Genocidio Armeno, messaggio del Patriarca Minassian ai giovani: “Dopo gli orrori siete voi la nuova generazione che resisterà” (Ancoraonline 26.04.24)

Raphael Bedros XXI Minassian, Patriarca di Cilicia dei cattolici armeni (Foto SIR)

“È vero che hanno cercato di sterminare, è vero che un milione e mezzo di persone sono state martirizzate per la loro fede cristiana, ed è vero che sono stati deportati nei deserti della Siria dove hanno trovato la loro morte in un’imboscata, affamati, assetati, madri, figli e neonati. E’ vero che hanno subito tutto questo male. Ma sono come l’albero degli ulivi che quando s’invecchia, lascia nascere dalle radici il nuovo albero che dà frutta, una frutta fresca e più gustosa”. In questo giorno, 24 aprile, in cui gli armeni – in patria e in diaspora  – fanno memoria dei martiri del Genocidio armeno, Sua Beatitudine Raphael Bedros XXI Minassian, Patriarca di Cilicia dei cattolici armeni, si rivolge ai giovani. “Così dopo gli orrori e la desolazione del Genocidio del 1915, siete voi la nuova generazione figli e nipoti dei martiri”, scrive nel messaggio. “Siete la rinascita e crescita. Le esperienze passate vi rendono più forti e saggi. Siete voi che affronterete le sfide future con maggior consapevolezza e determinazione”.

Tra le innumerevoli tragedie che hanno segnato la prima guerra mondiale, una delle più grandi e meno conosciute è quella dello sterminio della popolazione armena. Fu una strage di dimensioni enormi, per decenni coperta dall’oblio. Le deportazioni e le eliminazioni furono perpetrate tra il 1915 e il 1916 e causarono circa 1,5 milioni di morti. Nel suo viaggio in Armenia, nel giugno del 2016, Papa Francesco – il primo papa a parlare esplicitamente di “genocidio armeno” – fece visita al memoriale del “medz yeghern”, il “grande male” come viene chiamato in Armenia), situato in cima al colle di Tzitzernakaberd, la “Fortezza delle Rondini”, che sovrasta Yerevan. Qui il Papa dopo aver deposto dei fiori al centro del mausoleo circolare dove arde la “fiamma eterna”, si è fermato a pregare per le vittime del massacro.

Papa Francesco partecipa all’incontro ecumenico e alla preghiera per la pace nella Piazza della Repubblica (Yerevan, 25 giugno 2016)

Ma lo sguardo oggi della Chiesa cattolica armena punta al futuro e ai giovani. “Come gli ulivi che continuano a produrre frutti – scrive Minassian – anche voi continuerete a dare il meglio di voi stessi con un nuovo spirito di Fede cristiana. Metterete radici solide e crescerete con fiducia e resilienza. Siete Voi il nuovo albero, la nuova generazione che resisterà a tutte le persecuzioni e problemi della vita”. “Le nuove generazioni hanno il potere oggi di rompere il ciclo di violenza e ingiustizia, di diffondere l’amore e la compassione di Cristo in un mondo spesso caotico e spietato. Possono essere la luce della fede cristiana che brilla nelle tenebre, la speranza che sostiene che sostiene coloro che sono oppressi e privati dei loro diritti”. Nel messaggio, il Patriarca addita ai giovani due esempi di vita, il Beato Maloyan che ha testimoniato “Gesù con l’effusione del suo sangue e vita” e il card. Gregorio Agagianian, servo di Dio, salvato dal Genocidio. “Siate fieri di questi modelli e copiate il loro esempio”. “Sono certo che di fronte alle avversità, al male inspiegabile e a una storia  dolorosa e sanguinosa, occorre dilatare il nostro cuore nella speranza in Dio. La Speranza in Dio è la nostra Bandiera nazionale. Non piangete per il passato ma ricordatelo sempre per non ricadervi mai più. Non piangete per i nostri sacrifici perché sono stati offerti per amore a Dio, al contrario, siate orgogliosi di appartenere a  un’identità cristiana armena, che nessuna violenza può sottrarre. Fieri ed orgogliosi perché nonostante lo sterminio, oggi siamo ancora qui e abbiamo una Patria Madre, Hayastan”.

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Il genocidio degli armeni può ripetersi (Lanuovaqb 25.04.24)

Il giorno prima della nostra ricorrenza della Liberazione, il 24 aprile, per gli armeni è una ricorrenza solenne e drammatica. È la memoria del genocidio armeno, chiamato Metz Yeghern, il “grande male”. Il genocidio può ripetersi. Nonostante l’ottimismo caratterizzi le notizie sull’inizio del negoziato fra Armenia e Azerbaigian per la ridefinizione dei confini, con la nomina di una commissione ad hoc, gli armeni temono di essere spazzati via dalla carta geografica. E hanno fondati motivi per aver paura ancora.

Il 24 aprile del 1915 era il sesto mese dall’entrata in guerra dell’Impero Ottomano al fianco degli Imperi Centrali e gli armeni erano ancora una delle sue più popolose e influenti minoranze cristiane. I Giovani Turchi, che allora governavano l’impero, obbedendo a una logica strettamente nazionalista, ritennero che una grande e ricca minoranza etnica e religiosa non fosse più tollerabile, soprattutto in tempo di guerra. E decisero di cancellarla fisicamente. Già i militari armeni, nei primi mesi del 1915, erano stati epurati dalle unità in cui erano stati arruolati. Nei mesi successivi vennero condotte le prime operazioni di pulizia etnica, in villaggi ormai rimasti senza uomini.

E in quel fatidico 24 aprile 1915, nella capitale Costantinopoli vennero arrestati tutti i membri più influenti della comunità armena, per provocarne una improvvisa decapitazione politica e culturale. Da quel giorno in poi, la deportazione e poi lo sterminio della popolazione armena in Anatolia divennero sistematiche. Nonostante i turchi non vogliano sentir parlare di “genocidio” e non ammettano più di alcune centinaia di migliaia di morti, gli armeni assassinati fra la primavera del 1915 e la fine del 1916 furono circa un milione e mezzo, più della metà dell’intera popolazione.

Si salvarono solo gli armeni che abitavano nell’Impero Russo. Dalle ceneri della Russia imperiale, collassata nel 1917, nacque già un’Armenia indipendente che però, nel giro di due anni, divenne una Repubblica Socialista Sovietica, poi assorbita nell’Urss. Solo nel 1991, collassato l’impero rosso, ritrovò la sua indipendenza. L’Armenia, oggi, rappresenta un residuo di popolo armeno, scampato al genocidio per fortunate coincidenze storiche e geografiche. Ma durerà?

Il Nagorno-Karabakh, una terra armena, al di là del confine dell’Azerbaigian non è sopravvissuto a lungo. Il 1 ottobre 2023 aveva cessato di esistere, dopo aver retto per trentadue anni, circondato da un Azerbaigian musulmano, turcofono, strettamente legato alla Turchia. Nel 2020, dopo una breve guerra, il suo territorio venne fortemente ridimensionato dall’Azerbaigian. Nel settembre 2023, dopo un lungo assedio ed embargo, una seconda offensiva ha portato alla sua cancellazione dalla carta geografica. Più di 100mila armeni che lo abitavano si sono rifugiati nella Repubblica di Armenia. Il Nagorno Karabakh non è mai stato riconosciuto dalla comunità internazionale, l’Azerbaigian ha potuto invocare il principio di integrità territoriale per cancellarlo e nessuno si è opposto. Il problema è che, fisicamente, sta cancellando anche l’eredità culturale lasciata dagli armeni in fuga.  Esattamente come venne cancellata ogni traccia (chiese, fortezze, case, monumenti, nomi) della presenza armena in Anatolia dopo il genocidio del 1915.

