Messaggio del Patriarca Minassian ai giovani: “Dopo gli orrori siete voi la nuova generazione che resisterà” (SIR 24.04.24)

Si commemora oggi, 24 aprile, il Genocidio degli armeni, una delle più oscure pagine della storia del ‘900, tra le meno conosciute e dimenticate. Tra il 1915 e il 1916, gli armeni subirono uno sterminio di 1,5 milioni di persone. Deportati nei deserti della Siria, massacrati, affamati, assetati, madri, figli e neonati.  Non ci fu pietà. Sua Beatitudine Raphael Bedros XXI Minassian, Patriarca di Cilicia dei cattolici armeni, ha deciso quest’anno di rivolgersi ai giovani

Raphael Bedros XXI Minassian, Patriarca di Cilicia dei cattolici armeni (Foto SIR)

“È vero che hanno cercato di sterminare, è vero che un milione e mezzo di persone sono state martirizzate per la loro fede cristiana, ed è vero che sono stati deportati nei deserti della Siria dove hanno trovato la loro morte in un’imboscata, affamati, assetati, madri, figli e neonati. E’ vero che hanno subito tutto questo male. Ma sono come l’albero degli ulivi che quando s’invecchia, lascia nascere dalle radici il nuovo albero che dà frutta, una frutta fresca e più gustosa”. In questo giorno, 24 aprile, in cui gli armeni – in patria e in diaspora  – fanno memoria dei martiri del Genocidio armeno, Sua Beatitudine Raphael Bedros XXI Minassian, Patriarca di Cilicia dei cattolici armeni, si rivolge ai giovani. “Così dopo gli orrori e la desolazione del Genocidio del 1915, siete voi la nuova generazione figli e nipoti dei martiri”, scrive nel messaggio. “Siete la rinascita e crescita. Le esperienze passate vi rendono più forti e saggi. Siete voi che affronterete le sfide future con maggior consapevolezza e determinazione”.

Tra le innumerevoli tragedie che hanno segnato la prima guerra mondiale, una delle più grandi e meno conosciute è quella dello sterminio della popolazione armena. Fu una strage di dimensioni enormi, per decenni coperta dall’oblio. Le deportazioni e le eliminazioni furono perpetrate tra il 1915 e il 1916 e causarono circa 1,5 milioni di morti. Nel suo viaggio in Armenia, nel giugno del 2016, Papa Francesco – il primo papa a parlare esplicitamente di “genocidio armeno” – fece visita al memoriale del “medz yeghern”, il “grande male” come viene chiamato in Armenia), situato in cima al colle di Tzitzernakaberd, la “Fortezza delle Rondini”, che sovrasta Yerevan. Qui il Papa dopo aver deposto dei fiori al centro del mausoleo circolare dove arde la “fiamma eterna”, si è fermato a pregare per le vittime del massacro.

Papa Francesco partecipa all’incontro ecumenico e alla preghiera per la pace nella Piazza della Repubblica (Yerevan, 25 giugno 2016)

Ma lo sguardo oggi della Chiesa cattolica armena punta al futuro e ai giovani. “Come gli ulivi che continuano a produrre frutti – scrive Minassian – anche voi continuerete a dare il meglio di voi stessi con un nuovo spirito di Fede cristiana. Metterete radici solide e crescerete con fiducia e resilienza. Siete Voi il nuovo albero, la nuova generazione che resisterà a tutte le persecuzioni e problemi della vita”. “Le nuove generazioni hanno il potere oggi di rompere il ciclo di violenza e ingiustizia, di diffondere l’amore e la compassione di Cristo in un mondo spesso caotico e spietato. Possono essere la luce della fede cristiana che brilla nelle tenebre, la speranza che sostiene che sostiene coloro che sono oppressi e privati dei loro diritti”. Nel messaggio, il Patriarca addita ai giovani due esempi di vita, il Beato Maloyan che ha testimoniato “Gesù con l’effusione del suo sangue e vita” e il card. Gregorio Agagianian, servo di Dio, salvato dal Genocidio. “Siate fieri di questi modelli e copiate il loro esempio”. “Sono certo che di fronte alle avversità, al male inspiegabile e a una storia  dolorosa e sanguinosa, occorre dilatare il nostro cuore nella speranza in Dio. La Speranza in Dio è la nostra Bandiera nazionale. Non piangete per il passato ma ricordatelo sempre per non ricadervi mai più. Non piangete per i nostri sacrifici perché sono stati offerti per amore a Dio, al contrario, siate orgogliosi di appartenere a  un’identità cristiana armena, che nessuna violenza può sottrarre. Fieri ed orgogliosi perché nonostante lo sterminio, oggi siamo ancora qui e abbiamo una Patria Madre, Hayastan”.

