L’Armenia e la sua crisi umanitaria alle porte d’Europa (Metropolitanmagazine 22.01.24)

Parliamo oggi della complessa situazione in Armenia e le sue sfide più complesse, tra cui il conflitto del Nagorno Karabakh che sta portando ad una crisi umanitaria le cui conseguenze, forse, arriveranno alle porte dell’Europa.

Purtroppo non se ne parla abbastanza. L’Armenia, nel contesto storico e politico del Caucaso, ha affrontato sfide difficili tra cui il conflitto del Nagorno Karabakh. Quest’area a maggioranza armena è stata al centro di tensioni, culminate nel 2020 con un violento scontro tra Armenia e Azerbaigian, portando a un accordo di cessate il fuoco con il coinvolgimento della Russia.

Ma l’Armenia, situata appena a sud della vasta catena montuosa del Caucaso, è da tempo il punto focale di una serie di conflitti e tensioni. Ma le notizie attualmente sono preoccupanti. Più di 120 mila armeni, tra cui 30 mila bambini, hanno abbandonato il Nagorno Karabakh, costituendo quasi l’intera popolazione. La situazione umanitaria è critica, dopo mesi di assedio senza accesso a acqua e cibo.

Per capire meglio la situazione in Armenia serve un po’ di background:

L’Armenia, situata nel Caucaso meridionale, ha una storia complessa e antica, caratterizzata da periodi di dominio e influenze persiane, bizantine, mongole e ottomane. Nel 1918, l’Armenia dichiarò la sua indipendenza, ma presto prese pare in conflitti territoriali e subì la spartizione tra l’Impero Ottomano e l’Unione Sovietica. Nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’Armenia ottenne l’indipendenza.

Il Nagorno Karabakh è una regione montuosa a maggioranza etnica armena, situata all’interno dell’Azerbaigian. Dopo il crollo dell’URSS, scoppiarono tensioni etniche e conflitti tra armeni e azeri nella regione. Nel 1994, un cessate il fuoco pose fine alla guerra, stabilendo il controllo de facto dell’Armenia sul Nagorno Karabakh.

Invece nel 2020, il Nagorno Karabakh è tornato al centro dell’attenzione a causa di un violento conflitto tra Armenia e Azerbaigian. Nel novembre dello stesso anno, vediamo un accordo di cessate il fuoco dalla Russia, che ha portato al ritiro delle forze armene dalla regione. Questo accordo ha anche stabilito il dispiegamento di truppe di pace russe nella zona.

Cosa sta succedendo ora?

Attualmente, molte terre sono sotto il controllo degli azeri, e numerose città sono state evacuate e oggetto di saccheggi. Luoghi di culto, soprattutto chiese, sono stati trasformati in moschee; monumenti e croci sono stati demoliti. Sembra esserci un tentativo in corso di riscrivere la storia, cancellando ogni traccia armena dalla regione. Questi eventi si svolgono sotto l’occhio indifferente della comunità internazionale.

 “Il mondo deve fermare tutto questo. Non è possibile che gli interessi siano più importanti della giustizia. Non è giusto rimanere in silenzio”.

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Nagorno Karabakh, c’è ancora molto da fare (Osservatorio Balcani e Caucaso 22.01.24)

La fine del Nagorno Karabakh armeno, dopo gli sconvolgimenti che hanno interessato la regione nel 2023, non ha messo fine alle questioni aperte, sia per la regione contesa che nei rapporti travagliati tra Armenia e Azerbaijan. Una panoramica su situazione attuale e sfide future

22/01/2024 –  Marilisa Lorusso

Per il Nagorno Karabakh si entra nel nuovo anno con il fardello di un 2023 sconvolgente. Da un lato c’è il territorio di quella che è stata la repubblica secessionista armena dell’Artsakh, che si va ripopolando di cittadini azeri con il cosiddetto “grande ritorno”. Nel frattempo, si continuano a trovare armi  .

La riappropriazione del territorio da parte del governo di Baku passa per la messa in sicurezza, per il ripopolamento e, purtroppo, anche attraverso la rimozione della memoria dei precedenti residenti. Sono circolate immagini  della distruzione e della profanazione delle tombe del memoriale dei soldati armeni caduti durante le guerre del Karabakh.

A febbraio in quella che ora è chiamata la zona economica del Karabakh si voterà. In Azerbaijan si tengono infatti, a sorpresa, le elezioni presidenziali anticipate il prossimo 7 febbraio. Sette i candidati, esito scontato a favore dell’attuale capo di stato Ilham Aliyev. Saranno ridottissime le missioni di monitoraggio, l’Unione Europea non parteciperà ad elezioni assolutamente non competitive che appaiono più un rituale che un atto di esercizio di diritti politici e democrazia.

In Karabakh ci saranno ventisei seggi  e 22.000 votanti, composti da 3.700 residenti e 18.000 lavoratori dislocati nell’area, impiegati nel settore edilizio e delle infrastrutture e coinvolti nel “grande ritorno” .

I karabakhi armeni

Dall’altro lato del confine restano gli ex abitanti del Karabakh, i 101.000 armeni circa che si trovano ora in Armenia. Lo stato di protezione temporanea è stato loro garantito da Yerevan come rifugiati, ed è rinnovabile su base annua. Sono state semplificate le procedure per ottenere la cittadinanza e il governo armeno ha recentemente attivato un training per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro degli sfollati.

