24 APRILE, ANNIVERSARIO DEL GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO (Politicamentecorretto 22.04.21)

A sei mesi dalla guerra di aggressione che ha riproposto l’ostilità politica e la montante armeno fobia di Turchia e Azerbaigian nei confronti dell’Armenia e del popolo armeno, intendiamo dare voce al ricordo del Genocidio subìto dagli armeni106 anni fa.

Commemorare il Genocidio, il peggiore dei crimini contro l’umanità, oggi più che mai, è un atto di responsabilità collettiva, non solo dei sopravvissuti armeni e dei loro discendenti giunti in Italia, atteso che la sua negazione unita al rinnovato espansionismo turco sono infatti una sfida all’Europa tutta.

  • Insieme, invitiamo le Istituzioni della Repubblica a ricordare, soprattutto in chiave attuale, l’esemplare modello d’integrazione che gli armeni d’Italia hanno saputo esprimere per secoli. L’Italia, dove siamo responsabili cittadini, è il Paese che ci ha accolti anche dopo il Genocidio e al cui sviluppo e progresso abbiamo portato il nostro incessante contributo. Chiediamo alle Istituzioni della Repubblica, memori degli straordinari intrecci culturali e identitari fra i nostri due popoli, di salvaguardare e valorizzare le millenarie tracce della presenza armena in Italia.
  • Insieme, denunciamo l’aggressione militare turco-azero-jihadista contro la Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh) nel settembre 2020, nonché la deriva espansionistica di Erdogan e Aliyev che costituiscono per l’Armenia e la Diaspora, una minaccia seria.
  • Insieme, invitiamo le Istituzioni della Repubblica a non confondere la politica estera con gli affari che diventano alibi per il silenzio sulle violazioni dei diritti umani e sulle verità storiche, offuscando i segnali d’allarme di crimini contro l’umanità che possono ancora essere prevenuti e condannati. Chiediamo alle stesse di adoperarsi in tutte le sedi bilaterali e multilaterali affinché la Turchia faccia i conti con la storia e riconosca le responsabilità dell’Impero Ottomano nel genocidio del popolo armeno e l’Azerbaigian rilasci senza precondizioni le centinaia di prigionieri civili e militari armeni dalle carceri azere.
  • Insieme, stigmatizziamo a sei mesi dalla guerra contro l’Artsakh (Nagorno Karabakh), la distruzione del patrimonio artistico e religioso cristiano armeno nei territori conquistati dall’Azerbaigian, così come è già avvenuto in Turchia dopo il genocidio, nonché la politica di armenofobia nei confronti di tutti gli armeni nel mondo. Se ne è avuta drammatica conferma nella recente inaugurazione dell’osceno “parco della guerra” allestito nella capitale dell’Azerbaigian con macabri trofei di guerra e manichini di armeni in pose degradanti. Chiediamo alle Istituzioni della Repubblica di adoperarsi nelle sedi internazionali per arrestare questi crimini.

Nel 106° anniversario del genocidio del popolo armeno, ancora negato dalla Turchia, insieme invitiamo media e Istituzioni a prevenire nuovi odi e i tentativi di nuovi genocidi.

Coordinamento delle Organizzazioni e Associazioni armene in Italia

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Armenia: il 25 aprile preghiera per il genocidio alla Basilica di San Bartolomeo a Roma (Agenzia nova 22.04.21)

Roma, 22 apr 13:05 – (Agenzia Nova) – Il prossimo 24 aprile ricorre il 106mo anniversario della memoria dell’immane tragedia definita da papa Francesco “Il primo genocidio del XX secolo” di cui fu vittima il popolo armeno nel 1915. Come riferisce una nota, i Martiri della Chiesa Armena saranno commemorati a Roma, domenica 25 aprile alle ore 18.30, con una celebrazione ecumenica per la pace dal titolo “Preghiera con i Martiri del Genocidio Armeno”, su iniziativa di Sua Eccellenza l’Arcivescovo Khajag Barsamian, Rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, e di Sua Eminenza il Cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Parteciperanno alla cerimonia Sua Eminenza il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, gli Ambasciatori della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede, Sua Eccellenza Garen Nazarian, e presso la Repubblica Italiana, Sua Eccellenza Tsovinar Hambardzumyan, nonché vescovi e sacerdoti delle Chiese armene, apostolica e cattolica. Saranno inoltre presenti esponenti di varie Chiese, ortodossa copta, ortodossa romena, anglicana, evangelica luterana e metodista. (segue) (Res)

Reggio Calabria. Audizione della Commissione pari opportunità sul genocidio armeno (Raggiotv.it 21.04.21)

Reggio Calabria. L’VIII Commissione pari opportunità, pace, diritti umani, relazioni internazionali e immigrazione del comune di Reggio Calabria, ha audito Tehmine Arshakyan, Sebastiano Stranges e Carmine Verduci rispettivamente presidente e cofondatori della Comunità Armena Calabria in occasione del 106esimo anniversario del genocidio del popolo armeno.
“Quello del Genocidio degli armeni – afferma Lucia Ania Nucera presidente della Commissione- e’ un dramma storico. Il riconoscimento e la memoria delle persecuzioni e degli orrori del XX secolo deve rappresentare un monito perenne, affinché la città di Reggio sia sempre baluardo della libertà umana e della dignità della persona secondo i principi della Costituzione italiana. La pace, la fratellanza e il dialogo fra popoli -prosegue la presidente- sono valori universali che hanno da sempre contraddistinto il popolo calabrese.
Come Commissione, proporremo un documento per il riconoscimento del Genocidio del popolo armeno all’indirizzo del sindaco, affinché con una successiva delibera l’argomento sia presentato e approvato in consiglio comunale.
Sarebbe una testimonianza importante, dopo la cittadinanza alla senatrice a vita Liliana Segre, dell’accoglienza, della libertà e della dignità di ogni popolo che ha da sempre contraddistinto i calabresi. Ma sarebbe un messaggio ancora più importante perché partirebbe dalla nostra città come segnale di avanguardia rispetto il riconoscimento di una tragedia umana che non può essere dimenticata.
Il 24 aprile, giorno dell’anniversario -conclude Lucia Anita Nucera- la bandiera armena sarà proiettata sulla facciata di Palazzo San Giorgio, e inoltre, ci sarà l’esposizione della bandiera armena accanto a quelle già presenti. Continueremo a dare tutto il nostro supporto al popolo armeno che insieme a quello greco costituisce le nostre radici”.