Vai al sito

«A 5 anni sapevo indossare un elmetto»: la guerra sconosciuta dei 20enni armeni in Nagorno-Karabakh (Corriere della Sera 24.04.24)

«E se dovessi descriverlo con una parola?»

«Calore. Ma non come quello del sole, o di una coperta. Calore come quello che senti passando da una stanza fredda ad una stanza calda, come quello di un tè quando hai freddo, di un abbraccio quando sei triste». Hrant parla del suo paese di origine con la delicatezza di un adulto, ma di anni ne ha 23. Le sopracciglia sono scure e spesse, le ciglia lunghe e corpose; gli occhi, del colore della terra che evoca, sembrano mancare proprio di quel calore: il suo sguardo è un racconto di nostalgie che non commuovono più.

I tratti del volto sono quelli tipici del suo popolo, gli armeni. Lui è nato e cresciuto in Nagorno-Karabakh, letteralmente «nero giardino dei monti», una regione separatista, autoproclamatasi Stato, situata tra Armenia e Azerbaijan. Azera di fatto, armena di composizione, ricca di giacimenti d’oro. Anche se quasi sconosciuta, è vicina: si trova alle porte d’Europa, in quella terra di mezzo che è il Caucaso, un Caronte geografico che traghetta merci e persone tra Oriente e Occidente. Dai tempi di Stalin, il Nagorno trascina con sé una storia infausta e complicata: nel 1923, nonostante una base demografica a stragrande maggioranza armena, venne incluso dal dittatore nei confini dell’Azerbaijan, un tentativo di aumentare le tensioni etniche e di evitare la coalizzazione contro il regime sovietico centrale. I risultati sono quelli desiderati e tra i due Stati anno dopo anno è un crescendo di episodi di violenza, fino ad arrivare allo scoppio di una prima guerra nel 1992, vinta dall’Armenia con un bilancio di 30 mila vittime, e di un’altra nel 2020, in cui prevale la parte azera: i morti sono oltre 5 mila.

«Io sono la mia guerra»

Hrant, nella seconda, indossava la divisa: esile e sbarbato, ha un’aria fragile e un sorriso timido; sembra un bambino che ha giocato a travestirsi da soldato. Partito da Chartar, il suo villaggio, ha passato 44 giorni con un berretto mimetico calcato in testa, la visiera ad ombreggiargli il volto. Arruolato volontario: perché, Hrant? Solleva gli occhi pensieroso. «Per rispetto. Non c’è una sola famiglia in Artsakh (nome armeno del Nagorno-Karabakh, ndr) che non sia collegata alla guerra. Tutti hanno perso qualcuno, è loro diritto continuare a vivere dove sono nati». Di fatto, non è così: a partire dal 19 settembre 2023 gli abitanti del Nagorno, 120.000 persone, sono fuggiti per rifugiarsi in Armenia. Dopo aver isolato e affamato l’area per mesi bloccando il corridoio di Lachin, unica via di accesso, gli azeri hanno sferrato un violento attacco durato un solo giorno, che ha causato un esodo di massa e fatto lanciare dall’Onu appelli di aiuto alla comunità internazionale.

«Perdere la tua terra di origine è come perdere qualcuno che ami. Ѐ lì che risiedono tutti i tuoi ricordi, è lì che hai passato l’infanzia: l’essenza delle cose sta nella loro memoria, ma anche quella svanisce. Per questo provo un dolore impossibile da curare». La ferita aperta in Nagorno non si è mai cicatrizzata: da quattro generazioni l’odio etnico concima il terreno del giardino, quasi il nero del nome fosse un presagio: «Le persone vivono la guerra, sono parte di essa. E così i loro figli: i bambini di cinque anni sanno indossare un elmetto, un’uniforme. E il brindisi degli anziani è “Ai nostri ragazzi, che non vedano mai quello che abbiamo visto noi”». Quando Hrant termina di parlare, ha gli occhi che si sono mantenuti asciutti. «I miei sentimenti sono congelati. Non provo più emozioni, non sono né triste né felice, non riesco a ridere o piangere come prima. Ma non voglio impietosire nessuno: desidero solo che si parli di questa situazione».

