Avanesyan racconta il suo calvario: “Ho avuto la mononucleosi. Ero sempre esausta” (TennisWorld 14.09.25)

Che fine ha fatto Elina Avanesyan? La tennista russa naturalizzata armena, che aveva iniziato l’anno da numero 44 del mondo dopo i buoni risultati conquistati lo scorso anno, compresa la prima finale Wta in carriera raggiunta a Iasi (in cui si ritirò nel terzo set contro Mirra Andreeva), sembrava decisamente in rampa di lancio. La semifinale al Wta 500 di Merida era valsa alla 22enne il best ranking, alla 36esima posizione, ulteriore segnale della crescita dell’armena. Che però, da marzo, ha subito un vero e proprio crollo. Tra ritiri e sconfitte ai primi turni, Avanesyan è precipitata in classifica, fino ad uscire dalla top 100.

Quasi un mistero, con la ragazza nata in Russia che sembrava quasi irriconoscibile. È stata la stessa Elina a rivelare, sui propri social, di aver vissuto un periodo da incubo, spiegando di aver dovuto combattere con una forma aggressiva di mononucleosi.

Il post di Elina Avanesyan

La tennista armena ha raccontato come è iniziato il proprio calvario: “A marzo mi è stata diagnosticata la mononucleosi. All’inizio non mi rendevo conto di quanto mi avrebbe influenzato, ma presto ho iniziato a sentirmi sempre esausta, senza energie, e anche gli allenamenti più semplici sono diventati davvero difficili. È stato particolarmente difficile da accettare perché i primi due mesi della stagione erano andati molto bene. Stavo gareggiando ad alto livello, mi sentivo in ottima forma e mi stavo davvero godendo il tennis. Passare da quello a sentirmi così debole e incapace di giocare è stato incredibilmente frustrante”.

Problemi che sono continuati anche nei mesi successivi, a causa della propria debolezza. “A Miami ho iniziato ad avere forti dolori al polso, che hanno richiesto molto tempo per guarire. Proprio quando pensavo di stare meglio, ho avuto un’altra battuta d’arresto con un dolore alla spalla, e da allora mi è sembrato che fosse un problema dopo l’altro. Questi problemi fisici sono stati molto difficili da gestire, soprattutto perché il mio corpo non si è ancora ripreso completamente dalla malattia. Mi sembra che tutto abbia richiesto più tempo del solito per guarire, il che rende il processo ancora più difficile”.

Avanesyan ha poi continuato: “Questo percorso mi ha messo alla prova in modi che non mi aspettavo. Ci sono stati momenti di frustrazione e persino di dubbio, ma ho anche imparato molto sulla pazienza, sulla resilienza e su quanto amo veramente questo sport. Essere in grado di giocare di nuovo è stato un grande passo avanti, ma competere senza sentirmi me stessa in campo è davvero difficile. Più di ogni altra cosa, mi manca poter lottare al massimo livello e godermi il gioco come so fare”.

La 22enne ha concluso ringraziando i propri fan per il sostegno, dichiarando di non vedere l’ora di tornare a competere al massimo della propria forma.

Viaggio in Armenia (Mangialibri 13.09.25)

Da un po’ di tempo le cose non si mettono per nulla bene: Osip Mandel’štam fatica a trovare un editore, se non per qualche traduzione. Ma delle sue poesie, nessuno ne vuole sapere, nessun giornale si arrischia a pubblicarle. Del resto è pericoloso avere a che fare con un “poeta” che scrive testi sconvenienti per il partito. Probabilmente è arrivato il momento di cambiare aria, di lasciare le grandi città di Mosca e Leningrado per approdare in un posto più tranquillo: per questo, con l’aiuto di Nikolaj Bucharin in persona, nel 1930 riesce a partire per l’Armenia, accompagnato dalla moglie Nadežda Jakovlevna. Nel paese delle “pietre urlanti”, Osip Mandel’štam recupera una sua condizione primordiale, di curiosità, ricerca e studio, che da tanto gli mancava: in particolare il soggiorno sulla piccola isola di Sevan è uno dei momenti più formativi e ricchi di quel periodo. L’isola si trova molto vicino alla costa dell’omonimo lago, nascosta da una natura rigogliosa, ospita pescatori, bambini rumorosi, qualche grotta di eremita e qualche rustico monastero. Ma è anche il ritrovo di professori, linguisti, biologi, antropologi, con i quali Mandel’štam ama trascorrere il suo tempo, discutendo dell’origine delle lingue caucasiche e dell’origine dell’uomo che, stando alla Bibbia, ha iniziato proprio sul monte Ararat, in bella vista anche dal lago, il suo nuovo cammino. Proprio qui conosce Boris Kuzin, un biologo, con cui condivide lunghe conversazioni e alcune riflessioni sui costumi e sulle usanze di un posto che sembra essere fuori del tempo, forse addirittura precede il tempo e lo spazio a cui è tradizionalmente abituato…