L’iniziativa a carattere civile allo scopo di consolidare dei ponti culturali importanti con il popolo armeno vista anche la presenza armena nel corso dell’ VII e IX secolo nel nostro comune con testimonianze ancora visibili e documentate nel nostro territorio.
“Grazie al sindaco Falcomata’ e a tutto il consiglio -afferma Tehmine Arshakyan- di averci accolto e dato il patrocinio morale. E’ un evento importante per sensibilizzare verso la libertà del popolo armeno. Ringrazio anche i consiglieri De Biasi, Quartuccio e la presidente Nucera per la loro disponibilità. Quello armeno è il primo popolo cristiano della storia vittima di ingiustizia. Il “Grande Male” così chiamiamo il Genocidio commesso durante la prima guerra mondiale che ha coinvolto più di un milione e mezzo di armeni.
La successiva diaspora è diventata poi, il riconoscimento stesso del Genocidio. Ogni anno a Brancaleone la nostra comunità celebra una commemorazione religiosa.
La nostra richiesta alla città di Reggio è di riconoscere il Genocidio armeno. Lo scorso settembre l’Armenia ha subito un altro Genocidio da parte dell’ Azerbaijan. Oltre 200 ragazzi sono ancora prigionieri e non vengono restituiti alle loro famiglie. Un dolore enorme per il nostro popolo che non può più essere sottaciuto da parte di tutti”.
Ad evidenziare la presenza nel nostro territorio del popolo armeno è stato il professore Stranges: “Siamo a palazzo San Giorgio che era un santo armeno e che veniva dalla Cappadocia. Il nostro rapporto con gli armeni è lunghissimo, a Reggio ci sono tanti cognomi armeni come Versace, Trebisonda ecc..
Dall’ Armenia abbiamo preso il vino, è il popolo che ci ha dato un’ infinita’ di santi che troviamo nella nostra toponomastica. È il popolo che ha creato insieme alla Mesopotamia e alla Grecia i pilastri della cultura occidentale e che purtroppo, sta per essere azzerato. Nessuno si è mosso di fronte a questo altro Genocidio che sta colpendo l’Armenia, né l’Europa né le coscienze degli uomini. Sono dei martiri che stanno morendo anche per noi per difendere i pilastri della cultura occidentale”.
Ha lanciato un appello accorato anche Carmine Verduci: “È un dramma che gli armeni hanno vissuto più di cento anno fa. A Brancaleone è istituita la giornata della memoria in una zona a vocazione fortemente turistica. Essere qui a Reggio è importante, per il legame storico, per San Giorgio, ma anche per la partecipazione, la sensibilità e l’accoglienza dei reggini. Spingiamo affinché ci sia la consapevolezza del Genocidio di un popolo che appartiene alla nostra terra già a partire dall’VIII secolo. Abbiamo costituito anche un mappa dei siti armeni in Calabria. Cerchiamo di mantenere alta e viva la memoria di questo popolo fratello. Speriamo che da Reggio possa partire il riconoscimento del Genocidio affinché questi drammi non si verifichino mai più. Sarebbe un messaggio importante per l’umanità tutta soprattutto in questo momento difficile. Il nostro invito è di parlare di questi fatti per non dimenticare”.
A seguire ci sono stati gli interventi dei consiglieri comunali e della Città Metropolitana.
“Ringrazio l’Associazione armena -dice Giuseppe De Biasi- per avermi fatto avvicinare alla loro storia. Sostengo con forza che nessun annientamento di popolo deve finire nell’ oblio, ma è necessario che ci sia la memoria e quindi, la conoscenza di questi fatti storici drammatici”.
Giuseppe Marino evidenzia: “Non possiamo rimanere insensibili di fronte alla richiesta di aiuto che ci viene formulata dall’Associazione. Nell’ ultima seduta del consiglio abbiamo concesso la cittadinanza alla senatrice Liliana Segre per dare un segno nei confronti dell’ olocausto, affinché tragedie simili non avvengano mai più. Ci sono popoli purtroppo, che scontano azioni disumane in base a sentimenti di odio razziale. Come consiglieri abbiamo il dovere di avvallare questo grido di denuncia rispetto a quello che sta accadendo e chiedere ai governi nazionali di intervenite. Do il mio sostegno e del Partito Democratico al fine di sollecitare i ministri competenti e il presidente del Consiglio per il popolo armeno e per tutti quelli che subiscono violenza e soprusi nel mondo”.
La professoressa Marisa Cagliostro ha chiesto, appena la pandemia lo consentirà, di avere spazi di consultazione dove discutere di questo argomento. Infine, Saverio Pazzano ha sottolineato: “La questione armena la sento particolarmente vicina sia per motivi storico-culturali, ma anche perché per motivi di studio mi sono recato in Armenia. Questa è un’occasione per dare solidarietà e per ricordare la memoria attraverso i contatti con la cultura e le testimonianze locali degli armeni”.

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Luino, venerdì una messa in ricordo dei martiri del genocidio armeno (Varesenoi.it 21.04.21)

Venerdì 23 aprile alle 18 nella chiesa prepositurale dei SS. Pietro e Paolo  di piazza Giovanni XXIII a Luino, sarà celebrata una messa in ricordo dei santi martiri del genocidio armeno.

Predicherà il responsabile della Chiesa Ortodossa Armena d’Italia padre Tyrair Hakobyan. «Il genocidio del popolo armeno avvenne tra il 1915 e il 1916 per mano dell’impero Ottomano – raccontano in un comunicato gli organizzatori – tale genocidio causò 1.5 milioni di morti. Purtroppo per moltissimi anni questo abominio della storia è stato dimenticato, e ancora oggi la Turchia e molti paesi non riconoscono questo sterminio. A partire dal 1965, 29 paesi del mondo (tra cui l’Italia) hanno ufficialmente riconosciuto il genocidio. Il 12 aprile 2015 Papa Francesco ha parlato esplicitamente di genocidio, citando una dichiarazione del 2001 di Papa Giovanni Paolo II e del patriarca armeno, in occasione della messa del centenario in San Pietro, dichiarando che quello armeno” generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo».