La chiesa di San Giovanni il Battista a Shushi, città occupata dagli azeri nella guerra del 2020, è stata demolita. Due chilometri più a Sud, un intero villaggio, Karintak, è stato spianato. Al suo posto, gli azeri vi stanno costruendo una grande moschea. Questo è il destino delle terre armene che finiscono nelle mani degli azeri. Lo dimostra anche l’esperienza del Nakhchivan, una terra armena assegnata all’Azerbaigan dopo la dissoluzione dell’Urss. Ebbene, in Nakhchivan non è rimasto più nulla di quel che avevano costruito gli armeni nei secoli, nemmeno il cimitero millenario di Jugha, demolito dagli azeri nel 2006, nonostante le proteste internazionali.

Una volta ri-assorbito il Nagorno-Karabakh, l’Azerbaigian si fermerà? No, stando alle parole dello stesso presidente Aliyev, il quale si riferisce all’Armenia con il termine di “Azerbaigian occidentale”, ad indicare chiaramente come voglia occupare tutto il territorio armeno. Ed è per questo che ritorna la paura, fondata, del genocidio. Un pretesto, un casus belli, si trova sempre. Per placare gli appetiti del vicino, il premier armeno Nikol Pashinyan ha accettato di cedere quattro villaggi di frontiera, tuttora contesi, nonostante le proteste della popolazione locale che non vede di buon occhio gli azeri così vicini alle proprie case. Ma potrebbe non bastare. Da anni, infatti, l’Azerbaigian reclama il pieno controllo di un corridoio di terra per collegare la madrepatria all’exclave del Nakhchivan. E su questo è più difficile che l’Armenia si pieghi, visto che dovrebbe rinunciare alla propria continuità territoriale.

Per invadere l’Armenia e conquistarsi con la forza un passaggio per il Nakhchivan, Aliyev dovrebbe violare il diritto internazionale. Ma gli ultimi due anni ci hanno mostrato come ormai sia tutto possibile. Proprio a causa dell’invasione dell’Ucraina, la Russia di Putin non può più permettersi di proteggere l’Armenia dalle mire azere (e turche). Sentendosi sostanzialmente abbandonato da Mosca, Pashinyan guarda all’Occidente: ha ospitato una prima esercitazione della Nato e ha allacciato rapporti più solidi con l’Unione Europea, forse in vista di una futura adesione. Per questo, però, si è ulteriormente alienato la Russia. Che di sicuro non spenderà neppure una parola per difendere gli armeni, come d’altra parte si è già visto in occasione della cancellazione del Nagorno Karabakh nel 2023.

A 109 anni dal genocidio, dunque, gli armeni sono sostanzialmente indifesi e nelle mire dei discendenti diretti dell’Impero Ottomano. Il genocidio può ripetersi, se nessuno si muoverà per impedirlo.

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Il genocidio degli armeni. Metz Yeghèrn, il grido inascolato di Abele (Salvatore Lazzara) (Faro di Roma 25.04.24)

Sono passati ormai 9 anni, da quando Papa Francesco alla presenza delle
massime autorità della Chiesa Armena, celebrò nel centenario del “grande
male”, il “genocidio degli armeni”, una solenne Santa Messa, durante la quale
condannò chiaramente il crimine mostruoso degli omicidi di massa degli
armeni. Sembra passato un secolo. Nessuno più ricorda il monito del Santo
Padre, e le condizioni del popolo armeno non sono certo migliorate. Lo spettro
della guerra e della pulizia etnica si aggira anche in quella zona. Gli armeni
vivono costantemente nella paura, tanti giovani non sono più tornati a casa,
perché uccisi nelle battaglie contro l’esercito azero. L’Armenia, prima nazione
cattolica della storia, non riesce a vivere in pace. Ecco, ci troviamo a vivere
dentro un altro segmento della “guerra mondiale combattuta a pezzi”. Una
guerra poco conosciuta, o meglio un conflitto che non riscuote una attenzione
paricolare da parte della comunità internazionale. Probabilmente insieme agli
ebrei, gli armeni, hanno avuto la storia più tormentata degli ultimi secoli. Una
storia segnata sin dagli inizi. Trasferendosi dalle steppe russe e dalle pianure del
basso Danubio, tra il nono e il settimo secolo avanti Cristo e attraversando il
Bosforo per raggiungere la Frigia, gli armeni finirono per stabilirsi esattamente
nel crocevia di ogni futura conquista e scorreria. Non ci fu invasione dall’Asia
verso l’ Europa e dall’ Europa verso l’Asia che non coinvolse la loro roccaforte
montuosa, ambita da tutti per la posizione dominante verso le grandi vie del
Tigri e dell’ Eufrate. Eppure la storia degli armeni non si può capire se non
partendo dalla loro fede. La tradizione attribuisce il primo annuncio cristiano in
terra armena agli apostoli Bartolomeo e Taddeo. La conversione dell’intero
popolo – primo al mondo – al cristianesimo avviene nel 303. Le vicende di
questo popolo sono una testimonianza straordinaria di fedeltà al messaggio
evangelico, pagata duramente, anche a costo della vita stessa.
Gli armeni resistettero con coraggio all’invasione arabo-musulmana. Crearono
tra IX e XI secolo un fiorente regno cristiano, entrarono in complesse relazioni
con Bisanzio e con i crociati, fondarono fra le montagne del Tauro e il golfo di
Alessandretta, vale a dire nella regione chiamata Cilicia, un regno della
cosiddetta “piccola Armenia” che si mantenne, con alterne vicende, fino al
Seicento. Fu allora che gran parte dell’ Armenia entrò a far parte dell’ Impero
Ottomano. Armena era Edessa (oggi Urfa in Turchia), la città del “mandylion”
della Veronica, armena è la grande montagna dell’Ararat (5156 metri) dove la
leggenda e alcuni archeologi contemporanei pongono i resti dell’Arca di Noè,
armeni erano i molti mercanti che, fieri della loro appartenenza alla fede
cristiana, commerciavano nel mondo allora conosciuto.

2023: l’anno della vergogna
Dopo l’imposizione di oltre nove mesi di isolamento da parte degli azeri, che
ridussero la popolazione armena locale allo stremo, le autorità dell’Azerbaigian
decisero di intervenire militarmente per porre fine all’Artsakh (Nagorno
Karabakh), un’entità de facto indipendente emersa con il crollo dell’Unione
Sovietica. A partire dalla propria posizione di superiorità militare, l’Azerbaigian
chiese e chiede alla comunità armena locale di arrendersi, dissolvendo tutte le
unità militari armene e i propri organi di amministrazione. Dopo un giorno di
combattimenti, la resa dei rappresentanti armeni è arrivata: si incontreranno il
21 settembre con una delegazione governativa dell’Azerbaigian, in sostanza, per
discutere i termini della capitolazione. Nessuna garanzia è stata ottenuta a
favore della comunità armena. Da parte di Baku, infatti, scarseggiano le
rassicurazioni di lungo periodo per i residenti della regione. Anche le poche
rassicurazioni che arrivano, come ad esempio l’offerta di corridoi umanitari per
evacuare i civili, sono stet effettivamente come una minaccia di pulizia etnica.
L’impotenza dell’Armenia in questo contesto è in parte dovuta alla sua stessa
vulnerabilità. L’Azerbaigian ha infatti preso iniziativa per far capire che in caso
di una nuova guerra a rischio non sarebbe solo la popolazione armena del
Nagorno Karabakh, ma anche l’Armenia stessa. Le minacce di Baku non si sono
limitate a dichiarazioni ufficiali revisioniste secondo cui il territorio dell’odierna
Armenia sarebbe in realtà storico territorio azero, ma si sono concretizzate in
estese azioni militari nell’autunno del 2022 che hanno coinvolto aree situate
all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti dell’Armenia, ben
lontano dai territori contesi del Nagorno Karabakh. Quell’intervento ha
rafforzato le posizioni azere lungo il confine rendendo ancora più esplicita la
minaccia militare nei confronti dell’Armenia ed evidenziano ulteriormente
quanto sia del tutto concreta la possibilità da parte dell’Azerbaijan di avanzare
nella regione armena di Syunik fino a raggiungere l’exclave azera del
Nakhchivan. E proprio in questi giorni, alla vigilia dell’anniversario del
genocidio, molti armeni hanno protestato per la decisione governativa che
avrebbe “accettato” di cedere altri villaggi di confine, all’Azerbaigian. Gli
abitanti di Kirants, nella zona di Tavush, hanno bloccato la strada interstatale
Armenia-Georgia (Yerevan-Tbilisi). L’arcivescovo Bagrat Galstanyan, sta
cercando di mediare tra la popolazione e la polizia. La situazione rimane molto
tesa. Ma ora torniamo al 2015.