«A 5 anni sapevo indossare un elmetto. Ora non ho più sentimenti»: la guerra sconosciuta dei 20enni armeni

Anahit, prigioniera del Giardino

Anahit concorda: per questo ha scelto di studiare giornalismo. Ha 21 anni e anche lei è nata in Nagorno, a Togh. «Ora vivo a Yerevan, mi sono trasferita con l’aiuto della Croce Rossa a settembre. Penso spesso al mio villaggio; ricordo il grande gelso in giardino, le gare con mia sorella per scalarlo». Forse, lì accanto spiccava anche il colore vivace delle albicocche armene, così rappresentative del paese che gli azeri hanno boicottato i container destinati all’esportazione. A quell’arancio brillante si è sostituito il marrone slavato degli scatoloni di aiuti umanitari, al succo dolce che colava tra le dita, appiccicoso tra i polpastrelli, il sapore incolore del pane distribuito durante i razionamenti: Anahit era prigioniera del suo stesso Paese, un giardino all’ombra d’Europa, perennemente nascosto, invisibile ai vicini. Durante le ore in coda per approvvigionarsi, in piedi, seguiva le lezioni on-line: «Ogni volta speravo di tornare a casa avendo imparato qualcosa di nuovo, e con del cibo. Ma la connessione era terribile, sentivo a malapena il professore, e spesso quando arrivava il mio turno avevano esaurito gli alimenti».

Oggi, i villaggi di Hrant e Anahit sono irraggiungibili: dal primo gennaio 2024, il Nagorno-Karabakh ha cessato ufficialmente di esistere ed è pienamente sotto il controllo azero. Svuotato, come un albero preso di peso con le sue radici e trapiantato. In Artsakh, non c’è più nessuno. La terra è inanimata, cristallizzata in una memoria collettiva sospesa: vera solo per coloro che ci hanno vissuto, aleggia nei ricordi di chi su quell’erba si è rotolato da bambino, di chi su quegli alberi si è arrampicato. Come sul grande gelso nel giardino di Anahit: «A volte — dice lei — lo vedo ancora nei miei sogni».

Il conflitto in breve: le tappe

  • 1923: Stalin dichiara il Nagorno-Karabakh un oblast (provincia) autonomo dell’Azerbaijan, nonostante sia abitato al 94% da popolazione armena. Divide et impera: iniziano le tensioni etniche tra armeni e azeri
  • Gennaio 1992-marzo 1994: prima guerra del Nagorno-Karabakh, terminata con la vittoria armena. Lo scontro causa 30mila morti
  • Settembre-novembre 2020: la seconda guerra del Nagorno-Karabakh, detta «dei 44 giorni», si conclude a favore degli azeri. Il bilancio è di oltre 5mila vittime
  • 12 dicembre 2022: presunti attivisti ambientali azeri bloccano il corridoio di Lachin, unica strada che collega il Nagorno all’Armenia. La regione è isolata: chiudono le scuole, il cibo è razionato, i medicinali sono irreperibili
  • 19 settembre 2023: Baku lancia un’offensiva militare «antiterroristica» per annientare il «regime illegale» armeno. Stepanakert, la capitale, viene bombardata: inizia l’esodo di massa dei civili, presidenti e primi ministri vengono arrestati e deportati nelle carceri di Baku

Vai al sito

A 109 anni dal genocidio armeno, la storia rischia di ripetersi (Tempi 24.04.24)

L’Azerbaigian, sostenuto da Turchia e Russia, prosegue la sua politica per distruggere l’Armenia. Oltre a minacciare l’invasione, Baku cancella il patrimonio storico-culturale armeno in Artsakh

Commemorazione del genocidio armeno a Erevan, capitale dell'Armenia
Commemorazione del genocidio armeno a Erevan, capitale dell’Armenia (Ansa)

A 109 anni dal genocidio armeno, l’alleanza russo-turca è di nuovo fiorente. Il Cremlino ha aiutato il regime autocratico dello stato satellite della Turchia a espellere tutti gli armeni dall’Artsakh (Karabakh), ricevendo come ricompensa legami economici più profondi con Baku per aggirare le sanzioni occidentali durante l’invasione dell’Ucraina.

