ROMA E LO STORICO RAPPORTO CON GLI ARMENI (spazioliberoblog.com 19.05.21)

di LETIZIA LEONARDI ♦

L’Armenia ci sembra una terra lontana d’oriente, legata all’occidente per le sue radici cristiane ma pochi sanno che, nel 114, fu anche un’antica provincia dell’impero romano, ordinata dall’imperatore Traiano. Abbandonata da Adriano ritornò sotto il dominio romano dopo le guerre contro i Parti. L’Armenia di allora  comprendeva i territori dell’attuale Turchia orientale, Armenia, Georgia, Azerbaijan e una piccola parte dell’Iran nord-occidentale. Quando Pompeo conquistò il territorio, Tiridate I fu incoronato, nel 66 d. C., da Nerone re d’Armenia in una solenne cerimonia svoltasi a Roma ed è plausibile che ci fu sicuramente la presenza nella nostra capitale di considerevoli gruppi di armeni. Secondo un’antica memoria pare che i Cavalli di San Marco siano stati in origine portati in dono a Nerone proprio dal re d’Armenia Tiridate I, in occasione di questa cerimonia.

La presenza armena in Occidente comincia a farsi considerevole a partire dall’Alto Medioevo (dal 476 dopo Cristo). Erano mercanti ma anche religiosi. Era gente di professioni e provenienze diverse. Sapevano molte lingue, erano grandi viaggiatori, bravi negli affari e abituati a un destino avverso che li portava a fuggire dal loro Paese d’origine. Arrivavano in Italia dal regno di Cilicia e dove si insediavano edificavano chiese, ospizi che accoglievano pellegrini e  scuole.

A parte l’episodio dell’incoronazione del Re Tiridate I, la più antica menzione di armeni a Roma si trova negli atti del Concilio Ecumenico Laterano del 649 per la presenza di due abati armeni: Thalassio, priore del monastero degli Armeni e Giorgio, priore del monastero di Cilicia, che si trovava vicino al luogo dove fu decapitato S. Paolo apostolo, lungo la via Ostiense.  Anche Roma, grazie ai pellegrinaggi, ha ospitato, sin dal XIII sec. una fiorente comunità armena, che aveva, come attesta un’epigrafe del 1246, un monastero, una chiesa e un ospizio, di cui però non esiste attualmente traccia. Secondo alcune testimonianze, nell’IX  sec., gli armeni avevano a Roma, in una via vicino al palazzo del Vaticano,  una vecchia casa e una chiesa dedicata alla Vergine Maria  e a San Gregorio Illuminatore che papa Clemente II avrebbe restaurato e abbellito. La via si chiamava via degli armeni. In piazza S, Pietro, nel XIII sec. c’era un’altra piccola chiesa con un monastero che ospitava 12 monaci e ricordata come cappella di S. Giacomo degli armeni. In base a un documento originale dell’ospizio armeno si può stabilire con certezza che prima che fosse fatta l’attuale piazza della basilica di S. Pietro, gli armeni avevano una chiesa e un ospizio che furono eliminati nel XVI per costruire proprio l’attuale basilica e per allargare la piazza. L’ospizio era abitato da una cinquantina di persone, per lo più monaci provenienti dalla Cilicia e dall’Armenia orientale e da laici di umile origine. Questa struttura sorgeva in quella che allora era chiamata «contrada degli Armeni» e che corrisponde all’area attualmente compresa tra il colonnato del Bernini, il Palazzo del Sant’Uffizio e la Porta Cavalleggeri.

In sostituzione delle chiese sottratte, Pio  IV nel 1563 concesse agli armeni di Roma, la chiesa di Santa Maria Egiziaca, nota come tempio pagano. Oltre a questa chiesa, nel 1566, gli armeni presero possesso anche dell’annesso ospizio. Il cardinale Giulio Antonio Santoro, responsabile della politica pontificia verso gli orientali cattolici, assunse anche la supervisione della comunità armena che, da quel momento, godette sempre in Curia di un cardinale protettore.

Piranesi_Egiziaca

Nel 1563 papa Pio IV concesse ai pellegrini armeni anche l’uso della chiesa di San Lorenzo dei Cavallucci, all’estremità del ponte ai Quattro capi. Una concessione molto breve perché tre anni dopo il suo successore Pio V destinò quell’area al ghetto per gli ebrei di Roma. Nonostante questo episodio, anche lui fu un benefattore degli armeni infatti gli fece impiantare una stamperia ed era sua intenzione anche costruire per loro un collegio ma morì improvvisamente e prematuramente, nel 1572, e il progetto saltò.

