Quegli armeni ostaggi in Azerbaigian e dimenticati da tutti (Tempi 08.11.25)

Vanno avanti a Baku i processi farsa contro 23 armeni, rinchiusi in isolamento. Molti hanno tentato il suicidio in cella nell’indifferenza della comunità internazionale
Quindici politici e funzionari dell'Artsakh, rapiti durante l'invasione azera, assistono all'udienza preliminare del processo presso il tribunale militare di Baku, in Azerbaigian, il 17 gennaio 2025
Quindici politici e funzionari dell’Artsakh, rapiti durante l’invasione azera, assistono all’udienza preliminare del processo presso il tribunale militare di Baku, in Azerbaigian, il 17 gennaio 2025 (foto Ansa)

Da quasi un anno, il regime dittatoriale di Baku inscena un processo farsa contro i leader dell’Artsakh e altri sette cittadini armeni. Lunedì scorso, il pubblico ministero del tribunale militare dell’Azerbaigian ha dichiarato che gli imputati sono responsabili di crimini commessi tra il 1988 e il 20 settembre 2023, dal movimento di liberazione del Karabakh fino all’attacco azero e alla pulizia etnica degli armeni dell’Artsakh.

Tentativi di suicidio in carcere

I 23 prigionieri armeni sono stati messi in isolamento completo dopo la chiusura della sede del Comitato internazionale della Croce Rossa a Baku. I familiari non riescono a ottenere alcuna informazione indipendente sulle loro condizioni. Dalle foto disponibili sembra che il loro stato di salute non sia ottimale e ci sono stati persino tentativi di suicidio, come riportato da Siranush Sahakyan, avvocata dei detenuti presso la Corte Europea.

I parenti sottolineano che, in un regime così autoritario, è purtroppo naturale che qualunque accusa possa essere inventata contro persone indifese. Nonostante siano imputati di decine di gravi reati, i detenuti mantengono la speranza di tornare presto in patria, confidando di trascorrere il prossimo Capodanno non in carcere a Baku, ma accanto ai propri cari.

In Azerbaigian la giustizia non esiste

Il movimento per l’autodeterminazione dell’Artsakh nacque come risposta legittima alle violenze e discriminazioni sistematiche subite dagli armeni del Nagorno-Karabakh. Le stragi di Sumgait, Kirovabad e Baku, tra il 1988 e il 1990, segnarono l’inizio di una politica di pulizia etnica che oggi raggiunge la sua forma più brutale: la deportazione, già avvenuta nel 2023, e l’annientamento sistematico delle tracce storiche e culturali del popolo autoctono dell’Artsakh.

Il regime dittatoriale di Baku, fondato su un’ideologia di odio etnico e dotato di una magistratura completamente asservita al potere, usa i tribunali come strumenti di propaganda e repressione. Appare evidente che ogni “documento” o “testimonianza” prodotti in tali processi è privo di legittimità e valore giuridico.

Il silenzio internazionale

Inaccettabile è inoltre il silenzio delle grandi potenze — Stati Uniti, Francia e Russia — che per trent’anni hanno riconosciuto i leader della repubblica autoproclamata dell’Artsakh come interlocutori legittimi nei negoziati dell’Osce. E ancora più grave è l’indifferenza delle autorità armene, che assistono senza reagire al destino dei propri compatrioti incarcerati.

Questi prigionieri non sono imputati, ma ostaggi di un sistema barbarico. E ogni giorno di silenzio della comunità internazionale è un giorno in più di complicità con la dittatura e con i suoi crimini contro la verità e la giustizia.

L’attuale governo dell’Armenia dovrebbe rendersi conto dell’illusione di poter costruire la pace senza giustizia, senza che la controparte riduca la propria retorica anti-armena quotidiana che alimenta l’espansionismo e la pressione costante sul popolo armeno.

