Cos’è il Nagorno-Karabakh e perché c’è un conflitto in corso tra Armenia e Azerbaigian (Geopop 06.03.24)

Il Nagorno-Karabakh è una regione del Caucaso meridionale senza sbocchi sul mare, situata tra Armenia e Azerbaigian e al centro di una contesa tra i due Stati che ha portato ad una guerra ancora oggi senza risoluzione. Uno dei numerosi conflitti presenti nel mondo, di cui però si parla molto poco e che ha generato lo sfollamento di migliaia di persone. Ma di cosa si tratta e perché questa regione è contesa tra i due Stati?

A cura di Rachele Renno
Cos’è il Nagorno-Karabakh e perché c’è un conflitto in corso tra Armenia e Azerbaigian

Si sentono spesso nominare sui media il Nagorno-Karabakh e la guerra tra Armenia e Azerbaigian. Ma di che area del mondo stiamo parlando? E come mai questi due Paesi si stanno combattendo? La regione del Nagorno-Karabakh, in lingua armena indicata come Artsakh e in lingua azera come Dağlıq Qarabağ (col significato di “giardino nero montuoso”), appartiene geograficamente all’altopiano armeno e fa parte del Caucaso meridionale. Il territorio è al centro di una guerra tra Armenia e Azerbaigian: quest’ultimo vuole prendere possesso della regione, annettendolo allo Stato, e al momento sta riuscendo nel suo intento. Nel settembre 2023, dopo un intervento militare azero, più di 100.000 persone di origine armena sono state costrette a spostarsi in Armenia.

Perché c’è la guerra in Nagorno-Karabakh: le origini del conflitto tra Armenia e Azerbaigian

La regione del Karabakh è stata da sempre al centro di dominazioni e conquiste e fu proclamata parte dell’impero russo nel 1813; dopo la rivoluzione russa del 1917 entrò a far parte di una federazione, chiamata Federazione Transcaucasica, e fu rivendicata sia dall’Armenia, poiché il 98% della popolazione era costituita da armeni, sia dall’Azerbaigian, a cui fu poi assegnato da Stalin nel 1921.Carta dell’area del Caucaso. Nella parta bassa della mappa si vedono l’Armenia, l’Azerbaigian e, in linea tratteggiata, la regione del Nagorno–Karabakh, ex Repubblica dell’Artsakh
In seguito al crollo e dissoluzione dell’Unione Sovietica, negli anni ‘90 la disputa territoriale del Nagorno Karabakh tornò alla ribalta: la maggioranza armena, con il supporto logistico del vicino Stato armeno, iniziò a rivendicare l’indipendenza dall’Azerbaigian e la riunificazione all’Armenia.

Non c’è solo la guerra in Ucraina: i principali conflitti e le crisi in corso nel mondo
Di Alessandro Beloli
La mancanza di un accordo e la crescente tensione tra le due parti portò allo scoppio della prima guerra del Nagorno Karabakh, che dal 1992 al 1994 causò più di 30.000 vittime. Alla fine della guerra, con il cessate il fuoco, la maggioranza armena nella regione proclamò la nascita della Repubblica dell’Artsakh, che però non è mai stata formalmente riconosciuta dalla comunità internazionale e dall’Azerbaigian: di fatto quest’ultimo Paese rivendica il Nagorno-Karabakh come parte del proprio territorio.

La situazione oggi: gli ultimi avvenimenti
Nel settembre 2020 sono ricominciate le ostilità, con un attacco da parte dell’Azerbaigian alla regione. Dopo alcuni giorni di scontri il Paese ha occupato la parte meridionale della regione del Nagorno-Karabakh, sotto il controllo armeno. Dopo vari appelli dell’ONU e con la mediazione della Russia, nel novembre 2020 è stata proclamata una tregua tra i due Stati, con la creazione di una zona di pace al confine, presieduta dalla Russia come garante.

Il 19 settembre 2023, tuttavia, l’Azerbaigian ha nuovamente attaccato militarmente la regione a maggioranza armena e, dopo la vittoria, ha ottenuto la resa della Repubblica di Artsakh, provocando l’esodo di migliaia di armeni (più di 100.000 persone) attraverso il ponte di Hakari. L’esercito azero aveva infatti bloccato il cosiddetto corridoio di Lachin, lungo il confine con l’Armenia, attraverso cui la popolazione riceveva la maggior parte dei beni di prima necessità.