12 Aprile 2015: il Papa riconosce solennemente le violenze subite dal
popolo armeno

Il 12 aprile 2015, in occasione dell’anniversario del genocidio degli Armeni,
Papa Francesco, durante la solenne Celebrazione commemorativa alla presenza
delle più alte cariche ecclesiastiche e politiche dell’Armenia, pronunciò parole
molto forti sulle sofferenze subite da quella gente. Denunciò con coraggio le
violenze subite dal popolo armeno, per mano dell’Impero Ottomano. Bergoglio,
non esitò ad affermare che il “grande male” è stato il primo genocidio del XX
secolo. L’ira della Turchia, per i pronunciamenti del Papa, fu molto dura. Il
nunzio mons. Lucibello fu convocato immediatamente dal governo di Ankara,
che espresse “disappunto”, per le parole pronunciate dal Pontefice.
Successivamente, il governo richiamò il proprio ambasciatore dalla Santa Sede.
Il ministro degli esteri Cavuysoglu, definì “inaccettabili” le parole di
Francesco, scrivendo su twitter che “le dichiarazioni del Papa, che non sono
fondate su dati storici e legali, sono inaccettabili”. La Turchia nonostante le
inoppugnabili prove storiche, continua a negare che quello del 1915-16 sia stato
un genocidio e combatte una guerra diplomatica permanente per cercare di
impedire che sia riconosciuto all’estero da un numero crescente di stati. Anzi, è
stato il primo genocidio che ha preceduo la Shoah degli ebrei in Europa.
Nella delicata situazione geopolitica odierna, la Turchia occupa un posto
rilevante. Ai confini del suo territorio, bussa alla porta lo stato islamico, per
ottenere appoggi politici e militari e con il quale intrattiene rapporti ambigui e
destabilizzanti, che influiscono negativamente sulla presenza dei cristiani in
medioriente e l’avanzata del terrorismo islamico. Non possiamo dimenticare che
la Turchia è il Paese dove negli ultimi anni i cattolici hanno pagato un tributo di
sangue molto alto: don Andrea Santoro è stato ucciso a Trebisonda nel 2006, e il
vescovo Luigi Padovese è stato ucciso a Iskenderun nel 2010. Per non citare le
restrizioni in materia di libertà religiosa a cui sono sottoposte le varie
confessioni religiose di matrice cristiana. Il sangue degli innocenti continua a
gridare al cospetto di Dio. Esige giustizia.  La Chiesa Armena, dopo qualche
giorno dopo la solenne Messa in San Pietro, durante una solenne Celebrazione
canonizzò tutte le vittime del genocidio, riconoscendo il martirio di quanti
furono trucidati in nome della fede e dell’appartenenza etnica. E’ opportuno
riproporre l’impegno della Chiesa cattolica, nel riconoscere il genocidio
generato dalla follia dell’uomo nei confronti degli Armeni, a partire da
Benedetto XV Giacomo Della Chiesa, fino a Papa Francesco.

Benedetto XV e gli armeni
“V.S.Illma faccia, Nome Santo Padre, le più vive istanze presso cotesto
ministero Esteri…, affinché i poveri armeni siano rispettati dai turchi
rioccupanti territorio attribuito loro nel trattato pace con Russia”. Il 12 marzo
1918 il delegato apostolico di Costantinopoli mons. Dolci riceve questo
telegramma cifrato del segretario di Stato vaticano, il cardinale Gasparri, in cui,
appunto, si intravede l’attenzione, anzi l’ansia, della Santa Sede – e in questo
caso, del Papa Benedetto XV – rispetto alla sorte terribile a cui sono andate
incontro le popolazioni armene, ossia una vera e propria strategia di distruzione
sistematica degli armeni da parte del governo ottomano. In particolare, il
telegramma citato si riferisce alla situazione creatasi, dopo le vicende belliche
della Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre in Russia, nonché la
creazione di una Repubblica Armena indipendente, che però subiva pressioni e
attacchi da parte dell’Impero ottomano e da parte delle autoproclamatesi
repubbliche azere e armene.
L’illusione degli Armeni di poter essere finalmente un Paese e una patria durò
davvero poco: dal 1918 al 1922, il tempo della Repubblica, poi spazzata via
inesorabilmente. La Santa Sede, in prima linea per far cessare i massacri, cercò
in questo lasso di tempo di appoggiare l’Armenia agendo, nei limiti del
possibile, presso le potenze occidentali e avviando i primi contatti in vista di
regolari rapporti diplomatici con il nuovo Stato. In ogni caso, Benedetto XV ha
compiuto passi significativi a sostegno degli armeni: la sua Nota alle potenze
belligeranti, inviata il 1° agosto 1917, al punto numero 5 invocava «l’assetto
dell’Armenia», alla pari di quanto si chiedeva per gli Stati balcanici e per la
Polonia. A chi potesse obiettare che, forse, l’appoggio all’Armenia, da parte del
soglio pontificio, non fosse del tutto disinteressato, c’è invece da rispondere,
che la Santa Sede aveva semplicemente a cuore le sorti di un popolo fiero e
nobile, orgoglioso del suo “primato” di nazione cristiana, perseguitato e
condannato a rischiare persino l’estinzione.

San Giovanni Paolo II e gli armeni
Il 9 novembre 2000 Papa Giovanni Paolo II e il Catholicos Karekin II, il capo
della Chiesa apostolica armena, firmavano a Roma un «comunicato congiunto»
nel quale si parlava esplicitamente del «genocidio armeno»: “I capi delle
nazioni non temevano più Dio né essi provavano vergogna di fronte al genere
umano. Il XX secolo è stato contrassegnato per noi da una estrema violenza. Il
genocidio armeno, all’inizio del secolo, ha costituito un prologo agli orrori che
sarebbero seguito. Due guerre mondiali, innumerevoli conflitti regionali e
campagne di sterminio deliberatamente organizzate che hanno tolto la vita a
milioni di fedeli”. L’iniziativa provocò una durissima reazione diplomatica della
Turchia. Mercoledì 26 settembre 2001 durante il viaggio in Armenia, San
Giovanni Paolo II e S.S. Karekin II si recarono al Memoriale di
Tzitzernakaberd, complesso architettonico costruito a Yerevan a ricordo delle
vittime armene cadute nel 1915 per mano dell’Impero Ottomano. Anche se Papa
Woytila, evitò di usare la parola “genocidio”, i riferimenti furono altrettanto
espliciti e senza ambiguità. Dopo aver pregato insieme per tutte le vittime della
nazione armena e per la pace nel mondo, il Papa recitò una preghiera, le cui parole
fanno riflettere:
“O Giudice dei vivi e dei morti, abbi pietà di noi!
Ascolta, o Signore, il lamento che si leva da questo luogo,
l’invocazione dei morti dagli abissi del Metz Yeghérn,
il grido del sangue innocente che implora come il sangue di Abele,
come Rachele che piange per i suoi figli perché non sono più.
Guarda al popolo di questa terra,
che da così lungo tempo ha posto in te la sua fiducia,
che è passato attraverso la grande tribolazione
e mai è venuto meno alla fedeltà verso di te.
Asciuga ogni lacrima dai suoi occhi
e fa che la sua agonia nel ventesimo secolo
lasci il posto ad una messe di vita che dura per sempre.
Profondamente turbati dalla terribile violenza inflitta al popolo armeno,
ci chiediamo con sgomento come il mondo possa ancora
conoscere aberrazioni tanto disumane.
Ma rinnovando la nostra speranza nella tua promessa, o Signore,
imploriamo riposo per i defunti nella pace che non ha fine,
e la guarigione, mediante la potenza del tuo amore, di ferite ancora aperte.
La nostra anima anela a te, Signore, più che la sentinella il mattino,
mentre attendiamo il compimento della redenzione conquistata sulla Croce,
la luce di Pasqua che è l’alba di una vita invincibile,
la gloria della nuova Gerusalemme dove la morte non sarà più.
O Giudice dei vivi e dei morti, abbi pietà di noi!
Signore pietà, Cristo pietà, Signore pietà (in Armeno)”.