Secondo l’Armenia sono ancora 55 gli armeni detenuti come prigionieri di guerra, ma per Baku sarebbero invece 23. Sempre stando ai dati armeni  , 223 persone, di cui 25 civili, sono state uccise a seguito nell’offensiva del 19-20 settembre 2023. Altre 244 persone sono rimaste ferite, tra cui 76 civili.

Risultano ancora disperse 20 persone, tra cui 5 civili. Sarebbero stati documentati oltre 20 casi di profanazione di corpi. La grande fuga dal Karabakh ha avuto un suo ulteriore drammatico conteggio: oltre 70 morti nei pochi e drammatici giorni che hanno portato allo svuotamento della regione, oltre alle circa 270 vittime dell’esplosione di un deposito di carburante.

Il governo e le strutture statuali della repubblica di Artsakh, che avrebbero dovuto disciogliersi al primo gennaio 2024, sono rimaste in essere. Il presidente de facto Samvel Shahramanyan ha annullato il decreto sullo scioglimento  e rimane non chiaro come e cosa verrà fatto dagli organi di questo stato de facto scomparso, il cui parlamento si sarebbe riunito in sessione segreta a fine anno.

Le osservazioni sui Diritti Umani

Il Consiglio d’Europa (Coe), organizzazione di cui sia l’Azerbaijan che l’Armenia fanno parte, ha pubblicato le “Osservazioni sulla situazione dei diritti umani della popolazione colpita dal conflitto fra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno Karabakh  ”, frutto del viaggio della Commissaria per i Diritti Umani Dunja Mijatović, effettuato dal 16 al 23 ottobre 2023. La visita ha toccato Armenia, Karabakh e Azerbaijan e aveva lo scopo di identificare una roadmap per indicare le priorità nel percorso di riconciliazione.

Il rapporto offre uno spaccato della situazione nella regione nell’autunno 2023, con il Karabakh già svuotato dalla popolazione armena. Si articola in una ricostruzione delle cause della fuga, riassunte come la combinazione “di paura radicata per la propria vita e il proprio futuro durante le escalation armate e il controllo dell’Azerbaijan derivante da precedenti atrocità irrisolte e atti intimidatori in corso, il senso di abbandono da parte di tutti gli attori interessati, comprese le autorità de facto e le forze di pace russe, l’alto livello di vulnerabilità sperimentato durante il blocco e l’improvvisa riapertura del corridoio di Lachin alla fine di settembre 2023”, che hanno portato i locali ad un esodo in massa ed improvviso.

Si ripercorrono poi le condizioni nel paese di arrivo, l’Armenia, le questioni del diritto al ritorno e gli obblighi dell’Azerbaijan in merito, della bonifica del territorio da mine ed esplosivi, dei prigionieri di guerra e di quanti mancano all’appello, delle violazioni del diritto umanitario.

Si esorta a far accedere al territorio organizzazioni di tutela dei diritti umani e l’impegno ad una autentica riconciliazione, mettendo da parte la retorica dell’odio, che è stata molto attiva per trent’anni e che non è andata stemperandosi dopo il conflitto, continuando ad essere uno dei principali nemici del processo di pace.

Pace o terre irridente

Al rapporto ha risposto il ministero degli Esteri dell’Azerbaijan  . Il ministero prende nota che la Commissaria riconosce che questa è stata la prima visita del Coe, che mai aveva avuto accesso al Karabakh nel periodo di secessionismo armeno. Il ministero, sottolineando quindi che l’Azerbaijan si sta dimostrando collaborativo, ritiene che il report della Commissaria confermi che non vi sia stata pulizia etnica, che infatti non viene menzionata come tale, anche se in più punti del rapporto si ricorda il clima di intimidazione e le oggettive minacce per la sicurezza poste sia dal lungo blocco che c’era stato sia dall’attività militare.

L’Azerbaijan continua a respingere l’accusa di aver attivato un blocco di nove mesi nel periodo precedente all’attacco, appellandosi ai diritti di sovranità ed amministrazione del proprio territorio, che ritiene di aver legittimamente esercitato su Lachin.

Baku si compiace che trovino eco nel report le proprie valutazioni sull’impatto di lungo termine del conflitto per distruzione di infrastrutture e per la questione delle mine, annoso problema che travaglierà probabilmente la regione per altre tre decadi, e altresì che venga riconosciuto che ha attivato dei meccanismi istituzionali e concreti per il reintegro degli armeni che – su base volontaria – hanno deciso di tornare o che sono rimasti in Karabakh.

Il governo azero esprime invece rammarico per il fatto che la posizione degli sfollati azeri non ha trovato sufficiente posto nel report, in particolare “che gli incontri della Commissaria con i sopravvissuti al genocidio di Khojaly perpetrato dall’Armenia, così come con i membri della comunità azera occidentale espulsi dalle loro case nell’Armenia moderna, non siano stati ripresi nel rapporto. Ciò avrebbe garantito una riflessione accurata sulla visita della Commissaria, nonché un approccio più completo alle questioni relative ai diritti umani che il rapporto intendeva trattare, compreso il diritto al ritorno. Ciò è di particolare importanza, poiché la stessa Commissaria ribadisce nelle sue osservazioni che tutte le persone sfollate a causa del conflitto di lunga durata hanno il diritto di tornare alle proprie case o ai luoghi di residenza abituale, indipendentemente dal fatto che siano state sfollate all’interno o oltre frontiera.”