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Armenia, silenziata la comunità scientifica su Baku: stop ai finanziamenti per gli accademici che criticano l’Azerbaijan sul Nagorno-Karabakh (IlGiornaleditalia 07.11.25)

Secondo lo studioso, per qualsiasi critica rivolta al paese vicino – storico nemico dell’Armenia in un conflitto durato decenni – il governo minaccia i ricercatori di tagliare finanziamenti, borse di studio e sovvenzioni. Le misure colpiscono anche l’Armenian Scholars Fellowship Organization (ASOF), una ong che sostiene gli studiosi armeni nello sviluppo di progetti di ricerca

07 Novembre 2025

Armenia, silenziata la comunità scientifica su Baku: stop ai finanziamenti per gli accademici che criticano l'Azerbaijan sul Nagorno-Karabakh

Ricercatori armeni stanno subendo pressioni da parte del proprio governo quando conducono studi che ritraggono l’Azerbaijan in modo negativo. Lo ha rivelato un importante accademico armeno durante la Conferenza Internazionale di Studi Italiani ed Europei tenutasi lo scorso ottobre. Per timore di ritorsioni, la fonte ha preferito mantenere l’anonimato. Tra i lavori censurati, figura una ricerca che documentava la distruzione di una chiesa armena nella città di Nakhchivan, capoluogo dell’omonima enclave azera.

Secondo lo studioso, per qualsiasi critica rivolta al paese vicino – storico nemico dell’Armenia in un conflitto durato decenni – il governo minaccia i ricercatori di tagliare finanziamenti, borse di studio e sovvenzioni. Le misure colpiscono anche l’Armenian Scholars Fellowship Organization (ASOF), una ong che sostiene gli studiosi armeni nello sviluppo di progetti di ricerca.

Gli esperti temono che questa linea impedisca di fatto di documentare e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse dalle forze azere durante la guerra del Nagorno-Karabakh. Tra queste, la sistematica distruzione del patrimonio culturale armeno nei territori sotto controllo azero, avvenuta sia durante che dopo il conflitto.

L’organizzazione Caucasus Heritage Watch, che monitora questi abusi, sostiene che nella sola Nakhchivan siano stati completamente distrutti 108 siti di interesse culturale tra il 1997 e il 2011, per lo più edifici religiosi. Le chiese e i monasteri più antichi risalivano al XII-XIII secolo. Alcuni studiosi stimano che dal 1921, quando l’enclave passò sotto controllo azero, siano stati rasi al suolo fino a 27mila monumenti.

Le accuse di pulizia etnica

I temi sensibili per il governo di Nikol Pashinyan potrebbero non limitarsi alla distruzione dei monumenti storici. Secondo l’ong americana Freedom House, gli armeni in Azerbaijan subiscono repressioni dagli anni Novanta. Cittadini di etnia armena vengono discriminati sul piano religioso, subiscono limitazioni alla libertà di espressione e restrizioni all’ingresso nel paese. Dopo aver preso il controllo del Nagorno-Karabakh, secondo l’organizzazione, il governo di Ilham Aliyev avrebbe condotto una pulizia etnica, costringendo 120mila abitanti della regione a rifugiarsi in Armenia.

Dal canto suo, Baku nega non solo le persecuzioni, ma anche l’autenticità del patrimonio culturale armeno. Nel febbraio 2022 il ministro della Cultura azero Anar Karimov annunciò l’intenzione di creare un gruppo di lavoro per “eliminare le false tracce sugli edifici religiosi albanesi”. La teoria alla base di questa decisione sostiene che l’origine armena di molte chiese antiche del Caucaso meridionale sia una falsificazione storica. Quattro giorni dopo, il ministero fece marcia indietro.

L’Azerbaijan nega la distruzione dei monumenti anche a livello internazionale. I legami culturali e scientifici con l’Europa, e in particolare con l’Italia, potrebbero però dare qualche risultato. Nel 2021 l’organizzazione europea Europa Nostra ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sulla sorte degli edifici religiosi nel Nagorno-Karabakh, senza tuttavia riuscire ad assumere una posizione netta sulla questione.

La sconfitta di Pashinyan

Il governo del premier Nikol Pashinyan è stato segnato dalla netta sconfitta dell’Armenia nel conflitto con l’Azerbaijan nel 2020. Nell’agosto 2025 un accordo di pace ha sancito definitivamente la perdita del controllo sul Karabakh. È probabile che l’esecutivo armeno cerchi ora di limitare i danni alla propria reputazione, ed è a questo che potrebbero ricondursi le notizie sul controllo sempre più stretto sui contenuti della ricerca accademica.

Le segnalazioni di crescenti pressioni arrivano mentre si avvicinano le elezioni parlamentari in Armenia, previste per giugno 2026. In situazioni analoghe a quella di Pashinyan, i governi di solito vengono sconfitti alle urne. Il premier salì al potere nel 2018 promettendo una svolta filoeuropea per il paese, pur mantenendone le posizioni strategiche. Nel 2019 dichiarò pubblicamente che “l’Artsakh è Armenia”, riferendosi al Nagorno-Karabakh, ma appena un anno dopo perse completamente il controllo del territorio.