Questo esodo di armeni dal Nagorno-Karabakh all’Armenia è stato definito da numerosi osservatori internazionali e dall’Unione Europea come una pulizia etnica nella regione ad opera dell’Azerbaigian: con una risoluzione del 5 ottobre 2023 il Parlamento Europeo ha così chiesto di sanzionare i responsabili del governo azero che hanno messo in atto l’offensiva, causando l’esodo di migliaia di persone. Il risultato primario dell’offensiva da parte dell’Azerbaigian, comunque, è stata la dissoluzione della Repubblica di Artsakh dal 1 gennaio 2024.

Carro armato dell’esercito azero nella regione del Nagorno–Karabakh. Credits: Nicholas Babaian.
I possibili scenari futuri
In seguito alla vittoria dell’Azerbaigian del settembre 2023 è stato dichiarato lo scioglimento degli organi di governo della Repubblica dell’Artsakh ed è stata avviata una fase di ripopolamento o, come definito dal governo azero,  “ritorno” al Nagorno Karabakh dei cittadini azeri che avevano lasciato o erano stati espulsi dalla regione all’inizio degli anni ‘90. In tal senso, il governo azero sta anche mettendo in atto politiche di donazione di appartamenti abbandonati ai cittadini che vogliano trasferirsi nel territorio.

Sul fronte armeno ci sono state alcune proposte relative al futuro: alcuni ex deputati della Repubblica dell’Artsakh hanno chiesto di creare una sorta di governo provvisorio in esilio, opzione che appare improbabile e anche rischiosa per una risoluzione pacifica del conflitto; altri esponenti politici cercano di percorrere la via dei negoziati con Baku.

D’altro canto, un accordo di pace potrebbe essere vantaggioso per entrambe le parti: da un lato l’Armenia vorrebbe mantenere la propria integrità territoriale, consentendo la riapertura dei confini e di linee ferroviarie e zone strategicamente importanti per il traffico commerciale. L’Azerbaigian, invece, aspira a espandere la propria influenza nel Caucaso meridionale anche legandosi maggiormente alla vicina Georgia, ritenendo ormai acquisito il territorio del Nagorno-Karabakh.

La comunità internazionale non è intervenuta in modo incisivo sulla vicenda né lo ha fatto la Federazione Russa, garante della pace tra le due parti. La Russia, infatti, al momento è impegnata dalla guerra contro l’Ucraina ed è legata con l’Azerbaigian da interessi commerciali ed economici. Il futuro della regione appare perciò ancora incerto.

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Aspettando Geografie, la storia degli armeni con Ferrari a Monfalcone (IlGoriziano 06.03.24)

Sabato alle 18 la presentazione del saggio Storia degli armeni, edito da Il Mulino nel 2020, scritto a due mani da Aldo Ferrari e Giusto Traina.

In attesa dell’inizio del Festival Geografie, in programma dal 20 al 24 marzo prossimi, continua l’anteprima della manifestazione “Aspettando Monfalcone Geografie”. Dopo le presentazioni itineranti che hanno toccato Gradisca, Fogliano-Redipuglia, Gorizia, Udine, Trieste e Pordenone, l’ultimo degli incontri che anticipano la rassegna culturale, giunge a Monfalcone.

Sabato 9 marzo infatti, alle ore 18 nella sala al primo piano della Casa delle Geografie – il palazzo dell’ex Pretura – avrà luogo la presentazione del saggio “Storia degli armeni”, edito da Il Mulino nel 2020, scritto a due mani da Aldo Ferrari e Giusto Traina. A dialogare con Ferrari ci sarà Andrea Pastore. L’appuntamento sarà curato dall’Associazione Marinai d’Italia del gruppo di Monfalcone. L’ingresso sarà Ingresso libero.

A cosa fa riferimento il volume? Oggi l’Armenia è una piccola repubblica ex-sovietica, ma gli armeni nel mondo si trovano un po’ ovunque. Quasi quattro milioni di persone parlano una delle due varianti della lingua armena, quella orientale e occidentale. Moltissimi altri armeni della diaspora non la parlano, ma hanno piena coscienza della propria identità.

Se si scorre indietro nel tempo, ripercorrendo i principali luoghi della memoria degli armeni, si possono seguire nel corso dei secoli le vicende di un popolo vivace e combattivo, dalla cultura sorprendente sul piano artistico e letterario, capace di adattarsi a territori difficili e prosperare sia sotto governanti armeni, sia sotto il dominio di altri regni e imperi, senza perdere la propria identità culturale e religiosa.

Aldo Ferrari insegna Lingua e letteratura armena nell’Università Ca’ Foscari a Venezia. Tra i suoi ultimi libri, ha pubblicato “Breve storia del Caucaso” (Carocci, 2007), “Quando il Caucaso incontrò la Russia” (Guerini, 2015) e “L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo” (Salerno, 2019).