Il cosiddetto “Azerbaijan occidentale” e la sua comunità restano intanto uno dei cavalli di battaglia di Baku nella attuale negoziazione con Yerevan. Gli azeri sfollati dall’Armenia, da territori che secondo il presidente Aliyev sono storicamente azeri, inclusa la stessa capitale Yerevan, dovrebbero poter ritornare, avere diritti culturali e linguistici salvaguardati non meno degli armeni che volessero rientrare in Karabakh.

Certo, definire l’Armenia come Azerbaijan occidentale non è affatto nello spirito di quella riconciliazione tanto auspicata dal Consiglio d’Europa e suona più di ambizioni revansciste territoriali che di pace.

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Cari adoratori del grande Kapuściński, rileggetevi cosa scriveva sul Nagorno-Karabakh (Korazym 21.01.24)

Il giornalista e scrittore polacco Ryszard Kapuściński ( (Pińsk, Polonia orientale, oggi Bielorussia, 4 marzo 1932 – Varsavia, 23 gennaio 2007) è ostinatamente “quasi censurato”. Si vedano i suoi giudizi sui Fratelli musulmani. O la vicenda di Gallina Vasilevna Starovojtova (Chelyabinsk, 17 maggio 1946 – San Pietroburgo, 20 novembre 1998 [QUI]), deputata sovietica ed etnografa russa nota per il suo lavoro nella protezione delle minoranze etniche e nella promozione delle riforme democratiche in Russia, uccisa a colpi di arma da fuoco nel suo condominio, che rese possibile a Kapuściński di raccontare dell’Artsakh.

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.01.2024 – Renato Farina] – Gallina Vasilevna Starovojtova! Mi ero dimenticato di questa donna. Mi era apparsa, presenza secondaria e fugace, in un libro di Ryszard Kapuściński del 1995, dove si parlava del Nagorno-Karabakh (in lingua materna, Artsakh). Molto più importante di Galina mi apparve subito l’autore del testo intitolato “La trappola”. Un racconto bellissimo. Giornalismo puro, e sporco di vita, così gonfio di realtà che invece di studiare i personaggi veri che transitavano per quelle pagine, mi ero innamorato dell’inviato speciale arrivato a Stepanakert e che aveva messo in bottiglia e gettato nell’oceano dell’umanità la strepitosa memoria di quel piccolo popolo, “destinato all’annientamento”.

Annientamento? Aveva scritto proprio così Kapuściński: “Gli abitanti del Nagorno lo sono”. Tutto già allora congiurava contro questi Armeni del Bosco Oscuro.  “Uno dei posti più belli del mondo, qualcosa come le Alpi, i Pirenei, il Rodope, Andorra, San Marino e Cortina d’Ampezzo messi insieme. Un cobalto fondo e trasparente. Lo smeraldo intenso. Un’aria cristallina”. Una bellezza pronta per essere sgozzata.
Non sto allontanandomi dal dolore attuale dei centomila Armeni cacciati via dalla propria terra per gettarmi nella letteratura. Ma non ho la forza di disperdere inchiostro nelle effimere cronache di avvicinamenti e allontanamenti diplomatici tra i governi di Armenia e Azerbajgian. Non ho cuore di trafiggervi con interviste spaventose per cinismo di ministri italiani che si rallegrano perché giustizia è fatta, e con l’occupazione il diritto internazionale ha trionfato sui deboli e i vinti.

Condividerle con voi mi parrebbe parte della congiura del silenzio, un analgesico omeopatico per lasciar scivolare la tragedia nell’ovatta delle cose secondarie e sentirsi a posto.

Ma sì. Genocidiuccio di un popoluccio, che sarà mai? Mi faccio schifo da solo a usare queste parole infami. Ma è il modo con cui infilo una spina sotto la mia unghia, e magari la vostra, per saltare su. Galina Starovojtova dove sei? Torna a Stepanakert per favore. Ma non può, l’hanno uccisa!

Leggere Kapuściński oltre a celebrarlo

Seduto sulla riva del lago di Sevan, aspettando l’invasione turca, che arriverà, oh se arriverà, pesco in fondo all’oblio perle del Nagorno-Karabakh. Disseppellendole ho la speranza di suscitare il desiderio di preservare per l’umanità queste genti, cambiando un poco la storia dei miei fratelli e, chissà, dei loro figli e nipoti resistenti in questo Caucaso meridionale che l’inerzia occidentale ha assegna ai Turchi e al loro rinascente impero ottomano, che dal Mediterraneo si dispiegherà presto fino all’Afghanistan e oltre.
Penso: magari rileggendo le opere e i reportage sanguinanti del maggior giornalista d’inchiesta degli ultimi 50 anni, le giovani generazioni di cronisti avranno il coraggio non solo di portarne la statua sulle spalle ai festival per onorarlo, agitando il turibolo e convocando le penne mainstream tutte dello stesso giro.

