Tra Armenia, Georgia e Azerbaigian: terza puntata di “On the road again” (Liberta.it 05.04.24)

Nella terza puntata del nuovo format di Telelibertà, “On the road again”, in onda domenica 5 maggio, alle 20.10, il viaggiatore e videomaker Roberto Salini conduce il telespettatore alla scoperta di panorami mozzafiato che abbracciano un’ampia regione, dal Caucaso fino alle rive del Mar Caspio.

IN VIAGGIO TRA ARMENIA E AZERBAIGIAN

Con la sua maestria nel raccontare storie attraverso l’obiettivo della telecamera, Salini ci condurrà in un viaggio indimenticabile, in cammino tra Armenia e Azerbaigian, dall’incredibile monastero accanto al biblico monte Arat, in Turchia, fino a Baku, passando per la Georgia.

INTRECCIO DI CULTURE

Focus interessante sulla capitale dell’Azerbaigian, Baku appunto, la più grande città e il più grande porto del Paese e di tutto il Caucaso. Un affascinante crocevia di culture e influenze. Qui, le trame orientali si intrecciano con gli influssi occidentali, creando un ricco tessuto urbano caratterizzato da una suggestiva mescolanza di stili architettonici. Tra le sue strade, si possono ammirare le eleganti linee gotiche che si fondono armoniosamente con le sfumature barocche, dando vita a un orizzonte urbano unico e affascinante.

ESPERIENZE PER TUTTI I SENSI

I viaggi di Salini diventano un’esperienza che coinvolge tutti i sensi, un meraviglioso gioco di incastri dove i costumi e le tradizioni si mescolano, arricchendo il bagaglio di conoscenze. Ogni città, ogni villaggio ha la sua storia da raccontare, i suoi segreti da svelare, e ogni passo lungo i sentieri del mondo è un passo verso la scoperta di sé e del prossimo.

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Snap di Rosa Linn (Eurovision 2022 Armenia) supera il miliardo di streaming Spotify (Eurofestivalnew 04.05.24)

Per la seconda volta nella storia dell’Eurovision una canzone sfonda la quota del miliardo di riproduzioni in streaming su Spotify. A raggiungere tale traguardo è “Snap” di Rosa Linn, che abbiamo ascoltato proprio di recente al Concerto del Primo Maggio a Roma.

Prima di “Snap”, solo “Arcade” di Duncan Laurence (Paesi Bassi 2019, canzone vincitrice) è riuscita a superare questa quota e si trova oggi oltre un miliardo e 150 milioni di riproduzioni.

Rosa Linn e la fama di “Snap”

L’artista gareggiò per l’Armenia all’Eurovision 2022 di Torino, cantando per ottava e classificandosi al 20° posto. “Snap”, però, iniziò a circolare vorticosamente su TikTok, diventando virale e dando all’artista un successo clamoroso.

I dischi di platino sono piovuti in ogni dove, e in Italia ad oggi se ne contano ben quattro, più di quanto abbia mai fatto qualunque entry eurovisiva non dell’Italia.

Rosa Linn e il legame con l’Italia

Di “Snap” esiste anche la versione con versi in italiano, eseguiti da Alfa. Proprio lui ha invitato l’artista armena in parte del proprio tour, che tra gli altri ha toccato proprio il Pala Olimpico di Torino, che oggi è noto come Inalpi Arena, sede dell’Eurovision 2022.

S’è detto anche del Concertone, che quest’anno è stato spostato dalla tradizionale location di Piazza San Giovanni al Circo Massimo. A Rosa Linn è stato concesso spazio in prima serata, a conferma di un’attenzione davvero importante e anche giusta per il suo successo.

Numerosissimi sono stati gli attestati di affetto di Rosa Linn per l’Italia attraverso i social. E non è neanche un caso che, tra le canzoni eseguite nella parte di tour di Alfa in cui è stata invitata, ci fosse “Fai rumore” di Diodato, da lei molto amata. Ancora oggi sul suo Instagram si può vedere il momento in cui lei canta mentre l’artista pugliese si esibisce sul palco torinese in uno degli interval act di maggior presa della storia recente del concorso.