Vicino alla chiesa di S, Maria Egiziaca, con denaro offerto da benefattori armeni, furono costruite abitazioni per l’accoglienza di persone di passaggio, garantendo così un’entrata alla chiesa. Papa Paolo V, nel 1610, concesse agli armeni un privilegio importante: poter ereditare tutti i beni degli armeni morti a Roma senza lasciare testamento e senza eredi legittimi.

Poiché la chiesa di S. Maria Egiziaca era situata nel lungotevere, c’era molta umidità e l’aria non era salubre tanto che, intorno al 1830 gli armeni furono costretti a lasciare la chiesa. In sostituzione gli fu concessa la chiesa di San Biagio della Pagnotta con gli edifici adiacenti, compreso l’ospizio. Anche la sistemazione nella chiesa di San Biagio non fu però definitiva e quando nel 1883 papa Leone XIII decise finalmente di erigere un Collegio, chiamato Leoniano, per ospitare i seminaristi e gli apprendisti missionari precedentemente la scelta ricadde sul complesso di San Nicola da Tolentino, vicino piazza Barberini. È qui dunque che ancora oggi si trova, oltre alla chiesa, l’archivio dell’ospizio degli armeni che non è però aperto per la consultazione a causa della mancanza di inventario.

E nel 1869 sono state rinvenute diverse lapidi con scritte armene.

TOLENTINO

Per quanto riguarda l’arrivo dei missionari cattolici, essi provenivano soprattutto da Costantinopoli o Isfahan, e dalle città carovaniere come Erzurum. Uno dei segni armeni più datati conservati a Roma è un’iscrizione armena sul portale bronzeo di San Pietro, dedicata a San Gregorio Illuminatore.

Ma vediamo più da vicino le due chiese armene della capitale tutt’ora esistenti.

La chiesa di S. Biagio della Pagnotta si trova in via Giulia 63 e fu eretta sulle rovine di un tempio di Nettuno. Il 3 febbraio, in occasione del giorno di S. Biagio, esiste ancora l’usanza di ungere con l’olio benedetto la gola dei fedeli e nella Chiesa di S. Biagio di Roma si usa distribuire le così dette “pagnottelle di S. Biagio”, dei pani benedetti.

Ma chi era S. Biagio? Nato a Sebaste, attuale Sivas in Turchia, era giovanissimo quando iniziò a studiare filosofia prima e poi medicina. Nell’esercizio della sua professione di medico, conoscendo molti cristiani, decise di convertirsi al cristianesimo e per questo venne arrestato, sottoposto a torture e condannato alla decapitazione. Oggi la devozione di S. Biagio è diffusa in tutto il mondo, santuari chiese, cappelle, altari dedicati a lui sono in ogni parte.

L’altra chiesa armena di Roma è quella di San Nicola da Tolentino, che si trova nell’omonima salita. Appartiene al Pontificio Collegio Armeno e officia sempre messa in armeno. Si tratta di una chiesa barocca costruita intorno alla metà del 1600 su progetto dell’architetto milanese Carlo Buzzi. Rimase di proprietà dei Padri Agostiniani fino al 1870. Passò poi per un breve tempo alle Suore Battistine e successivamente concessa dal Pontefice Leone XIII al Pontificio Collegio Armeno da lui fondato e inaugurato solennemente il primo di novembre del 1883. Nei primi cento anni della sua vita il Collego ha ospitato circa 270 alunni,160 di questi sono diventati sacerdoti; tre sono diventati patriarchi e diciannove vescovi e arcivescovi. Tra gli anni 1939-1943 è stata costruita   la sede odierna del Collegio che si trova proprio accanto alla chiesa. L’8 luglio del 1961, grazie ad una donazione del Cardinale Agagianian, è stata inaugurata la Nuova Biblioteca del Collegio Armeno. La struttura è diretta da un Rettore, un Vicerettore, un Amministratore ed un Padre Spirituale che mantengono la struttura e seguono i seminaristi che intraprendono in Italia il loro percorso di studio in vista del sacerdozio.

E, grazie al Cardinale Gregorio Pietro Agagianian, nel 1966,  la Radio Vaticana mandò in onda la prima trasmissione in lingua Armena. Da allora la sezione armena della radio ricopre un ruolo importante di collegamento tra la Santa Sede, l’Armenia e la sua diaspora. Ogni terza domenica del mese, viene  trasmessa la santa messa solenne con il Rito Armeno.