Nella foto: donne e bambini armeni a Baku, 1905 (Անհայտ է/Wikicommons)

La ’Narrativa’ alla Arslan (La Nazione 06.03.24)

Da Milano, dove Eugenio Montale scelse di vivere, riprendono le premiazioni delle varie sezioni in cui è articolato il ‘Premio Montale Fuori di Casa’, giunto al suo ventottesimo anno di vita. Oggi alle 18, nella sala conferenze della storica Casa del Manzoni in via Morone 1, verrà assegnato il Premio per la Narrativa alla professoressa Antonia Arslan.

Nessun’altra sede avrebbe potuto meglio ospitare la premiazione di questa scrittrice se non la dimora dove visse Alessandro Manzoni, a cui si deve la nascita del romanzo storico. Anche Antonia Arslan ha scritto importanti romanzi, che possiamo definire ‘storici’ per la serietà degli studi sul genocidio armeno, che hanno preceduto la realizzazione delle sue opere a partire da ‘La Masseria delle allodole’, di cui ricorrono i vent’anni dalla prima edizione. A lei infatti il premio verrà assegnato, come si legge nella motivazione, ‘per aver fatto conoscere in Italia e nel Mondo grazie ai suoi romanzi la verità sul primo e sistematico genocidio di un popolo: un milione e cinquecentomila armeni sterminati tra il 1915 e il 1923 a seguito dell’azione di pulizia etnica compiuta dalla furia dei Giovani Turchi. Il resto della popolazione fu islamizzato o riuscì a fuggire all’estero, come la famiglia di Antonia Arslan. Il genocidio è un fatto storico che la Turchia, ancora oggi, non vuole riconoscere’. “Ma anche un altro aspetto – afferma Adriana Beverini, presidente del ‘Premio Montale Fuori di Casa’ – lega l’opera di Antonia Arslan a quella di Alessandro Manzoni, ed è la fiducia nella Provvidenza divina che, pur tra la violenza e il dolore che attraversano il Mondo, alla fine trova il modo di manifestarsi”. La storia del genocidio armeno non è purtroppo un retaggio del passato. A corredo di tale premiazione, che volutamente si realizza a ridosso dell’8 marzo, proprio per rendere omaggio a una grande donna, e a tutte le altre donne, Massimo Capuani, viaggiatore e saggista, esporrà una delle preziose fotografie da lui scattate durante i suoi viaggi in Armenia, alla ricerca dei monasteri sopravvissuti alla furia degli anni di guerra, che ritrae la chiesa della Santa Croce sull’isola di Aghtamar del lago di Van, nella Turchia orientale. Saranno donate, a fine evento, copie di due romanzi brevi di Antonia Arslan: ‘Il destino di Aghavnì’ (Edizioni Ares) e ‘Il libro di Mush’ (Rizzoli Editore).

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ARMENIA. Yerevan abbandona Mosca per Parigi, Atene e Ankara (AgcNews 05.03.24)

L’uomo d’affari americano, investitore e attivista per i diritti umani Alexis Ohanyan è rimasto indignato per l’inerzia dell’intera comunità mondiale in relazione all’occupazione del territorio dell’Armenia da parte dell’Azerbaigian. “Questa occupazione sta accadendo davanti ai nostri occhi, e il mondo non sta facendo nulla”, ha scritto su X.

Nikol Pashinyan, primo Ministro armeno, non ha rilevato i fatti e ha Invece annunciato “eventi su larga scala” nell’aprile 2024. ”Ho avuto quattro visite internazionali a febbraio. Anche marzo sarà molto attivo e per aprile sono previsti eventi su larga scala. Credo che tutto questo accadrà”, ha detto in parlamento il primo Ministro armeno. “Sapete, la CSTO, invece di adempiere ai propri obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia, al contrario, crea problemi di sicurezza per l’Armenia”, ha detto Pashinyan.

Sempre in materia si apprende che Edmon Marukyan è stato sollevato dall’incarico di Ambasciatore dell’Armenia con incarichi speciali. In precedenza aveva scritto una lettera di dimissioni a causa di opinioni divergenti con il capo dello Stato sulle questioni di politica estera. E negli stessi giorni Artur Gasparyan è stato nominato capo del Servizio di Sicurezza dello Stato della Repubblica d’Armenia.