A questo si aggiunge il fatto che non sia riuscito a imporre un corridoio logistico più sicuro dalla Turchia al Mar Caspio attraverso Yerevan. Al contrario, è stato costretto non solo ad aprire il corridoio di Zangezur, vantaggioso per Turchia e Azerbaijan, ma anche a cedere per 99 anni il controllo di questo tratto infrastrutturale armeno agli Stati Uniti.

Nel 2020 Pashinyan presentò una strategia di trasformazione del paese fino al 2050, che prevedeva di far crescere la popolazione da 3 a 5 milioni di abitanti, moltiplicare lo stipendio medio per sette e il PIL per venti – il che avrebbe equiparato l’economia armena a quella degli attuali Paesi Bassi, che contano quasi 20 milioni di abitanti.

Verso le elezioni del 2026

Promesse irrealistiche e una disfatta militare nel Nagorno-Karabakh potrebbero portare al crollo elettorale del partito di governo “Contratto Civile” e alla fine della carriera politica di Pashinyan – ammesso che l’opinione pubblica possa discutere liberamente di questi problemi.

Un ulteriore fattore che spinge a prevenire simili discussioni anche all’estero è che, dei circa 15 milioni di armeni nel mondo, solo 3 milioni vivono in Armenia. Senza limitare la libertà di espressione, le possibilità di vittoria del “Contratto Civile” alle prossime parlamentari sono ridotte al minimo.

Di Simone Lanza

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PADOVA – 12 novembre 2025 – Presentazione del libro “Le ali della chimera”  di Vartan Giacomelli

Mercoledì 12 novembre 2025, ore 18.00

presentazione del libro “Le ali della chimera”  di Vartan Giacomelli

dialogano con l’autore Antonia Arslan e Pierpaolo Faggi

Sala Rossini, piano nobile del Caffè Pedrocchi – PADOVA

“1915. Gli Armeni e il primo genocidio”, primo appuntamento del nuovo ciclo di “Lezioni di storia-le radici del presente” (Comune Trieste 06.11.25)

Domenica 9 novembre alle ore 11.00 prende il via, al Teatro Verdi di Trieste con la lezione “1915. GLI ARMENI E IL PRIMO GENOCIDIO” a cura di Marcello Flores, il nuovo ciclo di incontri “LEZIONI DI STORIA – LE RADICI DEL PRESENTE”, ideato e progettato dagli Editori Laterza, promosso dal Comune di Trieste e organizzato con il contributo della Fondazione CRTrieste, in collaborazione con il media partner “Il Piccolo”- Nord Est Multimedia.

L’evento, ad ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, prevede 5 incontri dal 9 novembre 2025 al 25 gennaio 2026.

Le lezioni possono essere seguite anche in diretta streaming sul canale Youtube del Comune di Trieste e sul sito de “Il Piccolo”.

Le radici del presente – un ciclo tutto centrato sul Novecento – intende proporre una rilettura degli eventi, delle idee, dei processi e delle dinamiche che hanno plasmato la realtà attuale, a livello politico, sociale, economico e culturale.

Se è vero che la storia non si ripete mai, una riflessione su questo passato ancora relativamente prossimo e facilmente riconoscibile nell’impatto sulla nostra quotidianità è di certo fondamentale, per analizzare criticamente il mondo contemporaneo, capire le cause dei problemi attuali e affrontare le sfide del futuro.

Incontro di domenica 9 novembre 2025:
MARCELLO FLORES
1915. GLI ARMENI E IL PRIMO GENOCIDIO

Il massacro degli armeni ebbe luogo nel contesto della prima guerra mondiale, quando l’impero ottomano si ritrovò in grave difficoltà con la Russia e la Gran Bretagna sotto il profilo militare. La scelta della dirigenza più nazionalista e radicale dei Giovani Turchi è allora quella di espellere dall’Anatolia la minoranza armena, accusata di collaborare con i russi, con uccisioni dirette nei confronti dei giovani e con la deportazione dell’intera popolazione che avverrà in tragiche marce della morte.

Marcello Flores ha insegnato storia contemporanea presso le Università di Trieste e di Siena.