Benedetto XVI e gli armeni
Benedetto XVI, ricevendo Nerses Bedros XIX Tarmouni, patriarca di Cilicia
degli armeni, il 20 Marzo 2006, accompagnato dai componenti del Sinodo
patriarcale, nel discorso pubblico affermò: “La Chiesa armena, che fa
riferimento al Patriarcato di Cilicia, è certamente partecipe a pieno titolo delle
vicende storiche vissute dal popolo armeno lungo i secoli e, in particolare, delle
sofferenze che esso ha patito in nome della fede cristiana negli anni della
terribile persecuzione che resta nella storia col nome tristemente significativo di
Metz Yeghèrn, il Grande Male”.

Papa Francesco e gli armeni
Papa Francesco alla presenza delle più alte cariche ecclesiali ed istituzionali
armene, nell’ormai famosa e storica Celebrazione di commemorazione,
affermò: “In diverse occasioni ho definito questo tempo un tempo di guerra,
una terza guerra mondiale ‘a pezzi’, in cui assistiamo quotidianamente a
crimini efferati, a massacri sanguinosi e alla follia della distruzione. Purtroppo
ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e
sorelle inermi, che a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza
etnica vengono pubblicamente e atrocemente uccisi – decapitati, crocifissi,
bruciati vivi –, oppure costretti ad abbandonare la loro terra.
La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la
prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del
XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione Comune,
Etchmiadzin, 27 settembre 2001); essa ha colpito il vostro popolo armeno –
prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai
caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini,
anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle
perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. E più recentemente altri stermini di
massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia. Eppure
sembra che l’umanità non riesca a cessare di versare sangue innocente. Sembra
che l’entusiasmo sorto alla fine della seconda guerra mondiale stia
scomparendo e dissolvendosi. Pare che la famiglia umana rifiuti di imparare
dai propri errori causati dalla legge del terrore; e così ancora oggi c’è chi
cerca di eliminare i propri simili, con l’aiuto di alcuni e con il silenzio complice
di altri che rimangono spettatori. Non abbiamo ancora imparato che “la guerra
è una follia, una inutile strage”.

Armenia ed Israele: un’amicizia mancata

Il genocidio degli armeni è culminato nel 1915-1917 nell’Impero ottomano è
riconosciuto a livello internazionale dalla Chiesa cattolica, da una trentina di
Stati e numerose istituzioni locali. In questo numero di Paesi non rientra però
Israele. Nonostante una certa simpatia per l’Armenia, lo Stato ebraico ha
continuato a condurre la sua politica nel Caucaso secondo linee della
Realpolitik. Nello scontro ormai decennale tra azeri e armeni, l’Azerbaigian è
risultato utile a Israele nel suo confronto con l’Iran. Non c’è memoria condivisa
che tenga: Israele sostiene Baku. Oggi però questa fragilissima “intesa”, è
appesa ad un filo. Gli azeri sono strettissimi alleati della Turchia di Erdogan,
con i quali i rapporti diplomatici si sono deteriorati a causa dell’appoggio che il
governo turco ha dimostrato nei confronti di Hamas, dopo l’attacco del gruppo
terroristico ad Israele, il 07 ottobre 2023. Altresì, la piccola comunità amena
presente a Gerusalemme, è coinvolta in una crisi senza precendenti con le
autorità politiche di Gerusalemme e con i coloni israeliani, che vogliono
occupare alcuni zone di prorietà armena. Durnate il mese e mezzo della prima
guerra nel Nagorno Karabakh combattuta tra il 27 settembre e 10 novembre
2020, in cui gli azeri riconquistarono buona parte dei territori che aveva perso a
vantaggio dell’Armenia negli anni Novanta, emerse con chiarezza chi erano gli
alleati degli azeri. Il conflitto provocò almeno cinquemila morti e si interruppe
con l’armistizio imposto dalla Russia agli armeni, militarmente sconfitti. Un
gran numero di armeni fuggì dalle zone conquistate dagli azeri e da quelle
passate sotto il controllo della stessa Russia, che dispiegò duemila uomini come
forza di interposizione. L’Azerbaigian ebbe il sopravvento nell’offensiva perché
sostenuto dalla Turchia, sua stretta alleata, che lo avrebbe rifornito sia di forze
mercenarie provenienti dalla Siria, sia di tecnologie avanzate, come i droni.
Ma anche Israele fu indirettamente coinvolto nel conflitto. Questo appoggio
però, segnò ulteriolmente una profonda frattura con il popolo armeno. Secondo
il Sipri di Stoccolma, il principale centro di ricerca sugli armamenti, nel periodo
2014-2018, Israele è stato l’ottavo esportatore mondiale di armi, con il 3,1 per
cento del giro d’affari mondiale, e, dopo l’India, il principale acquirente di armi
israeliane è stato proprio l’Azerbaigian, che rifornisce una quota considerevole
dei consumi israeliani di gas e petrolio. Questo Paese, che fino al 1992 era parte
dell’Urss, è di lingua e cultura appartenente all’area turca, e in maggioranza è
musulmano sciita. Ma, come scriveva il Times of Israel nel marzo 2019:
“L’Azerbaigian è visto come un importante alleato dello Stato ebraico, poiché
condivide un confine con la nemesi di Israele, l’Iran”. Dunque, le relazioni
diplomatiche fra Armenia e Israele non sono semplici. I rapporti diplomatici tra
Tel Aviv e Yerevan (indipendente dal 1992), infatti, non si sono consolidati
come si potrebbe immaginare e lo Stato ebraico ha mantenuto relazioni di basso
profilo. Ma ad aumentare la delusione degli armeni, desiderosi di vedere
riconosciuto a livello internazionale il loro tragico passato storico, vi è anche il
rifiuto dello Stato ebraico di compiere questo passo, anche se le forze di
opposizione nella Knesset hanno più volte cercato di far approvare
ufficialmente il riconoscimento. Come abbiamo potuto notare, le guerre che
insagiunano il Medio Oriene e la vicina Asia, sono collegate tra di loro. I fuochi
da spegnere sono tantissimi. E come ha ripetuto il Patriarca Pizzaballa, per
giungere alla pace, per donare ai popoli violentati e offesi la serenità e
necessario partire dal basso, affinchè si possano spegnere le divisioni e
finalmente camminare insieme uniti nella fraternità.

Salvatore Lazzzara

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Concerto a Treviso per ricordare il genocidio degli Armeni (Enordest 24.04.24)

Armellino in fiore è il titolo dell’evento che vuole commemorare il dramma del genocidio degli armeni avvenuto il 24 aprile 1915. Sarà un viaggio ipnotico, un intreccio senza tempo di storia e memoria. Il prossimo 4 maggio, alle ore 21, all’Auditorium Santa Caterina (Piazzetta Mario Botter 1, Treviso), Artur Zakiyan si esibirà intrecciando l’essenza ipnotica della musica etnica armena al fascino immortale della musica classica contemporanea, con cadenze rilassanti d’influenza new age.