È lui, l’ho già citato, è Ryszard Kapuścińsk. Cari adoratori di lui – tra cui ci sto anch’io – invece di cullarci nella sua tecnica narrativa, nella prosa che scalda l’immaginazione, proviamo a verificare se i suoi racconti e i suoi giudizi degli eventi fossero veritiere, e durevoli, traendone le conseguenze. Ho scoperto infatti che il viaggiatore polacco è ostinatamente “quasi” censurato. Non tutto, qua e là, che è il modo perfetto per falsificare una persona e la sua opera. La vera fake news non è la panzana sesquipedale, ma la “quasi verità”.

Ad esempio, nella sua ultima opera, In viaggio con Erodoto, aveva scritto testualmente: «Fratelli musulmani, un’organizzazione clandestina di fondamentalisti e terroristi islamici» (pag. 109, Feltrinelli). Questo giudizio, non maturato orecchiando qua e là qualche talk show o ricavandolo da qualche ritaglio di quotidiano, ma sperimentato in corpore vili, constatato toccando il plasma rossiccio e i corpi neri per la morte, non si trova in nessuna citazione a lui riferita. Servirebbe, eccome, per giudicare Hamas e comprenderne la natura non pro-palestinese, ma islamo- terroristica; e così per capire chi sia Erdoğan e la sua politica interna ed estera, e la stoltezza di appoggiarci in Libia a chi aveva ed ha in mano Tripoli, cioè proprio loro: i Fratelli terroristi musulmani (Kapuściński dixit). Non c’è, nelle recensioni, forse per evitare querele, o a causa della cultura woke, è stata abrasa questa frasetta.

Germogli del KGB

Nei mesi scorsi avevo ricordato quanto nel suo volume Imperium (Feltrinelli1995), reportage sul disfacimento  dell’Unione Sovietica – vissuto da Kapuściński a pelle e palle, con cuore e testa, mani e piedi -, aveva scritto sull’Azerbajgian e sulla dinastia degli Aliyev che dominava quello Stato quand’era sovietico, e ne ha conservato il controllo totalitario con l’avvento della Repubblica islamica nazionalista turco-caucasica. Aveva raccontato come questa famiglia, da cui ancor oggi compriamo gas a caro prezzo, fosse un germoglio asiatico del KGB.

Ecco ne “La trappola”, il capitolo di Imperium (Feltrinelli 2013 [QUI]) c’è Galina Storovojtova, deputata sovietica innamorata del Nagorno e della sua gente, che rischiò la vita per consentire a Kapuściński quel racconto meraviglioso. Lui scrisse solo cinque anni dopo i fatti per “non esporre a rappresaglia” chi l’aveva aiutato (pag. 195) e così salvarle la vita. Be’, l’hanno uccisa nel 1998. E chi? Il KGB. Vedi il prossimo Molokano, se non ammazzano anche me prima.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di gennaio 2024 di Tempi in formato cartaceo.

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Odersp: dal 4 all’11 settembre pellegrinaggio in Armenia e Georgia (GenteVeneta 21.01.24)

Si terrà dal 4 all’11 settembre prossimi il pellegrinaggio in Armenia e Georgia proposto dall’Odersp, l’Opera diocesana per gli esercizi spirituali e i pellegrinaggi.

L’Armenia è la prima nazione ad essersi convertita al Cristianesimo, nel 310 d.C, ed è un paese ricco di monumenti che testimoniano un’antica presenza cristiana, attraversata anche da momenti di “croce”, soprattutto nel secolo scorso.

La proposta, che certamente ha un taglio culturale di spessore, vuole essere soprattutto religiosa, con un’attenzione particolare ad aspetti legati alla fede cristiana. Oltre alle visite ai monumenti si incontreranno le comunità locali, per una testimonianza di fede viva nelle difficoltà che il popolo armeno sta vivendo, con momenti di catechesi e preghiera.

Il termine delle iscrizioni è fissato per il 29 febbraio; il viaggio si terrà con un minimo di 35 partecipanti. Per ogni informazione: www.patriarcatovenezia.it/esercizispirituali-oders/

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I cristiani in Turchia: un segno di speranza per il futuro (RiccardiAndrea 20.01.24)

Viaggio nel Paese musulmano, dove piccole comunità tengono viva la presenza di Cristo

La Turchia è un grande Paese musulmano, giovane, con 86 milioni di abitanti. Ha vissuto una storia novecentesca che ha creato lo Stato nazionale e laico con Atatürk, ma, nel XXI secolo con Erdoğan, ha messo l’islam al cuore della società. La Turchia, però, è stata terra cristiana dalle origini (si pensi alle lettere di Paolo o all’Apocalisse, ai Padri, al monachesimo e ai secoli di vita cristiana, anche sotto l’islam ottomano).

