ALLARME CAUCASO/ “Ora l’Azerbaijan approfitta dell’Ucraina per attaccare in Nagorno” (IlSussidiario 01.04.22)

Escalation in atto tra Armenia e Azerbaijan che potrebbe portare al riaccendersi del conflitto di due anni fa, terminato con la vittoria degli azeri. In gioco, come ormai da decenni, la regione del Nagorno-Karabakh, enclave armena circondata dal territorio azero e che dopo la firma del trattato di pace in gran parte è tornata nelle mani di Baku. Ma per gli azeri non basta: “Vogliono cacciare completamente ogni armeno da quella zona” ci ha detto Pietro Kuciukianconsole onorario armeno in Italia. Negli scorsi giorni si sono registrati incidenti, con l’occupazione di un villaggio da parte azera lungo la linea di contatto dei due paesi e il susseguente rafforzamento delle truppe armene che hanno evacuato donne e bambini. La situazione, ci ha detto ancora Kuciukian, “è aggravata dal fatto che la Russia, le cui truppe erano state disposte come forza di interposizione fra i due paesi, è oggi totalmente impegnata in Ucraina e quindi l’Azerbaijan potrebbe approfittarne per risolvere una volta per tutte a suo favore il problema del Nagorno-Karabakh”.

Risale la tensione tra Azerbaijan e Armenia, cosa può dirci in merito alla situazione sul campo?

Ci sono scontri in atto, come ormai da tempo. C’è pressione da parte dell’Azerbaijan: gli azeri vogliono che gli armeni lascino del tutto il Nagorno-Karabakh. Vanno in giro con altoparlanti, minacciando la popolazione, ordinando loro di andarsene, sparano, uccidono. L’Azerbaijan, poi, ha interrotto la fornitura di gas al Karabakh, dopo che il gasdotto era stato danneggiato, e in seguito riparato. Adesso aprono e chiudono le valvole quando vogliono, si rischia una catastrofe umanitaria. Sono tutti modi intimidatori per creare paura nella popolazione armena.

Il ministero della Difesa russo è intervenuto dicendo che le forze azere hanno violato la dichiarazione di pace trilaterale di due anni fa. Le forze russe di interposizione sono ancora presenti?

La Russia è ovviamente coinvolta in Ucraina, non sappiamo cosa possano fare adesso, nessuno si interessa a quanto sta succedendo. Gli armeni sono abbandonati, come sempre.

L’Azerbaijan è sempre sostenuto dalla Turchia?

Certamente. La situazione è comunque sempre più complicata, si è scoperta la presenza di una base militare di droni israeliana vicino a Baku, la capitale azera. Già durante l’ultima guerra gli israeliani avevano fornito droni all’Azerbaijan. Per Israele avere un alleato che confina con il nemico Iran è importantissimo. Allo stesso tempo si sta creando una alleanza proprio con l’Iran, in modo da costruire ponti stradali che possano aggirare quel lembo di territorio armeno che impedisce la comunicazione diretta fra Azerbaijan e Turchia. È in atto una evoluzione che preoccupa: non dimentichiamo che il progetto pan-turco di arrivare fino alla Cina per impossessarsi di territori ricchissimi di uranio e petrolio è attivo più che mai.

L’Armenia, che ha già perso l’ultima guerra, sarebbe disposta a fare un compromesso per evitare un nuovo conflitto, lasciando il Nagorno-Karabakh?

Come potrebbe mai rinunciare, sarebbe come se l’Italia rinunciasse all’Alto Adige… Siamo davanti a una situazione che, se non ci sono persone coscienziose, può portare anche al genocidio.

Ricorda un po’ quanto sta succedendo in Ucraina?

Esatto. E personalmente ho il dubbio che la Russia abbia invaso l’Ucraina per distogliere lo sguardo dell’Occidente da quanto sta succedendo dal Caucaso all’Asia centrale.

Cioè?

Nel XIX secolo si affrontavano Russia e Gran Bretagna per il possesso dell’Asia centrale. I russi per distogliere l’attenzione cercarono di conquistare la Turchia, il Bosforo, mentre si espandevano in Asia centrale. Adesso l’interesse russo è tutto per il Kazakistan.

Non a caso truppe russe sono intervenute in Kazakistan come prevede il Trattato di sicurezza collettiva prima dell’attacco all’Ucraina.

Già. Nessuno sa esattamene cosa sia successo, ci sono stati anche dei morti e sicuramente Mosca ha calcato la sua mano in modo ancor più pesante.

Chi pagherà per tutti questi interessi geopolitici?

L’Armenia non ha molti amici, è praticamente abbandonata a se stessa.

(Paolo Vites)

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Moon Knight: review bombing su IMDb per la serie Marvel perché ha citato il genocidio degli armeni (Multipklayer 01.04.22)

Disney+ ha da poco proposto una nuova serie, Moon Knight, mediamente ben accolta dagli spettatori. Ora, però, lo show di Marvel sta subendo review bombing. Il motivo è il fatto che ha citato il genocidio degli armeni.

Tramite IMDb è possibile vedere che Moon Knight sta ottenendo delle recensioni a una stella – voto minimo -. Nel mezzo di normali critiche da parte degli spettatori, ci sono però delle votazioni che vengono giustificate dal fatto che nel primo episodio viene citato il genocidio degli armeni, che secondo una fetta d’utenza non è mai avvenuto.

Moon Knight
Moon Knight

Una recensione afferma ad esempio: “oggigiorno l’industria cinematografica USA ama inserire false informazioni storiche riguardo a quella stro****a del ‘genocidio degli armeni’. Ovviamente la lobby armena lavora duramente per influenzare queste false informazioni in tutto il mondo”.

Un altro scrive: “Stavo guardando Marvel’s MoonKnight con grande eccitazione. Ma quando ha menzionato il ‘cosiddetto genocidio’, ho chiuso lo show in quel momento. La Marvel è uno strumento di menzogna con quello che ha fatto e dovrebbe immediatamente chiedere scusa al popolo turco.”

Il numero di recensioni negative non è comunque sufficiente ad affossare il voto di Moon Knight, che per ora si assesta sul 7.3/10. Potete leggere anche la nostra recensione di Moon Knight 1×01.