Distrutta la chiesa di San Giovanni Battista in Nagorno Karabakh (AciStampa 03.05.24)

È terminata proprio nei giorni di commemorazione del genocidio armeno la distruzione della chiesa di San Giovanni Battista a Shushi, in Nagorno Karabakh, la regione che nell’antica denominazione armena viene conosciuta come Artsakh. La demolizione è stata ordinata dal governo azerbaijano, che pure da quando ha il controllo della regione ha sottolineato di non voler distruggere niente, e anzi di voler restaurare e migliorare le infrastrutture esistenti, trattando tutti da cittadini eguali.

Eppure, la distruzione della chiesa, documentata da immagini satellitari diffuse da L’Oeuvre d’Orient, l’associazione francese che si occupa dei cristiani di oriente, dà corpo al terrore più grande per gli armeni, che è quello di un “genocidio culturale” in atto nel Nagorno Karabakh, territorio conteso all’Azerbaijan e ricaduto sotto il controllo di Baku dopo il recente conflitto e una pace dolorosa firmata dall’Armenia. Una pace che ha messo in luce un possibile pericolo per i monasteri cristiani presenti nel territorio passato sotto il controllo azerbaijano.

L’Oeuvre d’Orient, nel diffondere le immagini – ha sottolineato che “è imperativo che la comunità internazionale condanni fermamente questi atti di distruzione e negazione della storia” e ha chiesto “un’azione concertata per garantire la protezione dei beni culturali e religiosi delle comunità della regione, in conformità con la Convenzione dell’Aja del 1954 ratificata dall’Azerbaijan nel 1993”.

La chiesa di San Giovanni Battista è conosciuta come Kanach Zham, ovvero cappella verde, con riferimento alle cupole precedenti della chiesa, di colore verde.

La chiesa è stata costruita nel 1818, nello stesso luogo in cui si trovava la chiesa di legno Gharabakhtsots. Era disegnata secondo un unico schema cruciforme, con la facciata orientale adiacente alla parte occidentale della cappella, mentre l’alta cupola della Chiesa e la sua cappella potevano essere chiaramente viste a distanza lungo la città. Anche gli interni della chiesa avevano alcune unicità architettoniche.

Intorno al novembre 2020, fu riportato da fonti armene e non che le torri della chiesa erano state distrutte dopo che Shushi era stata conquistata dalle trutte Azerbaijane. Il danneggiamento della chiesa è stato condannato dalla Chiesa Madre di Etchmiadzin.

Nel febbraio 2021, alcune immagini satellitari mostrarono che la Chiesa era stata ulteriormente deteriorata. Da parte azerbaijana, fu negata la distruzione della chiesa, negando anche l’eredità culturale degli armeni, e anzi sostenendo che la chiesa veniva dalla Russia e fu armenizzata solo negli anni intorno al 1840.

Anche l’Eparchia di Baku della Chiesa Ortodossa Russa aveva affermato che la chiesa sarebbe comunque rinnovata, e dei video della BBC mostravano che la chiesa era in visibile rinnovamento.

Ma il 18 aprile, il Caucasus Heritage Watchun gruppo armeno di supervisione dei monumenti di accademici delle università Purdue e Cornell, hanno mostrato che la chiesa è stata completamente distrutta.

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La presenza militare russa in Armenia e Tagikistan è sul filo del rasoio. Ecco perché (Formiche 03.05.24)

 dissidi tra Mosca e Yerevan potrebbero portare alla chiusura della storica base russa in territorio armeno, che assesterebbe un duro colpo all’influenza del Cremlino nel Caucaso. Con il rischio concreto di un effetto domino

L’allontanamento tra Armenia e Russia si fa sempre più evidente. Quando nel settembre del 2023 l’Azerbaigian ha ripreso l’offensiva nel Nagorno Karabakh, il contingente di Mosca schierato in loco con funzioni di peacekeeping non è intervenuto a difesa degli Armeni, mentre il Presidente del Consiglio di sicurezza della Russia Dmitry Medvedev rilasciava una dichiarazione dove tra le linee suggeriva che la Russia non avrebbe aiutato il Paese caucasico guidato dal primo ministro Nikol Pashinyan, a causa del suo spostamento di traiettoria in politica estera e del suo avvicinamento all’Occidente. Tutto questo nonostante l’Armenia facesse parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, l’alleanza militare costituita tra diversi Paesi dello spazio post-sovietico all’indomani della caduta dell’Urss. E Yerevan ha reagito di conseguenza decidendo di sospendere la propria partecipazione al Csto nel febbraio di quest’anno, con il Primo Ministro Pashinyan che ha giustificato la decisione affermando che la Russia “non ha adempiuto ai suoi obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia”. In tutta risposta, il Cremlino ha ordinato poche settimane fa il totale ritiro del contingente di peacekeeping schierato in Nagorno Karabakh secondo quanto previsto dagli accordi del cessate il fuoco stipulati nel 2020.