Il cristianesimo in quella terra è ormai alla fine? Fin da giovane sento con passione la realtà cristiana in Turchia, realtà più grande del loro numero. “Residuo” della storia in un Paese islamico? La “Grande Chiesa di Cristo”, il patriarcato ecumenico di Costantinopoli, con sede nel quartiere ex greco del Fanar, è una “piccola barca” che contiene frammenti del passato. Oggi gli ortodossi sono poche migliaia, ma grazie ai patriarchi, dal grande Atenagora fino all’attuale Bartolomeo – qui pulsa un cuore di unità specie tra ortodossi. Dal Vaticano II, ogni papa è venuto in visita. A Istanbul c’è la Chiesa armena (la più grande comunità cristiana in Turchia), scomparsa dall’Anatolia e segnata dal dramma delle stragi durante la Prima guerra mondiale.

Ai confini della Siria vive l’antico mondo dei siriaci, raccolti attorno ai monasteri del Tur Abdin. Una Chiesa, un tempo, un popolo in una società islamica, stretta nel conflitto tra curdi e Turchia, oggi svuotatasi con l’emigrazione. Ma i siriaci restano ancora. Un colto parroco siriaco a Mardin, 13 figli e un po’ più di cento fedeli, ortodossi e cattolici, celebra per tutti e cambia chiesa ogni volta per utilizzarle tutte.

Non lontano, a Adiyaman, nel 2011, è stata riaperta l’unica chiesa (siriaca) per concessione governativa e i cristiani sono riemersi dalla massa islamica. Le chiese del Tur Abdin, tra campagna e montagna, sono aperte e restaurate, con un siriaco come guida. Pochi monaci vivono in due monasteri aperti. Mi dice padre Gabriel: «La mia famiglia emigrava negli Stati Uniti. Volevo restare e sono entrato in monastero. La scelta è tra Dio e il benessere».

La Chiesa cattolica latina ha un rapporto particolare con turchi e immigrati: dalle chiese di Istanbul a quelle sperdute in Anatolia. Attraverso i missionari non dimentica piccole comunità, importanti ai suoi occhi.

Tenere aperta una chiesa è fedeltà ai presenti e speranza che domani ne verranno altri. In questo mondo grandeggia il ricordo del prete romano Andrea Santoro, ucciso mentre pregava nella sua chiesa di Trebisonda sul Mar Nero. Si ricorda pure il vescovo Padovese, anche lui ucciso. Santoro era li per i cristiani, ma pure per i musulmani. Spiegava così il senso della sua missione: «Io credo che ognuno di noi possa diminuire la lontananza di questi mondi». Le ridotte presenze in Turchia ricordano ai cristiani occidentali come la Chiesa sia ovunque fragile, anche in Europa. Affermava il cardinale Martini: «La perennità è assicurata alla Chiesa, non alle Chiese… la loro sopravvivenza è legata alla loro risposta». E concludeva: «Dunque la storia è seria ed è affidata a noi». In Oriente e in Occidente. In Italia come in Turchia. La storia è affidata a noi.

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 21/1/2024

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Armenia: necessità di una nuova Costituzione, per il primo ministro (Osservatorio sulla legalità

L’Armenia ha bisogno di una nuova costituzione, ha detto il primo ministro Nikol Pashinyan.

“In un paio di colloqui di lavoro con il ministro della Giustizia ho sostenuto che, a mio avviso, così come secondo alcuni miei colleghi, la Repubblica di Armenia ha bisogno di una nuova costituzione. Non di emendamenti costituzionali, ma di una nuova costituzione. Sto facendo questo opinione pubblica per avviare una discussione più ampia”, ha detto Pashinyan in un incontro con il personale del Ministero della Giustizia.

“L’Armenia dovrebbe avere una costituzione approvata dal popolo attraverso un voto, che non susciti dubbi. Questo è un altro aspetto importante legato alla legittimità”, ha osservato Pashinyan. Secondo lui, l’Armenia ha bisogno di una costituzione che la renda “più competitiva e vitale nella nuova situazione geopolitica e regionale”.

Il primo ministro ha sottolineato che il mondo sta cambiando molto rapidamente, motivo per cui è fondamentale rispondere alla domanda su come l’Armenia vede la propria sicurezza e su come garantirla. Ha osservato che una visione strategica del futuro dovrebbe basarsi sul concetto che l’Armenia “è uno stato sovrano, governato dalla legge, democratico e sociale”.

Pashinyan ha anche sottolineato la necessità di documentare il territorio e i confini dell’Armenia riconosciuti a livello internazionale. L’attuale forma parlamentare di governo si adatta meglio all’Armenia, ha aggiunto.

Nel frattempo, Pashinyan non ha fissato un calendario per lo sviluppo e l’adozione di una nuova costituzione.

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Corridoio di Zangezur: la pace fra Armenia e Azerbaigian si allontana (Scenari Economici 20.01.24)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha definito le ultime dichiarazioni del presidente azero Ilham Aliyev sulla delimitazione dei confini e sui collegamenti di transito “totalmente inaccettabili” e un “colpo” al processo di pace. 

