “a perenne memoria di un milione e 500 mila martiri” e come “atto di sensibilità nei confronti della comunità armena calabrese e cosentina”.
“Un gesto simbolico, ma importante – ha affermato il sindaco della città Franz Caruso in occasione della cerimonia – e che, nel ricordare quel genocidio compiuto durante la prima guerra mondiale, deve riaccendere i riflettori su una pagina di storia che non dovrà mai più ritornare.

Chi non ha storia non ha futuro. E la storia serve a diffondere nelle nuove generazioni la cultura della non violenza”.
Alla cerimonia, presenti rappresentanti istituzionali, politici e studenti delle scuola cittadine, ha partecipato l’ambasciatrice plenipotenziaria dell’Armenia, Tsovinar Hambardzumy. “Non è casuale – ha detto ancora il sindaco – aver scelto piazza Cappello per la cerimonia di oggi, perché questa piazza, dove siamo cresciuti, porta il nome di Paolo Cappello, un martire del fascismo, un socialista vittima dello squadrismo fascista. E come, durante la seconda guerra mondiale, la dittatura fascista affiancò il nazifascismo che si rese responsabile del genocidio contro gli ebrei, nella prima guerra mondiale si consumò, ad opera dei turchi, il genocidio nel quale persero la vita circa un milione e mezzo di armeni”.
“La storia serve a ricordare – ha sostenuto ancora Caruso – cosa il Novecento ha rappresentato. Essere qui oggi significa avere l’opportunità di conoscere una parte della storia, molto negativa, contro la quale noi ci schieriamo per perseguire la pace e dimostrare una volta di più la nostra contrarietà ad ogni forma di violenza”.
L’ambasciatrice Hambardzumy, ha espresso apprezzamento per l’iniziativa e ha sottolineato come “la collocazione della targa commemorativa per noi armeni, ma anche per tutto il mondo, non solo onora la memoria delle vittime del genocidio, ma ha anche lo scopo di impedire e prevenire il ripetersi di ulteriori crimini contro l’umanità”.


Cosenza ricorda il genocidio degli Armeni: collocata una targa in Piazza Cappello (IlDispaccio)


Cosenza, targa per ricordare il genocidio degli armeni. Caruso: “dire no a ogni violenza” (QuiCosenza)


Ricordato a Cosenza il genocidio degli armeni del 1915 (Nuovosud)


Cosenza, una targa ricorda il sacrificio degli armeni (CosenzaChannel)


 

Laura Ephrikian da attrice di successo a volontaria in Africa. “Una famiglia armena” è la sua autobiografia (Nonsolocontro 09.05.24)

Una donna di incredibile dolcezza, ma forte e coraggiosa. Determinata e consapevole di ogni parola pronunciata con estrema pacatezza, ma con la risolutezza di chi sa esattamente quello che sta dicendo. E’ stata una sopresa a metà, almeno per me, Laura Ephrikian che conoscevo principalmente come attrice degli anni ’60, ’70 e non solo nei leggeri “Musicarelli”. Arrivando da una famiglia amante del teatro avevo potuto ammirarla anche in opere teatrali importanti come “Il mercante di Venezia” o “La Cittadella” di Cronin, lei che era uscita dalla prestigiosa Accademia di Giorgio Strehler.

Non avevo mai letto un suo libro e quando mi sono trovata tra le pagine di “Una famiglia armena” presentato a Borgaro ieri, giovedì 8 maggio al ristorante La Perla (per motivi di campagna elettorale non in una sede istituzionale) ho compreso quanto grande sia questa piccola donna, alla soglia ormai degli 84 anni che compirà a giugno.

Una donna che ha calcato le scene è stata diva in TV, ma non ha mai dimenticato quelle origini armene. Una donna capace di parlare con pacatezza di una terra e di un popolo da sempre sofferente per i soprusi che ha patito e che tuttora patisce e che è stato vittima del genocidio del 1915. Un milione di persone uccise senza un perchè, vittime di quella follia umana di cui il ‘900 è stato protagonista in prima fila.

La sua di ieri è stata una lezione di storia, carica di emozione, ma anche di profondissima umanità che ha colpito il pubblico presente che non ha potuto far altro se non ascoltare in religioso silenzio quelle parole così profonde, portandosi a casa un peso sul cuore. Perchè pensare alle persecuzioni, come quella che ha subito suo nonno Akop, tra i fortunati che sono riusciti a fuggire da quel inferno per ricominciare una nuova vita in Italia, non ha potuto non riportarci alla mente le immagini che ogni giorno vediamo in TV di barconi carichi di esseri umani che fuggono o almeno tentano di sfuggire ad un tragico destino.

Immagini che come ha voluto evidenziare il sindaco Claudio Gambino, presente con l’assessore Eugenio Bertuol, sono quasi diventate un’abitudine ed evitiamo di chiederci “perchè” e spesso siamo infastititi, quando, peggio, non vorremmo neppure vedere o sapere.

Ed ecco che allora il racconto di Laura, così intenso, non può non colpirci come una coltellata al cuore, ma soprattutto farci riflettere.