A Roma, in via Vincenzo Monti, è presente anche la congregazione delle suore armene dell’Immacolata Concezione, fondata a Costantinopoli, l’attuale Istanbul, durante l’Impero Ottomano, sopravvissuta ai massacri hamidiani e poi, al genocidio del 1915. Le suore dell’Immacolata Concezione furono testimoni dirette dei massacri delle loro famiglie, assistendo i feriti, salvando i bambini rimasti orfani. A partire dal 1915, quando divenne esecutivo l’ordine del governo ottomano di deportare tutti gli armeni e lasciarli morire nelle cosiddette marce della morte nel deserto, senza acqua né cibo, la città di Aleppo (oggi in Siria ma all’epoca in Turchia) era diventata il primo luogo di accoglienza di centinaia di migliaia di deportati che arrivavano in condizioni terribili. C’erano migliaia di orfani strappati ai loro genitori, traumatizzati e denutriti. Alla fine delle ostilità, negli anni Venti, la congregazione creò nuove case a Beirut, Alessandria, e Baghdad. Dopo la  tragedia del genocidio, Pio XI decise di accogliere  nella residenza di Castelgandolfo, per qualche mese, 400 orfane che diventarono presto 500, accompagnate da 12 religiose. Nel 1922, per motivi di sicurezza, la casa generalizia venne trasferita definitivamente da Istanbul a Roma, sul colle di Monteverde e fu comprata nel 1923 dai Cavalieri di Malta. Nell’edificio, su una lastra di marmo, sono ancora incisi i nomi delle 13 suore martiri, durante il genocidio.

Ed è a Roma che c’è una delle comunità armene più attive d’Italia nel commemorare le vittime del genocidio armeno ogni 24 aprile e nel promuovere il riconoscimento del Metz Yeghérn presso i vari livelli istituzionali per giungere all’obiettivo di annoverare anche il parlamento italiano tra quelli delle nazioni che hanno riconosciuto questo grande crimine, perpetrato dall’Impero ottomano nel 1915, con una apposita legge.

LETIZIA LEONARDI

Vai al sito

Scontri su base etnico-religiosa: georgiani e svani contro azeri (Asianews 19.05.21)

Nella città di Dmani, un diverbio si è trasformato in rissa e lotta fra le comunità cristiane e musulmane. La città è sulla strada fra Armenia e Azerbaijan. Risolutivo l’intervento del muftì della Georgia orientale e del rappresentante del Patriarcato di Georgia. Le lotte interetniche, un’eredità del passato sovietico.

Mosca (AsiaNews) – Da più di due giorni nella città di Dmanisi si assiste a uno scontro etnico-religioso. Il conflitto si concentra soprattutto nel quartiere di Kvemo Kartli con scontri tra cittadini georgiani, svani [etnia della Svanezia, nord-est del Paese] e azeri. Nella città, dove tre giorni fa si è anche recato Il ministro degli interni Vakhtang Gomelauri, sono schierate ingenti forze di polizia, che hanno isolato il territorio nel tentativo di ripristinare l’ordine pubblico.

Nella città si contano diversi feriti e numerosi arresti. Le opposizioni anti-governative, insieme alle organizzazioni per i diritti umani, criticano il governo per il ritardo nell’intervento.

La cittadina è sconvolta da urla in varie lingue, insulti reciproci per strada e dalle finestre delle case, suoni di pestaggi improvvisi. Oltre alle tre etnie, gli scontri sono provocati anche da accuse reciproche e offese su base religiosa, tra cristiani e musulmani.

Tutto è cominciato per una semplice rissa di strada. Il 16 maggio, il padrone di un negozio si è rifiutato di dare birra a credito a un gruppo di giovani. Questi si sono scagliati contro di lui, e sono tornati con bastoni, mazze e zappe.  Come mostrano le videocamere di sorveglianza, uno brandiva addirittura un maglio meccanico. Gli assalitori hanno cominciato a distruggere le vetrine e gli scaffali del negozio. Un altro gruppo è giunto in soccorso del negoziante, e gli scontri si sono diffusi in tutto il quartiere, sempre con l’uso di armi improvvisate, “come una nevicata improvvisa”, secondo le testimonianze degli astanti raccolte da Ekho Kavkaza.

In serata i media georgiani hanno diffuso l’informazione che i giovani erano di etnia svani e il negoziante un azero. Gli azeri chiamano gli svani eco-migranti, in quanto sarebbero stati trasferiti a Dmanisi, città di etnia tradizionale azera, dalle autorità sovietiche più 30 anni fa, a causa delle catastrofi ecologiche in Svanezia. Un testimone ha spiegato che i georgiani sono giunti “in soccorso dei nostri amici svani… contro questi musulmani che ci gettano addosso le pietre”. Le autorità locali hanno dato l’impressione di lasciare che i gruppi se la sbrigassero da soli, intervenendo solo in tarda serata.