“Prometto una ricompensa finanziaria a chiunque trovi il termine ‘corridoio Zangezur’ nell’accordo del 9 novembre”, ha dichiarato Pashinyan a un gruppo di parlamentari il 13 gennaio.
Si trattava di un riferimento ironico alla tesi dell’Azerbaigian, ribadita di recente da Aliyev, secondo cui la disposizione sull’apertura dei collegamenti di transito contenuta nell’accordo di pace mediato dalla Russia che ha posto fine alla Seconda Guerra del Karabakh del 2020 prevede un corridoio senza soluzione di continuità attraverso l’Armenia che colleghi l’Azerbaigian continentale e l’exclave di Nakhchivan, senza controlli doganali o di frontiera armeni. Per dare un’idea più chiara questo è il corridoio di Zangezur, secondo gli azeri:

Questa idea viene chiamata in Azerbaigian “corridoio Zangezur” e Baku ha spinto per questo con vari gradi di intensità dal cessate il fuoco del 2020. All’inizio dell’anno scorso sembrava aver fatto marcia indietro sulla richiesta nel contesto dei colloqui di pace.

All’inizio di ottobre, poco dopo la fulminea offensiva dell’Azerbaigian per impadronirsi dell’intero Nagorno-Karabakh, il progetto del corridoio sembrava non essere più in discussione dopo che si era aperto un percorso alternativo attraverso l’Iran. (Teheran, come l’Armenia, si oppone a gran voce all’idea del corridoio Zangezur).

La questione, che da tempo ispira i timori armeni di un’invasione azera, è ora di nuovo all’ordine del giorno: in un’intervista del 10 gennaio, Aliyev ha dichiarato che se il corridoio non verrà aperto, “l‘Armenia rimarrà in una situazione di stallo eterno. … Se il percorso che ho menzionato non verrà aperto, non apriremo il nostro confine con l’Armenia in nessun altro luogo. Quindi si faranno più male che bene“. Questa se non è una minaccia di guerra, non è neppure una promessa di pace.

Nell’ottobre dello scorso anno, il primo ministro armeno ha presentato un’iniziativa chiamata “Incroci di pace”, finalizzata alla cooperazione regionale. La proposta prevede collegamenti tra l’Azerbaigian continentale e il Nakhchivan con controlli doganali e di frontiera armeni. L’Azerbaigian l’ha liquidata come “PR” perché,  secondo l’accordo del 9 novembre 2020 che ha posto fine alla seconda guerra del Karabakh, il percorso che collega l’Azerbaigian continentale al Nakhchivan deve essere monitorato dalle truppe di frontiera russe. Però la  posizione della Russia in Armenia in questo momento non è tale da permetterle questo ruolo.

Enclave e villaggi

In un’altra parte dell’intervista del 10 gennaio, Aliyev ha chiesto la restituzione delle enclave e dei villaggi di confine che sono stati sotto il controllo armeno fin dalla prima guerra del Karabakh, tre decenni fa.

Pashinyan sembrava appoggiare l’idea di uno scambio di enclavi, con una “mappa concordata” come parte del processo, ma ha detto che se l’Azerbaigian avesse chiesto la restituzione di otto villaggi, l’Armenia avrebbe “sollevato la questione dei 32”.
Si trattava di un riferimento a diverse porzioni di territorio armeno ex sovietico che sono state controllate dall’Azerbaigian fin dalla prima guerra, nonché al territorio all’interno dell’Armenia, stimato in circa 215 chilometri quadrati, che le truppe azere hanno occupato in seguito a diverse incursioni tra il maggio 2021 e il settembre 2022.

L’Armenia e diversi Stati occidentali hanno chiesto il ritiro delle truppe azere dalle terre armene. Baku si è però rifiutata, adducendo come giustificazione la mancata demarcazione dei confini.

Aliyev ha dichiarato esplicitamente di non avere alcuna intenzione di ritirarle nelle sue osservazioni del 10 gennaio. “Non stiamo facendo un passo indietro perché il confine deve essere definito. Tuttavia, la nostra posizione, attualmente contestata dall’Armenia, non prevede alcun insediamento”. Insomma le richieste azere non prevedono nessuna concessione alla controparte, e questo sicuramente non facilita le transazioni diplomatiche.

La delimitazione e la demarcazione dei confini di stato tra Armenia e Azerbaigian, così come l’apertura dei collegamenti di trasporto, rimangono le questioni più contestate tra i due Paesi dopo la presa di possesso del Karabakh da parte dell’Azerbaigian a settembre. La commissione di confine che si occupa delle questioni di delimitazione e demarcazione ha tenuto la sua ultima riunione alla fine dell’anno scorso e la prossima, secondo Aliyev, si terrà questo mese, con all’ordine del giorno la questione dei villaggi di confine nella regione di Gazakh in Azerbaigian.

Sebbene i principi di un accordo di pace siano stati concordati a novembre, sembra che le parti abbiano respinto le rispettive bozze di proposte per l’accordo di pace. In un  momento in cui l’Iran sta reagendo militarmente ai suoi confini, questa contesa non chiusa che vede opposti armeni e turcofoni rischia di allargare i confini dei conflitti regionali, aggiungendo carburante agli incendi bellici mondiali.

Inoltre, le parti non sono d’accordo su chi debba mediare i colloqui. Erevan si oppone alla mediazione di Mosca, mentre Baku ha rifiutato i colloqui avviati dall’UE o dagli USA negli ultimi mesi.

A dicembre, i due Paesi sono riusciti a rilasciare una dichiarazione congiunta e a concordare uno scambio di prigionieri, ma non hanno un piano chiaro per continuare i colloqui bilaterali.