Ma questa donna così forte, non si è limitata a raccontare quelle origini di cui è fiera e quel cognome così strano, modificato ai tempi in cui faceva l’attrice e recuperato inseguito con l’orgoglio delle proprie radici, ma ha voluto far partecipe il pubblico anche della “Sua Africa” che non è quella dei safari e dei villaggi turistici. Il suo è il Kenya della povertà estrema, della mancanza di acqua e di bambini che spesso non hanno nulla da mangiare. Ecco che allora la multiforme e poliedrica Laura, attrice e diva in un tempo ormai lontano, si è trasformata in una volontaria che a quei villaggi offre tutto quello che può e da cui, nonostante l’età, non può mai star per troppo tempo lontana.

Tutto questo è molto di più è questa incredibile donna che dopo il successo e il matrimonio con Gianni Morandi ha scelto di occuparsi dei suoi figli, Marianna e Marco, e ancora si reinventata come pittrice, arredatrice, scrittrice e volontaria. Un esempio da seguire e un libro da leggere tutto d’un fiato.

Ecco perchè per me Laura Ephrikian è stata una sopresa a metà: leggendo quelle pagine avevo già capito che mi sarei trovata di fronte ad una persona eccezionale, ma ieri ho scoperto che lo è ancor di più di quanto avrei mai potuto immaginare. Una donna che grazie alle sue opere contribuisce a rendere il mondo un posto migliore.

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Quel che resta dell’Armenia (Elle 08.05.24)

Nell’anniversario del genocidio ordinato dal governo turco il 24 aprile 1915, Sonya Orfalian, figlia della diaspora, racconta il senso profondo del suo lavoro di scrittrice e della sua nostalgia

“In seguito all’esodo forzato, parte della mia famiglia sopravvissuta al genocidio armeno è arrivata in Palestina, a Gerusalemme. Poi, il cammino verso una vita degna, in libertà, è continuato, e sono diverse le città in cui abbiamo trovato rifugio. Una di queste è Tripoli in Libia, dove sono nata come rifugiata palestinese. Un’altra meravigliosa città oltremare è Roma, dove, ancora una volta in seguito a un evento storico, la rivoluzione di Gheddafi, sono infine approdata. Qui ho aggiunto una tappa al percorso dei miei antenati e ho trovato rifugio come profuga armena, in quanto figlia di sopravvissuti al genocidio. Non è semplice da spiegare”. Sonya Orfalian, figlia della diaspora armena e scrittrice, inizia così il racconto della sua rocambolesca e romantica storia, accogliendoci nella casa romana piena di libri, musica e spezie, dove vive col suo compagno, il compositore Riccardo Giagni.

Il termine genocidio non è a casoil giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, che aveva coniato il temine per designare l’Olocausto degli ebrei, si era ispirato esplicitamente al “grande male”, lo sterminio di un milione e mezzo di armeni, la metà della popolazione dell’Armenia storica, di cui fu responsabile il Governo turco. Poi il racconto prosegue: “Il mio popolo è stato vittima di un genocidio a tutt’oggi negato dalla Turchia e, devo dire con gran dispiacere, anche da Israele. Da allora, sulle terre che furono nostre non restò nessun armeno, né donna né uomo”. La storia racconta che il 24 aprile 1915 la retata e l’eliminazione di circa 250 intellettuali armeni di Istanbul, notabili, artisti, preti, delegati al parlamento, diede avvio allo sterminio che durò fino al 1922. Il 24 aprile è pertanto diventato il Giorno della memoria del genocidio degli armeni. “Tutti i capifamiglia e gli uomini abili erano rastrellati e uccisi immediatamente o costretti ai lavori forzati, trattati come bestie da soma. Le donne, i bambini e i vecchi venivano deportati, costretti a marciare senza meta, senza cibo né acqua, nei deserti della Siria. La soldataglia che accompagnava queste carovane della morte era armata solo di lame, per risparmiare le pallottole e le armi che venivano usate al fronte per la prima guerra mondiale. Alcuni deportati venivano spinti nei dirupi dove scorrevano i corsi d’acqua, che si avvelenavano con i loro corpi. A volte le donne preferivano gettarsi nei precipizi di loro volontà piuttosto che essere violentate. Altre erano condotte in schiavitù nelle case dei villaggi”, aggiunge Sonya Orfalian.

Questo non significa però che la cultura armena sia stata definitivamente cancellata, anzi: “All’interno delle famiglie dei sopravvissuti è rimasta viva e si è tramandata negli anni. Anch’io ho sempre lavorato intorno alle mie radici pubblicando libri con le nostre bellissime fiabe tradizionali come A cavallo del vento (Argo ed., 2017) , raccontandole al posto di chi non poteva più farlo. Poi ho scritto della nostra cultura culinaria La cucina d’Armenia (Ponte alle Grazie, 2009), di quel focolare domestico che hanno tentato di spegnere e che però è rimasto sempre acceso nelle case degli armeni in diaspora. Le donne, attraverso la loro dedizione alla famiglia, cucinando per nutrire i bambini sopravvissuti insieme a loro, sono riuscite anche a tramandare la nostra cultura: dalla porta della cucina entrano tantissime tradizioni che riguardano la vita sociale del nostro popolo con i piatti dei giorni delle feste, dei santi, delle ricorrenze che hanno a che fare col ciclo naturale delle stagioni, entrano i canti”, ricorda la scrittrice.