Viaggio in Armenia è il frutto di un primo esilio, fra il 1930 ed il 1932, che il prosatore e poeta Osip Mandel’štam ha dovuto affrontare per sfuggire alla censura stalinista: di lì a qualche anno, dopo l’ Epigramma di Stalin (1933), sarà più volte arrestato, condannato e infine spedito in Siberia, dove probabilmente morì nel 1938. Gran parte della sua opera ci è nota perché la moglie, Nadežda Jakovlevna, ne ha conservato i manoscritti, permettendone la stampa e la diffusione postuma. L’edizione Adelphi arricchisce, grazie alle cure di Serena Vitale, il testo dei diari poetici di Osip con la presentazione di scritti preparatori e frammenti che non hanno trovato spazio nell’edizione in vita del poeta, del 1933: si tratta di brogliacci, di studi gemmati dal diario (Intorno ai naturalisti), che permettono di apprezzare l’eclettismo di quello che Josif Brodskij ha definito “il più grande poeta russo del novecento”. In quelle pagine si spazia da Darwin all’etimologia di parole armene e russe, dalla natura che diventa poesia, ai tormenti di un prigioniero in esilio forzato. Sono spesso schegge impazzite, sprazzi di vita, che vivono poi di luce propria, di una propria compiutezza, tessere di un puzzle che trova piano piano forma in un pensiero più lungo, un pensiero che in Armenia fa soltanto una prima e fondamentale tappa, un pensiero che fatica a trovare un’unica etichetta che possa comprenderlo. Adesso si concentra su una parola per recuperarne senso e storia, quindi si sofferma sulla consistenza delle pietre e della neve che incorniciano l’orizzonte e la sua nostalgia; adesso è il ricordo di un amico, quindi diventa un pretesto per trasformarsi in uno sprazzo lirico. Viaggio in Armenia è un universo cromatico, triste e ironico, denso di umanità, quell’umanità aspra ed indurita come le pietre dell’Armenia, ma che, come quelle pietre, non perde mai il gusto per l’estetica della vita.

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Genocidio armeno, azione al museo della topografia del terrore a Berlino (ReportSardegna 13.09.25)

Questa notte a Berlino, sul museo “Topografia del terrore”, è apparsa una proiezione con l’immagine della non ti scordar di me e l’iscrizione in armeno «Հիշում ենք Սեպտեմբերյան օրերը» (“Ricordiamo i giorni di settembre”).

La non ti scordar di me non è un fiore scelto a caso: dal 2015, anno del centenario del genocidio armeno, è diventata il simbolo ufficiale della memoria. Il nero al centro ricorda il lutto per le vittime, il viola è il colore liturgico del lutto della Chiesa armena, mentre blu e giallo simboleggiano speranza e futuro.

Come il papavero rosso ricorda i caduti della Prima guerra mondiale, così la non ti scordar di me rappresenta il dovere di ricordare e trasmettere la memoria del genocidio armeno. I “giorni di settembre” rappresentano una delle pagine più tragiche della storia armena: nel settembre 1918, dopo la conquista di Baku da parte dell’“Armata dell’Islam” turca guidata da Nuri Pascià e con il sostegno di reparti armati azeri, ebbe inizio il massacro di massa degli armeni.

Secondo diverse stime, furono uccise dalle 10 alle 30 mila persone, e decine di migliaia divennero profughi. Questi eventi segnarono la fine dell’esistenza della comunità armena a Baku, un tempo uno dei più grandi centri culturali ed economici della diaspora. È simbolico che l’azione abbia avuto luogo proprio sulle mura del museo dedicato ai crimini nazisti e all’Olocausto, una tragedia riconosciuta in tutto il mondo. Anche il genocidio armeno è riconosciuto dalla maggior parte dei paesi, ma rimane oggetto di un cinico negazionismo da parte di Ankara. Inoltre, oggi siamo testimoni di una nuova politica dell’oblio da parte delle attuali autorità armene.

Il primo ministro Nikol Pashinyan, di fatto un vassallo fedele di Erdogan, evita deliberatamente il tema e tace sulla responsabilità della Turchia, privando così gli armeni del diritto alla giustizia.

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I mille occhi, al via a Trieste la nuova edizione del festival di cinema e arti (Ciakmagazine 12.09.25)

Il 12 settembre ha inizio la XXIV edizione de I mille occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti, fondato da Sergio M. Grmek Germani e diretto da Giulio Sangiorgio, che si terrà a Trieste fino al 17 settembre.

Il Premio Anno uno quest’anno sarà conferito al regista serbo Želimir Žilnik, ospite del festival. Cineasta che “laicamente si spende per incontrare l’umanità infinita e sofferente del nostro tempo”, Žilnik sarà celebrato con un’ampia retrospettiva che comprenderà opere dagli anni Sessanta, come Rani radovi (Early Works), Orso d’Oro a Berlino nel 1969, fino all’anteprima italiana del suo ultimo film, Eighty Plus.

Elemento centrale di questa edizione è anche la carte blanche affidata al fondatore, Sergio M. Grmek Germani: Young and Innocent: il cinema interminabile dei cineasti più grandi, che mette in dialogo Hitchcock, Jerry Lewis, Disney, Dreyer, Ford e McCarey. In programma, tra gli altri, Young and Innocent di Hitchcock, The Family Jewels di Jerry Lewis e Pilgrimage di John Ford: titoli che, nelle parole del curatore, compongono “un programma di capolavori assoluti, film bellissimi che mai finiremo di conoscere“.