Il concerto per non dimenticare il genocidio degli Armeni, il libro e la mostra

L’esibizione si inserisce in un programma che include anche la presentazione del libro Il genocidio degli armeni di Sandra Fabbro Canzian, prevista il 24 aprile alle ore 17 presso il Museo civico di Treviso “Luigi Bailo”, in Sala Vittorio Zanini e la mostra dell’artista Ararat Sarkissian, che sarà inaugurata alle 17 e aperta al pubblico dal 19 aprile al 12 maggio presso lo stesso Museo, nelle sale espositive temporanee al pianterreno.

Entrambi gli eventi sono a ingresso libero.

A portare in città gli appuntamenti è il Comune di Treviso insieme all’Unione Armeni d’Italia

Il concerto è organizzato dall’associazione nusica.org attiva dal 2012 nella realizzazione di eventi a carattere culturale e in particolare di concerti di musica jazz, con il patrocinio del Consolato Onorario della Repubblica di Armenia in Venezia in collaborazione con Gayane Sahakyan, Fondazione “Feder Piazza” e Galleria Antikyan.

L’evento è supportato inoltre da  Jane Demirchian, mecenate armena. Nel solco di un percorso musicale iniziato sotto la guida del nonno Christopher, rinomato percussionista e fondatore della prestigiosa scuola di strumenti a percussione in Armenia, e dopo un lungo perfezionamento negli USA, Zakiyan si abbevera alla fonte della migliore tradizione musicale classica, coniugando innovazione e modelli antichi, in un viaggio sensoriale che celebra il patrimonio culturale del suo Paese.

Chi apre il concerto

Ad aprire il concerto sarà Baykar Sivazliyan, Presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia. Politico, turcologo e armenista, dirigente politico della Diaspora armena, che terrà un discorso in commemorazione del genocidio.

(Biglietti: ingresso € 15,00, in vendita su OOH.EVENTS e in loco, previa disponibilità. Per info: +39 3274610693, staff@nusica.org)

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Il Genocidio degli armeni: la memoria non basta più (Spondasud 24.04.24)

(BRUNO SCAPINI) – Il 24 aprile di ogni anno ricorre la commemorazione del Genocidio degli armeni. Il primo Genocidio del XX secolo che ha colpito con assurda ferocia un popolo già dalla Storia sacrificato molte volte sull’altare della violenza. Ma non per sua colpa, perché aggressivo, insocievole o incline alla perpetuazione del male, bensì per sua mera sfortuna, quella di trovarsi in una terra di insediamento storico ambita da altre nazioni  quale crocevia di strade, di interessi strategici e di transiti tra continenti. Oggi, come ieri, l’Armenia è ancora a rischio. A rischio è non solo la sua indipendenza come Stato, alla luce degli esiti delle ultime guerre perdute, o la prospettiva di una ripresa economica, ma anche, e soprattutto, la sopravvivenza della sua idea-sostanza di Nazione.  Sì perché proprio l’identità del suo popolo sta ancor oggi subendo la più vergognosa delle vessazioni sia a seguito dell’atteggiamento dei Paesi occidentali, indifferenti alle cause armene in nome di un mercimonio tra interessi energetici e libertà, sia a causa della politica di espansione seguita dai suoi irruenti e combattivi vicini, la Turchia e l’Azerbaijan.  A ricordarci quanto questi Paesi siano inaffidabili e spietati, soccorrono in fondo le parole pronunciate dallo stesso Erdogan a riguardo dell’Armenia.

”Dovremo continuare l’opera dei nostri padri!” ha dichiarato solo recentemente il Presidente turco facendo ben intendere il suo riferimento intenzionale al Genocidio!

Ma a scongiurare altri simili misfatti per il futuro, la memoria evidentemente non basta.  Non basta più. Sì, il ricordo della grande tragedia resta sempre elemento fondamentale quale traccia storica, quale prova del misfatto compiuto, ma non sembra più sufficiente come fonte di insegnamento alle nuove generazioni al fine di evitare che altre tragedie abbiano ancora a verificarsi. Se guardiamo al corso politico attuale, infatti, facilmente noteremo che mai come in questi nostri tempi l’umanità sta attraversando uno dei periodi più bui e angoscianti dell’età moderna. A nulla è servito sopravvivere alle due Guerre Mondiali: l’uomo non ne ha tratto alcun insegnamento.  Dopo una fase di apparente recupero di civiltà, allorché sotto la bandiera della dignità della persona umana, le Nazioni Unite hanno inaugurato un’era di civilizzazione del mondo attraverso l’affermazione delle libertà e dei diritti umani, si è già tutto rapidamente dimenticato; ed ecco che oggi, tra i lasciti ascosi dei due conflitti mondiali, ci ritroviamo una terza guerra del pari spietata, ma combattuta a frammenti in ogni angolo del Pianeta e ad un costo altissimo di vite umane.

La memoria non basta più. Il corso storico odierno è costellato di violenze, di guerre, di uccisioni e di genocidi. Ce ne offre ampia evidenza proprio la cronaca quotidiana. E anzi, la facilità con cui si predica la morte, sembrerebbe quasi convincerci dell’intento spregevole e subdolo di alcuni  a volerla banalizzare, come fosse un passatempo, un trastullo letale, in cui la posta in gioco è la nostra stessa vita. Se allarghiamo poi lo sguardo al di là delle guerre e delle uccisioni di massa e osserviamo quel che accade nell’ambito interno dei nostri ordinamenti, ebbene, anche qui il gioco della morte sembra prendere il sopravvento. Si legifera per l’eutanasia, per l’aborto facile, per la cremazione liquida… Perfino la pubblicità delle pompe funebri ridicolizza il momento solenne del trapasso come fosse un semplice banale salto in un’altra vita cui giungere cosmeticamente ineccepibili.

Non è forse questa la “cultura della morte” che oggi si impone con prepotenza? E a scongiurarne il sopravvento sembra ancora una volta che la memoria del passato non basti più. Occorre un supplemento d’anima per contenere questo viaggio verso l’abisso, e il Genocidio degli armeni questo ce lo dovrebbe insegnare!

Sì, continuiamo pure a commemorare questi misfatti della Storia. C’è sempre un senso nel farlo, se non altro per compiangere le vittime. Ma per contenere il dilagare della imperante “cultura della morte” occorrerà ben altro.  Sarà necessario un serio ripensamento sugli esiti di questo nefando corso politico per comprenderne la direzione; un ripensamento che ci induca a credere in una possibile vittoria del Bene.  Ed è nostra convinzione che solo con una partecipazione attiva, diretta e personale all’azione di contenimento di questa nefanda cultura del male potremo garantire la restaurazione dei valori perduti della vita.  La memoria, dunque, non basta più a scongiurare altri Genocidi, occorre un serio e avvertito impegno civico da parte di noi tutti.

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24 Aprile 1915, Inizio del Genocidio Armeno. 24 Aprile 2024, Pulizia Etnica in Nagorno Karabakh/Artsakh. (Stilum Curiae 24.04.24)

Cari amici e nemici di Stilum Curiae il 24 aprile del 1915 a Costantinopoli aveva iniziato il primo genocidio del secolo scorso, quello contro gli armeni, il Metz Yeghèrn, il Grande Male. Oggi quel dramma si ripropone con la pulizia etnica di centoventimila armeni dal Nagorno Karabakh/Artsakh. Offriamo alla vostra attenzione questo comunicato della Comunità armena di Roma, in ricordo di questa data tragica.

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24 APRILE 1915 – 24 APRILE 2024

109°ANNIVERSARIO DEL GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO

Anche quest’anno, il 24 aprile, noi, italiani di origine armena ed armeni in Italia, raccolti insieme alle comunità cittadine e alle Istituzioni italiane, siamo chiamati a rispondere alla domanda: perché fare memoria del Genocidio subito dagli Armeni nel 1915?