Ancora prima della polizia, sono intervenuti i rappresentanti del clero ortodosso e musulmano. Ieri, 18 maggio, si sono presentati in piazza a Kvemo Kartli il muftì della Georgia orientale, Etibar Eminov, e il capo dell’ufficio comunicazioni del patriarcato di Georgia, il protoierej Andrija Dzhagmaidze. Insieme a loro vi era uno dei leader della maggioranza di governo, il deputato Sozar Subari. Pur con qualche difficoltà, sono riusciti a persuadere i principali contendenti a sospendere le ostilità e scambiarsi una stretta di mano.

Commentatori osservano che gli scontri di piazza a Dmanisi sono “una tracimazione del passato sovietico”, quando a fatica queste ostilità venivano regolate dai piani economici e sociali del governo centrale. Dmanisi è una delle città più popolose della Georgia (oltre mezzo milione di abitanti). Oltre alle tre etnie principali, vivono anche minoranze di armeni e greci, e migliaia di profughi dall’Abkhazia, regione teatro di conflitti armati con i russi.

L’eco-migrazione degli svani ebbe luogo dal 1987, alla fine del periodo sovietico, dopo che alcune straordinarie nevicate avevano provocato valanghe e frane, travolgendo le abitazioni e causando decine di morti. La migrazione è continuata fino alla dissoluzione del regime sovietico. Da allora la zona è considerata un “territorio criminale” di difficilissima gestione. Attraverso di essa passava la strada che porta in Armenia e Azerbaijian, poi distrutta dal conflitto in Nagorno Karabakh, e che ora si vorrebbe ripristinare; su di essa erano molto frequenti gli assalti di briganti.

Nessun governo è finora riuscito a riprendere in mano il controllo della regione, e i recenti conflitti tra armeni e azeri hanno isolato la zona ancora di più. Anche da queste scaramucce periferiche è evidente la grande tensione che attraversa tutto il mondo post-sovietico del Caucaso, con le sue tante etnie e il suo difficile passato.

Vai al sito

Armenia: premier Pashinyan, non garantiremo corridoio di trasporto merci nel Caucaso meridionale (Agenzianova 19.05.12)

Erevan, 19 mag 17:36 – (Agenzia Nova) – L’Armenia non garantirà un corridoio di trasporto per le merci tra i Paesi del Caucaso meridionale. È quanto dichiarato dal primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, in un comunicato, in cui affronta la situazione nella provincia di Syunik, a seguito dello sconfinamento delle truppe azerbaigiane nell’area del Lago Sevan. “La situazione è stabile, ma tesa e inaccettabile per noi, e la nostra posizione è inequivocabile: le unità delle forze armate azerbaigiane devono ritirarsi dal territorio sovrano dell’Armenia”, ha detto Pashinyan, aggiungendo che “le nostre forze armate effettuano manovre tattiche, ma riteniamo che questa situazione dovrebbe essere risolta con mezzi diplomatici e pacificamente”. “Abbiamo fatto domanda all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) per l’applicazione dei meccanismi previsti”, ha detto Pashinyan, e “anche se i processi non vanno avanti al ritmo desiderato, la Csto ha gli strumenti di sicurezza adatti, e la parte armena continuerà a fare sforzi costanti per metterli in funzione”. (segue) (Rum)

 © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Armenia-Azerbaigian: colloquio telefonico fra premier Pashinyan e Putin su crisi al confine (Agenzia Nova 19.05.21)

Erevan, 19 mag 19:32 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro ad interim dell’Armenia Nikol Pashinyan ha discusso telefonicamente della crisi al confine armeno-azerbaigiano con il presidente russo Vladimir Putin. È quanto riferisce l’ufficio stampa del governo di Erevan. “Pashinyan ha parlato dell’attuale situazione al confine tra Armenia e Azerbaigian, sottolineando che le forze armate azerbaigiane, contrariamente a tutte le norme del diritto internazionale, hanno violato il territorio sovrano dell’Armenia”, si legge nel comunicato. Il 12 maggio, il ministero della Difesa armeno ha riferito che le forze armate azerbaigiane hanno tentato di avviare delle attività per “delimitare i confini” in una delle aree di confine della provincia armena di Syunik. Da quel momento è in corso una nuova crisi fra i due Paesi: da un lato, l’Armenia chiede l’immediato ritiro dei militari azerbaigiani entro il loro lato del confine; dall’altro, le autorità di Baku che sostengono che la frontiera in quell’area non sia pienamente delimitata e ritengono di non aver commesso alcuna violazione. (Rum)