Tra i fili conduttori di quest’edizione spicca l’omaggio Una storia semplice? Leonardo Sciascia e il cinema, con film di Petri (Todo modo), Damiani (Il giorno della civetta), Greco (Il consiglio d’Egitto) e Amelio (Porte aperte), oltre alle interpretazioni di attori come Gian Maria Volonté e Claudia Cardinale, che hanno segnato il rapporto tra il grande scrittore e il cinema.

Torna inoltre Kino Basaglia, che mette alla prova del tempo l’eredità dello psichiatra triestino attraverso titoli che spaziano da Matti da slegare di Marco Bellocchio a Titicut Follies di Frederick Wiseman, da 12 jours di Raymond Depardon fino a 87 ore di Costanza Quatriglio, con la presenza al festival dell’autore croato Jakov Labrović.

La sezione Tecnica Mista prosegue il lavoro avviato negli scorsi anni: da un lato con Dino Buzzati, di cui sarà presentata l’anteprima del visionario Orfeo di Virgilio Villoresi; dall’altro con Italo Calvino, con il restauro di Il cavaliere insistente di Pino Zac, adattamento in tecnica mista dell’omonimo racconto.

A completare il quadro, un focus sul cinema della diaspora armena, che riflette su storia, identità e memoria collettiva attraverso tre opere molto diverse: dal documentario We Drank the Same Water di Serge Avédikian alla finzione poetica Should the Wind Drop di Nora Martirosyan, fino a un classico restaurato come Nahapet di Henrik Malyan.

Chiude il programma il concorso internazionale Cinema sul Cinema. Tra le opere in concorso, i ritratti di David Lynch e Eric Rohmer, un film sul cinema erotico filippino rivisitato da un fantasma in A.I., e il lavoro di un gruppo di studenti ungheresi che ricostruisce un film muto perduto su Dracula.

A realizzare l’immagine di questa edizione è ancora una volta Alessandro Baronciani. L’illustratore firma una locandina che rielabora, à la Hitchcock, la sua inconfondibile estetica: una rilettura che si ispira a una delle sezioni portanti del programma e ne richiama le atmosfere più profonde

Il festival si svolgerà dal 12 al 14 settembre al Teatro Miela, dal 15 al 17 settembre al Cinema Ariston e, a seguire, con un appuntamento speciale sabato 20 settembre a Fuori Orario su Rai 3.

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Mistica, Musica e Medicina – Archi di tradizioni epocali (Trevisotoday 12.09.25)

Archi di tradizioni epocali, questo il titolo della nuova edizione di Mistica, Musica e Medicina, la XIV quest’anno, con un programma articolato in più momenti e diverse sedi, da giovedì 25 settembre a domenica 19 ottobre 2025.

Nell’insieme, è un percorso di ampio respiro su un tema di larghe prospettive che proprio la figura dell’arco intende raffigurare e significare. Archi di tradizioni epocali, tuttora pulsanti, tradizioni intese come conoscenze condivise, lasciti da riscoprire, incroci trasversali di sensibilità, esperienze, sapere. L’arco è figura ideale di un tracciato radicato che si palesa nello slancio, fonte ispiratrice di dialogo autentico, dove le parti si sostentano per un bene che accomuna senza sacrificare, affratella senza prevaricare, favorisce la crescita personale senza rinchiudere.

Il percorso origina dunque da lontano, precisamente dall’Armenia, cui è dedicata una specifica sezione, “Voci e immagini dall’Armenia, patrimonio dell’Umanità”. Dal 25 settembre al 19 ottobre sarà infatti visitabile presso il Seminario Vescovile, orario consueto di apertura, la Mostra fotografica Armenia. Gli scatti di un bellunese. Adriano Alpago Novello (1932‑2005), curatrici Manuela Da Cortà e Beatrice Spampinato: un saggio dell’estesa ricerca che l’architetto Alpago Novello condusse in terra armena sugli spazi sacri caratteristici di quei luoghi ma così vicini alla nostra sensibilità.

Giovedì 9 ottobre, ore 21.00, Palazzo Minucci ospiterà un intervento musicale di rarissimo ascolto, dal titolo Tra chiese e campi. canti sacri e profani della gente armena, a cura di Edesse Ensemble, direzione Justine Rapaccioli, per immergersi in un repertorio musicale di tradizione orale conservatosi grazie al lavoro di trascrizione di musicisti e compositori effettuato qualche decennio prima del tragico genocidio.

Le due giornate di convegno si terranno da sabato pomeriggio 18 a domenica 19 ottobre alla Casa di Spiritualità e Cultura san Martino di Tours, Sala degli Stemmi. Sei le relazioni in programma, per voce di Virtus Zallot, Milena Simeoni, Luca Mor, Alberto Peratoner, Gianmartino Durighello, Alessio Magoga: un viaggio tra arte medievale, teologia e spiritualità, medicina tradizione europea e mediterranea, nel dialogo costruttivo tra passato, presente e necessità del nostro tempo. Vi si aggiunge un secondo intervento musicale in tema, sabato 18 ottobre, ore 21.00, Pieve di Sant’Andrea di Bigonzo, Il Canto della Croce, a cura di InUnum ensemble, voci e strumenti medievali.