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Il Movimento Shalom in partenza per il “pellegrinaggio di pace” in Armenia (GoNews 06.11.25)

“Il popolo armeno è ammirabile per la fedeltà al Vangelo e la difesa ininterrotta della propria cultura malgrado le continue guerre che hanno via via limitato il suo territorio. La Grande Armenia non c’è più, oggi è un piccolo stato ancora più ridotto dopo l’ultimo conflitto con l’Azerbaijan. La sua popolazione è ridotta ad appena tre milioni di abitanti. Della sua terra se ne parla di già nel libro della Genesi in rapporto al monte Ararat dove incagliò l’arca di Noè, dopo il diluvio. Oggi è il più alto monte della Turchia”. Così in una nota il Movimento Shalom che annuncia un “pellegrinaggio di pace” in Armenia dal 9 al 16 dicembre 2025. “Il genocidio mai riconosciuto dai Turchi – dichiara don Andrea Cristiani che accompagnerà il gruppo – ha causato la morte di un imprecisato numero di Armeni; c’è chi parla di due milioni di vittime. Visiteremo il Mausoleo. La lunga annessione al blocco sovietico ha lasciato dolorose tracce. Arminé, la nostra guida in Armenia parlante italiano, è molto colta. Ci accompagnerà a scoprire le meraviglie storiche, architettoniche e paesaggistiche di questo mondo incantevole che ha un grande desiderio di Pace”. Il pellegrinaggio segna anche la penultima tappa del 50° anniversario di Shalom che si concluderà il prossimo 8 dicembre.

Leggi questo articolo su: https://www.gonews.it/2025/11/06/il-movimento-shalom-in-partenza-per-il-pellegrinaggio-di-pace-in-armenia/
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Caucaso: Overchuk, avvio trasporto ferroviario è investimento per pace regionale (Agenzia Nova 06.11.25)

Mosca, 06 nov 09:04 – (Agenzia Nova) – L’apertura di un collegamento ferroviario tra Russia e Armenia attraverso l’Azerbaigian e la Georgia rappresenta “un vero investimento per stabilire la pace nel Caucaso meridionale”. Lo ha dichiarato il vice primo ministro russo Alekseij Overchuk. “Accogliamo con favore l’avvio della comunicazione ferroviaria tra la Federazione Russa e la Repubblica d’Armenia, che è stata realizzata attraverso il territorio della Repubblica dell’Azerbaigian e della Georgia”, ha affermato Overchuk, sottolineando che si tratta del primo collegamento diretto tra i due Paesi dall’indipendenza dell’Armenia. Il vice premier russo ha definito questo evento “un contributo concreto al raggiungimento della pace nel Caucaso meridionale” e una prova dell’impegno di Mosca per la stabilità e lo sviluppo economico regionale. Overchuk ha inoltre spiegato che la nuova rotta rafforza i legami di trasporto tra la Russia e i Paesi del Caucaso, migliora l’accesso ai mercati armeni per le merci provenienti dagli Stati membri dell’Unione economica eurasiatica e aumenta al contempo l’accessibilità dei mercati dell’Unione per i produttori armeni. “È simbolico che il primo carico su questa ferrovia sia stato grano russo, uno dei simboli più importanti della vita e della creazione: sottolinea ancora una volta il desiderio comune di passare dal confronto alla cooperazione”, ha aggiunto Overchuk.
(Rum)

Se guardiamo al passato, l’Azerbaijan non è sulla mappa: la risposta armena alle dichiarazioni di Aliyev (NotiziedaEst 05.11.25)

Bianca Moretti

Bianca Moretti

Sono una giornalista italiana specializzata in politica e società dell’Europa orientale. Ho studiato relazioni internazionali a Bologna e vissuto tra Varsavia e Budapest. Scrivo per raccontare storie umane dietro ai grandi cambiamenti della regione.

Parte il piano Ue sulla liberalizzazione dei visti con l’Armenia (Ansa 05.11.25)

La Commissione presenta oggi il piano d’azione sulla liberalizzazione dei visti con l’Armenia, che segna un passo significativo verso il raggiungimento della piena liberalizzazione dei visti tra l’Ue e l’Armenia.

Il piano d’azione delinea tutti i requisiti tecnici e politici che Yerevan deve soddisfare prima che possa essere introdotto un regime di esenzione dal visto per i suoi cittadini.
“Il piano d’azione rappresenta molto più della semplice libertà di viaggio.