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Esplorazione congiunta armeno-britannica porta alla luce nuove meraviglie sotterranee (Scintilena 20.01.24)

Una squadra internazionale di speleologi ha mappato e documentato diverse grotte nel sud dell’Armenia

In una spedizione durata 12 giorni nel 2019, una squadra composta da speleologi armeni e britannici ha esplorato le grotte e i paesaggi mozzafiato delle regioni di Syunik, Vayots Dzor e Ararat in Armenia.

La spedizione è stata organizzata dal centro di antropologia armeno, dal team speleologico armeno (ASN) e dal Black Rose Caving Club britannico (BRCC).

Il team era composto da Samvel Shahinyan e Smbat Davtyan del centro di antropologia armeno, Tigran Armenyan dell’ASN, e da Alex Ritchie, Carol Smith, Chris Scaife e John Proctor del BRCC.

Durante la spedizione, i membri del team hanno mappato e documentato diverse grotte, tra cui il Dzhogkhk Dzor nella regione di Ararat, il Magellan e il Areni Mek nella regione di Vayots Dzor e diverse grotte vicino al Gnishiki gorge.

Uno dei risultati più significativi della spedizione è stata la riscoperta e l’esplorazione completa della grotta di Dghdghnatsak nella regione di Syunik, che si estende per 578 metri.

Questa grotta è ora considerata la terza più grande grotta in Armenia.

Inoltre, il team ha esplorato altre grotte carsiche nella gola di Vorotan, documentando numerose piccole cavità.

La spedizione ha permesso di ampliare la conoscenza delle grotte armene e di promuovere la collaborazione internazionale nella ricerca speleologica.

I risultati della spedizione saranno pubblicati in dettaglio in futuri articoli scientifici.

La spedizione è stata un esempio di collaborazione tra paesi e discipline diverse, dimostrando l’importanza dell’esplorazione e della ricerca per la scoperta di nuove meraviglie naturali.

La conoscenza acquisita durante la spedizione contribuirà a proteggere e preservare il patrimonio naturale dell’Armenia per le generazioni future.

 

Fonte:

https://www.facebook.com/groups/1812544669096995/permalink/2737970519887734/

 

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Nagorno-Karabakh: Poghosyan (Ambasciata Armenia presso Santa Sede), “il nostro Paese determinato a costruire la pace nel Caucaso meridionale” (SIR 20.01.24)

“Il mondo è stato testimone del blocco di 10 mesi del Nagorno-Karabakh a opera dell’Azerbaijan, della crisi umanitaria, della mancanza di cibo, medicine, gas ed elettricità. Il tutto è culminato, tra il 20 e il 23 settembre 2023, in un’offensiva militare su larga scala, nella violazione dei diritti umani e nell’attacco indiscriminato da parte dell’Azerbaijan a civili e infrastrutture, fino a giungere alla pulizia etnica dell’intera popolazione autoctona armena del Nagorno Karabakh, costretta ad abbandonare case, luoghi di culto e un millenario patrimonio culturale e religioso”. Lo scrive, al Sir, Victoria Poghosyan, terzo segretario dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede, Chargé d’Affaires a.i., in merito all’articolo pubblicato nei giorni scorsi sulla situazione in Nagorno-Karabakh.
“L’Armenia ha dovuto fronteggiare, lo scorso autunno, l’afflusso massiccio di oltre 100.000 rifugiati che nel giro di pochi giorni sono fuggiti dalla terra dei loro avi per timore di persecuzioni e barbarie. Il governo armeno ha adottato diverse misure per rispondere alle necessità dei rifugiati, tra cui si contano 30.000 bambini, e per facilitare la loro integrazione socio-economica che, nel medio termine, richiederà un contributo significativo”, afferma Poghosyan che puntualizza: “Per via del recente uso della forza da parte dell’Azerbaijan, il patrimonio culturale armeno in Nagorno Karabakh è stato, di fatto, ancora una volta sottoposto a distruzione, profanazione e appropriazione”. Di qui l’osservazione che “la politica – sponsorizzata dallo Stato – di deliberata distruzione e di alterazione dell’identità del patrimonio culturale è una sfida non solo per l’Armenia ma per l’umanità tutta. Oggi la gravità della situazione richiede un impegno urgente della comunità internazionale. A tal proposito, appoggiamo lo spiegamento della missione di esperti indipendenti dell’Unesco nel Nagorno-Karabakh, finora ostacolato dall’Azerbaijan. Ribadiamo inoltre l’importanza della rapida attuazione delle decisioni giuridicamente vincolanti della Corte internazionale di Giustizia al riguardo”.
In questo contesto, precisa Poghosyan, “l’Armenia sostiene senza riserve e apprezza grandemente i forti appelli lanciati di recente da Papa Francesco che rimane fedele alla sue posizioni di principio e continua a sostenere la soluzione di delicate questioni umanitarie quali la conservazione e la protezione dei luoghi sacri e il ritorno dei prigionieri di guerra”.
Il terzo segretario dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede conclude: “Malgrado le sfide e le difficoltà di cui siamo testimoni da parte dell’Azerbaijan, l’Armenia è determinata a costruire la pace nel Caucaso meridionale. Riteniamo inoltre che sia importante per il futuro della regione escludere l’uso o la minaccia della forza e attuare programmi come ‘Crossroads of Peace’ sviluppato dal governo armeno”.

