Costruire una società civile dopo l’URSS. Intervista ad Armine Ishkanian (East Journal 13.12.21)
Il programma di ‘transizione’ avviato in seguito al crollo del comunismo in Europa orientale era fondato su due obiettivi: il passaggio all’economia di mercato e la promozione della democrazia. In questo contesto, la costruzione dall’alto di una ‘società civile’ aveva un duplice significato per i donatori di aiuti internazionali: da un lato, in quanto alternativa al controllo pervasivo dello stato comunista, la società civile era considerata un presupposto fondamentale per la democratizzazione. Dall’altro, era un mezzo per istituire il libero mercato, attraverso l’indebolimento dello stato sociale e il trasferimento delle sue responsabilità in mano ad attori non-statali, tra cui le organizzazioni non-governative (ONG).
Nella pratica, questo progetto non ha avuto gli effetti sperati. Trent’anni dopo, la società civile in molti paesi dell’ex Urss si trova minacciata da politiche statali repressive, ma anche contestata da forme più radicali di attivismo che prefigurano un modello di sviluppo alternativo. Ne abbiamo parlato con Armine Ishkanian, professoressa associata nel dipartimento di Politiche Sociali della London School of Economics ed esperta di società civile, democrazia, sviluppo e trasformazione sociale in Armenia e non solo.
Nel suo libro “Democracy Building and Civil Society in Armenia” (Routledge, 2008) ha descritto lo sviluppo di una società civile “geneticamente modificata” in Armenia in seguito al crollo del comunismo. Può spiegarci questo fenomeno e quali ne sono state le conseguenze?
Tra la metà e la fine degli anni novanta in Armenia c’è stata una proliferazione di ONG. Nel 1994, tre anni dopo il crollo del comunismo, c’erano solo 44 ONG registrate presso il Ministero della Giustizia. Nel 1995, fu stabilito un NGO Resource and Training Center (Centro risorse e formazione per le ONG, NdA), finanziato da USAID (l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale, NdA). Nel giro di un anno, oltre 1500 ONG si erano già registrate in Armenia, e i numeri continuavano a crescere. Non era una dinamica naturale, ma spinta dai finanziamenti messi a disposizione dai donatori di aiuti internazionali. Molte di queste ONG erano diventate un business, una fonte di sostentamento per molte persone che dopo il crollo del comunismo erano finite disoccupate o con un lavoro che non gli permetteva di sopravvivere. Il lavoro nel settore non-governativo era diventato una fonte di reddito; molte ONG erano attive per qualche anno, poi scomparivano e venivano sostituite da nuove organizzazioni. Questo ha avuto delle conseguenze indesiderate, portando alla mancanza di fiducia da parte del pubblico nei confronti delle ONG e della società civile in senso più ampio. In Armenia è apparso il termine grantagerner (mangiatore di grants, NdA) per descrivere quelle organizzazioni create solo per approfittare delle sovvenzioni internazionali. Più in generale, questo ha portato ad una mancanza di fiducia nella democrazia e nel processo di democratizzazione.
Oggi, alcuni regimi ibridi o autoritari nella regione post-sovietica, come in Russia e in Azerbaigian, accusano le ONG di essere ‘agenti stranieri’ e hanno introdotto misure volte a limitare i finanziamenti internazionali alla società civile. Come spiega questo fenomeno e che impatto ha sulla società civile?
Quello dell’erosione della società civile non è un fenomeno circoscritto alla regione, ma è osservabile anche nelle democrazie liberali occidentali, come nel Regno Unito. Nel corso degli ultimi 10-15 anni numerosi governi stanno introducendo leggi che limitano le attività di advocacy e le campagne di sensibilizzazione, non solo delle ONG professionalizzate ma anche di gruppi e movimenti informali. Nello spazio post-sovietico, c’è la percezione da parte dei governi di un’interferenza delle ONG finanziate con capitali stranieri negli affari interni, ma anche esteri, se pensiamo alle questioni legate ai conflitti. Ci sono anche preoccupazioni, legittime in alcuni casi, legate al fatto che queste ONG non collaborano necessariamente con i governi per sostenere le politiche di previdenza sociale, e ciò comporta una mancanza di responsabilità (verso i cittadini, NdA). Ma c’è anche una pressione che viene dal basso: i movimenti sociali più progressisti e radicali contestano la legittimità delle ONG, vedendole come entità tecnocratiche, che vanno incontro alle richieste dei donatori internazionali ma sono disconnesse dalle questioni di interesse pubblico. In Armenia, a partire dal 2008-10 c’è stata una crescita di iniziative civiche dal basso – legate ai diritti delle donne, a questioni ambientali e di sviluppo urbano – che contestano le ONG e il loro lavoro. Perciò questo backlash contro la società civile viene sia dall’alto che dal basso, ed è qualcosa su cui le stesse ONG dovrebbero interrogarsi.