Una mossa a cui l’Armenia sembra intenzionata a rispondere in modo significativo: secondo alcune fonti, il governo di Pashinyan starebbe valutando la richiesta di chiudere la base militare russa di Gyumri, simbolo della cooperazione militare tra i due Paesi. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il nuovo stato armeno indipendente ha offerto alla Federazione Russa l’utilizzo della base militare in questione, sita in una posizione strategica trovandosi a meno di dieci chilometri dal confine con lo storico nemico turco (ma anche vicino al confine con la Repubblica islamica dell’Iran). Proprio la paura che Ankara potesse sfruttare gli smottamenti geopolitici allora in corso aveva spinto Yerevan a guardare verso Mosca, sua storica protettrice. Quasi trentacinque anni dopo, la base da cui la Russia “non se ne andrà mai”, secondo quanto detto dallo stesso presidente russo Vladimir Putin, sembra destinata ad essere smantellata, così come la presenza militare russa in Armenia.

Uno sviluppo che potrebbe avere conseguenze anche al di fuori dei confini del Paese, spingendo altri Stati ex-sovietici a riconsiderare la presenza di forze russe sul loro territorio. In un intervento sul sito della Jamestown FoundationPaul Goble riporta l’opinione di alcuni analisti russi secondo cui il governo del Tagikistan, già indignato per il trattamento riservato da Mosca ai lavoratori migranti tagiki in seguito all’attacco terroristico al Crocus City Hall, sia stato “contagiato” da questo pensiero armeno e potrebbe chiedere a Mosca di chiudere la sua base militare in Tagikistan. Per i suddetti esperti un simile sviluppo rappresenterebbe il crollo totale dell’influenza russa nello spazio post-sovietico, e sarebbe il risultato diretto dell’attenzione ossessiva di Mosca per l’Ucraina, che l’ha portata a trascurare il “Near Abroad”.

Tuttavia, nelle ultime settimane la leadership armena ha in più occasioni dichiarato di voler mantenere relazioni politico-economiche di stampo positivo con Mosca. L’ultima dichiarazione di questo genere è stata quella del ministro degli Esteri armeno Tigran Balayan, secondo cui “la Russia non ha nulla da temere dall’Unione Europea nel Caucaso meridionale”, dato che la posizione dell’Armenia significa che “storicamente e praticamente ha così tanti legami con la Russia” e che chiunque pensi che l’Armenia possa rompere tutti questi legami vive in un mondo fantastico. Ma l’atteggiamento di Mosca non sembra essere predisposto alla cooperazione.

Alcuni organi di stampa russi riferiscono che la considerazione di Dushanbe di chiudere la base russa sul proprio territorio utilizza esattamente lo stesso linguaggio che i funzionari armeni stanno usando nei confronti di Gyumri. È probabile che tali notizie spingano Mosca a utilizzare le risorse di cui dispone per aumentare la pressione non solo sull’Armenia, ma anche sul Tagikistan, rischiando così di avviare essa stessa un processo di autoespulsione dalla sua sfera d’influenza.

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CAUCASO: LA POLVERIERA ARMENIA & AZERBAIGIAN CHE FA STORIA (E NON SOLO)

Azerbaigian e Armenia negozieranno la pace con il ritorno simbolico alla capitale kazaka Almaty (Colornews 03.05.24)

I ministri degli Esteri dell’Azerbaigian e dell’Armenia hanno in programma di incontrarsi ad Almaty, suscitando nuove speranze per un trattato di pace tra i due avversari e un ripristino delle relazioni con l’Unione Europea.