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Di Maio in Azerbaigian e Armenia (Notiziegeopolitiche 01.04.22)

Il ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio, assistito dal sottosegretario di Stato Manlio Di Stefano, sarà in missione da oggi sino a domenica in Azerbaijan e Armenia.
La tappa a Baku si inserisce nel solco dell’attività di diplomazia energetica promossa dal ministro Di Maio all’indomani dell’aggressione russa ai danni dell’Ucraina, finalizzata a accelerare il processo di diversificazione energetica tramite il rafforzamento delle collaborazioni in essere con partner affidabili e dalle grandi potenzialità. Nei suoi incontri con il presidente della Repubblica Aliyev, con il ministro degli Esteri Bayramov e con il ministro dell’Energia Shahbazov, il titolare della Farnesina discuterà di un possibile incremento delle forniture di gas dall’Azerbaigian attraverso il gasdotto Trans-Adriatico (TAP), infrastruttura strategica che lega i nostri due Paesi, e unico gasdotto europeo realizzato negli ultimi anni indipendente dal gas russo.
Il ministro Di Maio passerà in rassegna con i suoi interlocutori anche i temi prioritari dell’agenda bilaterale e regionale, e co-presiederà, insieme all’omologo Bayramov, la prima riunione del Dialogo Strategico bilaterale multidimensionale.
A seguire il ministro Di Maio si recherà a Jerevan, per incontri con le massime cariche dello Stato, fra cui il presidente della Repubblica Khachaturyan, il presidente dell’Assemblea Nazionale Simonyan, il primo Ministro Pashinyan e il ministro degli Esteri Mirzoyan. Obiettivo della visita in Armenia è effettuare un giro d’orizzonte dello stato delle relazioni bilaterali, e ribadire la forte volontà di promuovere il partenariato bilaterale in ogni ambito. Nei suoi incontri, durante i quali si discuterà anche di questioni regionali e dell’auspicio italiano a favore di una rapida normalizzazione del quadro regionale, il ministro Di Maio trasmetterà l’interesse delle imprese italiane ad investire in Armenia, contribuendo alla crescita e allo sviluppo del Paese.
A tutti i suoi interlocutori il ministro Di Maio ribadirà infine la necessità di un impegno a favore del cessate-il-fuoco in Ucraina, volto ad alleviare le sofferenze della popolazione civile in un quadro tuttora particolarmente drammatico.

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L’IMPERO COLPISCE ANCORA: OBIETTIVO AZERBAIJAN (Difesaonline 01.04.22)

(di Gino Lanzara)
01/04/22

L’evoluzione degli eventi ucraini porta ad espandere i teatri geopolitici di interesse. Le relazioni politiche verso est dell’UE toccano sia paesi (relativamente) democratici interessati da processi di integrazione; sia soggetti politici autocratici caratterizzati da rapporti settoriali; sia attori ibridi1 in quanto a dipendenze politico militari che fomentano conflitti latenti.

L’Azerbaigian negli ultimi anni è stato protagonista di un costante decremento degli indici democratici, e di un aumento delle spese militari di fatto indirizzate a riaccendere il conflitto con l’Armenia nei territori del Nagorno Karabakh.

In un’ottica più ampia, Baku ha accresciuto la sua importanza geostrategica ed energetica alternativa a quella di Mosca, in quanto paese di origine e transito di gas e petrolio. Questo aspetto chiarisce perché, realisticamente e nell’ora più buia, nessuno nell’ideologicamente pura Europa, che pure in un recente passato è apparsa apatica nei rapporti con l’Azerbaigian, ora si ponga particolari problemi in tema di democrazia e diritti umani, optando per ben più paganti partenariati strategici, agevolati da un’efficace diplomazia del caviale capace di conferire a Baku una posizione nel Caspio pari a quella di Dubai nel Golfo. Dato il momento, secondo le intenzioni del presidente Ilham Aliyev, capo di stato dal 2003 (!), la produzione azerbaigiana di gas verrà aumentata, grazie anche allo sfruttamento di nuovi giacimenti2, utili al soddisfacimento della domanda interna e di quella di un’Europa3 chiamata ad offrire contropartite tecnologiche.

Tutto facile? No, affatto. Oltre alla carenza di infrastrutture, che non possono implementarsi se il gas non è già stato venduto e monetizzato in modo da garantire gli investimenti, non possono trascurarsi i rapporti con il Cremlino4, con cui Aliyev ha sottoscritto un accordo di cooperazione mirato a garantire l’integrità territoriale, il rispetto del principio di non interferenza, ed impegnandosi a evitare di intraprendere attività che possano causare danni agli interessi dell’altra parte; a questo vanno aggiunte le considerazioni riguardanti le quantità di gas prodotte e l’infrastruttura5 ad esse dedicata, volumi che non possono costituire le basi di un’alternativa valida ai quantitativi russi.

Se l’invasione ucraina ha relegato l’Azerbaigian tra l’incudine di Kiev ed il martello di Mosca, le clausole dell’accordo sottoscritto hanno aumentato l’influenza del Cremlino sui progetti energetici di Baku, che peraltro non ha aderito al CSTO6 a guida russa, e nemmeno all’Unione economica euroasiatica, evitando però accuratamente di esprimere alcun intento di adesione alla Nato, desiderio anestetizzato dalla politica estera di Mosca che ha evitato di ostacolare il successo azero in Nagorno-Karabakh sull’Armenia, partner a cui ha comunque venduto armamenti.

La realpolitik ha indotto sia Baku che Mosca sulla via convergente di una convenienza pagata dall’Azerbaigian con il temporaneo (e avvertito) sacrificio delle relazioni con l’Occidente, e dalla Russia con il sacrificio (avvertito?) di quelle con l’Armenia, paese dipendente in ambito economico, energetico e securitario. Difficile quindi inquadrare compatibilità e disponibilità azere per le necessità di Roma che, pure, pone Baku nel novero dei fornitori privilegiati di gas.

Il colpo di scena è tuttavia giunto grazie al Ministero della Difesa russo, che ha accusato l’Azerbaigian di aver lanciato diversi attacchi, anche qui con droni turchi Bayraktar, nell’area sotto controllo della missione russa di peacekeeping contro l’esercito del Nagorno Karabakh, enclave internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian, ma vicina all’Armenia; si tratta quindi della prima volta dalla fine delle ostilità in cui Mosca ha accusato una delle due parti di una violazione del cessate il fuoco, in un crescendo di smentite e rimbalzi di responsabilità, e con la richiesta azera alla Russia di ritirare rimanenti truppe armene e unità armate illegali dal territorio riconosciuto come azero.

Mentre Kharkiv e Kiev sono assediate, la Russia corre dunque il rischio di trovarsi impegnata su un duplice fronte, mentre l’Armenia ritiene necessario attivare una specifica deterrenza atta a prevenire una nuova escalation.

Mentre si susseguono gli incontri tra le delegazioni russe e ucraine, il Nagorno-Karabakh, in cui spirali incontrollate potrebbero arrivare a coinvolgere le infrastrutture del Corridoio meridionale del gas e l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyh, potrebbe incrinare i rapporti tra Mosca e Ankara, che con il turcofono e sciita Azerbaigian ha sempre intrattenuto solide relazioni politico economiche, in competizione con l’Iran, che valuta Baku come un potenziale rischio irredentista promuovente l’idea di un’unione con la regione azerbaigiana nord occidentale iraniana, tanto da indurre Teheran a garantire sia un sostegno alla concorrente Armenia, sia a cercare di indurre la laica Baku a riconsiderare i suoi rapporti con Israele7 che fornisce equipaggiamenti avanzati.