Armeni: sì unanime alla mozione per il riconoscimento del genocidio (Il Friuli 19.05.21)

Budai: “L’Armenia ricorda molto il nostro piccolo Friuli e la sua una Comunità autonoma: il suo popolo subisce da oltre 100 anni e non vede riconosciuto il crimine subito”

Armeni: sì unanime alla mozione per il riconoscimento del genocidio

“Il riconoscimento del genocidio degli armeni, popolo fiero che ha sopportato e sopporta tanti soprusi, merita il nostro sostegno. L’auspicio è che questo momento possa costituire solo un tassello per arrivare, non solo in quella regione ma in tutte le regioni del mondo, a una situazione di pace e di collaborazione tra i popoli”.

Questo il commento dal consigliere Alberto Budai (Lega) immediatamente dopo l’approvazione all’unanimità da parte del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia della mozione 208
volta al riconoscimento del genocidio del popolo armeno che lo vedeva in qualità di primo firmatario.

Un’istanza sottoscritta da tutti i componenti del Gruppo consiliare del Carroccio, al quale si sono aggiunti in aula, dopo la precedente sigla di Emanuele Zanon (Regione Futura), anche i

colleghi di Progetto Fvg/Ar, FdI, Cittadini e M5S. Un’approvazione trasversale, dunque, giunta al voto con il parere favorevole della Giunta, manifestato dall’assessore Pierpaolo
Roberti che ha definito l’unanimità come “atto dovuto”.

Il provvedimento, illustrato dallo stesso Budai, esprimendo “solidarietà al popolo armeno nella sua lotta per il riconoscimento della verità storica e per la difesa dei suoi diritti inviolabili”, impegna il governatore della Regione e la sua Giunta “a intraprendere ogni azione necessaria per il riconoscimento del genocidio degli armeni sulla base delle risoluzioni già assunte da Onu e Parlamento europeo, dal  Congresso e dal Senato degli Stati Uniti d’America, nonché dal Parlamento della Repubblica italiana”.

“Parliamo di un’area in cui la ferocia umana continua a imperversare. Un genocidio – ha introdotto il tema Budai, elencando per sommi capi la storia di questa tragedia – riconosciuto da 30 Paesi, tra i quali l’Italia e da poco anche gli Stati Uniti. L’Armenia ricorda molto il nostro piccolo Friuli e la sua una Comunità autonoma: il suo popolo subisce da oltre 100 anni e non vede riconosciuto il crimine subito con l’uccisione di 1,5 milioni persone durante la Prima guerra mondiale da parte dell’impero ottomano”.
“Questa iniziativa – continua il consigliere della Lega – si aggiunge a una serie di azioni di numerose istituzioni tra le quali anche la decisione del presidente degli Stati uniti di
riconoscere come genocidio l’uccisione di 1,5 milioni di armeni durante la Prima Guerra mondiale da parte dell’impero ottomano”.

“La libertà dei popoli, la possibilità ad autodeterminarsi e la tutela delle identità locali sono valori fondanti che mi hanno spinto ad intraprendere il mio percorso politico. I diritti
fondamentali di ognuno – aggiunge Budai – non devono mai essere prevaricati e il diritto internazionale deve essere sempre garantito a tutti”.

Il presidente del Cr Fvg, Piero Mauro Zanin, ha ricordato di aver ricevuto “le comunicazioni da parte di alcuni soggetti interessati che hanno fornito interpretazioni diverse e contrastanti. Sembra che le mozioni passino inosservate, ma varie ambasciate hanno esposto i loro punti di vista su questo tema delicato. Rimane – ha concluso – la necessità di un’assunzione di responsabilità almeno morale su fatti che hanno inciso sul concetto di umanità”.

Tutte allineate le posizioni espresse nel corso del dibattito generale, aperto da Furio Honsell (Open Sinistra FVg) che, ricordando le esperienze personali da sindaco, ha chiesto “una
doverosa espressione in memoria di tutta la sofferenza che questi eventi hanno provocato, auspicando che non si ripetano mai più”. Il leghista Lorenzo Tosolini, dal canto suo, ha evidenziato come “l’attenzione del presidente statunitense Joe Biden abbia fornito un segnale politico importante per una convivenza migliore tra tutte le popolazioni”.