Il 3 marzo i capi del Ministero della Difesa di Armenia e Grecia hanno discusso della cooperazione trilaterale con la partecipazione di Cipro. Lo ha affermato il capo del ministero della Difesa armeno, Suren Papikyan, al termine di un incontro con il suo omologo greco Nikos Dendias a Yerevan. “Abbiamo accennato alle possibilità di cooperazione in formato multilaterale con altri paesi amici che aderiscono agli stessi valori”, ha affermato Suren Papikyan. Dendias, a sua volta, ha osservato che la parte greca ha una nuova componente legislativa che promuove la crescita della ricerca e dell’innovazione militare. “Saremo molto felici se le aziende armene interessate prenderanno parte a questo ecosistema”, ha aggiunto Dendias.

Stessa scena, ma il 4 marzo con novità: il ministro della Difesa nazionale greco Dendias ha ritenuto possibile una cooperazione quadrilatera tra Armenia-Grecia-Francia-India. A darne notizia il ministro greco in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo armeno Suren Papikyan a Yerevan. “Abbiamo creato una cooperazione di difesa trilaterale di successo tra Armenia, Grecia e Cipro. Ma potrebbero esserci altre tripartizioni e o relazioni quadrilatere con Francia e India, con paesi importanti, potenze importanti, amici comuni molto influenti di Armenia e Grecia”, ha detto il ministro.

A monitorare da vicino le scelte dell’Armenia il vicino Iran. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Nasser Kanani ha nuovamente toccato la questione del “corridoio” e del cambiamento dei confini nella regione. “Ci opponiamo a qualsiasi cambiamento geopolitico che modificherà i confini internazionali nella regione e abbiamo ripetutamente affermato la nostra posizione su questo argomento”, ha affermato Kanani. “La posizione dell’Iran su questo tema è stata espressa più volte. Ci sono stati e non ci saranno cambiamenti in questa materia”. Ha osservato che le relazioni tra Iran e Armenia sono costruttive e basate su interessi comuni di sicurezza regionale, rafforzando la stabilità e la sicurezza nella regione.

Ma Yerevan sembra ignorare la parole di Teheran e flirta con la Turchia che proprio amica della Grecia non è e ha annunciato di essere pronta a normalizzare completamente le relazioni con la Turchia. A darne notizia in un’intervista alla CNN turca il rappresentante speciale di Yerevan per la normalizzazione delle relazioni con Ankara, il vicepresidente del parlamento della RA, Ruben Rubinyan. “Oggi non vediamo alcun ostacolo alla completa normalizzazione delle relazioni con la Turchia, delle relazioni diplomatiche, e siamo pronti oggi ad aprire la frontiera, ha detto. Secondo Rubinyan, l’Armenia attende su questo tema la volontà politica della Turchia. Si sottolinea che la Turchia ha appoggiato l’Azerbaijan nella II guerra del Nagorno Kharabak. 

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L’Armenia sotto il governo di Pashinyan continua ad allontanarsi dalla Russia (Marx21)

Eurovision: Rosa Linn ottiene il quarto platino con “Snap” (Eurofestival 04.03.24)

Continua a non fermarsi la corsa di Rosa Linn. L’artista armena raggiunge il quarto disco di platino in Italia con il suo brano eurovisivo “Snap“.

La canzone, che all’Eurovision 2022 l’ha portata al 20° posto in finale in rappresentanza dell’Armenia, continua a ribadire di essere il più grande successo non italiano uscito dalla competizione da quando l’Italia è rientrata in gara, vale a dire nel 2011.

Ciò a seguito della capacità del pezzo di diventare virale attraverso TikTok, aspetto che ha dato una spinta immensa alla sua popolarità, nata – in ogni caso – attraverso la partecipazione di Rosa Linn proprio all’Eurovision 2022.

La popolarità di Rosa Linn

Continua anche l’ormai celebre rincorsa di “Snap” ad “Arcade”, l’ormai storica primatista di ascolti su Spotify per quanto riguarda l’Eurovision. La canzone di Duncan Laurence, vincitrice per i Paesi Bassi nel 2019, assomma ad oggi oltre un miliardo e 122 milioni di stream, mentre Rosa Linn con il suo successo sta arrivando vicino ai 940 milioni.

Ribadiamo, naturalmente, che per entrambe le canzoni si tratta delle versioni originali, senza dunque aggiungere featuring o remix vari (il secondo caso riguarda soprattutto Rosa Linn; per Duncan Laurence c’è da registrare la versione con la partecipazione di Fletcher).

Di “Snap”, inoltre, esiste la versione in cui interviene, in lingua italiana, Alfa, che abbiamo visto al recente Festival di Sanremo con “Vai!“.