Attualmente l’invasione dell’Ucraina ha costretto la Russia a lasciare scoperte diverse aree operative, a cominciare da quella in cooperazione con l’Armenia, senza dimenticare Ossezia, Abkhazia, Transinistria, Libia e Mali, zone in cui i concorrenti potrebbero fruire della necessità di Mosca di un immediato rafforzamento in Ucraina, dove la campagna militare è in difficoltà: il ridimensionamento degli obiettivi del Cremlino può dunque collegarsi al rischio di non riuscire a conquistare l’Ucraina perdendo al contempo i vantaggi tattici e strategici acquisiti altrove.

Al di là degli accordi stretti in precedenza, non si può non ipotizzare, né in considerazione dei toni usati verso i paesi in cerca di alternative energetiche né alla luce delle accuse preventive mosse contro Baku, un nuovo fronte nella zona meridionale che volge all’area deputata al controllo delle forniture energetiche all’Europa, senza per questo trascurare la Georgia, ambita e già smembrata meta. Ampliamo l’area concettuale interpretando la visione strategica russa; secondo il Cremlino, più o meno come sempre, il destino russo è in gioco, ed uno dei teatri decisivi è nel Caucaso, area che da secoli ha creato e crea problemi a zar, segretari generali e presidenti federali, tutti intenzionati a renderla parte integrante del proprio spazio politico e di potere. Il Cremlino, infatti, concepisce il territorio caucasico del sud8 come un’area strategica utile alla preservazione della sicurezza nelle regioni meridionali russe, scosse da periodiche e latenti istanze indipendentiste.

Il panturchismo supportato da Ankara, che intende ampliare la propria area d’influenza oltreconfine, contribuirà inoltre a destabilizzare l’equilibrio dell’area, aspetto questo già stigmatizzato dalla Turchia che non ha mancato di fornire supporto militare all’Azerbaijan, con cui si è impegnata con un trattato di difesa reciproca anti armeno.

L’escalation degli scontri va oltre il semplice attrito di matrice etnica, dato che diversi egemoni, come Russia e Turchia, calcano la scena; attori che, nel corso del tempo, si sono scontrati ripetutamente proprio per l’affermazione della propria egemonia regionale.

Gli interessi areali sono molteplici ed estesi, dato che il Caucaso del sud è divenuto uno snodo essenziale per il mercato idrocarburico, dove gli interessi russi, per il momento, si sono indirizzati a perseguire soluzioni negoziali che consentano la realizzazione di una politica imperiale atta sia a permettere la vendita di armi ad ogni singolo contendente, sia a conservare gli accordi con Erevan e – forse – con Baku, l’alleato strategico – ma riluttante – essenziale per il mantenimento dell’equilibrio.

Due gli elementi da non trascurare: il primo è l’assenza occidentale; tenuto conto delle tardive risposte americane, i vuoti politici venutisi a creare sono stati altrimenti riempiti ma con tutti i problemi conseguenti a conflitti che di freddo o congelato non hanno nulla.

Il secondo riguarda la contrapposizione via via più evidente tra Turchia e Russia, animatrici per procura delle guerre siriane e libiche, ma con visioni non collimanti su Crimea, Mar Nero, Cipro, sfruttamento delle risorse gasifere del Mediterraneo orientale, Balcani, Egitto, Israele, Kurdistan e Fratellanza musulmana.

La guerra guerreggiata in Nagorno-Karabakh crea da un lato un ulteriore punto dinamico di faglia tra Ankara, e Mosca, e dall’altro si traduce in un problema geostrategico che partendo dal Caucaso del nord tocca il Medio Oriente comprendendo anche Mar Nero e Mediterraneo orientale.

Se per Mosca ciò che interessa non consiste tanto nella protezione di Erevan ma nel mantenimento di un proficuo e mutuo equilibrio di potere da realpolitik con Ankara9, il warning recentemente consegnato a Baku può aprire nuovi scenari, anche alla luce del fatto che i conflitti in atto tra Caucaso, MO e Mar Nero, si muovono sullo sfondo della Guerra Fredda 2.0 tra Russia e Occidente dal 2008.

Come accennato, gli attriti in Caucaso sono da associare ad un vuoto sistemico di potere, una volta abbinato al collasso sovietico, ora alle lacune occidentali. Non è chiaro chi possa essere davvero pronto a colmarle.

1 Moldova, Ucraina e Georgia; Russia, Bielorussia, Azerbaigian; Armenia

2 Al giacimento di Shah Deniz si aggiungono quelli di Absheron, Umid, Babek, Asiman. Lo sviluppo di parte dei giacimenti, con situazione in divenire, è stato affidato alla BP

3 Il presidente Ilham Aliyev ha affermato che nel 2022 dovrebbero essere prodotti 45 miliardi di metri cubi di gas nel suo insieme, Oltre 8 miliardi saranno esportati in Turchia ed altri 7 miliardi in Italia. Il gas rimanente sarà diviso tra Georgia, Bulgaria e Grecia.

4 La Russia fino al 2012 ha affittato la stazione radar azerbaigiana di Gabala, uno dei componenti del sistema russo per il monitoraggio dei lanci di missili balistici. L’Armenia ospita invece unità delle guardie di frontiera russe (circa 4.500 uomini schierati ai confini turco-armeno e armeno-iraniano) e una base a Gumri (secondo un accordo in scadenza nel 2044).

5 Gasdotto TAP, capacità di 10 miliardi di metri cubi all’anno, eventualmente espandibile fino a 20 miliardi.

6 Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva

7 Nel 2004 Alimamed Nuriyev, deputato e presidente della Fondazione Costituzione, ha affermato che nell’Azerbaigian non c’è mai stato l’antisemitismo, invitando la dirigenza politica ad espandere la cooperazione con Israele in campo politico, economico e militare. L’Azerbaigian ospita circa 30.000 ebrei, residenti principalmente a Baku e Qırmızı Qəsəbə nel distretto di Quba dell’Azerbaigian. Gli ebrei della montagna vivono in Azerbaigian da quasi 1500 anni, essi sono i discendenti degli ebrei persiani.

8 Il Caucaso settentrionale è sotto la sovranità russa; quello meridionale è composto da tre stati indipendenti riconosciuti (Armenia, Azerbaijan, Georgia) e altri tre stati di fatto: Abkhazia, Ossezia del Sud, e Nagorno-Karabakh. A nord Mosca difende l’integrità territoriale contro le minacce secessioniste e terroristiche islamiche; in Transcaucasia opera come una potenza post-imperiale.