Come dalla sua prima edizione, Mistica, Musica e Medicinala cui progettualità fa capo al Centro Studi Claviere (ideazione Elena Modena), poggia sulla proficua sinergia tra Diocesi di Vittorio Veneto, Casa di Spiritualità e Cultura san Martino di Tours, Città di Vittorio Veneto, Provincia di Treviso, dal 2019 con la collaborazione dell’ISSR Veneto Orientale, dal 2023 media partner L’Azione.

Mistica, Musica e Medicina – Archi di tradizioni epocali
https://www.trevisotoday.it/eventi/mistica-musica-medicina-archi-tradizioni-2025.html
© TrevisoToday

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Cultura: Vittorio Veneto, dal 25 settembre la rassegna “Archi di tradizioni epocali” la rassegna tra musica, mostre e convegni (SIR 12.09.25)

“Archi di tradizioni epocali” il titolo della XIV edizione di “Mistica, musica e medicina”, in programma dal 15 settembre al 19 ottobre a Vittorio Veneto (Tv). Informa il Centro studi Claviere, organizzatore dell’evento che si tratta di “un percorso di ampio respiro su un tema di larghe prospettive che proprio la figura dell’arco intende raffigurare e significare”, simbolo di dialogo autentico, crescita personale e armonia tra tradizioni. Il percorso origina dall’Armenia, cui è dedicata una sezione dal titolo “Voci e immagini dall’Armenia, patrimonio dell’Umanità” che propone nelle stesse date la mostra fotografica “Armenia. Gli scatti di un bellunese” di Adriano Alpago Novello. Previsto poi per giovedì 9 ottobre, alle 21, un’intervento musicale ospitato nella cornice del Palazzo Minucci dal titolo “Tra chiese e campi. Canti sacri e profani della gente armena”, a cura di Edesse Ensemble, direzione Justine Rapaccioli. “Un repertorio musicale di tradizione orale conservatosi grazie al lavoro di trascrizione di musicisti e compositori effettuato qualche decennio prima del tragico genocidio”. Il festival prosegue con le giornate di convegno del 18 e 19 ottobre alla “Casa di spiritualità e cultura san Martino di Tours”, Sala degli Stemmi, con sei relazioni su arte medievale, teologia, medicina e spiritualità. Sabato 18 ottobre, alle 21, in programma un uovo intervento musicale con Pieve di Sant’Andrea di Bigonzo, “Il Canto della Croce”, a cura di InUnum ensemble, voci e strumenti medievali. Come da tradizione, la rassegna poggia sulla sinergia tra Centro studi Claviere, diocesi di Vittorio Veneto, Casa di spiritualità e cultura san Martino di Tours, Città di Vittorio Veneto, Provincia di Treviso, con Issr Veneto Orientale e media partner L’Azione.

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Armenia: amb. Ferranti con presidente Comitato Anticorruzione, Nahapetyan (Giornale Diplomatico 12.09.25)

GD – Jerevan, 12 set. 25 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti ,è stato ricevuto dal presidente del Comitato Anticorruzione della Repubblica d’Armenia, Artur Nahapetyan.
Il diplomatico ha condiviso la volontà, manifestata dal suo interlocutore, di rafforzare le relazioni di partenariato ed ampliare gli ambiti di cooperazione nell’ambito delle forze dell’ordine.

Con riferimento alla natura transnazionale dei reati di corruzione, l’ambasciatore ha sottolineato l’importanza della cooperazione e dello sforzo comune da intraprendere con i partner internazionali, osservando come lo scambio delle conoscenze e lo sviluppo delle competenze professionali siano tra i migliori e più efficaci strumenti nella lotta alla corruzione.
Il presidente Nahapetyan ha espresso l’auspicio che, grazie alla cooperazione con l’Italia, in particolare tramite la partecipazione a programmi di formazione, il Comitato Anticorruzione armeno possa continuare ad adottare ed implementare le conoscenze e le tecniche professionali dei colleghi delle forze dell’ordine italiane, i quali vantano una vasta esperienza nel settore dell’anticorruzione, riconosciuta ed apprezzata anche a livello internazionale.
In riferimento alla qualificazione professionale del proprio personale, il presidente Nahapetyan ha sottolineato come il Memorandum d’intesa siglato a Roma nel novembre 2023 tra la Guardia di Finanza e il Comitato Anticorruzione della Repubblica d’Armenia, attraverso la realizzazione di corsi di specializzazione e scambio di buone pratiche, rappresenti un valido strumento per incrementare le reciproche competenze specialistiche negli ambiti di collaborazione.
Al termine dell’incontro, gli interlocutori hanno espresso il comune intendimento di proseguire nel dialogo e nel lavoro congiunto tra Italia ed Armenia, volti ad individuare nuove possibili iniziative per un’ulteriore espansione della cooperazione bilaterale in materia di anticorruzione.