Accorate anche le parole di Massimo Moretuzzo (Patto per l’Autonomia) e Francesco Russo (Pd). Il primo ha parlato di “un silenzio storico quasi senza pari. L’Ue deve parlare con una voce forte e autorevole che porti un tentativo di pacificazione dei conflitti e di tutela delle minoranze”. L’esponente dem ha evidenziato “l’atto di coraggio del Cr Fvg rispetto un tabù che il mondo ha fatto finta di non vedere fino agli anni Settanta. I giovani imparino dal primo dei grandi genocidi che hanno percorso il Novecento”.

La pentastellata Ilaria Dal Zovo, riprendendo altre iniziative del M5S a livello nazionale, ha infine invitato “ad affrontare con coraggio questi mostri del passato, senza tuttavia
dimenticare quanto abbiamo giornalmente davanti a noi”.”Ringrazio l’Aula per aver votato all’unanimità la mozione che impegna il Friuli Venezia Giulia a riconoscere il genocidio del popolo armeno – ha affermato il consigliere regionale Budai -“.

Vai al sito


Armeni: Budai (Lega), con mozione Regione Fvg riconosce genocidio

Alfonso Di Riso nuovo Ambasciatore a Jerevan (Aise 18.05.21)

ROMA\ aise\ – “Una missione fondata su una relazione di profonda comprensione, vicinanza ed amicizia, in un’ottica di sempre maggiore cooperazione anche nel quadro Ue, regionale e multilaterale”. Così Alfonso Di Riso, da oggi nuovo Ambasciatore d’Italia a Jerevan.
Napoletano, classe 1965, Di Riso si laurea in giurisprudenza all’Università di Napoli ed entra in carriera diplomatica nel 1997.
Il suo primo incarico è alla Farnesina al Contenzioso Diplomatico, Trattati e Affari Legislativi. Nel 2000 è secondo segretario commerciale a Kuala Lumpur, dove l’anno successivo viene confermato con funzioni di Primo segretario commerciale.
Nel luglio del 2003 lascia la Malaysia per l’Iran: è Primo segretario a Teheran, dove rimane fino al 2007 quando torna a Roma alla Direzione generale del Personale.
Nel 2009 è consigliere ad Algeri, dove nel 2012 viene confermato con funzioni di Primo consigliere.
Nel 2013 è Incaricato d’Affari con Lettere ad Abidjan ed accreditato, con credenziali di Ambasciatore, anche a Niamey (Niger), a Ouagadougou (Burkina Faso), a Monrovia (Liberia) e a Freetown (Sierra Leone). Nel 2015 è confermato ad Abidjan quale Ambasciatore ed accreditato. Nel 2017 torna alla Farnesina e assume l’incarico di Capo dell’Unità per le Relazioni sindacali e l’innovazione della DG Risorse e Innovazione, incarico che ora lascia per l’Armenia dove succede a Vincenzo Del Monaco. (aise) 

Vai al sito

Gli armeni di Russia (Filodiritto 18.05.21)

Sergej Lavrov è da quasi un ventennio il fidatissimo ministro degli Esteri di Vladimir PutinAlumnus dell’Università statale di Mosca per le relazioni internazionali (MGIMO) – quella che Henry Kissinger ebbe a definire come “Harvard russa” in quanto ginnasio della diplomazia sovietica – Lavrov è uno dei personaggi più stimati dell’intero panorama politico moscovita. Pochi sanno, però, che il diplomatico è inoltre uno dei non pochi russi ad avere una progenie armena (per parte di padre).

Quella degli armeni russi è infatti tra le più consistenti – numericamente e culturalmente – tra le minoranze etniche nei confini della Federazione. Una comunità che conta più di un milione di anime tra immigrati di prima e successive generazioni. Prevedibilmente, questa è perlopiù concentrata nel territorio di Krasnodar, a nord della medesima regione caucasica dove – a meridione – si posiziona la madrepatria armena. Non è però difficile imbattersi in individui dai tratti tipicamente sud-caucasici anche a Mosca, San Pietroburgo, o nella orientalissima Vladivostok. Accanto a Lavrov si contano decine di altre celebrità di origine armena, alcuni divenute vere e proprie icone della storia recente russa – come il grande maestro di scacchi Garri Kasparov (nato a Baku da madre armena).