La Russia inganna l’Europa grazie agli azeri

A sua volta, Baku intensifica i legami commerciali ed economici con i paesi dell’Unione Europea, vendendogli il gas russo e i propri prodotti, ora comprese anche le risorse sottratte agli armeni del Karabakh. L’Italia è tra i primi partner commerciali dello Stato neo-turco.
Allo stesso tempo, sullo sfondo di dichiarazioni allineate di Mosca e Baku, l’Azerbaigian continua la sua politica anti-armena su diversi livelli: a seguito della pulizia etnica nell’Artsakh, il dittatore Ilham Aliyev ha inventato un nuovo progetto, intitolato “ritorno all’Azerbaigian occidentale”, (titolo anche delle olimpiadi scolastiche in Azerbaigian, con le quali i bambini azeri vengono indottrinati nell’odio nei confronti degli armeni).

Grandi maestri nel copiare, deformare e falsificare i nomi delle località geografiche (ricordiamo che il termine stesso “Azerbaigian” è stato copiato dal nome della provincia settentrionale iraniana), i politici della dittatura azera, ora come ritorsione al concetto di “Armenia occidentale”, hanno iniziato a far circolare la nozione fittizia di “Azerbaigian occidentale”.

Baku vuole occupare l’Armenia

Denominano così l’intera territorialità corrente della Repubblica d’Armenia, accennando a una nuova aggressione, volta a conquistare l’intera Repubblica democratica. Questo non è altro che un piano terroristico contro uno Stato sovrano confinante. Mentre l’Armenia riconosce l’integrità del suo vicino, l’Azerbaigian non solo non ricambia, ma prolunga la detenzione illegale di prigionieri di guerra e civili armeni nelle carceri di Baku, oltre che la demolizione sistematica del patrimonio cristiano-armeno (mondiale e dell’umanità) nell’Artsakh.

Il 18 aprile scorso si è conclusa la missione congiunta del centro di monitoraggio russo-turco ad Akna. Così è conclusa la deportazione della popolazione autoctona dell’Artsakh e la consegna dei suoi territori all’Azerbaigian, compito che Mosca e Baku non erano riusciti a realizzare nella prima guerra del Karabakh, pur avendo impiegato contro gli armeni, tra l’altro, 3.500 mujaheddin, centinaia di kazaki, combattenti del movimento islamico dell’Uzbekistan, forze della confederazione dei popoli del Caucaso, oltre che mercenari ceceni e ucraini.

È proprio in questo contesto storico-culturale, che il ministero degli Esteri russo dichiara sfacciatamente che la base militare 102 e le guardie di frontiera russe sarebbero «l’unica garanzia della sovranità dell’Armenia».

Riparte il genocidio culturale

La settimana scorsa il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha avviato concessioni unilaterali dei cosiddetti villaggi “storici azeri” nella regione armena di Tavush, sullo sfondo di un pronunciato risentimento e manifestazioni popolari contrarie; allo stesso tempo, le questioni del ritorno degli armeni in Artsakh e della salvaguardia del patrimonio storico-culturale armeno sembrano sempre più ignorati. Al momento esistono oltre 4.000 siti storico-culturali rimasti “prigionieri” in uno stato autocratico non nuovo a operazioni di genocidio culturale. È iniziata la distruzione o la snaturalizzazione sistematica di monasteri, cimiteri, fortezze e monumenti cristiani armeni, che possono essere riscontrati attraverso sistemi satellitari.

Sono visibili, via Google Maps, siti rappresentanti la presenza storico-culturale armena interamente rasi al suolo o eradicati. Ne sono esempi il villaggio di Karin Tak (nell’immagine sottostante il prima e il dopo) ormai cancellato dalla mappa, la chiesa di S. Giovanni Battista a Shushi, conosciuta anche come “Chiesa verde” (Kanach zham) , scomparsa nell’arco di qualche mese. Il regime barbaro non ha risparmiato neanche le statue di importanti figure culturali, quali il grande chansonnier armeno-francese Charles Aznavour, lo scrittore armeno Khachatur Abovyan a Stepanakert – forse a testimoniare il livello di integrazione e multiculturalismo nello stile dittatoriale, per il quale la first lady dell’Azerbaigian, Mehriban Aliyeva, era stata denominata “Ambasciatrice di buona volontà dell’Unesco”. Va da sé che particolare attenzione è rivolta alla rapida abolizione di qualsiasi simbolo dello stato e della millenaria presenza armena.