L’Eurovision e le certificazioni FIMI oltre Rosa Linn

A proposito di Eurovision, vanno rimarcate le altre certificazioni raccolte dalle canzoni del concorso da quando l’Italia è tornata in gara (si parla, chiaramente, di canzoni non portate dal nostro Paese):

  • Duncan Laurence – Arcade (Paesi Bassi 2019, vittoria a Tel Aviv e disco d’oro raggiunto il 2 agosto 2021)
  • Loreen – Tattoo (Svezia 2023, vittoria a Liverpool e disco d’oro raggiunto il 28 agosto 2023)
  • Loreen – Euphoria (Svezia 2012, vittoria a Baku e disco d’oro raggiunto nella prima settimana del 2013)
  • Alessandra – Queen of Kings (Norvegia 2023, 5° posto a Liverpool e disco d’oro raggiunto il 26 febbraio 2024

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Cosa è successo, di cosa si è parlato, al Sinodo della Chiesa Cattolica Armena (ACIStampa 05.03.24)

Nel comunicato finale del Sinodo della Chiesa Cattolica Armena, si parla anche di una “profonda preoccupazione per l’attuale situazione politica, bellica, economica e fatale in Medio Oriente, Terrasanta, Armenia e Artsakh”. E non poteva essere altrimenti, per i responsabili di una Chiesa sui iuris con sede in Libano, e che dunque vive sulla sua pelle non solo le preoccupazioni della regione, ma anche il peso di un popolo in diaspora, quello armeno.

Il Sinodo della Chiesa Cattolica Armena si è riunito a Roma dal 26 al 29 febbraio, e ha incontrato Papa Francesco il 28 febbraio. Tra gli appuntamenti, anche la ricognizione della salma del Cardinale Pietro Agagianian, di cui si è aperta la fase diocesana della causa di beatificazione nel 2022.

Quali le conclusioni del Sinodo? Prima di tutto, di dare nuovo slancio e nuovo orizzonte alla formazione, coinvolgendo in particolare i laici, e rilanciare congiuntamente la Chiesa Cattolica Armena e le sue opere. Quindi, di coordinarsi maggiormente.

Importante la decisione di creare strutture ecclesiastiche e giuridiche adeguate per affrontare la questione, e per questo sono stati eletti leader e responsabili, alcuni già approvati dalla Santa Sede.

Il 27 febbraio, si è ricordato san Gregorio di Narek, con una liturgia presieduta dal Patriarca Minassian, mentre l’omelia è stata affidata al Cardinale Claudio Gugerotti, che ha parlato della ricchezza di San Gregorio di Narek.

Il 23 febbraio è invece terminata l’indagine regolare sul Cardinale Pietro Agagianian, sono stati rimossi i sigilli dalla bara con le reliquie, e sono state collocate le reliquie nella cappella di San Gregorio Illuminatore nella chiesa di san Nicola di Tolentino.

Durante la celebrazioni sono stati firmati i documenti che concludono la ricognizione del corpo.

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I vescovi armeno cattolici: preoccupati per la Terra Santa e il Nagorno Karabakh (VaticaNews 05.03.24)

Vatican News

“Fatali sorti” si legge nel comunicato finale e l’espressione racconta bene la “profonda preoccupazione” nutrita per le conseguenze che la crisi mediorientale potrebbe causare. Dopo i giorni del Sinodo armeno cattolico, celebrato a Roma tra il 26 e il 29 febbraio scorsi, i vescovi hanno emesso una nota affermando di aver lavorato per offrire “risposte concrete e unitarie alle sfide” generate dalla crisi in Terra Santa.

Le decisioni per la diaspora

Il comunicato elenca anche la serie di provvedimenti adottati nel corso della riunione sinodale, a partire dall’impulso per il settore della formazione, “includendo e coinvolgendo” nel processo “soprattutto anche i fedeli laici” per ravvivare assieme a loro “la Chiesa Armena Cattolica e le sue istituzioni”. Tra le altre decisioni figura quella riguardante la diaspora, che mira a creare all’interno dei Paesi dove vi siano comunità armene delle “adeguate strutture ecclesiastiche e giuridiche, per meglio venire incontro” alle loro “esigenze spirituali ed educative”. E qui la nota riferisce dell’elezione dei pastori e dei responsabili di queste nuove strutture, “alcuni hanno già ricevuto il consenso da parte della Santa Sede”, mentre per altri è in corso il processo di approvazione”.

Altri punti esprimono la gioia per l’udienza del Patriarcato armeno cattolico con il Papa nei giorni dei lavori a Roma e per la solennità del 27 febbraio, quando molti fedeli armeni e non solo hanno preso parte alle celebrazioni per San Gregorio di Narek. La prossima riunione, conclude la nota, è stata fissata dal 7 all’11 ottobre 2025.