Quella degli armeni in Russia è invero una presenza risalente al tardo Medioevo, che iniziò ad assumere i caratteri attuali sotto l’Impero zarista: nell’estate del 1778, l’imperatrice Caterina II decise di ospitare più di 10.000 armeni provenienti dal Canato di Crimea – che era stato appena annesso da San Pietroburgo. La sede del dislocamento fu la neo-nata città di Nachičevan’-sul-Don – in quella Novorossija (“Nuova Russia”) ritornata oggi ad assumere valenza strategica dopo i fatti crimeani. La storia degli armeni russi assunse presto i connotati della favola dei self-made men: nonostante prevalentemente contadini, i membri della comunità emigrata furono protagonisti di una notevole scalata sociale nel settore mercantile, e in molti scelsero la strada imprenditoriale.

Più tardi, nel 1826-28, la vittoria russa nel conflitto con i persiani sancì la definitiva egemonia zarista nel Caucaso, che non poca influenza avrebbe avuto, quasi un secolo dopo, sul massiccio afflusso di superstiti armeni dall’ostile Impero ottomano. Ancora: alla caduta dell’URSS, circa 600.000 armeni risiedevano nei confini russi – numero destinato ad aumentare in misura esponenziale nei decenni successivi, specialmente dopo il terremoto di Spitak del 1988 (causa di decine di migliaia di vittime in Armenia settentrionale) e il conflitto del Nagorno-Karabakh con l’Azerbaijan (iniziato nel 1992).

Quest’ultima ondata diasporica va però tenuta distinta da quella precedente la perestrojka[1]gli armeni in Russia faticano ancora oggi a comporre una comunità “nazionale” in senso stretto. Le uniche generazioni ad aver conservato un legame concreto con la madrepatria, difatti, paiono essere quelle arrivate in Russia prima del collasso dell’URSS, laddove le successive sono perlopiù pienamente integrate fino a considerarsi “russe” a tutti gli effetti.

Ça va sans dire, un tale amalgama non poteva non avere ripercussioni sul piano politico: la cifra dell’intesa russo-armena è misurabile considerando la scelta di Erevan, che messa di fronte a due opzioni – accelerare l’integrazione con l’Unione europea oppure partecipare all’Unione economica eurasiatica (“sponsorizzata” da Mosca) – nel 2013 ha optato per la seconda[2].

Erevan serve a Mosca perché le assicura una presenza geopolitica-militare nel sud del Caucaso – stante inoltre l’acrimonia russa con la Georgia (sfociata nel conflitto-lampo del 2008) e l’influenza del rivale turco sull’Azerbaigian[3]Mosca serve ad Erevan per motivi di fornitura energetica e necessità di avere alle spalle un “amico potente” nello scontro con Baku. Nonostante le non poche preoccupazioni iniziali, nemmeno la “Rivoluzione di velluto” del 2018[4] ha modificato troppo l’inerzia bilaterale: il Cremlino è consapevole che, d’altronde, a sud del Caucaso non si possa fare a meno del prezioso “ombrello” russo[5].

Il legame è ancora più evidente se ci si sofferma sull’aspetto economico, dal momento che la Russia è principale controparte per l’import e l’export dell’Armenia – un giro d’affari che supera i 2 miliardi di dollari[6] (circa il 16% del PIL armeno complessivo).

Un’amicizia da cui, almeno sinora, nessuna delle due può e vuole prescindere.

[1] Marina Oussatcheva, “Institutions in Diaspora: the Case of Armenian Community in Russia” (University of Oxford, 2001).

[2] Fabrizio Vielmini, “Armenia’s Shift towards the Eurasian Economic Union: a Rejoinder of Realpolitik,” ISPI, 25 ottobre 2013, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/armenias-shift-towards-eurasian-economic-union-rejoinder-realpolitik-9283.

[3] Sul ruolo dell’alleanza russo-armena nei piani caucasici della Turchia: Hugo Blewett-Mundy, “Russia-Armenia Ties Complicate Turkish Regional Plans,” Global Risk Insights, 9 aprile 2021, https://globalriskinsights.com/2021/04/russia-armenia-ties-complicate-turkish-regional-plans/.

[4] Simone Zoppellaro, “Armenia: dalla Piazza alla Svolta, la Vittoria della Protesta,” Affari Internazionali, 4 maggio 2018, https://www.affarinternazionali.it/2018/05/armenia-piazza-svolta-protesta/.

[5] Narek Sukiasyan, “Appeasement and Autonomy: Armenian-Russian Relations from Revolution to War,” EU Institute for Security Studies, 1° febbraio 2021, https://www.iss.europa.eu/content/appeasement-and-autonomy.