«È dunque giusto ricordare questi eventi tristi della storia, affinché non si ripetano più – concludono gli organizzatori – alla messa sono invitati tutti: fedeli, laici e chiunque abbia a cuore la verità storica».

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METZ YEGHERN Il genocidio degli armeni tra memoria, negazioni e silenzi (Teatrocomunaleferrara 21.04.21)

Nel giorno che ricorda il massacro degli armeni, il 24 aprile, la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara intende porre l’attenzione su questa pagina di storia. Le deportazioni e le eliminazioni degli armeni furono perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, e causarono circa 1,5 milioni di morti. Nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero ottomano.

Insieme alla scrittrice Antonia Arslan, sul palco del Teatro ‘Claudio Abbado’, anche Moni Ovadia, direttore della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Vittorio Robiati Bendaud, saggista e coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro Nord Italia e Claudio Fanton, suonatore di duduk, antico strumento musicale tradizionale armeno.
L’incontro sarà disponibile sabato 24 aprile alle 21

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Breve storia del genocidio armeno (Lincontronews 20.04.21)

Premessa

Il genocidio degli armeni che vivevano in Turchia, nel 1915-1916, è stato il primo genocidio di massa del XX secolo, ma è poco conosciuto nel mondo occidentale. Ancora oggi le dimensioni del genocidio non si conoscono. Gli storici parlano di almeno 1 milione 500mila vittime (trucidate in un periodo relativamente breve, dall’aprile 1915 al luglio 1916), che rappresentano i due terzi degli armeni, che erano nel 1914 oltre due milioni, circa il 20% della popolazione turca.

Gli armeni, ricordano il genocidio come il Grande Male (Medz Yeghern), con cerimonie che si tengono il 24 aprile di ogni anno, in tutti i paesi in cui ci sono comunità armene. In ricordo del genocidio, sono state poste, in molti paesi, tra i quali l’Italia, migliaia di Khatchkar (croci di pietra, che sono il simbolo della religiosità degli armeni).

Il memoriale più importante, che ricorda il genocidio, è la cosiddetta Fortezza delle rondini (Tzitzernakaberd), realizzata su una collina, nella capitale della Repubblica Armena, Erevan.

Del genocidio degli armeni si è parlato molto, nell’aprile 2015, pochi giorni prima del centenario della ricorrenza del genocidio, dato che papa Francesco ha parlato apertamente del massacro degli armeni, come del “primo genocidio del XX secolo”, riprendendo la dichiarazione comune fatta nel 2001 dal papa Giovanni Paolo II e dal patriarca armeno Karekin II, scatenando l’ira del governo turco.

Un po’ di storia dell’Armenia

Gli armeni si convertono al Cristianesimo a partire dalla metà del I secolo grazie alla predicazione degli apostoli Giuda e Bartolomeo. La conversione in massa della popolazione, nella seconda metà del III secolo, è però opera di S. Gregorio, detto l’Illuminato. Nel 301, il Cristianesimo è riconosciuto, per la prima volta in uno stato, come “religione di stato”. Quindi l’Armenia è la prima nazione cristiana.

In seguito allo scisma della chiesa cristiana, la chiesa apostolica armena aderisce alla chiesa orientale ortodossa, conservando i propri rituali (rito armeno). Nel 1071 l’Armenia Orientale (chiamata Armenia Maggiore secondo la ripartizione fatta nel 215 a.C. dal sovrano seleucide Antioco III) è occupata dai turchi selgiuchidi, dopo che hanno sconfitto i Bizantini nella battaglia di Manzikert. Nel 1080 si costituisce il regno armeno di Cilicia, collegato ai regni crociati, che è l’ultimo regno armeno ed è occupato nel 1375 dai mamelucchi dell’Egitto.

Nel XVI secolo, l’Armenia Occidentale (chiamata anche Armenia Minore) è occupata dai turchi ottomani, che impongono agli infedeli (cristiani ed ebrei) il pagamento di tributi straordinari, da cui sono esentati in parte gli armeni della capitale Costantinopoli.

I pogrom contro gli Armeni della fine dell’Ottocento

Nel XVIII secolo, esplodono i nazionalismi e tutte le minoranze etniche (soprattutto quelle all’interno dell’impero asburgico e di quello ottomano) chiedono l’indipendenza. Anche i popoli del Caucaso, compresi gli armeni, si ribellano ai turchi. Ne approfitta la Russia zarista che dopo una breve guerra occupa parte dell’Armenia Orientale.

Intanto, nell’Armenia Occidentale nasce un forte movimento indipendentista, sostenuto dall’impero zarista. Pertanto, il Sultano Abdul Hamid II, salito al potere nel 1876, temendo che gli armeni, aiutati non solo dai Russi, ma anche dalla Francia e dalla Gran Bretagna, possano ottenere l’indipendenza, come è accaduto con la Grecia con il Trattato di Londra del 1830, attua una politica discriminatoria nei loro confronti, per cui  molti lasciano il loro paese.

Nell’estate 1894, gli armeni, esasperati, si ribellano. Il governo ottomano fa intervenire l’esercito, che attua una feroce repressione, bruciando molti villaggi e massacrando migliaia di persone.  Nel 1895 e nel 1896 esplodono vari pogrom antiarmeni, che causano la morte di almeno 50mila persone (secondo alcuni studiosi oltre 200mila), anche da parte di milizie paramilitari curde, denominate Hamidiès.

Questo è il primo genocidio armeno, documentato dal missionario protestante e storico tedesco Johannes Lepsius nel libro Armeni e Europa (Armenien und Europa), pubblicato nel 1897 a Berlino. Ciononostante, le potenze europee, in primo luogo la Francia, la Gran Bretagna e la Russia, tradizionalmente sostenitori della “causa armena”, non intervengono nei confronti della Turchia.