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Nagorno-Karabakh: Poghosyan (Ambasciata Armenia presso Santa Sede), “il nostro Paese determinato a costruire la pace nel Caucaso meridionale” (Avvenire di Calabria)

In Armenia, una guest house di montagna forma giovani cuochi del futuro (L’Inkiesta 20.01.24)

Tsaghkunk è un comune di poco più di mille abitanti in Armenia, a nord del lago Sevan. Siamo nella regione dello Gegharkunik, a circa sessanta chilometri dalla capitale, l’equivalente di due ore circa di macchina con le strade locali. Circondato dalle montagne e da un panorama che ricorda i massicci mongoli e le alture balcaniche, questo piccolo paese sopporta temperature particolarmente rigide in inverno (si arriva in genere a -13 / -18 gradi centigradi) mentre durante le stagioni intermedie è facile svegliarsi con pochi – uno o due – gradi sopra lo zero. Nonostante l’atmosfera sembri quella di un luogo abbandonato e poco popolato, Tsaghkunk è in realtà una destinazione conosciuta e apprezzata anche dalla gente locale.

Uno dei primi motivi per il quale vale la pena spingersi fino a qui è incontrare Yura Sargsyan, sua moglie Ani e la loro affiatata famiglia. Con oltre venticinque anni di esperienza alle spalle, tra cucine armene ed europee, nel 2011 Yura è riuscito finalmente a inaugurare la sua guest house. Nel vero senso della parola, e guardandola dall’esterno, si tratta niente di meno che di una casa, sue due piani, grande e accogliente dove oltre a un ristorante ci sono diverse camere a disposizione di turisti, viaggiatori e appassionati. Nato e cresciuto proprio a Tsaghkunk, Yura ha coltivato a lungo il desiderio di avere un luogo proprio dove accogliere clienti e amici, nella stessa città dove è cresciuto insieme ai suoi genitori. Grazie al prezioso contributo di Ani, e dei loro figli, l’atmosfera e il calore di questa guest house sono semplici ma estremamente genuini e personali.

La cucina è sempre aperta, con un menu vasto e suddiviso tra piatti armeni e internazionali preparati con ingredienti della zona, stagionali e naturali. La colazione viene servita secondo l’uso locale e i ricordi d’infanzia dello chef: formaggi freschi, lavash (il pane sottilissimo tipico armeno) appena fatto, frutta tagliata, frutta secca, torte fatte in casa, uova strapazzate con pomodoro e coriandolo, confetture e miele.

Grazie alla passione per la cultura gastronomica locale e al lavoro in costante contatto con il territorio, Yura e la sua realtà sono diventati negli anni un punto di riferimento per le organizzazioni governative promotrici di turismo e cultura oltre che per la comunità di cuochi internazionali e le nuove generazioni.

I ragazzi che ambiscono a diventare cuochi infatti sono accolti nelle cucine di Sargsyan per imparare la vita di cucina e apprendere tecniche e tradizioni culinarie come una vera e propria scuola di formazione. «In Armenia non vantiamo ancora dei veri e propri istituti professionali per imparare questo mestiere e non tutti i giovani hanno la possibilità e i mezzi per potersi spostare, per studiare, per viaggiare. Negli anni la nostra guest house è diventata un punto di riferimento anche per questo, perché prendo i giovani del posto a lavorare con noi e gli insegno tanti aspetti di questa professione sperando che se ne appassionino e trovino stimoli per approfondire le loro conoscenze» ci racconta.

Oltre a lavorare, i giovani aspiranti cuochi entrano in contatto con professionisti del settore, ospiti in visita oltre che una fitta rete di colleghi e appassionati da tutto il mondo che si spingono fino a qui per conoscere lo chef e provare alcune delle sue specialità.

Tra queste, sicuramente il crayfish kebab è uno dei piatti che più di tutti continua a giustificare chilometri di strada e ore di viaggio per gli avventori della guest house. Attingendo dalle abbondanti scorte di gamberetti del lago Sevan, Yuri ne prepara una pasta morbida e modellabile che, mischiata a cipolla, aglio e spezie, costituisce l’impasto per la realizzazione di un kebab. Come potete immaginare la versione di pesce di questo piatto non si trova così comunemente e in questo caso si tratta addirittura di specie di lago. L’impasto viene modellato a forma di kebab su un lungo spiedone di acciaio che viene quindi posizionato sulla griglia. La cottura è dolce, alla brace e non a fuoco vivo, così da consentire allo spiedo di diventare dorato e restare tenero e succoso contemporaneamente. Provato di persona, vi possiamo assicurare che era squisito!

Yura ci ha spiegato come «L’educazione alimentare è un tema ancora interamente da costruire a livello statale e necessita decisamente di maggiori attenzioni da parte di tutta la comunità, per arrivare a infondere consapevolezza nelle singole famiglie e negli individui». Il nuovo spazio di Yuri e dei suoi collaboratori sarà aperto a tutti e volutamente gratuito per i più piccoli, per fargli avere pane buono anche se non lo possono permettere e fargli capire l’importanza di una cultura alimentare attenta, rispettosa e sostenibile.

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