9 Mustafa Aydın e Bülent Aras hanno definito le relazioni russo-turche come una cooperazione competitiva; Ziya Önis¸ e S¸uhnaz Yılmaz valutano l’elemento fondamentale dei rapporti quale interazione asimmetrica; per Sezer è in atto una “rivalità geopolitica controllata”

Foto: presidency of the republic of Turkey / president.az / MoD Fed. Russa

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Nagorno Karabakh, nuovi negoziati di pace tra Azerbaigian e Armenia (Euronews 01.04.22)

Un territorio conteso, una forza di pace – quella russa – distratta dal conflitto in Ucraina: sono le condizioni che hanno riacceso gli scontri nel Nagorno Karabakh tra forze armene e azere.
I leader dei due Paesi hanno concordato di incontrarsi a Bruxelles la prossima settimana per iniziare nuovi colloqui di pace.

Le forze azere avanzano in Nagorno Karabakh

Nei giorni scorsi Armenia e Russia avevano accusato l’Azerbaigian di aver violato il cessate il fuoco in una zona presidiata dalle truppe di Mosca e di aver preso il controllo del villaggio strategico di Parukh.

Un residente armeno del vicino villaggio di Khramort racconta l’avanzata azera: “Il nemico è venuto e ha cercato di entrare nel nostro villaggio. Prima ci hanno invitato a lasciare la zona tramite altoparlanti, dicendo: ‘Siete nel territorio dell’Azerbaigian, se avete a cuore la vita dei vostri figli, obbedite alle nostre leggi, lasciate questo territorio. Abbiamo sentito la stessa cosa ogni giorno’.

Il cessate il fuoco mediato dalla Russia

Più di 6000 persone sono state uccise nella guerra del 2020 con l’Azerbaigian che ha reclamato il controllo di ampie parti del Nagorno Karabakh (e delle aree circostanti che i separatisti sostenuti dall’Armenia controllavano).

Il cessate il fuoco è stato mediato dalla Russia, che ha inviato circa 2.000 soldati nella regione per far rispettare l’accordo.

I nuovi colloqui di pace

I nuovi scontri arrivano proprio nel momento di maggior vulnerabilità di Mosca, garante della pace nella regione caucasica.

Il ministero della Difesa russo ha riferito che le forze azere si sono ritirate, ma l’Azerbaigian nega di aver ripiegato da quello che considera il suo territorio.

Sul fronte opposto, l’Armenia sostiene che la sua popolazione viene terrorizzata e fatta oggetto di un tentativo di pulizia etnica.

Gli armeni rimasti temono che le forze russe non siano in grado di garantire il rispetto del cessate il fuoco. Sebbene si accusino a vicenda di ostacolare gli sforzi di pace, sia l’Armenia che l’Azerbaigian affermano di essere pronti a impegnarsi al tavolo dei negoziati.

I colloqui sono mediati dall’Unione europea. La Russia si è affrettata a dire che sosterrà attivamente qualsiasi accordo di pace.

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Il filo rosso che unisce l’Ucraina e il Nagorno Karabakh (Eastwest 01.04.22)


Armenia e Azerbaigian: il cambio di ruoli verso la Russia (Sole24ore 1.04.22)

LA DIPLOMAZIA DEL BENE: LA STORIA SCONOSCIUTA DI UN GIUSTO NEL GRANDE GIOCO DELL’OTTOCENTO (Gariwo 31.03.22)

Dal passato al presente per prevenire i genocidi e le atrocità di massa

Il diplomatico non sempre si riduce ad un semplice messaggero. Quanto bisogno avremmo dell’attivismo instancabile dei “Diplomatici di Coscienza”, come li ha definiti lo storico turco Taner Akçam, in un presente dove le atrocità di massa sono visibili nei paesi della catena della terza guerra mondiale “a pezzi” di cui parla papa Francesco. Guerre che rischiano di farci fermare attoniti alle emozioni delle immagini, senza il passaggio a un sentire che colga la gravità di quel che accade e apra alla riflessione sul che fare.

Nel Giardino dei Giusti del Monte Stella, a Milano, celebrando il decimo anniversario della Giornata europea dei Giusti, il 3 marzo del 2022, questo annus horribils nel quale non cessa l’urlo delle sirene e lo scoppio delle bombe, sono state poste, tra le altre, le targhe a due diplomatici, Henry Morgenthau, Ambasciatore degli Stati Uniti a Costantinopoli che ha salvato e soccorso gli armeni nel 1915, e Aristides de Sousa Mendes, console portoghese che salvò gli ebrei in fuga dalla Francia occupata dai nazisti. Targhe non lontane dai cippi dedicati negli anni passati ai diplomatici Enrico Calamai, Pierantonio Costa, Ho Feng Shan, Guelfo Zamboni e Giacomo Gorrini, console a Trebisonda che per primo ha svelato al mondo lo sterminio degli armeni. La loro memoria è viva nei discendenti delle generazioni dei salvati, ma anche nella memoria di coloro che oggi, conoscendo le loro storie, sentono l’appartenenza di queste figure all’Umanità intera, come lo sono del resto gli altri Giusti che onoriamo nei Giardini di tutto il mondo.

Sono numerosi i diplomatici che hanno profuso le loro energie nei momenti del male estremo e Gariwo nel suo cammino ha voluto creare uno spazio dedicato alla Diplomazia del bene, anticipando un tema che, come tanti altri messi a fuoco nella ricerca dei Giusti, si rivela cruciale nel corso della storia.

La celebrazione dei nuovi Giusti di quest’anno è stata dedicata al tema della prevenzione dei genocidi e delle atrocità di massa. La Diplomazia etica vince il silenzio, combatte l’indifferenza, profonde le sue energie per prevenire, impedire, fermare, e infine attenuare le conseguenze del male estremo, il crimine che il grande ebreo polacco Raphael Lemkin, analizzando lo sterminio degli armeni emerso dal processo di Berlino a Soghomon Tehlirian, e il piano di sterminio degli ebrei di tutto il mondo di Hitler, ha definito genocidio, creando un termine che, come sottolinea Gabriele Nissim, doveva diventare un deterrente giuridico e morale per un crimine che colpisce non una comunità, ma il mondo intero (v. Auschwitz non finisce mai, p. 133).

Abbiamo onorato In Italia e all’estero diplomatici, consoli, ambasciatori di tutti i continenti e alti rappresentanti degli organismi internazionali, la Società delle Nazioni e l’ONU, con le grandi figure di Fridtjof Nansen, Alto Commissario per i Rifugiati che creò un passaporto per i profughi apolidie del Segretario generale Dag Hammarskjold che ha cercato di fermare la guerra in Congo, alla ricerca di una “Nuova Umanità”.