Sono stato in Armenia che ha vissuto il genocidio. Un popolo che aderì, primo al mondo, al cristianesimo. Ora 5 milioni vivono all’estero (Trucioli 11.09.25)

Sono stato in Armenia: volevo conoscere un luogo lontano carico di storia, volevo conoscere – per quanto possibile – un popolo che mi ha affascinato. Sono tornato carico di emozioni, di incontri, di immagini di luoghi antichi, di una realtà mite. L’Armenia che ha subito un genocidio dimenticato dai più e che resiste come può.

La Stele, di 44 Metri: un obelisco di cemento armato che rappresenta la memoria e la lotta del popolo armeno, con una fessura al centro che permette di vedere la Fiamma Perenne (Fiamma dell’Immortalità), che arde in eterno in onore delle vittime (Foto di Andrea De Lotto)
Il maestro di scuola Andrea De Lotto ha contribuito a organizzare “Lo sbarco”, la nave dei diritti da Barcellona a Genova

Negli ultimi anni abbiamo imparato questa parola: Nagorno-Karabakh. Ma è solo stando lì che ho capito tra chi fosse conteso questo territorio, come è andata e soprattutto come è finita. Gli Armeni, non dotati probabilmente di un potente esercito e soprattutto con pochi “santi in paradiso”, hanno dovuto lasciare quel territorio all’Azerbaijan (una dittatura bella e buona), e più di 100mila armeni hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in Armenia. Qualcuno nel mondo ha battuto ciglio per quello che è successo? No.

Quell’Azerbaijan dove, a Baku, da tutto il mondo sono andati per la COOP 29 per poi scoprire (ma davvero a posteriori?) che i padroni di casa sono grandi produttori di fonti inquinanti di energia e il Paese è stato governato per decenni da un uomo che poi ha lasciato l’incarico al figlio. L’opposizione è silenziata.

Così l’Armenia si trova schiacciata tra Turchia ed Azerbaijan, storiche alleate, che se la papperebbero in un boccone e chissà che prima o poi non lo facciano.

Anche gli Armeni sopravvivono solo grazie ad un’enorme diaspora sparsa nel mondo, ma legata a quel fazzoletto di terra, quello che è rimasto di un territorio che era ben più vasto.

E poi c’è la storia: il genocidio degli armeni è troppo poco conosciuto. Si parla di tre milioni di morti tra il 1915 e il1923, in seguito alla decisione del governo ottomano di far piazza pulita di questi mercanti e artigiani, accusati di essere in combutta con i russi. Vennero uccisi o deportati, a piedi, in condizioni tali da lasciare una scia di morti lungo quelle centinaia di chilometri: uomini, donne, anziani, bambini.

Il governo turco in questi 100 anni non ha mai ammesso le sue responsabilità, e nessuno in Europa le ha pretese nè le pretende. Gli Armeni vennero lasciati soli, e in fondo lo sono ancora.

Tornando all’oggi, ho visitato il museo di Erevan sul genocidio armeno: impressionante. Ma ciò che mi ha colpito solo le brevi sintesi di vari genocidi compiuti nella storia che vi sono alla fine: Americhe, Germania, Ruanda, Cambogia e Namibia compresi. Ovvero, dicono: il “nostro genocidio” non è stato l’unico. Nella storia ve ne sono stati diversi.

Ho conosciuto tra gli altri una famiglia armena, sono stato a casa loro. Ad un certo punto è uscita da una stanza la nonna, di oltre 90 anni, con in mano una preziosa scatolina: mi ha subito mostrato con orgoglio la medaglia ricevuta per essere sopravvissuta all’assedio di Leningrado durante la Seconda guerra mondiale. Lei e migliaia di altri bambini vennero messi al sicuro, andò in Armenia e lì è rimasta tutta la vita. Una volta dagli assedi c’era una via d’uscita, e i bambini venivano messi in salvo. Ci dice qualcosa oggi?

Infine, in Armenia ho conosciuto un popolo mite, nella capitale c’è una grande energia e una spinta in avanti, malgrado un paio di anni fa abbiano perso una guerra e abbiano dovuto accogliere (loro che sono 3 milioni) oltre 100mila profughi armeni. Ma in tutti questi anni, abbiamo mai detto “Con quello che hanno subito gli Armeni…” “Si stanno difendendo e dobbiamo aiutarli!”?

Non lo abbiamo mai detto, e in questi 100 anni non sono stati certo trattati bene. Eppure credo di non aver mai respirato un’aria più pacifica come a Gyumri, la seconda città armena. Nessuno nel mondo ha realizzato musei sulla loro storia, ben pochi la leggono sui libri o la ricordano nella Giornata della Memoria.

Sono il popolo che aderì, primo al mondo, al cristianesimo. Si sono mai sognati di fare uno stato “confessionale”?

Un amico armeno, gran conoscitore della lingua e della cultura italiana, sogna di venire in Italia a visitarla, un giorno, perché non c’è mai stato: ai cittadini armeni è praticamente impossibile avere il visto. Come mai non abbiamo il minimo scrupolo di coscienza verso questo popolo?