Il primo pensiero non può che andare alle vittime innocenti dell’immane tragedia del Metz Yeghern: a loro, contro l’ostinato e criminale silenzio che vorrebbe rimuovere il loro ricordo, va restituita la giusta luce, quella di martiri che si sono offerti al destino di morte senza perdere la propria umanità e di testimoni, anche per le nostre coscienze, di valori di fede e cultura che nemmeno la furia dei carnefici riuscì a cancellare.

Ma la memoria serve, soprattutto, a noi vivi, perché è a noi che viene affidato un compito: custodire e salvare quei valori, con un impegno che non possiamo lasciare ai sopravvissuti, ormai tutti scomparsi, né solo ai loro discendenti. Sono valori che ci appartengono come uomini e trovano la sintesi più vera nel diritto di ogni persona, gruppo, popolo di mantenere la propria identità, fisica e spirituale, e di avere un futuro nella libertà e nella sicurezza.

In un contesto internazionale quale quello attuale, così segnato da conflitti sanguinosi, instabilità ed incertezza, scegliere questa prospettiva significa guardare anche agli eventi che accadono oggi senza piegarsi alla logica dei rapporti di forza e delle convenienze, ritrovare il coraggio di testimoniare contro le ingiustizie, indagando le complessità dei fatti e dando voce a chi non ce l’ha, contro ogni retorica e ipocrisia.

Non possiamo, allora, in questa giornata, non ricordare e sentirci tutti vicini ai 120 mila Armeni vittime dell’occupazione militare da parte dell’esercito dell’Azerbaijan del territorio dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh). Dopo il drammatico epilogo a settembre dello scorso anno, essi sono stati costretti ad abbandonare la terra in cui erano insediati da secoli.

Il silenzio che è seguito a quel dramma rischia di renderci conniventi con l’atteggiamento minaccioso del Governo azero nei confronti dell’identità stessa del popolo armeno e con la sua volontà, già realizzata in altri territori, di procedere alla sistematica distruzione delle tracce della sua esistenza.

Ricordare è, dunque, un’assunzione di responsabilità collettiva che si rinnova a presidio di valori che fondano la nostra convivenza civile.

Se crediamo che la forma delle cose sia nella loro durata, forse è in questo che possiamo ritrovare il senso di questa ricorrenza: il cammino è lungo ma è una sfida che è giusto raccogliere insieme.

Coordinamento organizzazioni e associazioni armene in Italia

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L’anniversario del genocidio armeno e l’ideologia degli autori. La riflessione di Cristiano (Formiche.net 24.04.24)

a lezione del genocidio armeno è attualissima e riguarda la deriva che i nazionalismi e l’esclusivismo etnico possono causare. Ecco che emerge un’urgenza. La Dichiarazione sulla fratellanza umana firmata ad Abu Dhabi da papa Francesco e dall’imam dell’università islamica di al-Azhar, Ahmad al Tayyeb, mira a porci al riparo anche da queste degenerazioni. La riflessione di Riccardo Cristiano

Quella del 24 aprile è una data importante per gli armeni e per il riconoscimento del loro genocidio, ancora negato dai turchi. Ricordarlo è importante anche per capirlo, e coglierne la lezione, sempre valida.

Nella storia delle terre che furono dell’impero ottomano c’è stata da subito confusione tra comunità religiosa e nazione. Lo dice la stessa della parola che fu assunta per tradurre questo vocabolo sconosciuto , “nazione”, introdotto in quei territori dalla spedizione napoleonica. Non esistendo, all’inizio fu usato il vocabolo “millet”, che indicava le comunità religiose che vivevano nell’impero ottomano. Ecco come mai nelle cronache del tempo si parla così di sovente di “nazione cristiana”. Tutto sommato all’inizio del Novecento l’indipendenza della Bulgaria fu proclamata in una chiesa, nella chiesa dei quaranta martiri. E anche l’indipendenza greca fu molto segnata dal fattore religioso, con transfer di cristiani e musulmani da un paese all’altro, per creare la nazionalista uniformità: per dire greci in Grecia, Turchia in Turchia si diceva basta minareti in Grecia, basta campanili in Turchia. Finiva un mondo problematico ma plurale.

Il sistema ottomano non era di certo un sistema perfetto, ma per molto tempo era stato preferibile a quello europeo che al tempo non prevedeva alcuna convivenza con l’Altro, tanto che sappiamo della triste storia delle espulsioni degli ebrei e dei mori dalla cattolicissima Spagna, tanto per fare l’esempio più noto. Gli ottomani invece rendevano ebrei e cristiani cittadini protetti dal Sultano e dai minori diritti (non pochi) ad esempio non potevano portare armi, che a quel tempo faceva una bella differenza. Nei secoli d’oro dell’impero, ben precedenti la spedizione napoleonica, quando ebrei e mori furono espulsi dalla Spagna, è lì, nell’impero ottomano che trovarono riparo, nello stupore del Sultano del tempo che non capiva come si potessero cacciare intere comunità così operose e affluenti. Poi la storia prese una piega diversa, l’impero entrò in un lento e inesorabile declino, i paesi europei invece progredirono, nel modo complesso che tutti conosciamo. La convivenza stratificata ottomana entrò in crisi, il nazionalismo si mostrò sempre più “etno-confessionale”: un Paese, un popolo, un’etnia, una fede: tutto veniva ridotto a uno. C’erano però due Armenie, una parte dell’impero persiano, poi passata in quello russo, l’altra di quello ottomano. I nazionalisti turchi presero il potere a Istanbul all’inizio del Novecento, il Sultano ormai non contava più, tutto fu nelle mani dei “Giovani turchi”: nazionalisti e, ovviamente, militari.

Ricordando la notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, Kamal Yazigi ha scritto: “Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1915 il governo turco arrestò centinaia di leader della comunità armena di Costantinopoli, la capitale dell’impero ottomano. Furono mandati in una prigione dell’interno anatolico, e condannati a morte. Le persone arrestate quella notte comprendevano i più autorevoli membri della comunità armena: figure politiche e religiose, intellettuali, e professionisti. Nello stesso giorno 5000 dei più poveri armeni furono massacrati nelle strade di Costantinopoli e nelle loro case. […] Attraverso la storia, popolazioni civili sono state spesso vittime della brutalità degli eserciti occupanti. Quando un gruppo sottometteva un altro gruppo, era pratica comune uccidere tutti gli uomini, civili e militari, del gruppo conquistato. I nomi di Attila e Gengis Khan vengono facilmente alla mente. Nel caso armeno comunque un segmento della popolazione è stato sistematicamente decimato dal suo proprio governo. Come ladri nella notte, i turchi hanno perpetrato i loro crimini sotto la copertura della guerra mondiale”.

Yazigi ricorda successivamente la storia dell’impero, del suo lento e inesorabile declino, del nazionalismo dei cristiani balcanici che erano nell’impero e degli arabi, anche loro sottomessi agli ottomani. Questo nazionalismo non era però diffuso tra gli armeni, anche perché loro erano sparsi nel vasto territorio imperiale. Ci furono però, sul finire dell’Ottocento, alcune formazioni nazionaliste e separatiste, The Armenian Revolutionary Federation, o Dashnak, in particolare. A questo sia gli ottomani sia russi risposero con la repressione, più dura in Turchia. Ma il proposito genocidiario emerse più avanti, con i Giovani Turchi sulla base di un preciso impianto ideologico: i Giovani Turchi avevano reso il nazionalismo importato dall’Europa xenofobo, invocavano uno Stato la cui popolazione fosse soltanto etnicamente turca. Questo ai loro occhi giustificava la scelta di liquidare gli armeni. I capi che guidavano il governo del tempo sono noti: Mehmet Talaat e Ismail Enver.

Per realizzare i necessari massacri fu creato un apposito battaglione, costituito di “violenti criminali comuni” che ottennero in cambio la liberazione dalle patrie galere. I turchi che protessero gli armeni perseguitati furono uccisi anch’essi.