In seguito al primo genocidioc’è una forte emigrazione di Armeni, verso i paesi europei (soprattutto la Francia) e l’America del Nord.

La politica nazionalista dei Giovani Turchi

All’inizio del Novecento si diffonde in Turchia il partito nazionalista Ittihad ve Terakki (Unione e Progresso), che propugna idee liberali e laiche. Per questo motivo, gli armeni lo appoggiano.

Quando il partito Unione e Progresso prende il potere, nel 1908, destituendo con un colpo di stato il sultano, sono costituite nell’Armenia Occidentale sei regioni autonome. Però, ben presto la situazione degli armeni peggiora. Infatti, prende il potere l’ala ultra nazionalista del partito, rappresentata dai Giovani Turchi, che sono  sostenitori del Panturchismo (l’unione nella Grande Turchia dei popoli di lingua turca, che vivono nell’Asia Centrale: Tartari, Usbeki, Kazaki…) e del Turanismo (l’unione dei popoli turanici di lingua turca, abitanti nell’altopiano turanico, nell’Asia Centrale).

Per il raggiungimento del Panturchismo ci sono due ostacoli: il primo è rappresentato dai curdi, che però sono musulmani e non hanno una forte cultura nazionale per cui si possono facilmente assimilare. Il secondo, e più importante, ostacolo è rappresentato dagli armeni, che non solo seguono una religione diversa dai turchi, in quanto sono cristiani, ma hanno anche una cultura millenaria, con proprie tradizioni, ed inoltre hanno una  propria lingua. Quindi non si possono assimilare e pertanto devono essere “eliminati” nel paese.

I nazionalisti turchi, rifiutando la secolare tradizione ottomana di tolleranza, che aveva garantito un’ampia autonomia alle minoranze etniche e religiose, come gli armeni, gli ebrei ed i cristiani ortodossi, e rigettando anche i principi della loro ideologia laica, considerano nemici tutti i “diversi” per cultura e religione.

In particolare, la teoria dell’uguaglianza è portata all’eccesso per cui per essere “uguali” si deve essere  turchi e musulmani. Inoltre, ritengono che la prospettiva di uno stato armeno autonomo sia una grave minaccia per la realizzazione dell’obiettivo politico della Grande Turchia. Per questo motivo decidono e pianificano l’eliminazione della popolazione armena.

Nell’aprile 1909 nella zona di Adanà c’è un nuovo violento pogrom contro gli armeni, che il governo tacitamente sostiene. In pochi giorni vengono uccisi circa 30mila Armeni.

Nel 1913, si costituisce la dittatura militare retta da un triumvirato composto da Diemel Pascià (ministro della Marina), Enver Pascià (ministro della Guerra) e Mehmed Talaat Pascià (ministro dell’Interno).

Le fasi del genocidio

Nel febbraio 1915, il governo turco decide la eliminazione degli Armeni, attraverso la costituzione di una struttura paramilitare, denominata Organizzazione Speciale (Techkilat Mashsudè), che dipende dal Ministero della Guerra e dal Ministero dell’Interno,formatada Battaglioni speciali irregolari, detti tchètè, formati in gran parte da circa 30mila criminali liberati dalle carceri, diretta da Nazim e Behaeddine Chakir.

Il genocidio è  realizzato in quattro fasi,  pianificate dal governo turco.

La prima fase inizia la notte tra il venerdì 23 ed il sabato 24 aprile 1915 a Costantinopoli, quando vengono arrestate circa 2.500 persone, che rappresentano l’élite culturale e religiosa armena (politici, professionisti, giornalisti, avvocati, medici, scrittori, sacerdoti). Gli arrestati vengono deportati  nelle zone interne della Turchia ed eliminati perché rappresentano una minaccia per lo stato turco in quanto sono la guida politica, civile e religiosa della comunità armena.

La seconda fase del genocidio comporta la eliminazione dei militari armeni che prestano servizio nelle forze armate, i quali sono disarmati ed inseriti in reparti del genio e sono mandati a lavorare nelle regioni di confine, dove vengono progressivamente eliminati. Si procede inoltre ad una vera e propria pulizia etnica in tutti i settori della pubblica amministrazione.

La terza fase del genocidio inizia poco dopo, con l’approvazione di una legge che stabilisce il trasferimento nelle regioni meridionali dell’impero ottomano, per motivi di sicurezza nazionale, della popolazione armena, che risiede vicino al confine russo, dato che è sospettata di tradimento, a favore della Russia. L’obiettivo è però quello di eliminare la popolazione armena mediante la deportazione nei deserti della Siria e della Mesopotamia.

Così, il 20 maggio 1915, il ministro dell’Interno, Mehmed Talaat, emana un decreto provvisorio per il “trasferimento” degli Armeni delle Provincie Orientali di Erzerum, Bitlis, Diyarbakir, Kharput, Sivas, Trebisonda e Van. Benché il decreto stabilisca che il trasferimento deve avvenire nelle “migliori condizioni possibili”, e non prima di 5 giorni dall’avviso mediante bando, di fatto è una vera e propria deportazione forzata, che avviene a piedi ed in condizioni molto estenuanti fisicamente, a causa delle condizioni climatiche, della fame e della sete. Pertanto, la maggior parte dei deportati muore durante i trasferimenti ai centri di raccolta e ai campi di internamento, creati nelle zone desertiche della Siria e della Mesopotamia.

Con un altro decreto provvisorio del giugno 1915, i beni immobili degli armeni (case e terreni) sono dichiarati “beni abbandonati” e quindi sono confiscati e venduti dal governo, con la giustificazione che i proventi servono per il loro “reinsediamento” in Siria e Mesopotamia. Molti notabili e comandanti militari locali turchi e curdi si arricchiscono con la vendita dei beni confiscati.

Nello stesso periodo, sono eliminati nei villaggi i notabili armeni e tutti gli uomini in età di prestare il servizio militare. Coloro che scampano ai massacri, organizzano la resistenza sulle montagne. I decreti provvisori per il “trasferimento degli armeni e per la confisca dei loro beni immobili non sono mai stati ratificati dal Parlamento turco.