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Premio Montale Fuori di Casa per la Narrativa 2024 a Antonia Arslan (Osservatorio Balcani e Caucaso 04.03.24)

Cerimonia di assegnazione alla scrittrice e saggista italiana di origine armena Antonia Arslan del Premio Montale Fuori di Casa per la Narrativa, per aver fatto conoscere in Italia e nel mondo grazie ai suoi romanzi la verità sul primo e sistematico genocidio degli armeni

Cerimonia di assegnazione a Antonia Arslan del Premio Montale Fuori di Casa per la Narrativa.

Viene assegnato ad Arslan il premio, come si legge nella motivazione, «per aver fatto conoscere in Italia e nel mondo grazie ai suoi romanzi la verità sul primo e sistematico genocidio di un popolo: un milione e cinquecentomila armeni sterminati tra il 1915 e il 1923 a seguito dell’azione di pulizia etnica compiuta dalla furia dei Giovani Turchi. Il resto della popolazione fu islamizzato o riuscì a fuggire all’estero, come la famiglia di Antonia Arslan. Il genocidio è un fatto storico che la Turchia, ancora oggi, non vuole riconoscere».

Saluti di:

Mauro Novelli, presidente Centro Nazionale Studi Manzoniai

Massimo Capuani, consulente culturale “Premio Montale Fuori Casa”

Introduce: ALice Lorgna, communication & PR manager “Premio Montale Fuori Casa”

Dialogano con Antonia Arslan:

Adriana Beverini, presidente “Premio Montale Fuori Casa”

Giovanni Gazzano, responsabile di “Luoghi dell’Infinito” e presidente FOndazione Crocevia

Coordina Alessandro Zaccuri, direttore della comunicazione Università Cattolica del Sacro Cuori

Copie di libri della premiata saranno offerti in dono al pubblico

INFO:

Casa Manzoni

web: https://www.casadelmanzoni.it/

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Perché sia l’America sia la Russia coccolano il dittatore Aliyev? (Tempi 04.03.24)

Che gioco stanno facendo le due grandi potenze che guardano il Caucaso? Perché sia l’America sia la Russia coccolano l’Azerbaigian?

1) Cop29, il grande concistoro mondiale sul clima, si terrà a Baku il prossimo novembre. Informa Lindsey Snell che il segretario di Stato americano Antony Blinken ha dichiarato, con enorme soddisfazione del dittatore azero Ilham Aliyev, che «gli Stati Uniti “supportano con forza” l’Azerbaigian che ospita la Cop29. Blinken ha sostenuto di continuare gli aiuti militari statunitensi intrapresi durante il suo brutale blocco del Nagorno-Karabakh (anche se l’Azerbaigian non sembra avere problemi a procurarsi da sé miliardi di dollari in armi da Israele)». Il monito dei mesi scorsi all’Azerbaigian dov’è finito?

2) Kamil Zeynalli, famoso fitness trainer azero, è stato arrestato il 21 febbraio a Mosca su mandato di cattura internazionale. È stato filmato mentre taglia la testa a un vecchietto armeno inerme. Ha organizzato bande di azeri che danno la caccia ad armeni in Russia. È bastata la protesta del governo di Baku, poche ore di mobilitazione dei media, e l’uomo è stato trasferito subito in patria dove è stato accolto come un eroe. Intanto l’Azerbaigian ha riscosso nuove forniture di gas dalla Russia. Cedutegli a basso prezzo e rivendute con enorme lucro all’Europa.

Se fossi un rapper a Sanremo

Che dire? Quel vecchietto conta meno di una bombola di gas? Per l’Italia e il nostro governo senz’altro, come per la Russia. In che cosa siamo diversi? E Biden, perché vellica il tiranno anticristiano? Ha scelto l’asse con la Turchia?

Oggi mi trovate un po’ arido. La disillusione in me, e in noi molokani, è in lotta perenne con la visione dei volti di giovani incantevoli e vecchie rugose che esprimono desiderio assoluto di pace inondando di bellezza il mondo, persino più forti e più durevoli (sto bestemmiando?) del genocidio, cioè dell’azzeramento totale della popolazione legata da comune identità, che è stato conseguito tramite deportazione con semina di svariati morti dall’Artsakh (il Nagorno-Karabakh del linguaggio ufficiale). Il male assoluto credo sia sconfitto dal crepuscolo della Pasqua che getta i raggi luminosi del Risorto sui vivi e sui morti armeni. L’Ultimo Giorno? Sì, ma i suoi baluginii di dolorosa gloria esistono già ora.