Aliyev come Putin

Tutto ciò per giustificare l’occupazione delle terre del popolo autoctono dell’Artsakh davanti a un Occidente sempre più qualunquista, dove gli azeri battezzati come “nazione” da Joseph Stalin in una parodia di multietnicismo/multiculturalismo e cresciuti in una dittatura semisecolare hanno più riconoscimenti internazionali e credito, rispetto alla sola democrazia nel Caucaso meridionale, quella, appunto, armena. Ecco perché alcuni stati e organizzazioni occidentali credono ancora alla propaganda panturchica, chiamando “separatisti” gli autoctoni dell’Artsakh, guardando alla presenza degli armeni nella loro patria millenaria come “illegale”.

Ora che i due regimi autocratici hanno assicurato la propria legittimazione per via elettorale – con Putin e Aliyev al potere, ciascuno per il quinto mandato, dove il primo ha incarcerato ed eliminato il proprio oppositore Alexei Navalny, mentre il dittatore di Baku è salito al potere circondato dagli elogi dei suoi “avversari” politici – la situazione nella regione del Caucaso meridionale potrà essere stabilizzata solo da un difficile e improbabile riavvicinamento tra Ue e Iran.

Il pericolo terrorismo

L’alternativa è il pericoloso corridoio pan-turco contro l’Iran, che sarà costruito tra l’altro poggiando sull’approvazione da parte dell’Occidente della brutale politica di Israele in Palestina e delle sue azioni anti-iraniane attraverso il territorio occupato dell’Artsakh. Questo scenario potrebbe comportare anche un’incursione militare nell’Armenia democratica da parte dei regimi neo-ottomani – abili doppiogiochisti anche nella questione israelo-palestinese. Un effetto collaterale di un simile scenario sarà l’aumento delle azioni terroristiche contro i civili.

Un esempio è stato l’attentato al Crocus City Hall di Mosca, che appartiene al miliardario azero Araz Agalarov, ex cognato del dittatore Aliyev. I terroristi, estremisti islamici con lo stesso modus operandi di quelli che terrorizzavano la popolazione armena dell’Artsakh, purtroppo vengono inclusi tra gli strumenti impiegati per diversi conflitti proxy. Si può capire il punto di vista del politologo e avvocato iraniano dottor Ahmad Ghazimi, secondo il quale «se la Nato formasse il Corridoio Turan, aumenterebbero gli attacchi degli estremisti dell’Asia centrale, sostenuti da Baku e Ankara».

Allora, per quanto idealistico possa sembrare, una vera democratizzazione delle organizzazioni per la sicurezza e il rispetto delle culture autoctone, come il ripristino del diritto all’autodeterminazione, sono processi intrecciati, fondamentali per salvaguardare l’attuazione di un processo di pace, nonché una convivenza dignitosa tra popoli e nazioni.

Vai al sito

Genocidio armeno. De Priamo (FdI): ricordare per condannare ogni forma di persecuzione (Lavocedelpatriota 24.04.24)

“Il 24 aprile si ricorda il genocidio del popolo armeno del 1915, ad opera dell’Impero ottomano, che costò la vita a più di un milione e mezzo di cristiani armeni e l’esodo per chi riuscì a sfuggire alle persecuzioni. Oggi ho partecipato alla cerimonia di commemorazione del 109º anniversario di questa mattanza organizzato nel Giardino del genocidio armeno di piazza Lorenzini, a Roma, dal Consiglio per la Comunità armena di Roma. Occasione, è stata, per rinsaldare ulteriormente il rapporto di amicizia con il popolo armeno e per celebrare quello che, a più di un secolo di distanza, è un genocidio dimenticato e addirittura in taluni casi negato. Il ricordo delle tragiche vicende del popolo armeno è uno strumento importante per vincere la battaglia del riconoscimento del genocidio e, soprattutto, un modo per ribadire la ferma condanna di ogni forma di persecuzione”.

Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo.

Saronno, il circolo La Bussola ricorda il Giorno della Memoria del genocidio armeno (Ilsaronno 24.04.24)

SARONNO – Il circolo saronnese “La Bussola” ricorda il giorno della Memoria del genocidio armeno. “In pochi se ne ricordano, ma il 24 aprile di ogni anno ricorre il Giorno della Memoria del genocidio armeno: tra l’indifferenza quasi generale, approfittando della cortina di fumo causata della Prima Guerra Mondiale che stava mettendo a fuoco l’intera Europa, un milione e mezzo di cristiani armeni venivano sterminati con i mezzi più brutali e odiosi”.