[6]  “Armenia,” Observatory of Economic Complexity, consultato il 14 maggio 2021, https://oec.world/en/profile/country/arm.

 

Vai al sito

Armenia-Azerbaigian: ministero Difesa Erevan, domani ripresa negoziati su tensioni al confine (Agenzia Nova 18.05.21)

Erevan, 18 mag 16:27 – (Agenzia Nova) – Le forze armate dell’Armenia continuano a contrastare i tentativi della parte azerbaigiana di rifornire le loro truppe, dopo lo sconfinamento territorio armeno. È quanto ha riferito il ministero della Difesa armeno in un comunicato, aggiungendo che “la situazione è relativamente calma” e rimane “sotto il controllo dei militari armeni”. “È previsto che i negoziati per una risoluzione completa della situazione riprenderanno domani”, si legge nel comunicato, che esorta i militari azerbaigiani a “lasciare il territorio armeno senza precondizioni, e d’ora in poi astenersi da tali provocazioni”. (Rum)

Franco Battiato morto, Gurdjieff grande ispiratore: ecco chi era il filosofo grazie al quale ‘nacque’ il centro di gravità permanente (Ilfattoquotidiano 18.05.21)

Franco Battiato è morto a 75 anni, colpito da una malattia che lo accompagnava da tempo. Importante ispiratore delle sue musiche e dei suoi testi è stato, tra gli altri, il filosofo armeno Georges Ivanovič Gurdjieff, letterato che negli anni ha teorizzato sullo scopo finale delle religioni. Secondo Gurdjieff l’uomo dovrebbe puntare alla coscienza e al risveglio, favorendo il superamento degli automatismi psicologici ed esistenziali che condizionano l’essere umano.

È dalle teorie del filosofo che morirà in Francia nel 1949 che nasce l’ispirazione grazie al quale Battiato scriverà il centro di gravità permanente, uno dei suoi più grandi capolavori musicali. “Da solo con un’esperienza da autodidatta avevo scoperto quella che in Occidente, si chiama meditazione trascendentale, ma nel pensiero di Gurdjieff vidi disegnato perfettamente un sistema che già avevo intuito e frequentato – spiegò una volta Battiato -. Esistono tante vie, esiste Santa Teresa e San Francesco; quella di Gurdjieff mi era molto congeniale. Una specie di sufismo applicato all’Occidente, all’interno di una società consumistica”.

Vai al sito

Armenia-Azerbaigian: premier Pashinyan, Baku ha violato norme del diritto internazionale (Agenzianova 17.05.21)

Erevan, 17 mag 16:18 – (Agenzia Nova) – L’Azerbaigian ha attraversato illegalmente il confine ed è entrato nel territorio sovrano dell’Armenia, violando tutte le norme del diritto internazionale. È quanto dichiarato dal primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, durante un colloquio telefonico con il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko, come riporta l’agenzia di stampa “Armenpress”. La conversazione si è focalizzata sulle tensioni al confine armeno-azero, e secondo Pashinyan “l’Azerbaigian, violando tutte le norme del diritto internazionale, ha attraversato illegalmente il confine ed è entrato nel territorio sovrano dell’Armenia”. Pashinyan ha inoltre richiamato l’attenzione di Lukashenko sulla “corretta discussione della questione” nell’ambito dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), e sulla necessità di “combinare le posizioni degli Stati membri del Csto sull’incidente”. Il presidente bielorusso, poi, ha espresso preoccupazione per la situazione, e mostrato disponibilità nel trovare una risoluzione pacifica. (Rum)

 © Agenzia Nova – Riproduzione riservata


Armenia-Azerbaigian: Cremlino, in costante contatto per porre fine a tensioni al confine
Mosca, 17 mag 11:43 – (Agenzia Nova) – La Russia è in costante contatto con Azerbaigian e Armenia per porre fine alle tensioni al confine. Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, durante un briefing con la stampa. “Sapete che la parte russa e quella armena sono in costante contatto. Siamo anche in costante contatto con Baku. Il presidente, Vladimir Putin, è un convinto sostenitore dell’attuazione degli accordi trilaterali (del 9 novembre e del 10 gennaio scorsi). Si stanno compiendo sforzi vigorosi per disinnescare le tensioni e ripristinare la situazione”, ha detto Peskov. La scorsa settimana, il primo ministro armeno ad interim Nikol Pashinyan ha dichiarato durante una sessione straordinaria del Parlamento di aver scritto una lettera a Putin chiedendo aiuto, anche militare, a causa della situazione nella provincia di Syunik al confine con l’Azerbaigian. (Rum)