Si sono mai sognati gli Armeni di “farsi spazio” intorno (persero gran parte del loro territorio storico e più di 5 milioni di Armeni vivono fuori dal Paese) a suon di bombardamenti?

No. Punto.

Chi ha subito un genocidio, dovrebbe sapere cosa significhi e si dovrebbe solo augurare che non succeda mai più nel mondo.

Andrea De Lotto

Nato nel 1965, milanese, maestro elementare, psicomotricista, da tanti anni attivista: durante la Pantera, nel coordinamento genitori nidi e materne di Milano “Chiedo Asilo”, contro le guerre; è stato maestro popolare in El Salvador nel 1992, alla fine della lunga guerra civile. Ha vissuto con la sua famiglia 2 anni a San Paolo (Brasile) e 10 a Barcellona dove ha partecipato a numerose lotte. Nel 2010 ha contribuito a organizzare “Lo sbarco”, la nave dei diritti da Barcellona a Genova. Dal 2013 ha seguito ovunque la lotta di liberazione di Leonard Peltier, nativo dell’American Indian Movement, ingiustamente in carcere negli USA dal 1976 fino al 2025, quando, ad 80 anni, ha potuto finalmente tornare a casa.  Vive e lavora a Milano insegnando, in una scuola statale, italiano agli immigrati. 

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Il “Grande Male” l’Olocausto degli Armeni (Civico20 11.09.25)

I veri genocidi sono altra cosa

 

In queste settimane i media fanno abbondante uso del termine “genocidio” per quello che sta succedendo a Gaza, ma i veri genocidi sono altra cosa, a cominciare da quello armeno all’inizio del Novecento, nel 1915, in Turchia con lo scopo di “liberarla” della presenza armena. In questa estate ho preso in esame un libretto edito nel 2006 dalle edizioni Angelo Guerini e Associati S.p.A., “Metz Yeghern. Breve storia del genocidio degli armeni” di Claude Mutafian. E’ un opuscolo pubblicato dal Comitè pour la Commemoration du 24 april 1915, sotto l’alto patronato della Chiesa armena.

Il testo si legge agevolmente, si tratta soltanto di 79 pagine con alcune foto e soprattutto con 2 cartine che documentano la pulizia etnica che ha colpito la popolazione armena. Il testo presentato da Mario Nordio sostiene che il genocidio non ha motivazioni religiose, così come quello voluto da Hitler per il popolo ebraico. Una prima domanda che il testo pone è perché? Cerca di rispondere alla complessità della materia, l’autore, che intende operare per fare giustizia a un popolo che è stato praticamente sacrificato, da chi sapeva e non ha fatto niente. E’ stato l’ONU a definire nel 1948 il massacro degli armeni come genocidio, perché si è trattato di un massacro di massa con una volontà sistematica e pianificata da parte dei dirigenti turchi.

Le due domande che ci si pone: perché e i che modo è stato fatto. Ben presto se ne aggiunge una terza: come si spiega che alla fine del XX° secolo questa tragedia, che ha cancellato dalle carte il nome di un popolo intero, non sia ancora registrata dalla Storia? A queste tre domande il testo di Mutafien cerca di dare una risposta. Al massacro degli Armeni dedica un capitolo del suo libro un giornalista inglese, Robert Fisk, corrispondente del quotidiano The Indipendent, definendolo “il primo olocausto” a pagina 385. Il corposo volume di ben 1180 pagine, pubblicato da Il Saggiatore nel 2006, (riedito nel 2023) ha per titolo, “Cronache Mediorientali”. Fisk, uno dei più celebri corrispondenti di guerra al mondo, racconta cento anni di scontri, occupazioni, trasformazioni in Medio Oriente e in tutto il bacino del Mediterraneo.

Protagonisti sono le popolazioni del Medio Oriente a partire dall’Afghanistan, l’Iran, la Palestina e poi tutti i fronti mediorientali. Nell’introduzione Fisk scrive che esistono i Buoni, “i Brutti e i Cattivi, i vincitori, i vinti. Naturalmente tra questi, i nomi eccellenti che circolano nelle pagine del libro sono Bin Laden, Saddam Husseini, Khomeni, Yasser Arafat, Hassan Nasrallah, Hafez Assad, lo Scià di Persia Reza Pahlevi, George Bush, Mikail Kalasnikov, l’inventore del famoso fucile automatico più famoso del mondo. Interessante la storia descritta su Haj Amin (Il Gran Mufti di Gerusalemme) che ha collaborato con i nazisti. Il testo inevitabilmente è corredato da una serie di cartine geografiche. Fisk da buon giornalista sa raccontare e sa coinvolgere il lettore.

Ma torniamo agli Armeni, Fisk inizia il suo racconto, partendo dalla collina di Morgada nel deserto orientale della Siria, qui c’è un fiume, l’Habur. In questo luogo la fotografa Isabel Ellsen ha documentato una scena macabra: crani ovunque, scheletri interi, ossa dappertutto. “In questo piccolo macello furono assassinati forse 50.000 armeni; ci vollero un paio di minuti perché Ellsen e io ci rendessimo pienamente conto di stare in mezzo di una fossa comune”. Praticamente Morgada, come altri migliaia di villaggi in quella che era l’Armenia turca, “sono l’Auschwitz del popolo armeno, il luogo del primo, dimenticato, olocausto della storia”.