L’ex capitale kazaka rappresenta un punto d’incontro simbolico. È qui che nel dicembre 1991 fu firmato lo storico Protocollo di Alma-Ata. Il documento dichiarava la dissoluzione dell’Unione Sovietica e gettava le basi per lo sviluppo della Comunità di Stati Indipendenti (CSI).

Anche se la data dell’incontro non è stata ancora resa nota, funzionari di entrambe le parti avrebbero confermato la loro partecipazione.

Accogliendo con favore l’accordo per far avanzare i colloqui sul trattato di pace ad Almaty, il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha affermato che ciò contribuirà all’instaurazione di una pace duratura nel Caucaso meridionale.

Il presidente ha effettuato una visita ufficiale a Yerevan nel mese di aprile, durante la quale ha espresso la disponibilità a facilitare i negoziati di pace sul suolo kazako. Insieme al primo ministro armeno Nikol Pashinyan hanno firmato 10 documenti con l’obiettivo di rafforzare i legami bilaterali.

Rispetto dell’integrità territoriale

Accogliendo con favore l’annuncio, l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, Josep Borrell, ha espresso l’impegno del blocco a sostenere un futuro stabile e pacifico per il Caucaso meridionale.

Borrell ha detto che l’Unione europea è impegnata a facilitare la normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian, ha invitato Baku ad impegnarsi in colloqui di pace sostenibili e a rispettare l’integrità territoriale dell’Armenia se non vuole mettere in pericolo le relazioni con l’Unione.

Borrell ha ricordato all’Armenia la sovvenzione di 270 milioni di euro offerta attraverso il Piano di crescita per il periodo 2024-2027, al fine di sostenere la resilienza del Paese mentre le parti lavorano insieme su una nuova agenda di partenariato, volta a rafforzare la cooperazione in tutti i settori.

L’ambasciatore dell’Unione Europea in Azerbaigian, Peter Michalko, ha ribadito il sostegno del blocco per un accordo di pace. “Spetta ad entrambe le parti cercare soluzioni e percorsi di progresso”, ha detto ai giornalisti nella capitale azera.

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Armellino in fiore. Artur Zakiyan in concerto per commemorare il genocidio armeno (Oggitreviso 02.05.24)

Armellino in fiore.

Artur Zakiyan in concerto per commemorare il genocidio armeno

quando 04/05/2024
orario Dalle 21:00 alle 23:00
dove Treviso
Auditorium Santa Caterina, Piazzetta Mario Botter 1 – Treviso
prezzo Euro 15,00
info 3274610693
organizzazione nusica.org

Armellino in fiore è il titolo dell’evento che vuole commemorare il dramma del genocidio armeno 24 aprile 1915.

Il 4 maggio 2024, alle ore 21 presso l’Auditorium Santa Caterina (Piazzetta Mario Botter 1, Treviso), Artur Zakiyan si esibirà intrecciando l’essenza ipnotica della musica etnica armena al fascino immortale della musica classica contemporanea, con cadenze rilassanti d’influenza new age.

L’esibizione si inserisce in un programma che include anche la presentazione libro Il genocidio degli armeni di Sandra Fabbro Canzian, prevista il 24 aprile alle ore 17 presso il Museo civico di Treviso “Luigi Bailo”, in Sala Vittorio Zanini e la mostra dell’artista Ararat Sarkissian, che sarà inaugurata alle 17 e aperta al pubblico dal 19 aprile al 12 maggio presso lo stesso Museo, nelle sale espositive temporanee al pianterreno. Entrambi gli eventi sono a ingresso libero.

A portare in città gli appuntamenti è il Comune di Treviso insieme all’Unione Armeni d’Italia.
Il concerto è organizzato dall’associazione nusica.org attiva dal 2012 nella realizzazione di eventi a carattere culturale e in particolare di concerti di musica jazz, con il patrocinio del Consolato Onorario della Repubblica di Armenia in Venezia in collaborazione con Gayane SahakyanFondazione “Feder Piazza” e Galleria Antikyan.
L’evento è supportato inoltre da Jane Demirchian, mecenate armena.

Nel solco di un percorso musicale iniziato sotto la guida del nonno Christopher, rinomato percussionista e fondatore della prestigiosa scuola di strumenti a percussione in Armenia, e dopo un lungo perfezionamento negli USA, Zakiyan si abbevera alla fonte della migliore tradizione musicale classica, coniugando innovazione e modelli antichi, in un viaggio sensoriale che celebra il patrimonio culturale del suo Paese.