I turchi ottomani nel 1915 non erano riusciti a purificare questo territorio caucasico dal cristianesimo armeno, hanno dovuto accontentarsi di masticare con le loro mandibole di cannibali un milione e mezzo di miei fratelli dell’Anatolia, dal monte Ararat fin quasi ad Aleppo in Siria. Con l’Artsakh ci sono riusciti i turcomanni di Aliyev. E hanno potuto farlo, non mi stanco di ripeterlo, con il concorso occidentale. Non ho il diritto di interrompere il toc toc toc. E ancora toc. Questa goccia mi batte in testa, me la buca. Come vorrei che incidesse sul cranio dei governanti e dei popoli.

Ah, se fossi un rapper o un trapper buono per Sanremo scatenerei una mitragliatrice di parole in rime metropolitane, alzando un’onda di verità, restituendo voce ai tanti martiri e ai sopravvissuti, perché possano rientrare in possesso di quell’inizio di paradiso che un giorno abitarono. Sono 101 mila i profughi d’Artsakh ora sparsi nella Repubblica armena.

Le elezioni farsa

Interessano a qualcuno i risultati delle elezioni in Azerbaigian? A me. Non che credessi al miracolo di un ribaltamento che abbattesse il dittatore e la sua dinastia inossidabile. Speravo però che per una volta uscisse un numero che permettesse di giocarmelo al lotto. Niente da fare: 92 per cento. Aliyev ha battuto se stesso. Fantastico. È al quinto mandato.

C’erano sei candidati alle elezioni, in rappresentanza di 23 partiti. Tutti hanno dichiarato di desiderare la vittoria di Aliyev, il quale ha indetto elezioni anticipate per consacrare la nuova era. Quella inaugurata dalla conquista dell’Artsakh-Nagorno-Karabakh.

Oggi, e giustamente, tutti dicono parole tremende su Putin per l’assassinio in gulag dell’oppositore Navalny. Invece baci e abbracci per Aliyev che tiene in carcere non solo 55 prigionieri politici armeni, ma centinaia di azeri coraggiosi nemici del tiranno. Fino a quando?

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Chi era Paolo Taviani: dagli armeni ai carcerati, fu la coscienza della sinistra (L’Unità 03.03.24)

Paolo Taviani, che se n’è andato nei giorni scorsi novantunenne, ha rappresentato insieme al fratello Vittorio certamente la coppia più esemplare del cinema d’autore del nostro dopoguerra. Toscani di San Miniato, i due fratelli, i-Taviani.

Nominalmente indistinguibili l’uno dall’altro. Quale Vittorio? Quale Paolo? A loro si deve dapprima un cinema “civile” e insieme, diciamo pure, “di poesia”, problematico, colmo di citazioni antiche, e ancora intriso, intarsiato, intessuto di “realismo magico”. Talvolta anche didattico, letterario, dichiaratamente calco di un arazzo romanzesco.

Ai miei occhi, occorre dire che Paolo Taviani, diversamente dal fratello residente giù a valle, a Trastevere, aveva il volto del vicino di casa, Monteverde Vecchio, il Gianicolo, l’edicola di via Giacinto Carini, non lontano dall’abitazione già appartenuta a Pier Paolo Pasolini, lì si aveva modo di incontrarlo al mattino, diligente nell’acquisto dei quotidiani, preghiera laica consacrata da Hegel.

Se, iconicamente, Vittorio c’era modo di associarlo per antonomasia visiva a un berretto da “teppista” majakovskiano, Paolo, meno esile del maggiore, rispondeva sempre visivamente agli occhiali, la montatura ampia, a coprire quasi per intero lo sguardo, punteggiatura d’arredo somatico.

Se, come detto, si faceva fatica a distinguere il nome di battesimo dell’uno dal nome dell’altro, il loro cinema non ha mai dato sensazione di possibili conflitti dialettici tra loro, anzi, suggeriva un’armonia estetica e formale perfetta; poche le obiezioni anche in sede di sceneggiatura, quasi che i-Taviani, “fratelli”, aderissero allo stesso intento narrativo come sfere al cuscinetto.

Ripensandone gli esordi torna in mente un’opera singolare e formalmente frastagliata, allegoricamente “politica”, cioè I sovversivi del 1967 dedicato agli “astratti furori” rivoluzionari, girato nei giorni dei funerali di Togliatti, il lavoro includeva frammenti di pellicola originali delle esequie del leader comunista; realizzate in prima battuta per il Partito comunista italiano.