Il confronto con Auschwitz è tutt’altro che forzato. “Il terrore turco contro il popolo armeno – scrive Fisk – fu il tentativo di distruggere un’intera razza. Morirono quasi un milione e mezzo di armeni”. I Turchi cercano di giustificare il loro delitto, dicendo che si è trattato di “reinsediamento” della popolazione armena, come fecero più trdi i tedeschi con gli ebrei in Europa. Fisk porta dei documenti come prova: il 15 settembre 1915 il ministro degli Interni Taldat Pasha telegrafa al prefetto di Aleppo. In questa telefonata si affermava che il Governo turco decise di eliminare completamente le suddette persone residenti in Turchia. Devono cessare di esistere, senza riguardo alcuno per età o sesso, né scrupoli di coscienza.

Sono le stesse parole di Himmler nel 1941 rivolte agli assassini delle SS. Fisk fa parlare ancora quei pochi superstiti dello sterminio, Boghos Dakessian sa tutto sulla collina di Morgada: “I Turchi portarono qui intere famiglie per sterminarle. Andò avanti per giorni. Li legarono insieme a file, uomini, bambini, donne, quasi tutti stremati dalla fame e dalle malattie, molti nudi. Poi li spingevano nel fiume e sparavano a uno di loro. Il peso del morto trascinava a fondo gli altri, che annegavano. Costava meno. Bastava una sola cartuccia”. E’ lo stesso metodo che poi userenno i titini comunisti con gli italiani scaraventati nelle foibe.

Ma anche con gli annegamenti dei vandeani durante la Rivoluzione francese. Sorvolo sugli altri racconti. “La storia del genocidio degli armeni è una sequela di orrori perpetrati da soldati e poliziotti turchi entusiasti di aver avuto l’ordine di sterminare un popolo cristiano del Medio Oriente”. La Turchia accusava gli armeni di stare con i nemici degli Alleati nella Prima Guerra mondiale. Prendendo il potere i Giovani Turchi, la situazione politica muta. Questi erano un movimento nazionalista, razzista, panturco, votato alla creazione di una nazione musulmana. Per questo i turchi si accanirono contro gli armeni con la stessa furia con cui, vent’anni dopo, i tedeschi si sarebbero accaniti contro gli ebrei.

Il 24 aprile si decisi di arrestare e assassinare tutti i principali intellettuali armeni di Costantinopoli e poi la totale e sistematica eliminazione del popolo armeno. Ci sono racconti raccapriccianti di Fisk riportati nel libro, come quello della gola di Kemakh a Mayremi, dove i soldati curdi della Brigata di Cavalleria turca macellarano più di 20.000 donne e bambini. A Bitlis i turchi annegarono nel fiume Tigri più di 900 donne. Il massacro di Erzinjam fu tale che il corso del fiume Eufrate deviò per un centinaio di metri a causa di una barriera formata dalle migliaia di cadaveri. Fisk riesce a documentare l’esistenza di diversi campi di sterminio in Siria, in pratica piccole Auschwitz. In una grotta fu individuata una tomba dove trovarono la morte oltre cinquemila armeni, col metodo del fumo tossico proveniente dal fuoco acceso all’imboccatura della grotta.

E’ la prima camera a gas del Novecento. Fisk è convinto che ci sono molte analogie tra il genocidio armeno e quello ebraico. Ci sono studiosi armeni che hanno fatto la mappa dettagliata della persecuzione, in particolare dell’uso delle linee ferroviarie. I diplomatici americani furono i primi a documentare l’olocausto armeno. A cominciare da Leslie Davis., che ci ha lasciato uno spaventoso resoconto dei suoi viaggi nelle terre della morte. Ci furono anche tedeschi tra i testimoni dei massacri. Furono i primi a vedere con i loro occhi i primi carri bestiame per la deportazione di esseri umani, come quelli poi utilizzati da nazisti con gli ebrei. Fisk documenta senza risparmiarsi le crudeltà degli eccidi dei turchi ma anche da parte dei macellai curdi.

I sopravvissuti all’olocausto ormai sono morti, ma i loro figli ne raccolgono le storie. Tuttavia, Fisk ricorda che il primo a raccontare il genocidio degli Armeni fu Winston Churchill. Non esiste nessun dubbio che questo crimine fu pianificato ed eseguito per motivi politici. Tra gli studi più approfonditi Fisk individua quello dell’armeno Vahakn Dadrian che riporta il Rapporto dettagliato di un tedesco von Scheubner Richter, tra l’altro, un ispiratore del Nazismo. Descriveva i metodi dei turchi, come intrappolare gli armeni, il ricorso alle bande di criminali. Non sappiamo se Hitler sapesse dell’olocausto armeno tramite il suo amico von Scheubner. Fisk dà conto anche dei vari tribunali che furono poi istituiti per punire i responsabili di questi orrendi crimini. “Ma ai Tribunali turchi – scrive Fisk – mancò la volontà politica di andare avanti”. Anche perché gli alleati occidentali, non avevano interesse a farlo. Si preferì silenziare il genocidio pianificato degli armeni.