Le disposizioni del governo relative al genocidio degli armeni sono tenute segrete. Infatti, si inviano ai governatori locali e ai comandanti della gendarmeria locale dei messaggi nei quali si chiede di proteggere gli armeni durante i trasferimenti. Contemporaneamente, però, si inviano alle autorità locali messaggi cifrati nei quali si ordina di uccidere gli armeni. Naturalmente, questi ultimi messaggi devono essere distrutti dopo essere stati letti, ma alcuni governatori e comandanti della gendarmeria non li distruggono, pensando di poterli esibire, in caso di necessità (come in effetti avvenne nel 1919, nel corso del processo ai responsabili del genocidio, celebrati a Costantinopoli ed in altre città), per dimostrare che avevano ubbidito agli “ordini superiori”.

La deportazione della popolazione armena avviene sotto il controllo dell’esercito turco, che però delega alcune funzioni a milizie di curdi e di ceceni, i quali, nutrono un particolare risentimento nei confronti degli armeni, che pertanto sono sottoposti ad angherie, ad oltraggi ed a violenze, in particolare le donne.

Inoltre, gli armeni devono subire, durante il trasferimento, pesanti vessazioni da parte delle popolazioni arabe delle zone attraversate, quali lo stupro delle donne ed il saccheggio delle misere cose che sono riusciti a portare con loro. Per questi motivi, migliaia di persone (soprattutto donne) si suicidano, gettandosi nei dirupi o nei fiumi.

La quarta fase del genocidio riguarda gli armeni (circa 870mila) trasferiti in Siria e Mesopotamia, dove sono allestiti decine di campi di internamento, soprattutto lungo il fiume Eufrate, in luoghi isolati. Vi sono anche vari campi di raccolta, quasi tutti lungo il confine con la Siria. Questi campi non sono vere e proprie prigioni. Non ci sono, infatti, né recinzioni né sorveglianza armata. La loro funzione è unicamente quella di causare la morte per fame, per sete e per malattia delle persone che sono continuamente trasferite da un campo all’altro, proprio allo scopo di causarne la morte. Alla fine i pochi sopravvissuti vengono eliminati con metodi brutali e cruenti (ad esempio, infilzandoli con le baionette o annegandoli nel fiume Eufrate). Inoltre, le autorità dei campi non fanno nulla per assicurare la sopravvivenza dei deportati, che devono procurarsi direttamente il cibo per poter sopravvivere, comprandolo a caro prezzo dalle popolazioni arabe locali. Pertanto, in questa tragica vicenda, chi è ricco ha più probabilità di sopravvivere rispetto a chi è povero.

Solo pochissimi deportati riescono a fuggire dai campi, sia perché quasi tutti vi giungono in condizioni fisiche estremamente precarie, sia perché è necessario corrompere i vigilanti, che spesso sono scelti tra gli stessi deportati con la promessa di poter rimanere nei campi e di non dover quindi partecipare ai continui trasferimenti, che avrebbero comportato una morte sicura.

Nel gennaio 1916, è ordinato il trasferimento verso la Mesopotamia di tutti gli armeni che si trovano nei campi nel Nord del paese e nella regione di Aleppo, dove molti sono riusciti a rifugiarsi, corrompendo le autorità locali. A questo provvedimento tentano di opporsi proprio le popolazioni locali, che hanno negli armeni la loro fonte principale di guadagno. Così, nei mesi di febbraio-maggio 1916, con numerose carovane, ciascuna di migliaia di persone, si procede al trasferimento di questi armeni verso icampidella Mesopotamia. Si calcola che dalla sola Regione di Aleppo partono almeno 21 carovane. Solo 7mila armeni di questa regione riescono a salvarsi.

La maggior parte dei deportati muore in queste marce forzate, a causa degli stenti. Inoltre, molti sono trucidati, durante il trasferimento, dalle milizie turche, curde e cecene e dai beduini locali. Si ritiene che nel solo distretto siriano di Deir al-Zor muoiono circa 190mila persone.

Molto spesso, i cadaveri sono lasciati insepolti. Al riguardo, nel 1917, il medico militare tedesco Stoffels, riferisce al console austriaco di aver visto, nel 1915, durante un viaggio verso Mosul (attualmente in Iraq) chiese e case di armeni distrutte e bruciate, con i resti decomposti di corpi, soprattutto donne e bambini. Le donne armene, per salvarsi, hanno una sola possibilità: convertirsi all’Islam, sposare un turco ed affidare i propri figli a famiglie turche. In questo modo, circa 100mila bambini armeni, in tenera età, sono affidati a famiglie turche e curde che li allevano nella religione mussulmana e nella lingua e cultura turca.

Nel 1918, il genocidio prosegue nelle regioni dell’impero zarista occupate dai turchi dopo il disfacimento dell’esercito russo in seguito alla rivoluzione bolscevica del novembre 1917. Al riguardo, dopo aver occupato la città-fortezza di Kars, vengono eliminati, in una imponente caccia all’uomo, circa 20mila armeni. Molte migliaia di altri sono massacrati, in pogrom attuati dalla popolazione mussulmana nelle regioni caucasiche della Georgia e di Baku (dove sono eliminate oltre 30mila persone).

Lo storico e missionario protestante tedesco Johannes Lepsius, che nel 1897 aveva documentato in un libro il primo genocidio, si reca in Turchia per documentare il secondo genocidio ed raccoglie moltissime prove, grazie alla collaborazione del Patriarcato armeno di Costantinopoli, dell’Ambasciata Usa, dei missionari americani, svizzeri e tedeschi. Redige un rapporto segreto di oltre 300 pagine, pubblicato nel 1919 in forma di libro con il titolo Germania e Armenia (Deutschland und Armenien), che invia ai membri del Parlamento tedesco ed a molte autorità civili e religiose allo scopo di fare pressioni sul governo di Berlino. Però, in seguito alla protesta dell’ambasciatore turco, le copie del libro in circolazione vengono confiscate.

Un altro importante testimone oculare del genocidio è l’infermiere militare tedesco Armin T. Wegner, che si trova nei luoghi delle deportazioni, essendo aggregato al reparto militare tedesco, dislocato lungo la ferrovia per Baghdad, tra la Siria e la Mesopotamia. Per il suo comportamento, è arrestato dai tedeschi su richiesta dei comando turco ed inviato in Germania.