Nel film compare, giovanissimo, Lucio Dalla, studente, ora a bordo di una Fiat 1500 a leggere palindromi, ora a utilizzare i biglietti da visita del diploma appena conseguito per comporre bizzarre lettere anonime: il pensiero e il sentimento della rivoluzione attesa o forse mancata a illuminare lo straordinario bianco e nero fotografico proprio di una soglia, il passaggio a un mondo non ancora in quadricromia, l’Italia al mattino del centrosinistra.

Nel cinema di Paolo (e Vittorio) c’era modo di rintracciare echi brechtiani e poi le prevedibili sirene della Nouvelle Vague di Godard, e ancora interesse drammaturgico per il racconto dell’epopea risorgimentale, nell’attesa delle prime bandiere rosse che Pisacane avrebbe sollevato insieme alla sua sciabola di nobile “traditore” della propria classe sociale.

Oppure il racconto della resistenza nel paesaggio pittorico di una Toscana trasfigurata a sua volta in se stessa, con echi da “Battaglia di San Romano” di Paolo Uccello e perfino da Termopili trasfigurate, così nella scena cruenta del fascista trafitto da una pioggia di lance.

Certo, talvolta era possibile anche rintracciare una certa discontinuità nella loro mano, almeno ripensando a Good morning Babilonia del 1987, dove venivano tuttavia omaggiate le maestranze del cinema giunte dalla Toscana fino a Hollywood, quasi che gli scalpellini delle chiese romaniche si fossero poi trasformati in scenografi per la Cleopatra di Theda Bara

Ecco, notate, è difficile parlandone disgiungere la memoria di un fratello rispetto all’altro, era infatti come se avessero avuto un unico sguardo, punto di osservazione, lo stesso occhio-grandangolo. Gli dobbiamo, con Kaos, d’avere finalmente concesso una bella prova d’autore a Franchi e Ingrassia; ricordo con i miei occhi quanto il primo, Franco, il “comico” della coppia, fosse grato all’altra coppia, a i-Taviani.

Nella lunga sua avventura di regista, Paolo ha vinto 5 David di Donatello. Sessanta anni nel corso dei quali ha diretto, tra gli altri, La masseria delle allodole, Una questione privata, La notte di San Lorenzo. Nel 2012 il premio come miglior regia al David di Donatello per il film Cesare deve morire.

Da Sotto il segno dello Scorpione (1969) a San Michele aveva un gallo (1971) ad Allonsanfàn (1974); poi Fiorile (1993); Le affinità elettive (1996), Tu ridi (1998). Nella filmografia spicca però Padre padrone (1977), tratto dal libro dello scrittore sardo Gavino Ledda, vincitore della Palma d’Oro e del Premio della Critica al Festival di Cannes. Del 2007 è La masseria delle allodole, tratto invece dal romanzo di Antonia Arslan, il racconto del genocidio del popolo armeno da parte dei Turchi nel 1915.

Allonsanfàn (1974), facendo macchina indietro rispetto ai giorni dell’addio corale a Togliatti, racconta, restituisce i giorni della Restaurazione, le illusioni perdute e insieme tradite dell’impeto rivoluzionario ancora una volta, il tema della coscienza politica davanti al macigno, alle frane della storia, il tormento degli insorti sconfitti, esiliati, la tradimento della classe proletaria: tutto riassunto nel volto di Marcello Mastroianni, accanto a lui Laura Betti, Lea Massari, Giulio Brogi e Renato Scarpa.

Sarà però con Padre padrone, dalla testimonianza autobiografica di Gavino Ledda, un ex pastore sardo diventato scrittore e filologo, che, era il 1977, i-Taviani troveranno interesse e fama internazionale, ottenendo la Palma d’Oro e al Premio della Critica al Festival di Cannes. Verrà poi l’Orso d’Oro a Berlino 2012 con Cesare deve morire.

La tragedia di William Shakespeare fatta propria dagli attori- detenuti del carcere di Rebibbia. Ancora una volta ai fratelli verrà riconosciuta la cifra dell’impegno sociale e nella qualità cinematografica, ottenendo anche il David di Donatello per il miglior film e il David di Donatello per il miglior regista. Nel 2017 sono tornati al cinema, per l’ultima volta in coppia, con il film Una questione privata, tratto dal romanzo di Beppe Fenoglio, presentato in anteprima al Festival del Cinema di Roma.

Paolo Taviani è morto a Roma dopo una breve malattia, a stargli vicino la moglie Lina Nerli Taviani e i figli Ermanno e Valentina. Lunedì 4 marzo la cerimonia laica funebre alla Promototeca del Campidoglio dalle 10 alle 13. Con Paolo Taviani se ne va un’epoca, lo sbalzo di un cinema che non indietreggiava di fronte alla complessità dell’epica letteraria e neppure davanti al peso della storia.

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