Persone che si sono poste al servizio del bene collettivo, hanno rischiato la libertà e la vita per far prevalere il diritto sulla forza. Non si sono immersi nel fiume delle carte burocratiche che scorrono copiose sulle scrivanie dei diplomatici. Hanno percorso le strade, hanno guardato e hanno visto con i loro occhi le sofferenze e l’orrore in atto. Le loro scrivanie si sono riempite di passaporti da firmare, di salvacondotti da stilare, di lettere di supplica, mentre all’esterno volti angosciati chiedevano rifugioI Diplomatici di Coscienza aprivano le porte delle ambasciate, dei consolati e delle residenze private, correndo gravi rischi. Attività frenetiche per soccorrere, accogliere, accompagnare ai confini e anche per far sapere al mondo le tragedie in atto, per testimoniare la verità. E oggi tante ambasciate hanno aperto i loro Giardini per onorare i Giusti dell’Umanità, condividendo il percorso avviato da Gariwo.

Nei vari frangenti della storia l’attivismo instancabile e creativo dei diplomatici ha lasciato tracce indelebili e per questo ricerchiamo le loro biografie e raccontiamo le loro storie. Nel gioco delle relazioni internazionali e della geopolitica si possono ritrovare figure esemplari poco conosciute di Diplomatici di coscienza come quella dell’Ambasciatore russo Alexsandr Griboedov, che si è trovato a operare nel Grande Gioco che ha impegnato gli inglesi e i russi per gran parte dell’Ottocento in Afghanistan, in Iran e nell’Asia Centrale.

Il Grande Gioco (The Great Game) detto anche Torneo delle ombre per il coinvolgimento dei servizi segreti di varie nazioni, inizia nel XVIII secolo ma trova i suoi momenti più significativi nell’Ottocento. Una competizione fra Russia e Gran Bretagna, in cui entreranno anche la Persia e l’lmpero ottomano, per il predominio politico del territorio che si estende dal Caucaso alla Cina: premio finale il controllo dell’Asia Centrale, fonte di immense ricchezze e possibilità di commerci. Teatro principale l’Afghanistan e i suoi invincibili guerrieri, via obbligata per le Indie britanniche. Il Grande Gioco durerà più di 100 anni.

Nel Grande Gioco sono stati coinvolti personaggi famosi, molti dei quali hanno scritto le loro memorie. Tra di loro spiccano le figure di militari inglesi: il tenente Alexander Burnes, vittima dell’odio di una folla inferocita sobillata dai mullah che chiedevano la cacciata degli inglesi da Kabul, Eldred Pottinger, L’eroe di Herat, Henry Rawlinson che è stato anche presidente della Royal Geographical Society, Arthur Conolly, uno dei protagonisti del Grande Gioco giustiziato barbaramente dall’emiro di Buchara, Charles Masson, appassionato studioso di storia dell’Asia, grande viaggiatore che aveva acquisito conoscenze eccezionali dell’Asia Centrale e tanti altri, ufficialmente “militari in licenza di caccia”. Fra i russi Jan Vitkevic, l’aristocratico capitano lituano che pur avendo reso un grande servizio alla Russia al suo ritorno in patria fu ignorato e morì suicida a Pietroburgo, Nikolaj Murav’ev, il coraggioso capitano che ha attraversato l’insidioso deserto del Karakum per raggiungere Chiva, senza riuscire a liberare i prigionieri russi ridotti in schiavitù e infine Alexandr Griboedov, drammaturgo, poeta compositore e diplomatico. Oltre ai militari coraggiosi c’erano intellettuali carichi di desiderio di conoscenza, esploratori, spie, cartografi, rimestatori di alleanze, interpreti poliglotti, audaci fomentatori di intrighi, e audaci tessitori di alleanze che penetravano in territori fino ad allora inesplorati, per preparare interventi militari, accordi commerciali, occupazioni. Il libro di Peter Hopkirk, Il grande Gioco, edito da Adelphi nel 2004, definito da Umberto Eco “una delle letture più appassionanti”, ci fornisce una documentazione mirabile ed esaustiva della diplomazia imperialista dell’Ottocento.

All’epoca vi erano fiorenti comunità armene diasporiche in India, a Madras e a Calcutta, e in Persia, a Isfahan e a Tabriz. Armeni poliglotti che fornivano interpreti agli inglesi e ricchi commercianti che prestavano denaro agli Shāh. Anche gli armeni hanno partecipato e subìto conseguenze derivate dal Grande Gioco. All’inizio dell’Ottocento gli armeni erano sudditi ottomani ad ovest del fiume Arax e sudditi persiani a est. La Persarmenia comprendeva i khanati di Yerevan, Gangja e Nakhicevan e i melikati del Karabagh. Nel 1825 il generale Aleksej Ermolov governatore del Caucaso era entrato in conflitto con la Persia per un territorio conteso a nord di Erevan. Lo Shāh Abbas Mirza scatenò la “guerra santa contro gli infedeli” varcando i confini della Russia, massacrando e facendo prigioniero un intero reggimento. Ben presto i russi si riorganizzarono e rovesciarono le sorti del conflitto riconquistando Erevan e spingendosi a sud. Nel 1828 lo Shāh di Persia, alleato alla Gran Bretagna, chiese aiuto contro la Russia, ma gli inglesi giudicarono che non fosse il momento adatto e l’influenza britannica in Persia ebbe fine, sostituita prontamente da quella russa.