Il Circolo della Bussola aveva già affrontato il tema 2 anni fa con un commovente incontro in cui abbiamo ricostruito le fasi salienti del genocidio.

“Oggi la situazione non è cambiata: il piccolo stato dell’Armenia, occupa una superficie poco più grande della Lombardia in cui vivono poco meno di tre milioni di abitanti, per il 98,5% di popolazione ancora tenacemente ed orgogliosamente cristiani. Ma pochi sanno che questo piccolo lembo ti terra è ancora oggi sotto attacco da parte dei vicini dell’Azerbaigian che, giorno dopo giorno, strappano a morsi lembi del territorio armeno, in una guerra che, al più, occupa con dei minuscoli trafiletti le ultime pagine dei quotidiani o viene riferita in qualche servizio giornalistico che viene mandato in onda rigorosamente dopo la mezzanotte”.

E continuano: “Anche la vicinanza con la celebrazione italiana dell’Anniversario della Liberazione del 25 aprile non contribuisce a dare nessun rilievo a questa strage ancora oggi tristemente attuale: noi, del Circolo della Bussola, vogliamo tenere acceso questo piccolo segnale luminoso, per ricordate a tutti quelli che ci seguono che oggi, più che mai, è ancora possibile, nell’indifferenza generale, morire a causa della propria religione”.

La nota si conclude con l’intenzione del comitato di organizzare un nuovo incontro che “in prosecuzione ideale con il primo, faccia luce sulla situazione terribile in cui versa oggi l’Armenia”.

Vai al sito

Accadde oggi, 24 aprile (Riforma.it 24.04.24)

24 aprile 1915, inizia il genocidio del popolo armeno

Tutto incomincia nella notte fra il 23 e il 24 aprile del 1915.

I primi ad essere arrestati e poi deportati verso l’Anatolia sono intellettuali, giornalisti, scrittori, poeti che vivono a Costantinopoli. Hanno una caratteristica in comune questi sventurati: sono tutti armeni. Ha inizio uno dei più tremendi massacri di un secolo che di tragedie è costellato.

È scoppiata la prima guerra mondiale da meno di un anno e quello che rimane del mastodontico Impero ottomano prossimo all’implosione tenta gli ultimi colpi di coda disperati, terrorizzato dall’accerchiamento in atto da parte della Russia e della Francia.

Al governo ci sono i cosiddetti “Giovani Turchi”, una nuova generazione di tendenze teoricamente più progressiste, salita al potere nel tentativo di trasformare un gigante dalla testa di argilla in uno Stato più efficiente politicamente e militarmente.

Ma il loro principale timore, in quell’inizio di 1915 è di non cadere in mano straniera e veder dissolvere così un regno millenario. Loro alleati nella regione sono i tedeschi, secondo equilibri che affondano le radici nelle alleanze dei secoli precedenti.

Gli armeni, ampia minoranza cristiana all’interno dei territori ottomani, rappresentano lo spauracchio di turno agli occhi di chi cerca di compattare e centralizzare il potere. Si fa strada il disegno, non si sa quanto lucido e pianificato, ( e da qui le diatribe storiografiche fra chi considera quello perpetrato agli armeni un genocidio e chi opera terrificante, ma non strategicamente predeterminato) di spostare la popolazione armena ai confini orientali del regno per evitarne l’arruolamento fra le forze russe. Iniziano le marce forzate, le marce della morte, tragico preludio a quelle naziste di alcuni anni dopo. Forzati a camminare per decine di chilometri al giorno, senza cibo o acqua, i deportati muoiono come mosche, davanti agli occhi dei militari turchi e tedeschi che non risparmiano torture e violenze.

È una carneficina. Le cifre sono molto discordanti a seconda che si guardi la storia da una parte o dall’altra della barricata, ma gli storici affermano che non si sbaglia di molto se si considerano le vittime fra un milione e un milione e mezzo. In poco più di un anno.

Una tragedia immensa. Per lo storico Raphael Lemkin, colui che nel 1944 ha coniato il neologismo genocidio, quello ai danni della popolazione armena è il primo episodio in cui uno Stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo. Aspetto che la Turchia ha sempre negato e continua a fare, come testimoniano le recentissime polemiche seguite alle dichiarazioni di papa Bergoglio, tant’è che ancora oggi si finisce in carcere se si osa a contraddire la versione ufficiale. La pacificazione non è mai stata tanto lontana.