Il genocidio armeno ha introdotto una novità importante rispetto alla storia precedente: la deportazione. Agli armeni anatolici venne detto che sarebbero stati ricollocati in altro territorio imperiale, quindi costretti a marciare verso il deserto siriano. Lungo il tragitto molti maschi adulti e ragazzi venivano legati insieme, gettati in un fiume e il primo della catena ucciso con un colpo d’arma da fuoco: affogando avrebbe trascinato anche gli altri alla morte per annegamento. Le donne con i bambini invece marciavano in colonne sperate, a loro in molti casi veniva negato il cibo e l’acqua. Nè sono mancati, prima della morte, casi di stupro.

Tra il 1920 e il 1923 il genocidio venne portato avanti da un altro governo nazionalista, che aveva scalzato i Giovani Turchi, ma condivideva la loro ideologia di esclusivismo etnico.

La lezione del genocidio armeno è attualissima e riguarda la deriva che i nazionalismi e l’esclusivismo etnico possono causare. Ecco che emerge un’urgenza. La Dichiarazione sulla fratellanza umana firmata ad Abu Dhabi da papa Francesco e dall’imam dell’università islamica di al-Azhar, Ahmad al Tayyeb, mira a porci al riparo anche da queste degenerazioni con l’idea di comune cittadinanza, una realtà evidente per molti contemporanei ma che stenta a diventare realtà. L’Altro, anche nel nostro contesto nazionale, è una ricchezza, non un problema. Quel Documento apre le porte a una società post confessionale (prospettiva importantissima per il mondo musulmano ma non solo) e post secolare (prospettiva decisiva per l’Europa): una società cioè che si basi sulla non confessionalità o anticonfessionalità dello Stato e quindi sul reciproco apprendimento. Sarebbe ora di proporre che quel Documento diventi un Prologo alla Dichiarazione Universale dei Diritti umani.

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Brancaleone, domani il nuovo Tour esperienziale alla scoperta della Valle degli Armeni (IlReggino 24.04.24)

L’iniziativa per commemorare l’odierno anniversario (24 aprile 1915) del genocidio dimenticato, seguendo le tracce da questo antico popolo in Calabria

Brancaleone, domani il nuovo Tour esperienziale alla scoperta della Valle degli Armeni

(Foto di Carmine Verduci) – In alcune località calabresi, tra le quali il parco archeologico urbano di Brancaleone Vetus nel reggino, oggi la bandiera armena ha sventolato accanto a quella Italiana e quella Europea. Un segno di vicinanza ad un popolo che ancora sfida l’oblio della Storia, vittima del genocidio iniziato proprio il 24 aprile 1915, durante la Prima guerra mondiale. Il primo genocidio del Novecento e anche il massacro del primo popolo Cristiano della storia. Un dramma negato e dimenticato, con un milione e mezzo, come numero massimo ipotizzato, di vittime.

L’anima armena della Calabria

Un popolo che conobbe la persecuzione anche prima del Novecento, durante la nuova ondata anti cristiana di siriani e turchi islamizzati, verso la fine dell’VIII secolo d. C. . Fu allora che gli Armeni discesero l’Italia e, lungo la costa Ionica, arrivarono in Calabria, rifugiandosi sulle alture. Pare che un gruppo si fosse raccolto in solitaria preghiera tra le montagne – secondo le regole del monachesimo orientale diffusosi anche in Armenia grazie all’opera di San Basilio – per sfuggire alle incursioni degli arabi provenienti dal mare. Qui coltivarono usi e tradizioni religioseIntrapresero attività agricole come la vinificazione, con la creazione di veri e propri silos per custodire le derrate alimentari. Di queste ultime tracce esistono ancora tra i ruderi di Brancaleone Vetus, a Reggio Calabria.

Segni significativi di questo passaggio sopravvivono oggi nella toponomastica (la Discesa Armena a Bova o la Rocca Armena a Bruzzano Zeffirio). E anche nell’onomastica e nell’archeologia negli attuali comuni di Ferruzzano, Bruzzano Zeffirio, Brancaleone Vetus e Staiti, territori in cui palpita la memoria della Valle Armena.

In particolare la Rocca Armena custodisce in una grotta segni di celebrazioni religiose tipiche della cultura del più antico popolo Cristiano. Tra i ruderi di una chiesa rupestre, probabilmente unica nel suo genere a queste latitudini e di cui ne esisterebbe una simile solo in Georgia, vi sono i resti di un antico altare. Sul muro di antica arenaria, è possibile ancora intravedere una Croce armena e un Pavone adorante, caratteristici della cultura armena.

Alla scoperta della Valle Armena

«Anche quest’anno – ha spiegato Carmine Verduci, fondatore e segretario della comunità Armena di Calabria – Kalabria Experience e la comunità Armena di Calabria propongono, in concomitanza con la commemorazione delle vittime del genocidio armeno e con la partecipazione delle pro loco di Brancaleone, Staiti e Bruzzano Zeffirio, un tour esperienziale alla scoperta della “Valle degli Armeni”.

Il nostro viaggio inizierà con il ritrovo domattina alle ore 8:30 in piazza stazione a Brancaleone. Attraverseremo secoli di storia e vicissitudini, dalle prime colonie Greche al passaggio degli Armeni che in questo territorio. Qui vi sono tracce indelebili che da tempo ormai siamo impegnati a valorizzare e a raccontare. L’itinerario comprende una visita al Parco Archeologico Urbano di Brancaleone Vetus, con il sito storico-archeologico, la grotta-chiesa dell’Albero della Vita, icona indiscussa della cristianità Armena Calabrese.

 

Poi a Bruzzano Zeffirio raggiungeremo la leggendaria la Rocca degli Armeni e la visita al complesso fortificato del castello ed il meraviglioso Arco trionfale dei Principi di Carafa.

Il tour quest’anno si concluderà a Staiti, il comune più piccolo della Calabria. Qui visiteremo il Museo dei Santi Italo-Greci, la Chiesa di Santa Maria della Vittoria e il borgo di Staiti. Nel pomeriggio sarà l’Abbazia di Santa Maria di Tridetti a fare da cornice al cerimoniale in memoria dei Martiri del Genocidio Armeno. All’interno dell’edificio del XII secolo, dalle caratteristiche architettoniche uniche e rare, si procederà con l’accensione del braciere della memoria. Parteciperanno i rappresentanti della comunità Armena di Calabria e delle Istituzioni», ha spiegato ancora Carmine Verduci.

L’eco della Valle Armena del reggino

Il richiamo di questa Valle nel reggino è di ispirazione e, in un crescendo, alimenta sinergie virtuose.

«Nelle scorse settimane la Pro Loco di Brancaleone ha ricevuto in dono un modello in scala del complesso storico-monumentale di Rocca Armenia di Bruzzano Zeffirio, nel reggino. Esso è stato realizzato dal laboratorio Officina Medi_ter dell’università Mediterranea di Reggio Calabria. Gli studenti del corso integrato di Disegno e rilievo dell’architettura sono stati guidati da Gaetano Ginex. Prossimamente la esporremo per renderlo fruibile.

In occasione della prossima festa dell’albero in novembre pianteremo nel parco archeologico urbano di Brancaleone Vetus un fico e due albicocchi (Prunus armeniaca), espressione della cultura armena. Ci sono stati dal gruppo Italia nostra Paolo orsi di Soverato-Guardavalle.

E ancora il maestro iconografo messinese Paolo Lanza prossimamente donerà alla nostra comunità armena l’effigie della Madre di Dio, ispirata a all’icona ritrovata miracolosamente a Kazan nel 1579, fra le rovine di una casa bruciata. Secondo la tradizione, fu rinvenuta da una fanciulla di nome Matrona. A lei la Vergine Maria era apparsa ripetutamente per indicare il luogo del ritrovamento. Oggetto di devozione popolare e considerata prodigiosa, l’icona fu poi portata da Kazan a Mosca». Così ha concluso il presidente di Kalabria Experience e della pro loco di Brancaleone, nonché fondato della comunità armena di Calabria, Carmine Verduci.