Lo Zar Nicola I, principale protagonista del Grande Gioco, inviò i suoi ambasciatori e i suoi consoli ovunque nel nuovo protettorato persiano, senza dimenticare i privilegi che poteva ricavare per i suoi mercanti. Nell’inverno del 1828 giunse a Teheran il nuovo Ambasciatore russo Alexsandr Griboedov, ricevuto in pompa magna nonostante lo Shāh nutrisse profonda ostilità per lo Zar. Era stato Griboedov celebre letterato di tendenze liberali, già segretario del generale Ermolov, a negoziare le condizioni della resa persiana, e a ricevere il pagamento dell’indennità di guerra. Era arrivato a Teheran nelle giornate sciite del Muharram quando i devoti musulmani fanatici si feriscono con le spade per espiare i dolori del loro fondatore Alì e si cospargono il capo con le braci, urlando contro gli infedeli. L’odio per i russi era al massimo livello. In base al trattato di Turkmenchay fra persiani e russi gli armeni residenti in Persia potevano tornare nella loro patria, protetta dai russi cristiani ortodossi. Anche un eunuco armeno dell’harem dello Shāh e due giovani armene dell’harem del genero dello Shāh cercarono di tornare in Armenia. Chiesero asilo all’Ambasciata russa e Alexandr Griboedov li ospitò in attesa dei documenti per il rimpatrio. Lo Shāh, contravvenendo al trattato, e pressato dai religiosi e dall’ala fanatica dei suoi sudditi, chiese la restituzione dei tre schiavi armeni, ma l’Ambasciatore rifiutò di consegnarglieli dichiarando che solo il ministro degli esteri russo Nessel’rode poteva autorizzare eccezioni al trattato. L’Ambasciatore sapeva che cosa sarebbe accaduto agli schiavi armeni se li avesse riconsegnati allo Shāh. I sudditi musulmani, offesi per l’onta subita dal loro sovrano, chiusero i bazar, si radunarono nelle moschee e marciarono contro l’ambasciata russa (episodio che si ripeterà più di centocinquant’ anni dopo contro l’Ambasciata degli Stati Uniti a Teheran). Il corpo di guardia cosacco cercò di resistere all’attacco della folla inferocita incitata dai mullah, ma fu sopraffatto. Il primo a venire massacrato fu l’eunuco armeno. Gli assalitori penetrarono dal tetto nell’ufficio dell’Ambasciatore. Griboedov, impugnata la spada, cercava di proteggere le due giovani armene. Fu massacrato e il suo corpo gettato dalla finestra, sulla postazione di un venditore di kebab che gli staccò la testa esibendola sul suo banco, dopo avergli posto gli occhiali sul naso. Il corpo finì fra i rifiuti, in seguito identificato per un mignolo deforme. Delle giovani non si seppe più nulla. Nessuno era stato inviato a proteggere l’Ambasciatore, ucciso in un contesto di selvaggia disumanità.

Alexsandr Griboedov ha sacrificato la sua vita per salvare tre armeni innocenti. Poco tempo dopo il suo grande amico, il poeta Aleksandr Puskin, con cui Griboedov condivideva le idee liberali, una formazione illuministica e il progetto di introdurre nella cultura russa nuove tendenze letterarie e politiche, incontrò nel Caucaso alcuni uomini che conducevano un carro proveniente dalla Persia e diretto a Tiflis. Il carro trasportava i resti di Alexandr Griboedov. Fu sepolto nel monastero di San David su una collina sopra Tiflis, l’odierna Tibilisi, in Georgia. Un nipote dello Shāh fu inviato a Pietroburgo per porgere allo zar Nicola le scuse dello zio, offrendo la sua vita in cambio. L’efferatezza dell’atto compiuto contro un Ambasciatore che, incurante dell’estremo pericolo cercava di proteggere degli indifesi e far valere il diritto sulla violenza tribale di una massa carica di odio, era una pagina oscura da cancellare anche per lo Shāh. Lo zar Nicola non accettò un atto di riparazione che si fondava sulla primitiva e tribale “vendetta del sangue”. Si limitò a chiedere che i responsabili venissero puniti. Non ignorava, oltretutto, che i persiani avrebbero potuto allearsi con i turchi suoi rivali nell’area. Aleggiava anche l’ipotesi che l’assassinio dell’Ambasciatore Griboedov fosse stato concepito da agenti turchi del sultano ottomano che voleva riaccendere la guerra russo-persiana per indebolire l’avanzata dello zar nei territori ottomani, obiettivo raggiunto da Nicola I con la cacciata dei turchi dal Caucaso. Sarà poi lo zar Nicola II ad assicurare all’Impero le ricche province abitate dagli armeni di Erevan, Nakhicevan, Karabagh e Gangja formando la Armenskaja Oblast, la Provincia armena zarista che diventerà indipendente dal 1918 al 1920 e che farà poi parte dell’Unione Sovietica per non subire l’ultimo atto genocidario dalla Turchia, fino al 1991, quando ritornerà indipendente.

È mia intenzione prelevare un pugno di terra della tomba dell’Ambasciatore Alexandr Griboedov, un Giusto per gli armeni, e tumularla nel Giardino dei Giusti di Gyumri, in Armenia, compito al quale mi dedico da anni. Riaccendere la memoria su un atto giusto dettato dalla voce della coscienza e dal coraggio di vivere eticamente il ruolo di diplomatico, fa parte dell’impegno assunto da Gariwo di prevenire i genocidi e le atrocità di massa. Una pagina poco nota della storia dell’Ottocento rivela quali costi l’umanità ha pagato per far emergere la luce del diritto dal buio della sopraffazione e della violenza nelle relazioni umane e nel rapporto tra gli Stati.

Dedico queste mie riflessioni a Zakia Seddiki, moglie dell’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Democratica del Congo, ucciso a Goma il 22 febbraio del 2021, che ha condiviso sino in fondo la scelta del marito di vivere la vita diplomatica come missione umanitaria. “Sognare una realtà più bella. Insieme è possibile”, è il motto dell’Associazione benefica Mama Sofia da lei fondata nel 2017 che soccorre in Congo i bambini di strada e che continua ad esistere, nonostante la tragedia che si è abbattuta sulla sua esistenza. Non posso dimenticare le parole cariche di dolore e commozione di Zakia Seddiki davanti alla stele dedicata all’Ambasciatore Attanasio nel Giardino dei Giusti della Valle dei Templi di Agrigento il 26 novembre 2021: Nessuno deve levarci l’umanità. L’amore è il grande senso della vita e ci mostra che dobbiamo vivere in pace e per la Pace. Parole profetiche per questi tempi di guerra.

Nell’Ambasciatore Attanasio viveva il progetto e il tentativo di rendere il mondo migliore con la forza del diritto e della giustizia. In Congo aveva toccato con mano, come sessant’anni prima il Segretario dell’ONU Dag Hammarskjold, la crisi umanitaria di un paese ferito dalla guerra, dove la fame è radicata, la violenza diffusa, la povertà endemica. Aveva ben chiaro come vivere il suo ruolo di Diplomatico. Zakia Seddiki ha raccolto il suo progetto e cerca di portarlo avanti pur tra infinite difficoltà.

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Laura Ephrikian racconta le sue radici armene in un “romanzo familiare” fra Venezia, Treviso, Fregona e Vittorio Veneto (Qdpnews 31.03.22)

Laura Ephrikian, attrice di teatro, cinema e televisione, è tornata nella sua amata Treviso, la città in cui è nata il 14 giugno 1940, per raccontare le “radici” della sua famiglia di stirpe armena che, all’inizio del 1900, ha intrecciato la propria discendenza con quella dei conti Altan di Serravalle.

Il viaggio nella memoria dell’ex moglie di Gianni Morandi – da cui ha avuto i figli Marianna e Marco – è dettagliamene narrato nel libro “Laura Ephrikian. Una famiglia armena” (Sce: Spazio cultura edizioni), presentato nei giorni scorsi a Palazzo Rinaldi di Treviso, con il patrocinio dell’assessorato comunale alla cultura.