Vai al sito

Anniversario del genocidio armeno | Storie e controstorie: “Alla mia patria” (RaiRadiotre 24.04.24)

Conduce Guido Barbieri: con Sonig Tchakerian per l’anniversario del genocidio armeno | con Ascanio Celestini per la rassegna Storie e controstorie: “Alla mia patria” a Roma

Azeri, Liberate i Prigionieri Armeni in Nagorno Karabakh/Artskah. Sciopero della Fame di Ruben Vardanyan. (Stilum Curiae 23.04.24)

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, domani, 24 aprime, in tutto il mondo si ricorda il genocidio degli Armeni, iniziato questo stesso giorno del 1915 a Costantinopoli. Iieri abbiamo ricevuto questo messaggio, che ci parla di un dramma, la pulizia etnica in Nagorno Karabakh-Artsakh in corso adesso, e che portiamo alla vostra attenzione. Buona lettura e diffusione.

§§§

 

Cari sostenitori,

Il Free Armenian Prisoners Team condivide la lettera di appello del figlio di Ruben Vardanyan:

”Cara Comunità Aurora,

Come amici e sostenitori dell’Iniziativa Umanitaria Aurora nel corso degli anni ho voluto contattarvi per aggiornarvi sulla situazione di mio padre. Volevo innanzitutto ringraziarvi per il sostegno che avete fornito per garantire il rilascio di mio padre, arrestato illegalmente da oltre 200 giorni a seguito della pulizia etnica di 120.000 armeni nel settembre dello scorso anno dal Nagorno-Karabakh.

Vorrei poterti scrivere per darti notizie migliori ma, con nostro sgomento, la situazione di mio padre sta diventando critica.

Non abbiamo notizie di mio padre dal 2 aprile e siamo sempre più preoccupati per le sue condizioni. La settimana scorsa abbiamo scoperto che Ruben era in sciopero della fame dal 5 aprile e completamente tagliato fuori dal resto del mondo mentre le autorità azere cercavano senza dubbio di mettere a tacere la sua protesta per il rilascio incondizionato di tutti i prigionieri armeni. Non avevamo informazioni sulle sue attuali condizioni di salute e la nostra preoccupazione aumentava di giorno in giorno.

Venerdì, dopo due settimane di detenzione in incommunicado, abbiamo portato questa situazione ai media globali e alla comunità internazionale per esercitare pressioni sul governo azero. Dopo le nostre azioni di sabato il governo ha ceduto e ha permesso a Ruben di contattarci. Tuttavia, abbiamo appreso che ora è tenuto in completo isolamento, senza accesso ad alcun materiale di lettura. Per quanto ne sappiamo, l’unica valutazione del suo stato di salute è stata il monitoraggio della pressione sanguigna, il che ci rende ancora più preoccupati per il suo peggioramento delle condizioni di salute.

Abbiamo chiesto che l’Azerbaigian consenta al Comitato Internazionale della Croce Rossa di visitarlo immediatamente per garantire prove indipendenti del suo benessere e garantire che gli venga fornita tutta l’assistenza medica adeguata.

Inoltre, ribadiamo la richiesta di Ruben per il rilascio immediato e incondizionato dei prigionieri armeni in Azerbaigian.

La situazione sta diventando insostenibile ed è fondamentale mobilitarsi e chiedere il suo rilascio immediato o almeno che il suo processo si svolga a maggio senza ulteriori ritardi e con osservatori internazionali.

Io e la mia famiglia chiediamo il vostro aiuto per sensibilizzare l’opinione pubblica sul trattamento umano di Ruben e sul suo appello:

Condivido il link al comunicato stampa di venerdì e al comunicato di sabato alla tua rete sui social media.

Pubblicare questo grafico sui social media

Inoltre, se avete la possibilità di parlare con qualcuno dei vostri politici locali, leader dei diritti umani o imprenditori con legami con l’Azerbaigian, per favore sollevate la questione della detenzione di mio padre e del suo peggioramento delle condizioni.

Siete stati tutti fonte d’ispirazione per mio padre grazie al vostro incredibile lavoro e vi ringrazio ancora una volta per il vostro supporto e aiuto in questo momento difficile.