Nel 1919 scrive una lettera aperta, pubblicata dal Berliner Tageblatt, al presidente statunitense Woodrow Wilson alla Conferenza di pace, che crea un movimento di opinione favorevole alla creazione di uno stato armeno indipendente.

Nel 1919, pubblica Der Weg ohne Heimkehr (La strada del non ritorno), una raccolta di lettere che aveva scritto nel 1915-1916 per documentare quello che  considera il “martirio” degli armeni in Turchia.

Nel 1933, il genocidio degli armeni sale alla ribalta mondiale, con la pubblicazione del romanzo I quaranta giorni del Mussa Dagh, scritto dall’ebreo tedesco Franz Werfel.

Il genocidio culturale degli armeni

Il genocidio degli armeni è stato anche un genocidio culturale perché il governo turco ha turchizzato” le regioni orientali, abitate fino al 1915 prevalentemente da armeni e da altre minoranze cristiane, cercando di cancellare ogni traccia della presenza e della cultura armena, fino a negare addirittura l’esistenza in quelle regioni degli armeni. Al riguardo, non è considerata armena l’antica città di Ani, chiamata la “Città delle 1001 chiese”, con oltre 200mila abitanti, capitale dell’antico regno di Armenia, retto dai Bagratidi dal 880 al 1045, quando è conquistato dai Bizantini.

A molte località armene è “turchizzato” il nome. Al riguardo, il Monte Ararat (dove si è fermata l’Arca di Noè, dopo il Diluvio Universale) si chiama Agri Dagi.

Anche il patrimonio culturale armeno è stato in gran parte distrutto. Infatti, nel 1915 c’erano oltre 3.500 monumenti armeni (monasteri, chiese, scuole, biblioteche…), di cui nel 1916 ne rimanevano appena 500 (molti peraltro gravemente danneggiati).

La furia distruttiva della cultura armena si è estesa anche ai paesi vicini alla Turchia ed è continuata fino ai nostri giorni. Infatti, nella Regione del Nakichevan, nell’attuale Azerbaigian, un tempo abitata dagli Armeni, nel 2005 è stato distrutto il cimitero dell’antica città di Julfa, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, dove c’erano circa 10mila  Katchkar (croci di pietra).

Nel distretto siriano di Deir al-Zor, dove sono state uccise circa 190mila persone, era stato costruito un mausoleo, che è stato distrutto, nell’autunno 2014, dalle milizie dell’Isis.

I processi

Dopo la resa della Turchia, nell’ottobre 1918, e la fine della Grande Guerra, i dirigenti del movimento dei Giovani Turchie del partito Unione e Progresso vengono arrestati dagli inglesi ed internati a Malta.

Nel 1919, su pressione soprattutto degli inglesi, si celebra a Costantinopoli, davanti ad un tribunale militare turco, presieduto da Damad Ferid Pascià, il processo ai responsabili del genocidio, molti dei quali, però, dopo la guerra, hanno lasciato la Turchia, rifugiandosi in altri paesi, soprattutto in Germania.

Nel corso del processo, vengono raccolte moltissime testimonianze (di diplomatici stranieri, di missionari, di sopravvissuti) che consentono di documentare in modo preciso le fasi e le modalità del genocidio.

Il processo si conclude con molte condanne a morte, tra le quali, in contumacia, quelle del ministro della Guerra Enver Pascià e di Nazim Chakir, uno dei capi dell’Organizzazione Speciale.Le condanne però non sono eseguite perché il governo turco non presenta la richiesta di estradizione ai Paesi in cui si trovano i responsabili del genocidio. In particolare, Enver Pascià si è rifugiato nella regione russa di etnia turca di Bukhara, dove organizza una rivolta per ottenere l’indipendenza, ma il 4 luglio 1922 rimane ucciso in uno scontro armato con i soldati russi.

Altri processi vengono celebrati in altre città, per punire i responsabili di fatti specifici, che in genere sono i governatori locali, alcuni dei quali si difendono dichiarando di aver “eseguito gli ordini superiori”.

Poiché le sentenze di condanna non sono eseguite e molte vengono addirittura annullate, il Partito rivoluzionario armeno Dasnag costituisce una formazione di “giustizieri”, con l’incarico di eliminare i principali responsabili del genocidio. Così vengono uccisi Djemal Pascià (uno dei triumviri dei Giovani Turchi), Behaeddine Chakir ed il ministro dell’Interno Mehmed Talaat (ucciso a Berlino il 15.3.1921), il cui assassino, il giovane studente Solomon Tehlirian, viene assolto perché nel processo viene ampiamente accertata la responsabilità nel genocidio dell’ex ministro.

Il negazionismo del genocidio da parte della Turchia

Il governo turco rifiuta ancora oggi di ammettere l’esistenza del genocidio ericonosce l’esistenza di appena 300mila vittime, per “cause naturali”, in seguito alle epidemie ed alle carestie verificatesi in conseguenza della Prima Guerra Mondiale.

Fino al 2008, in Turchia era in vigore l’art. 301 del codice penale, che puniva con la reclusione da sei mesi e tre anni (aumentata di un terzo se il reato era commesso tramite la stampa o da un turco che viveva in un altro paese), l’attentato alla “identità turca” dello Stato. Se il reato era commesso tramite internet, si applicava la legge antiterrorismo, con il rischio della condanna all’ergastolo. Questo articolo è stato usato per perseguire penalmente tutti coloro (giornalisti, scrittori, intellettuali) che in qualche modo sostenevano l’esistenza del genocidio degli armeni.

Nel 2008, l’art. 301 è stato modificato, su richiesta dell’Unione Europea, per cui attualmente sono punibili solo coloro che offendono gli organi costituzionali dello Stato. Inoltre, la pena massima è ridotta a due anni e la decisione di incriminazione non è lasciata al singolo magistrato, ma è affidata al ministro della Giustizia.

La deriva autoritaria dell’attuale presidente Erdogan ha di nuovo inasprito le pene anche per questo reato oltre che per i dissidenti politici, limitando enormemente le libertà civili e facendo tornare indietro il paese di molti anni.