L’ultima parte del capitolo si occupa degli altri massacri che hanno caratterizzato il Novecento prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il mondo pullula di genocidi, grandi e piccoli. Interessante quello avvenuto tra il 1930 e il 1933 in Ucraina, morirono 11 milioni di persone nella “fame del terrore”. Non c’è solo quello ebraico, ma ci sono altri olocausti con la “O” maiuscola che meritano essere ricordati. Quando Giovanni Paolo II accennò al genocidio degli armeni, preludio degli orrori in a venire, un giornale turco lo vilipese in prima pagina con un titolo: “Il Papa da demenza senile”.

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Strano processo di pace in Turchia: tra nuove carceri speciali e distruzione di cimiteri curdi e armeni (Osservatore repressioni 10.09.25)

Mentre se pur a fatica procedono i colloqui per una “soluzione politica” del conflitto turco-curdo, Ankara costruisce altre carceri speciali e demolisce i cimiteri dei combattenti curdi

di Gianni Sartori

Sicuramente i curdi avranno dei buoni motivi per proseguire nelle trattative per una soluzione politica del conflitto con la Turchia (v. il disarmo e la dissoluzione del PKK). Ma visto da qui l’impressione è che la volontà di superamento sia da una parte sola.

Nonostante (come in tutte le situazioni analoghe, dall’Irlanda al Sudafrica…) la questione della liberazione dei prigionieri politici (e di quelli gravemente ammalati in primis) sia sempre stata una priorità irrinunciabile (“una pietra angolare”), Ankara sembra procedere in direzione contraria.

Mentre alcuni media turchi evocano l’improbabile “impegno del governo per stabilire un cambiamento legislativo nel quadro del processo di pace tra Abdullah Öcalan e il potere turco per risolvere la questione curda con mezzi pacifici”, è di questi giorni una notizia preoccupante.

Il potere turco ha avviato la costruzione di un nuovo carcere di alta sicurezza (l’ennesimo) nella città di Ewran (Yeşilova, provincia curda di Muş). I lavori, avviati in sordina, proseguono alacremente e coprono già oltre quattro ettari di terreno.

Per Metin Güllü, esponente dell’Associazione degli avvocati per la libertà (ÖHD): “La costruzione di questo carcere non va nella direzione del processo di pace”.

Siamo con tutta evidenza di fronte a un esempio da manuale di “negoziati asimmetrici”. Come quando – e pare sia il caso attuale dei curdi – le due parti non si equivalgono a livello di potere, mezzi, autorità.

Per cui la parte più potente pone sul tavolo i propri interessi mentre quella più debole si muove con difficoltà (talvolta solo per garantirsi la sopravvivenza). Quindi alla fine a prevalere saranno non la verità e la giustizia, ma semplicemente la volontà di dominio e la legge del più forte.

Ma reprimere non basta evidentemente. Prima vanno estirpate anche le radici. Risaliva al 6 agosto la notizia che il cimitero di Herekol (dove erano sepolti una sessantina di membri del PKK caduti nella lotta di liberazione) è stato completamente raso al suolo con le ruspe. Ignota al momento la sorte dei resti dei combattenti.

È almeno dal 2013 (quando Ankara interruppe arbitrariamente un precedente processo di pace) che i corpi dei curdi morti in battaglia (“martiri” per il loro popolo) sono di fatto un obiettivo di quella che possiamo definire “guerra psicologica”. I cimiteri vengono bombardati o in alternativa spianati con i bulldozer (o entrambe le cose). Lasciando soltanto macerie e  rendendopoi l’area interdetta alle famiglie per diversi anni.

Il cimitero di Herekol, costruito nel 2014 nella regione di Çemê Karê (distretto di Pervari a Siirt) e conosciuto come cimitero dei martiri di Şehîd Azîme e Şehîd Resul Goyî), era già stato bombardato in passato (oltre che danneggiato dall’alluvione del 2017). Ora si presenta come un’area piatta e deserta dove i familiari dei caduti si aggirano sbigottiti, rinvenendo soltanto qualche frammento delle 63 lapidi. Abbattuto anche il muro in pietra perimetrale, mentre si parla della prossima installazione di un posto di osservazione militare (una “torre”).

A tal proposito qualcuno ha voluto ricordare le affermazioni risalenti al 1993 di Abdullah Öcalan: “Se noi dimentichiamo i martiri, anche solo per un minuto, diventiamo più traditoti dei traditori. I nostri martiri sono l’onore del nostro popolo”.

Sempre in questi giorni (notizia dell’agenzia Welat) un evento simile ha interessato l’antico cimitero armeno del villaggio di Akori ai piedi del monte Gilidax (Ağrı) nel distretto di Idir. Numerose ossa umane emerse dalle tombe in rovina sono state – disordinatamente e poco rispettosamente – ammucchiate e abbandonate in mezzo alle lapidi. Tra le varie ipotesi, quella di visitatori occasionali (vandali?) o di “cercatori di tesori”. Ma è anche possibile che si tratti di un gesto intenzionalmente ostile nei confronti dell’identità armena

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