Cordiali saluti,

David Vardanyan

Vai al sito

Capo d’Orlando – Il genocidio “dimenticato” del popolo armeno: seminario in biblioteca – (Amnotizie 23.04.24)

 

Nell’ambito delle iniziative che ricordano il terribile genocidio del popolo armeno (medz yeghern – il grande crimine) domani, martedì 23 aprile, alle ore 18,30, si terra presso la biblioteca comunale di Capo d’Orlando un seminario dal titolo “Zartir Lao. Armenia e Nagorno-Karabakh. Il genocidio dimenticato”.

 

Una tragedia e un crimine contro l’umanità che, fino al 1973, il mondo ha finto di ignorare. Solamente allora, infatti, la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa 1 milione e mezzo di armeni – da parte dell’Impero ottomano (tra deportazioni ed eliminazioni perpetrate tra il 1915-1916 – come il primo genocidio del XX secolo). Ancora oggi, in Turchia, l’argomento è tabù. Ufficialmente, quella armena fu una “rivolta” e le vittime non superarono le 300.000. Pochi turchi osano parlare apertamente di genocidio, anche perché l’articolo 301 del Codice penale turco (introdotto nel 2005) punisce il reato di “offesa allo Stato turco”.

All’evento interverranno Agop Monoukian (sociologo e presidente on. Unione Armeni d’Italia); Arsen Hakobyan (antropologo, Yerevan State University); Leone Michelini (antropologo, Università di Messina); Marcello Mollica (antropologo, Università di Messina); Massimo Ingrassia (psicologo, Università di Messina). Coordina il dott. Calogero Sapone, responsabile della Biblioteca.

Vai al sito

Nagorno Karabakh: Baku e Yerevan verso la pace, stabiliti confini (Upday 23.04.24)

Armenia e Azerbaigian hanno annunciato oggi l’inizio dei lavori per la delimitazione dei confini nella contesa area del Nagorno Karabakh, nel Caucaso Meridionale.  Si tratta di un passo verso la normalizzazione dei rapporti tra due Paesi in guerra sin dal 1989.


L’annuncio è arrivato direttamente dai ministri degli Interni di Yerevan e Baku, che hanno confermato il via al lavoro sul campo mirato alla definizione dei confini, da effettuare in base alle mappe del periodo sovietico. A spianare la strada alla delimitazione dei rispettivi territori è stata la decisione del premier armeno Nikol Pashinyan, che il mese scorso ha accettato di restituire all’Azerbiagian 4 villaggi occupati dalle forze armene nel 1990: Askipara, Baghanis Ayrum, Gizilhajili e Kheirimly. Si tratta di insediamenti abbandonati negli anni del conflitto, ma che all’epoca dell’Unione Sovietica appartenevano all’Azerbaigian. La decisione di Pashinyan ha scatenato proteste nel Paese, i manifestanti hanno anche bloccato in piu’ punti l’autostrada che collega Armenia e Georgia e diverse altre arterie stradali. Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, ha recentemente dichiarato che i due Paesi “non sono mai stati cosi’ vicini alla pace”.

Potrebbe essere la fine di un conflitto pluridecennale che ha vissuto lo scorso settembre un picco di tensione; l’Azerbaigian aveva infatti lanciato una breve operazione militare per liberare dalle truppe armene parte dell’area contesa. Un’offensiva che ha spinto più di 100 mila armeni residenti in zona a lasciare il Nagorno Karabakh e fuggire in Armenia. Un episodio in seguito al quale il governo armeno ha chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia di imporre all’Azerbaigian di ritirare le proprie truppe e permettere il rientro degli armeni che abitano l’area. Lo scorso novembre il tribunale con sede all’Aja ha ordinato all’Azerbaigian di garantire un rientro sicuro per coloro che dall’Armenia volessero tornare alle proprie case e proprieta’. Come ricordato, l’intera regione del Nagorno Karabakh è sin dal 1989 teatro di scontri esplosi in seguito al collasso dell’Unione Sovietica; un conflitto che ha causato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. Nel 2020 il conflitto è riesploso e andato avanti per settimane fino all’intervento di Mosca, che ha mediato fino alla firma di un accordo che riconosce la legittimità del controllo azero sul territorio conteso. Accordo che l’opinione pubblica e larga parte della politica armena non ha accettato (Agi con Upday)

Vai al sito


Colloqui tra Armenia e Azerbaigian su delimitazione dei confini (Ansa)