Trent’anni dopo, la società civile nello spazio post-sovietico è diventata meno dipendente dai capitali stranieri?
I finanziamenti multilaterali e bilaterali occidentali sono diminuiti nel corso degli anni, per cui la società civile è stata costretta a diversificare le proprie modalità di funzionamento. Alcune organizzazioni si sono orientate più verso le fondazioni filantropiche, altre hanno cercato il sostegno del settore privato, altre ancora si sono date al crowd-funding. C’è una tendenza all’indipendenza e al rifiuto dei donatori, per lo meno in alcuni segmenti della società civile. Tuttavia, nonostante la retorica sul rispetto della local ownership (partecipazione e responsabilità locale, NdA), i donatori continuano a perpetuare le diseguaglianze strutturali – legate al modo in cui vengono attribuiti i finanziamenti e ai requisiti di rendicontazione richiesti. Il sistema di aiuti internazionale è sbagliato, non solo in questa regione, ma ovunque. Ciò che però mi infonde speranza sono le iniziative informali, dal basso, che si mobilitano non in risposta ad un bando di finanziamento ma intorno a problematiche vissute e di interesse comune.
Contrariamente alla società civile “geneticamente modificata”, che ha accompagnato il progetto di trasformazione neoliberista delle società post-comuniste, più di recente sono emersi nella regione dei gruppi che si oppongono alle politiche neoliberiste – ad esempio quelle orientate all’estrattivismo. Può parlarci di queste tendenze e delle prospettive future?
Le iniziative dal basso di cui parlavo sono certamente degli spazi di resistenza al neoliberismo, contrariamente alle ONG che riproducono le logiche neoliberiste senza riflessione critica. Ma a differenza di altre parti del mondo, come in Asia meridionale, America Latina o alcune parti dell’Africa sub-Sahariana, negli ex paesi socialisti dell’Europa orientale portare avanti un discorso anti-capitalista e di sinistra è un compito estremamente difficile, proprio a causa dell’eredità sovietica. In Armenia, l’ala progressista della società civile è molto ridotta e marginalizzata – anche a causa del conflitto in Nagorno-Karabakh. A parte qualche contatto con la società civile georgiana o nella regione, pochissimi gruppi fanno parte di network internazionali, come l’Internazionale Progressista, e questo limita le loro capacità di resistenza. In America Latina, anche le ONG assumono atteggiamenti critici nei confronti delle politiche neoliberiste, mentre nei paesi dell’ex Unione Sovietica sono più reticenti a farlo – a causa del retaggio comunista. Alcune idee neoliberiste sono diventate un gospel nella regione, ed è difficile rimetterle in discussione. Se pensiamo alla questione del cambiamento e della continuità nella sfera politica, dobbiamo considerare il ruolo delle idee, la possibilità di contestare l’egemonia – come direbbe Gramsci – e di proporre una contro-egemonia. Ma se non vi è spazio all’interno della società, e perfino la società civile è restia a portare avanti un dibattito critico, non è chiaro da dove potrà emergere il cambiamento.
Possiamo ancora parlare di società civile ‘post-sovietica’?
Sono passati trent’anni dal crollo dell’Urss e siamo di fronte ad una nuova generazione di attivisti. Sicuramente restano alcuni retaggi sovietici, ma la società civile di oggi è molto più influenzata da tendenze globali. Gli attivisti sono sui social media, sanno ciò che accade in altre parti del mondo, e possono ispirarsi da altri discorsi e da altre pratiche. Ad esempio, alcune tattiche che hanno avuto origine nel movimento Occupy Wall Street sono apparse in Armenia con l’occupazione del parco Mashtots (a Erevan, NdA) nel 2011 e sono in uso ancora oggi. Penso che dovremmo discostarci dalle etichette e semplicemente guardare alla società civile che esiste nella realtà: influenzata dalle storie locali e dalle specificità culturali, ma in sintonia con le tendenze globali – sia quelle progressiste che quelle conservatrici.