Una storia familiare che sa proprio di romanzo, a cominciare dalla vicenda artistica del padre dell’autrice, il maestro Angelo Ephrikian (Treviso, 20 ottobre 1913 – Roma, 30 ottobre 1982). Laureato in giurisprudenza a Padova, iniziò la carriera di magistrato e poi seguì la tipografia avviata a Treviso dal padre Akop, nativo dell’Armenia. Nel contempo coltivò sempre lo studio del violino con determinazione e talento, diventando un direttore d’orchestra di fama internazionale e grande interprete della musica barocca.

Al maestro Ephrikian si deve la riscoperta in era moderna delle opere di Antonio Vivaldi e di altri compositori della sua epoca. Anche i due figli, nati dall’unione con la milanese Bruna Grossi, hanno sviluppato l’amore per l’arte e la musica: Laura, lasciato il Liceo classico Canova di Treviso, nel 1957 si iscrisse all’Accademia di arte drammatica di Milano ed è diventata una delle attrici più note degli anni ’60; il secondogenito Gianclaudio “Gianni” è un noto direttore d’orchestra e compositore.

Angelo Ephrikian era l’unico figlio di Akop e Laura, storia d’amore al centro del racconto autobiografico della nipote, che ha ricostruito le vicende di una famiglia un po’ anomala: “Che è poi la mia storia, quella di una bambina timida e curiosa nata durante la guerra. I miei primi ricordi sono una casa di campagna e una frase che imparai subito a riconoscere: “Arrivano i tedeschi!”.

A queste parole la famiglia si sparpagliava. Mamma via in bicicletta, papà andava con Raul, capo partigiano, per raggiungere i compagni combattenti. Io e il nonno restavamo ad aspettare che tornassero”. La casa era quella di Fregona, dove gli Ephrikian si trasferirono, lasciando l’abitazione nel quartiere Fiera di Treviso, quando Angelo decise di unirsi ai partigiani che agivano nel Cansiglio. Ma i luoghi dell’infanzia e adolescenza dell’autrice sono anche l’ottocentesca villa di Anzano, dimora degli zii Marì e Alberto, il palazzetto liberty di Vittorio Veneto e il casale nelle colline di Ogliano di proprietà del cugino Vittorio Della Porta, che fu il primo sindaco socialista vittoriese dopo la guerra.

Il casato degli Ephrikian (tra i trisavoli c’è anche un pascià) all’inizio del Novecento si è intrecciato con quello dei conti di origine sveva Althann e poi Altan, che in seguito all’avanzata napoleonica lasciarono l’Austria per scendere a Venezia. Nel 1820 il conte Alberto, consigliere di Serravalle, si sposò con la prima Laura dell’albero genealogico familiare e ne ebbe sette figli: Alvise, Arpalice, Marina, Melania, Albertina, Ildeconda e Vespasiano. E’ Albertina che intesse la propria sorte con la famiglia armena. Nonostante l’opposizione del nobile padre, nel settembre del 1868 la contessina Altan andò in moglie a Giuliano Zasso, pittore di buona fama (suoi dipinti si trovano ancora in molte chiese del Veneto) e direttore dall’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Dalla loro unione nacquero cinque figli: Ida, che sposerà l’ingegnere Angelo Della Porta, Clementina, coniugata con Lorenzo Rossi, Elen, Giuliano e Laura.

Laura Zasso, nata l’8 agosto 1880 dopo 20 anni di matrimonio, fu mandata a studiare nel collegio delle Zitelle di Venezia, che accoglieva orfane povere ma di buona famiglia. A 28 anni, nel giugno del 1908, si recò nell’isola di San Lazzaro per cercare notizie sulle opere del padre pittore. E’ così che conobbe il giovane prete Akop Ephrikian, scampato allo sterminio del popolo dell’Ararat ad opera dei turchi. Da questo fatale incontro scaturì una storia romantica e molto travagliata, ricostruita con le 66 lettere d’amore (ritrovate dalla nipote) che la giovane coppia si scambiò prima di unirsi in matrimonio e stabilirsi a Treviso.

Akop, nato il 10 novembre 1873, salvatosi dal rogo in cui perì la sua famiglia, aveva appena 10 anni quando fuggì dall’Armenia a bordo di un bastimento partito da Istanbul e diretto a Venezia. Il giovanissimo profugo dai piedi piagati trovò asilo tra i padri armeni dell’isola di San Lazzaro. Frequentò il seminario, divenne monaco mechitarista (ordine religioso cattolico) con il nome di Padre Soukias e fu nominato direttore della tipografia del monastero, che stampava testi di grande valore culturale. Lasciò tutto, tonaca e direzione della tipografia, quando si innamorò di Laura Zasso, la sposò e ne ebbe l’unico figlio Angelo.

L’attrice non ha mai conosciuto la nonna paterna, ma nella sua prima infanzia è stata accanto a nonno Akop: “Mi chiamava affettuosamente Gaianè, però non mi parlava mai della sua terra lontana. La curiosità sulle sue origini armene mi ha sempre assillato, finché da un vecchio baule celato nel sottoscala di casa ho trovato le 66 lettere, abiti e ricami della nonna, oltre a vari documenti sulle nostre famiglie”.

Nel 2017 Laura Ephrikian è tornata nella terra degli avi. A Erivan ha visitato il mausoleo dei martiri armeni e la mostra delle immagini del genocidio. Ne ha riportato un’impressione fortissima, per le atrocità patite dai compatrioti di Akop. Tanto da sentire la necessità di raccontare in questo libro cosa è accaduto nei secoli al popolo cristiano dell’Ararat, “che i turchi avevano deciso di far sparire”, e che è ancora minacciato dalle mire degli Azeri fiancheggiati dai terroristi finanzianti da Erdogan.

Nella prima autobiografia familiare edita dieci anni fa, “Come l’olmo e l’edera” (presentata al Teatro Da Ponte di Serravalle), Laura si firmava con il cognome d’arte che le suggerì Vittorio De Sica, Efrikian e non Ephrikian. In questo terzo libro (il secondo si intitola “Incontri”) ha ripristinato il “ph”, per ribadire l’origine armena e ripercorrere il film di un’esistenza vissuta pienamente, tra grande felicità e giorni di dolore (la morte dell’amato padre e la fine del matrimonio con Gianni Morandi), i trascorsi successi artistici, la passione per la pittura e la decorazione d’interni. Il presente è ricco di attenzione verso chi ha bisogno. Due mesi all’anno l’attrice lascia Roma, dove vive stabilmente, per recarsi in Kenia ad adoperarsi a favore dei bambini dei villaggi più isolati, a cui assicura istruzione, cibo, acqua e cure sanitarie.