Ad aprire il concerto sarà Baykar Sivazliyan, Presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia, politico, turcologo e armenista, dirigente politico della Diaspora armena, che terrà un discorso in commemorazione del genocidio.

(Biglietti: ingresso € 15,00, in vendita su OOH.EVENTS e in loco, previa disponibilità. Per info: +39 3274610693, staff@nusica.org)

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Armenia, un Paese alla ricerca della pace – 2 maggio 2024 (Vaticannews 02.05.24)

A Radio Vaticana Con Voi Robert Attarian, responsabile del programma in lingua armena di Radio Vaticana – Vatican News, e Marine Galstyan, attrice e regista teatrale armena: con loro presentiamo alcune iniziative culturali che si svolgeranno nei prossimi giorni a Roma, tra le quali un evento dedicato al grande Charles Aznavour.

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Il regalo dell’Italia a Putin: così il Tap porterà 7 miliardi nelle casse di Mosca (Europatoday 02.05.24)

Era il luglio 2022, la guerra in Ucraina era scoppiata da qualche mese e l’Europa era alla ricerca di forniture di gas alternative a quelle russe. Fu con questa missione in testa che la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen si recò in Azerbaigian per stringere la mano a Ilham Aliyev, il leader autoritario dell’ex Repubblica sovietica. Quella stretta si tradusse in aumento immediato delle esportazioni di gas dai giacimenti azeri all’Italia (e alla Grecia) attraverso il Tap: da 8 miliardi di metri cubi si è passati a 11,6 nel 2023, con l’obiettivo di arrivare a 20 miliardi nei prossimi anni. Peccato che in questo affare, a guadagnarci (e tanto) potrebbe essere anche Vladimir Putin: il colosso energetico russo Lukoil, infatti, prevede di incassare 7 miliardi di dollari da qui ai prossimi dieci anni.

È quanto ha calcolato la ong Global witness. Tutto ruota intorno al maxi giacimento di Shah Deniz, il bacino da cui l’Azerbaigian pompa gas verso l’Europa. A gestire il giacimento è la britannica Bp, ma nell’operazione sono entrate anche altre aziende europee, come Shell, Uniper, Engie e l’italiana Enel. Nel novero delle società interessate, però, va inserita anche Lukoil, dal momento che il gigante russo detiene una quota significativa del 19,99% nel giacimento.

Nulla che si sapesse già nel 2022, quando von der Leyen siglò l’accordo con l’Azerbaigian. Già all’epoca Lukoil era il terzo più grande produttore di gas in Azerbaigian. La società finora è sfuggita alle misure restrittive dell’Ue, nonostante le sue operazioni commerciali diffuse nel continente. Inoltre, il suo ruolo come importante contribuente alle entrate statali russe negli ultimi anni solleva domande su come i suoi profitti possano essere stati impiegati, specialmente in un periodo in cui la Russia è coinvolta in un conflitto armato in Ucraina. Secondo ResourceProjects.org, che fornisce dati finanziari pubblicati da Lukoil, dal 2015 al 2020 l’azienda ha versato 63,8 miliardi di dollari nei conti del governo russo.

Lukoil ha dichiarato che è “una società internazionale privata” e che quindi “non partecipa a nessun processo politico in nessun Paese in cui è presente”. Ma la reazione dell’opinione pubblica e degli attivisti non si è fatta attendere, tra cui quella di Global witness: “Acquistare acquistare gas azero da Lukoil rafforza uno dei più grandi giganti dei combustibili fossili della Russia e riempie le tasche della dittatura azera”, si legge in una nota. “Più gas l’Ue compra, più queste minacce alla pace e alla sicurezza globale si diffonderanno”, conclude Global Witness.

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Accordo Italia-Armenia sull’autotrasporto internazionale di passeggeri e di merci (Polnews 02.05.24)

ulla Gazzetta Ufficiale n. 99 del 29 aprile 2024, il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha comunicato che si è perfezionata la procedura prevista per l’entrata in vigore del protocollo emendativo dell’accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Armenia sull’autotrasporto internazionale di passeggeri e di merci, fatto a Jerevan, il 7 agosto 1999, fatto a Jerevan, il 31 luglio 2018.
La ratifica e’ stata autorizzata con legge n. 78 dell’8 giugno 2023, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, Serie generale n. 149 del 28 giugno 2023.