Esattamente trent’anni fa il popolo di Artsakh (Nagorno Karabakh), un territorio dove la stragrande maggioranza della popolazione era armena, fece un referendum storico. Il 99,89 per cento degli elettori armeni votò a favore della totale indipendenza dall’Azerbaijan esercitando il proprio diritto di autodeterminazione.
Proviamo a tornare indietro nel tempo e capire cosa accadeva realmente in quel fazzoletto di terra in quegli anni. Come è risaputo il territorio di Artsakh (storicamente armeno) fu incorporato forzatamente nell’Azerbaijan nel 1921 con la diretta interferenza di Stalin. In seguito, nel 1923 venne incorporato nella Repubblica Socialista Sovietica d’Azerbaijan come un oblast autonomo. Da sottolineare il fatto che, nel 1923, il 94,4 per cento della popolazione di Artsakh era armena e che, in conseguenza della politica discriminatoria, aggressiva e violenta dell’Azerbaijan, scese drasticamente.
Il punto di svolta fu nel 1988, quando il parlamento locale dell’Oblast autonomo di Nagorno Karabakh approvò una risoluzione che invitava Mosca, Yerevan e Baku a ritirare la regione dall’Azerbaijan sovietico e ad annetterla all’Armenia sovietica. Sia Mosca che Baku la considerarono inaccettabile.
In risposta alla volontà dell’autodeterminazione della popolazione del Nagorno Karabakh, le autorità azere organizzarono i massacri degli armeni trasformandoli in azioni militari. Come soluzione al conflitto l’Azerbaijan scelse la guerra e non la pace. Nel 1991 Artsakh dichiarò la sua indipendenza in pieno rispetto con il diritto internazionale. Bisogna evidenziare che il referendum si svolse in conformità alle norme giuridiche esistenti. Il giorno del referendum erano presenti due dozzine di osservatori internazionali che in seguito presentarono il loro rapporto.
La popolazione armena sognava di poter realizzare i propri diritti e di poter scegliere di essere indipendente. La loro volontà fu risposta invece con attacchi e aggressioni. Il giorno del referendum, Stepanakert e altri insediamenti armeni erano sotto incessanti bombardamenti, ma la determinazione della popolazione era talmente grande che nulla poté fermare gli elettori. Secondo i dati forniti dalle autorità, dieci persone furono uccise e undici civili rimasero feriti. Difatti il rapporto di due dozzine di osservatori internazionali a seguito del referendum affermò che il referendum si fu svolto “in condizioni di aggressione armata” dall’Azerbaijan contro Artsakh.
Da notare che la popolazione azera del Nagorno Karabakh rifiutò di partecipare al referendum, anche se la commissione elettorale ebbe creato le condizioni necessarie per lo svolgimento del referendum in tutto il territorio della repubblica, compresi i loro insediamenti. In quegli anni gli azeri che vivevano in Artsakh costituivano circa il venti per cento della popolazione e non parteciparono al referendum su ordine di Baku.
Nel lontano 1991, in mezzo all’orrore e all’odio promosso dalle autorità azere, la popolazione del Nagorno Karabakh non esitò di dire sì all’indipendenza. Per trent’anni lunghi e pieni di incertezza il popolo di questa repubblica mai riconosciuta ha aspettato il suo turno di poter essere libero e indipendente. A trent’anni da questo referendum la comunità internazionale continua a rimanere impassibile e muta. Indifferenza che viene percepita come un insulto all’umanità, sentita particolarmente forte esattamente un anno fa, quando l’Azerbaijan ha scatenato la guerra attaccando l’intero territorio del Nagorno Karabakh. Le autorità azere non hanno risparmiato nulla: scene di violenza, crimini di guerra, impiego di armi vietate, atti di vandalismo. Il trattato di pace siglato il 9 novembre ha posto fine alla guerra di 44 giorni vinta dall’Azerbaijan in primis grazie al sostegno militare della Turchia e al coinvolgimento dei terroristi stranieri.
La guerra è finita ma non nei ricordi della popolazione armena. Ha avuto un impatto drammatico sul benessere fisico, sociale ed emotivo degli abitanti ma non gli ha tolto la speranza di un futuro più luminoso, quando finalmente sarà riconosciuto il loro innegabile diritto all’autodeterminazione. Quando si soffia via la polvere dell’indifferenza rimane sempre la speranza ed è possibile capirne la vera essenza soltanto quando si decide di agire.
*Docente di lingua italiana all’Università Brusov di Yerevan e all’Università Americana in Armenia, collabora per alcune testate armene e italiane