 Giorgio Giannini

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Armenia: amministrazione Biden risponde alla lettera degli storici armeni sul genocidio (Agenzianova 20.04.21)

Erevan, 20 apr 15:41 – (Agenzia Nova) – L’amministrazione presidenziale degli Stati Uniti può aiutare l’Armenia nel processo di riconoscimento del genocidio armeno. Lo si legge nella lettera che la Casa Bianca ha inviato in risposta al messaggio, scritto da un gruppo di storici armeni al governo statunitense lo scorso 13 aprile, con la richiesta di riconoscimento del genocidio armeno da parte degli Stati Uniti. Lo ha riferito Ashot Melkonyan, il direttore dell’Istituto di storia dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia, che ha reso noto il contenuto della lettera durante la tavola rotonda odierna sul genocidio armeno. Nella lettera, l’amministrazione presidenziale ha ringraziato gli storici armeni per le informazioni fornite e ha manifestato interesse nel comunicare con loro. “Il nostro Paese sta affrontando numerose sfide, e le vostre lettere ci aiutano a capire meglio come l’amministrazione Biden può esservi utile. Studieremo attentamente la lettera e cercheremo di procedere”, si legge nella lettera. Secondo Melkonyan, in base a queste dichiarazioni ci sono buone speranze che il termine genocidio sarà riconosciuto dal presidente Usa Joe Biden. (Rum)

ARMENIA, IL GENOCIDIO CHE NON FINISCE (wwwitalia.eu 20.04.21)

Incontro on line organizzato dall’Università Ca’ Foscari

Giovedì 22 aprile alle ore 18 in occasione del Giorno della memoria armeno

Armenia. Un genocidio infinito 22 aprile 2021, ore 18.00, intervengono Antonia Arslan, Aldo Ferrari, Giulia Lami, Ugo Volli

Link Zoom: https://unive.zoom.us/meeting/register/ tZIldOyuqTstHtGQzAhlvMUqfkanAG1WHKn0

Il genocidio che non finisce è quello del popolo armeno, un genocidio che ha visto 1 milione e mezzo di persone uccise, arresti di massa, persone fuggite in altri paesi, una tragedia spaventosa perpetrata dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916 che continua a perpetuarsi come genocidio culturale, come volontà cioè di cancellare anche il ricordo dell’esistenza del popolo armeno.

Il Giorno della memoria armeno

Il 24 aprile è il Giorno istituito per ricordare il Genocidio armeno del 1915 ed in questa occasione l’’Università Ca’ Foscari Venezia (Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea) ha voluto organizzare un incontro online intitolato “Armenia. Un genocidio infinito”.

L’incontro si svolgerà giovedì 22 aprile alle ore 18.00. Al dibattito, organizzato da Aldo Ferrari, docente di lingua e letteratura armena, parteciperanno la scrittrice Antonia Arslan, la cui famiglia è stata quasi interamente sterminata durante il genocidio, autrice del best seller “La masseria delle allodole”; Ugo Volli (Università di Torino) filosofo e antropologo che ha curato nel 2015, centenario del genocidio, il libro “Il genocidio infinito” da cui prende il titolo l’incontro e Giulia Lami (Università Statale di Milano)  che presenterà l’ultimo libro dello storico turco Taner Akçam.”Killing Orders. I telegrammi di Talaat Pasha e il genocidio armeno”, Guerini e Associati, Milano 2020, che dimostra l’autenticità dei documenti con i quali i Giovani Turchi ordinarono la deportazione e il massacro degli armeni e conferma l’intenzionalità del genocidio.

Il genocidio culturale

“Nei confronti del popolo armeno si è compiuto non solo un “genocidio fisico” che non è riconosciuto dallo stato erede di quello che l’ha perpetrato, ma si è consumato e si consuma ancora oggi una devastazione che riguarda il patrimonio culturale – spiega Aldo Ferrari. Nelle regioni storiche dell’Armenia occidentale la repubblica turca ha messo in atto una distruzione pressoché completa della memoria armena, distruggendo edifici, trasformando chiese in moschee o in stalle, trasformando le scuole armene in collegi turchi, falsificando la memoria storica”.

La presenza armena è stata per esempio cancellata dalla toponomastica, laddove si sono conservati dei monumenti armeni, non si dice che sono armeni.

Il genocidio culturale procede anche ad opera dell’Azerbaigian nella regione storicamente armena del Nakhichevan in cui sono state distrutte tutte le 85 chiese armene e 10.000 croci di pietra. È dunque importante tanto ricordare dal punto di vista storico quello che è successo quanto, dal punto di vista culturale, riflettere su quello che sta accadendo ancora oggi; tanto più in una città come Venezia, che per molti aspetti è la località al mondo più importante per la diaspora armena, dove c’è ancora un monastero armeno, dove gli armeni hanno pubblicato il loro primo libro a stampa, dove esiste ancora la comunità armena, dove si insegna armeno: il contributo di diffusione della conoscenza della tragedia del genocidio armeno che può dare Venezia e con lei l’ateneo veneziano è dunque importante.

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AZERBAIGIAN. Baku attacca Mosca sui missili Iskander usati in Nagorno Karabakh (Agcnews 20.04.21)

L’Azerbaigian ha lanciato una campagna mediatica contro la Russia. Il pretesto è chiaro: il presunto uso di missili russi contro obiettivi azeri nei giorni finali della guerra nel Nagorno Karabakh dell’anno scorso.

La campagna è iniziata il 2 aprile, quando l’agenzia statale di sminamento dell’Azerbaigian Anama ha annunciato di aver trovato resti di due missili Iskander esplosi mentre stava rimuovendo gli ordigni a Shusha. Questa notizia ha riacceso la controversia sull’uso o meno dei missili da parte dell’Armenia durante la guerra, una questione che in precedenza aveva portato a una grave crisi politica in Armenia, ma da cui l’Azerbaigian aveva scelto di rimanere fuori, riporta Bne Intelligence.