In conformità a quanto previsto dal suo articolo 4, il protocollo è entrato in vigore il 21 febbraio 2024.

Shoghakat Vardanyan • Regista di 1489 (Cineuropa 02.05.24)

Questo articolo è disponibile in inglese.

We sat down to speak with Shoghakat Vardanyan, who, in her independent and shoestring-budget debut, 1489 [+], documents the heartbreaking journey of her family as they search for her brother, who went missing during the 44-day Nagorno Karabakh War in 2020. After winning both IDFA’s Best Film and FIPRESCI Awards last November, the film also received the jury’s Special Mention at the goEast – Festival of Central and Eastern European Film (24-30 April), which has just wrapped in Wiesbaden (see the news).

Cineuropa: You are a pianist, but you chose the camera as your tool to express the feelings around a very difficult personal period. Why cinema?
Shoghakat Vardanyan:
 Because words and music were not coming out of me. I was kind of stuck and silent. And then, suddenly, film found me. At that time, I was enrolled in a school for investigative journalism, and my teacher in the mobile journalism class, Inna Mkhitaryan, who was aware of what I was going through, suggested that I start making a video blog, where I follow the process of searching for my brother, so as to keep myself concentrated on something. But already on the third day of this exercise, I filmed something else. Every day, I came to understand more and more about how and what to film. I felt a sudden urgency to capture our life without my brother’s return, recognising the importance of filming, even though I hoped he would come back. I felt its significance not just for me, but also for every person in the world who is going through war.

What about the form? Did you have a firm concept in mind?
I followed my intuition. I remember that feeling of my brain burning or of sinking at certain moments. During the filming process, I constantly needed to make swift decisions and to rehearse mentally. There are parallels to my experience with playing piano, where mental practice was essential in order to master it. I recognised that while filming allowed for improvisation, it also required anticipating various scenarios and considering angles, an activity that my brain naturally engaged in, even when not actively filming.

How did you persuade your parents to participate?
Perhaps the closest thing to a true explanation for me is that when you really want to film people, sooner or later, they let you film them.

Acclaimed documentarian Marina Razbezhkina was the creative producer of 1489. What influence did she have on your work?
I met her at a very important moment, when I had my rough cut and had started editing two final scenes. I waited so long to meet somebody I could trust as a professional to talk to about my film. And then someone told me there was a workshop being given by Marina Razbezhkina. I didn’t even know who she was, but she had heard about my project already and invited me to her workshop. Eventually, she became my filmmaking “godmother”. We were thinking about the film separately, and then talking; she would ask important questions and give me advice when I needed it. Another person who was near me was Davit Stepanyan, an Armenian cultural critic and filmmaker.

And you made it without a production company behind you. That must have been very difficult.
I couldn’t just leave the story aside and go after funding. I also chose to listen to the material and to let it tell me things – from how to edit it to how to distribute it. I quickly understood the “normal way” of filmmaking, but this work required more than that.

1489 is personal and political at the same time. How do you think it could influence the international perception of the complex situation in Armenia?
It’s my family’s story, but it’s also a universal and necessary film. I grapple with the silence surrounding the recent ethnic cleansing in Artsakh (Nagorno-Karabakh), feeling the weight of its absence from global discourse, despite its significance. When presenting my film abroad, I’m often confronted with the politicised nature of international attention and feel marginalised in discussions of global conflict. In other words, the powerful countries, including European ones, have things to gain from Azerbaijan, regardless of the lives of Armenians. Bearing in mind that Armenians were, and still are, suffering genocide physically and culturally, we are not only being left alone, but the world is on the side of evil. It’s just a business. This is what happened to Artsakh (Nagorno-Karabakh) and what I’m afraid will happen in Armenia soon if nothing is done. It is the continuation of the Armenian Genocide of 1915. If the world weren’t to remain silent and had actually pushed Turkey to recognise it, we wouldn’t have suffered from wars and ethnic cleansing up to the present day.

It is not easy to talk when the world isn’t on your side. I can see that international laws are also a kind of business. But the world is wrong – in the end, evil also turns on those who passively participate in it.

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