Ma prima di tutto c’è la Laura nonna innamoratissima dei cinque nipoti, i figli di Marianna e Marco. Il libro lo ha scritto pensando prima di tutto a loro, come ulteriore gesto d’amore: “Non voglio andarmene senza lasciare su questa terra una mia pur fragile testimonianza. Voglio che i frammenti del mio romanzo familiare si leghino ai ricordi più recenti. Voglio che i morti non siano morti per sempre. Voglio che i miei nipoti mi conoscano per davvero e che, per mio tramite, sappiano di più su loro stessi e sull’albero che ha dato vita ai loro rami e senza il quale essi non sarebbero mai nati”.

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Nagorno Karabakh, si riaccende il conflitto?/ “A grave rischio la popolazione locale” (Il Sussidiario 31.03.22)

Non solo la guerra in Ucraina. C’è un’altra zona nella quale rischia di riaprirsi un conflitto, ancora una volta con la Russia protagonista. Parliamo della regione del Nagorno-Karabakh, tra Armenia e Azerbaigian, che si contendono la zona. Le autorità armene hanno parlato di situazione “tesa” nella regione, proponendo alle autorità di Baku di collaborare per “un accordo di pace globale”.

Nella regione del Nagorno-Karabakh, poco più di un anno fa si è svolto un conflitto tra Amernia e Azerbaigian, guidate rispettivamente da Russia e Turchia. A trionfare nel conflitto, gli azeri. Da Mosca accusano Baku di aver violato l’accordo di cessate il fuoco del 2020, lanciando attacchi con i droni. L’Azerbaigian respinge l’accusa e la rimanda al mittente. La nota delle autorità armene recita: “Richiamando l’attenzione della comunità internazionale sul rischio di scontri militari in Nagorno-Karabakh e al confine tra Armenia e Azerbaigian, il Consiglio di sicurezza armeno ritiene che debbano essere attivati meccanismi internazionali di deterrenza al fine di prevenire una nuova escalation militare nella regione e una pulizia etnica”. La situazione della popolazione locale preoccupa: si rischia infatti di avere nuovamente migliaia di morti e feriti, come poco più di un anno fa.

Giulio Centemero, deputato della Lega, ha parlato della situazione in Nagorno Karabakh ai microfoni di Askanews: “Mi rincresce constatare che nell’attuale già drammatica situazione internazionale, si sia aperto un secondo fronte nel Caucaso meridionale, mettendo gravemente a rischio la pace e la sicurezza dell’intero continente europeo.

Secondo quanto si apprende da fonti di stampa si sono verificate diverse azioni di conflitto nel territorio del Nagorno – Karabakh in violazione della tregua stipulata il 9 novembre 2020, che hanno provocato morti e feriti. Siamo di fronte al perpetrarsi di una crisi umanitaria severissima che sta colpendo duramente la popolazione del Nagorno – Karabakh, rimasta persino senza gas naturale per circa un mese a causa del danneggiamento dell’unica condotta di rifornimento. È necessario che riprendano costruttivamente i negoziati di pace e si abbandoni la via della violenza”.

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Le ripercussioni della guerra in Ucraina nel Caucaso (Tag43.it 31.03.22)

Nagorno Karabakh, nuova escalation (Osservatorio Balcani e Caucaso e altri 30.03.22)

Per più di un anno in Nagorno Karabakh il cessate il fuoco concordato dopo il conflitto del 2020 ha retto. Ci sono stati scambi di fuoco fra Armenia e Azerbaijan, ma il più delle tensioni hanno riguardato i vecchi-nuovi confini fra i due paesi, cioè i confini di stato che Yerevan e Baku si sono trovate ad avere una volta che il cuscinetto del territorio del Karabakh come era uscito dalla prima guerra è stato rimosso.

Le profonde differenze fra gli scontri transfrontalieri e quelli nel territorio di quel rimane del Karabakh sono la natura del contendere, e la presenza o meno di una forza d’interposizione. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’assenza di un accordo sul perimetro dei confini è l’origine degli scontri transfrontalieri, anche se c’è un accordo di fondo sulla legittimità dei due territori separati. Armenia e Azerbaijan si riconoscono reciprocamente, ma non sono d’accordo su dove inizia uno e finisce di conseguenza l’altro. Per il Karabakh è diverso: l’Azerbaijan non ne riconosce l’esistenza. Non esiste per Baku quel territorio e quella specificità locale. Per Baku è tutto Azerbaijan e gli armeni che vi risiedono sono cittadini azeri che devono accettare la giurisdizione di Baku e temporaneamente vi sono dei peacekeeper russi.

Questo porta direttamente alla seconda differenza: sui confini di stato armeno-azeri non ci sono forze di interposizione, in Karabakh invece c’è un contingente di circa 2000 uomini di Mosca, sul cui operato però ora piovono critiche da ambo le parti.

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Nagorno-Karabakh, “rischio escalation militare”. Nuovo fronte che coinvolge la Russia (Il Giorno 29.03.22)


Come la guerra in Ucraina agita le acque in Asia (Lanuovabq 29.03.22)


Il Caucaso e la guerra in Ucraina: tra astensionismo e supporto (Ilcaffegeopolitico 29.03.22)


Si riapre il fronte del Nagorno Karabakh: la Russia sempre protagonista (Eastwest.eu 29.03.22)


La “minaccia di escalation militare” nel Nagorno-Karabakh La Russia è su un nuovo fronte. (Tebigeek 29.03.22)


Kiev chiama, l’Azerbaijan riapre il fronte Nagorno-Karabakh (Il manifesto 29.03.22)


#UKRAINERUSSIAWAR. Nagorno-Karabakh e gli interessi azeri anti-russi (Agcnews)


Guerra Russia-Ucraina, l’attivista dei Fridays for Future russi: “L’Ue smetta di comprare combustili da Mosca, così finanzia il conflitto” (Ilfattoquotidiano)

Italia-Armenia: in scena a Jerevan “La Traviata” di Verdi (Aise 30.03.22)

JEREVAN\ aise\ – In occasione del trentesimo anniversario dello stabilimento delle Relazioni Diplomatiche tra la Repubblica Italiana e la Repubblica di Armenia, è stata organizzata la rappresentazione de “La Traviata” di Giuseppe Verdi.
L’evento si è tenuto lo scorso 24 marzo al Teatro Nazionale Accademico dell’Opera e del Balletto “Alexander Spendiaryan” di Jerevan e che è stato presentato dall’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alfonso Di Riso.
Presente all’iniziativa, il Vice Ministro degli Affari Esteri armeno, Paruyr Hovhannisyan, oltre a numerosi rappresentanti delle autorità locali, del corpo diplomatico e del mondo della cultura. (aise)