Affinità “poetiche” nel segno di Yeghishe Charents

«La politica editoriale perseguita nei 20 anni di storia da Leonida Edizioni è stata segnata dall’apertura verso altri popoli e altre culture. In particolare abbiamo instaurato negli anni scorsi fruttuosi rapporti con due paesi del territorio caucasico: la Georgia e l’Armenia.  Due paesi distanti dal nostro solo dal punto di vista geografico perché, invece, molto vicini per affinità culturali.

Questo rapporto di collaborazione si è sviluppato attraverso la pubblicazione in lingua italiana dei libri di autorevoli rappresentanti del mondo della cultura di quei paesi.  Tra questi il poeta armeno Yeghishe Charents.  Per primi in Italia abbiamo pubblicato in lingua italiana la sua opera in tre volumi». È quanto ha spiegato il direttore editoriale Domenico Polito, in occasione del recente ventenalle della casa editrice Leonida.

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Il silenzio mediatico sul genocidio degli armeni (Articolo21 24.04.24)

Quasi 100 anni fa i Giovani Turchi guidati dal “padre della patria” Ataturk sterminavano 1milione e 500 mila cattolici Armeni su 2 milioni, anche con l’aiuto di ufficiali prussiani.
In Turchia ancora oggi la legge punisce severamente chi osa parlare di genocidio armeno.
Lo scrittore Premio Nobel (2006) Orhan Pamuk per averne scritto dovette rifugiarsi in esilio, sfuggendo alle ire del “dittatore democratico” Erdogan, quello che pur stando nella Nato, sta sterminando i Curdi(grazie ai quali è stato sconfitto il Califfato islamico in Siria e in Iraq) e riceve con tutti gli onori i capi del gruppo terrorista Hamas, solidarizzando per la loro lotta contro Israele “massacratore”.
Nel 2023 gli Armeni superstiti del Nagorno Karabak, 130 mila, dopo giorni di scontri armati, dovettero fuggire verso l’Armenia indipendente per non essere massacrati dagli islamici dell’Azerbaigian.
Negli scontri morirono decine di migliaia di Armeni.
Vivevano in quelle regioni pacificamente da alcuni millenni, ben prima della predicazione di Maometto.
Solo Papa Francesco ha commemorato questo genocidio e pregato per gli ultimi rifugiati, nell’ignavia dei paesi occidentali e dell’Unione Europea.
Nessuna manifestazione è stata organizzata dagli studenti e dalla società civile per questo ultimo massacro o per commemorato lo sterminio del 1915.
Come accusa Papa Francesco questo silenzio “è una vergogna”.
Credo che l’assenza della Memoria e dello studio della Storia siano due “cattive maestre”, che producono solo demagogia e ingiustizia. Specie tra le nuove generazioni.

Genocidio armeni, 109 anni da massacro nascosto dalla Turchia/ Erdogan vieta manifestazione sul “Grande Male (Ilsussidiario 24.04.24)

I 109 ANNI DAL “GRANDE MALE”, IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI: COSA SUCCESSE E PERCHÈ VENNE NASCOSTO

Nella notte del 24 aprile 1915 l’Europa conobbe il primo vero genocidio del XX secolo. Peccato che per “scoprirlo” ci vollero anni visto che prima l’Impero Ottomano e poi la nuova “laicissima” Turchia di Kemal Ataturk fecero di tutto per nascondere la deportazione e il massacro di 1,5 milioni di cittadini armeni cristiani. Il Genocidio degli Armeni (e anche delle altre minoranze greche e assire) tra il 1915 e la fine della Prima Guerra Mondiale nel 1918 è uno degli orrori più grevi del Novecento, usato poi come “modello” dai nazisti con la Shoah ebraica ma anche dalle politiche genocidiarie della Russia sovietica.

Gli armeni lo chiamano “Medz Yeghern”, il Grande Male e ogni anno il 24 aprile dovunque si trovino nel mondo si ritrovano in lunghe processioni e commemorazioni per “tornare” a quella tragica prima notte di deportazione: in piena crisi per la guerra che stava andando molto male per gli ottomani, il Governo dei “Giovani Turchi” – frangia estremista del partito “Unione e Progresso” – ordinò la deportazione e il massacro della minoranza armena cristiana, confiscando terre e beni esattamente come “ripeteranno” pochi anni più tardi le SS e la Gestapo naziste in mezza Europa contro i cittadini ebrei. Ufficialmente “spostati” verso fuori dalla Turchia, realmente morti di fame, sfinimento, esecuzioni nei circa 2 anni di deportazione fisica di donne, anziani e bambini armeni. Per il resto, la pratica che tutti possiamo immaginare: la classe media giovane, politici, intellettuali, artigiani, insegnanti e anche giornalisti vennero uccisi o arrestati. Un popolo intero in fuga dalla furia cieca del totalitarismo islamista: sono passati 109 anni ma per fortuna molti testimoni – più che altro parenti e discendenti di testimoni diretti – non cessano di raccontare alle giovani generazioni cosa avvenne in Turchia contro gli Armeni a partire dalla notte del “Medz Yeghern”.

ERDOGAN SCRIVE AGLI ARMENI “NON VI DISCRIMINIAMO”, MA INTANTO VIETA MANIFESTAZIONE IN MEMORIA DEL GENOCIDIO

La Turchia non ha mai riconosciuto il Genocidio degli Armeni, né allora, né finita la guerra, né oggi: addirittura la legge turca prevede un reato se solo si fa cenno dell’esistenza di una strage di armeni tra il 1915 e il 1918. «Una volontà di negare, perché in qualche modo l’orgoglio nazionale turco che hanno cercato di coltivare dal tempo della presa di potere da parte di Kemal Atatürk è sempre stato centrato su di un insegnamento che viene fatto ai bambini sin dalle scuole elementari: “siamo un popolo straordinario, che non potrebbe mai commettere una cosa del genere», così raccontava a “Tempi” in una intervista nel 2019 la scrittrice Antonia Arslan in merito al mancato riconoscimento della Turchia anche moderna sul Genocidio degli Armeni.

Istanbul storicamente parla di un complotto armeno internazionale nel denunciare i fatti compiuti dai “Giovani Turchi”, ma nel corso dei decenni – con estrema lentezza, purtroppo – la comunità internazionale ha man mano riconosciuto in molti casi le atrocità commesse dalle frange estremiste ottomane. Molti ma non tutti e sopratutto mai dalla Turchia di Erdogan che anzi da anni minaccia alleati e non di sanzioni e ritorsioni qualora riconoscano il genocidio. Il Presidente Erdoğan in un messaggio inviato a Sahak Maşalyan, patriarca armeno di Türkiye, per il 24 aprile 2024 rivendica che la Turchia moderna «non permette e non permetteremo che nemmeno un singolo cittadino armeno venga emarginato, escluso o si senta di seconda classe nella sua patria». Peccato che non parli di genocidio ma di “fatti del 1915”, aggiungendo come la continuazione del clima di pace e tranquillità «ereditato dai nostri antenati può essere possibile solo con i nostri sforzi congiunti». La Turchia non discrimina, ufficialmente, eppure appena poche ore prima la prefettura di Istanbul non ha concesso il permesso per una manifestazione organizzata da una ong armena (“Piattaforma 24 aprile”) per ricordare l’anniversario dei 109 anni dal genocidio: «Riteniamo che il divieto imposto sul nostro evento commemorativo, senza peraltro alcuna giustificazione, sia un passo anti democratico», attacca il responsabile della ong che dal 2010 al 2019 è riuscita a organizzare la commemorazione. Lo stop per Covid e le ultime censure in questi anni hanno impedito il proseguire di tali manifestazioni per il genocidio meno “sponsorizzato” dalla Turchia e dalla comunità internazionale.

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