Quando il primo Ministro armeno Nikol Pashinian aveva affermato a febbraio che l’Armenia aveva usato i missili Iskander, ma che “il 90% di essi non è esploso”, il presidente azero Ilham Aliyev aveva deriso Pashinian per aver fatto “un altro fiasco”.

Ora, però, il tono da Baku è cambiato. E l’annuncio dell’Anama includeva un’accusa extra: i missili usati contro Shusha non erano la variante Iskander E, quella da export in mano all’Armenia, ma la variante M, utilizzata solo dalla Russia. E il rapporto è stato seguito da una campagna mediatica coordinata contro la Russia.

Come accade di solito in questo tipo di casi, gli alti funzionari azerbaigiani, tra cui Aliyev, sono stati relativamente silenziosi. Il 12 aprile, all’inaugurazione ufficiale di un nuovo “Parco dei Trofei Militari” dove gli Iskander erano in mostra, ha detto: «Gli armeni hanno sparato a Shusha con questi missili Iskander-M. Da dove hanno preso questi missili i militari armeni? Non avrebbero dovuto averli».

Il giorno dopo, Aliyev ha riferito che in una conversazione telefonica con il suo omologo russo Vladimir Putin, due settimane prima, e ha detto: «Abbiamo discusso questa questione. Su mio ordine, il ministero della Difesa dell’Azerbaigian ha inviato una lettera ufficiale con fotografie, prove. Ma finora non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

Il lavoro più sporco, nel frattempo, viene fatto da fonti semi-ufficiali che accusano direttamente Mosca. Il Cremlino nega tutto: il portavoce di Putin, Dmitriy Peskov, ha confermato che gli Iskander (di qualsiasi varietà) non erano stati usati nella guerra e che non avevano informazioni sulla provenienza delle prove dell’Azerbaigian.

In passato, l’Armenia ha effettivamente ottenuto la variante M dalla Russia: nel 2018 Kommersant citando fonti dell’industria della difesa russa, aveva detto che l’Armenia avesse ottenuto una divisione dei sistemi Iskander M nel 2016. «perché l’Armenia non aveva altre opzioni per difendersi in caso di un attacco azero al Nagorno-Karabakh».

Le prove pubblicamente disponibili, però, non provano se sia stata usata la versione E o la M. A questo punto, però, la domanda, ancora senza risposta, è cosa Baku stia ora cercando di ottenere da Mosca.

Non sembra che ci sia una questione specifica, ma piuttosto un’insoddisfazione generale per il nuovo ruolo della Russia come mediatore unico tra le due parti, compresa la missione di pace.

La diade Russia-Azerbaigian è probabilmente la relazione più importante per determinare i futuri contorni del conflitto. È stato l’intervento della Russia dopo la vittoria dell’Azerbaigian a Shusha che ha impedito all’Azerbaigian di completare rapidamente la sua conquista di tutto il Nagorno-Karabakh, ed è la missione di pace russa che rimane l’unica cosa che protegge i civili armeni rimasti oggi in Karabakh. Non è chiaro come la Russia abbia convinto l’Azerbaigian a fermare la sua offensiva, e non è chiaro come Mosca intenda convincere Baku a prolungare il mandato della missione di pace quando scadrà alla fine del 2025.

L’Azerbaigian potrebbe anche appoggiarsi alla Russia in modo che la Russia a sua volta si appoggi all’Armenia per fare alcuni dei passi che l’Azerbaigian ha chiesto, come ritirare le forze militari armene dalla regione e fornire le mappe delle mine terrestri che la parte armena ha posato durante la guerra. Tutte queste trattative sono opache, tuttavia, e la Russia non vuole scoprire le sue carte. Un paio di altri sviluppi questa settimana hanno solo aggiunto al numero di parti in movimento.

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Arte, a Pesaro un “kachcar” dell’artista armeno Aslan Mkhitaryan che ricorda le vittime del genocidio armeno (Viverepesaro 19.04.21)

Pesaro è una città dalle architetture preziose e uniche; architetture romane, medievali, rinascimentali, barocche, neoclassiche, liberty, eclettiche, moderne. Vi sono edifici, mura, orti e complessi architettonici da recuperare e valorizzare, perché sono parti fondamentali della storia della città.

Bisogna difendere tutto questo, per evitare che sia sacrificato al nuovo “razionalismo” che è tornato a diffondersi in Italia e che propone brutti edifici, spesso di edilizia pubblica, in sostituzione di quelli storici, che spesso richiedono importanti risorse per tornare all’originario splendore.

A Pesaro sta per nascere anche il Parco urbano di scultura, un percorso nell’arte monumentale contemporanea che ha pochi uguali nel nostro paese. Il Parco presenterà in un percorso culturale – e contemporaneamente turistico – le sculture di artisti contemporanei di primo piano disseminate per la città, dopo una serie di interventi di restauro, ricollocamento, valorizzazione.

Farà parte del Parco (che sarà suddiviso in due itinerari) anche un’opera che non tutti i pesaresi conoscono, e che pure è un monumento rappresentativo della migliore arte urbana, realizzato da uno dei più importanti artisti e architetti armeni del nostro tempo: Aslan Mkhitaryan (Yerevan, 1947). Nel 2017 l’opera di Mkhitaryan è stata donata dal sindaco di Yerevan, capitale dell’Armenia, a quello di Pesaro, per sancire l’amicizia tra le due città, resa possibile anche grazie all’azienda Renco, che è presente in Armenia come una delle più importanti società di costruzione del paese.

Per l’occasione l’artista ha realizzato un imponente “kachkar”, parola che in armeno significa “croce di pietra”. I “kachkar” di Aslan Mkhitaryan sono opere moderne, ma si collegano storicamente a una forma d’arte che ha origini antichissime; i primi che conosciamo risalgono al IX secolo. Sono monumenti urbani che hanno la funzione di cippi funerari o di commemorare eventi di grande rilievo. Il “kachcar” di Pesaro, dedicato alle vittime del genocidio armeno, è stato collocato nel verde del Parco Miralfiore. L’artista è celebre per importanti opere di arte urbana monumentale in Armenia e altre nazioni, fra cui l’enorme, ammiratissima Cascata di Yerevan.

Foto di Fabio Patronelli

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