Le riforme dell’Armenia contribuiscono a rafforzare la sicurezza dell’Unione europea al di là dei nostri confini. Una mobilità chiara e regolamentata facilita i viaggi legali e contribuisce a prevenire la migrazione illegale”, ha commentato il commissario per gli Affari interni e la Migrazione, Magnus Brunner. Il piano d’azione promuoverà infatti riforme in settori chiave quali la sicurezza dei documenti di viaggio, la gestione delle frontiere e della migrazione, l’ordine pubblico, le relazioni esterne e le questioni relative ai diritti fondamentali in Armenia.
La Commissione europea valuterà regolarmente i progressi compiuti dall’Armenia per verificare l’attuazione coerente ed efficace dei parametri di riferimento stabiliti nel piano d’azione, anche attraverso relazioni periodiche.

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Armenia-Ue: ministro Interno, entriamo in nuova fase processo liberalizzazione visti

Erevan, 05 nov 08:38 – (Agenzia Nova) – Il processo di liberalizzazione dei visti tra Armenia e Unione europea entra in una fase cruciale con la presentazione del piano d’azione congiunto Armenia-Ue. Lo ha riferito il ministero degli Interni armeno, precisando che la ministra Arpine Sargsyan ha incontrato a Yerevan il vicedirettore generale per la migrazione e gli affari interni della Commissione europea, Johannes Luchner, in visita nel Paese dal 5 al 6 novembre. Durante il colloquio, Sargsyan ha sottolineato che la liberalizzazione dei visti “rappresenta una tappa importante del partenariato Armenia-Ue, volta a rafforzare la fiducia reciproca e la cooperazione”. Il ministro ha definito il piano d’azione “un documento strategico” per le riforme nel campo della mobilità dei cittadini e della sicurezza pubblica. Luchner ha elogiato i progressi compiuti da Yerevan e ringraziato la ministra per il coordinamento del processo. Sargsyan ha ribadito l’impegno del governo “a garantire ai cittadini opportunità di viaggio dignitose e agevoli verso l’Unione europea”. Il ministero ha inoltre ricordato che l’Armenia è attualmente l’unico Paese con cui l’Ue sta portando avanti un processo formale di liberalizzazione dei visti.
(Beb)

ARMENIA: Pashinyan tra tensioni e consolidamento del potere (Eastjournal 04.11.25)

Nell’ultimo periodo, sotto la guida del Primo Ministro Nikol Pashinyan, l’Armenia è stata teatro di una crescente tensione politica e sociale. Tra arresti di oppositori, repressione del dissenso e scontri con la Chiesa Apostolica Armena, il governo ha avviato un ambizioso progetto di ridefinizione dell’identità nazionale e di rafforzamento del proprio potere.

Benché Nikol Pashinyan, a seguito della “Rivoluzione di Velluto” del 2018, avesse dichiarato di non voler modificare in maniera sostanziale la politica estera armena, né di distanziarsi dall’ideologia del Movimento Karabakh, la guerra nel Nagorno-Karabakh del 2020 e l’esodo degli armeni del Karabakh nel 2023 a seguito della pulizia etnica portata avanti dall’Azerbaigian, hanno portato ad una ridefinizione dell’ideologia di governo.

La “Vera Armenia”

Tale ideologia viene chiamata da Pashinyan con il nome di “Vera Armenia” o “Nuova Armenia” e include alcuni punti essenziali:

  • La normalizzazione dei rapporti con Turchia e Azerbaigian;
  • La Vera Armenia è la Repubblica dell’Armenia, ovvero un territorio di 29743 kmentro i confini riconosciuti a livello internazionale;
  • La madrepatria è lo stato, ovvero la Repubblica dell’Armenia (è importante notare che per la gran parte degli armeni sia in Armenia che nella diaspora, la Madrepatria storica include i territori considerati armeni nell’attuale Turchia orientale, il Nagorno-Karabakh e una parte dell’Iran settentrionale storicamente abitato da armeni, nonché della regione georgiana meridionale del Javakheti);
  • Essere indipendenti attraverso l’essere dipendenti da più poteri – cioè una politica estera volta a ridurre la dipendenza da un singolo potere quale la Federazione Russa, aumentando e migliorando i rapporti con l’Unione Europea e i vicini nella regione, ovvero Turchia, Azerbaigian ed Iran.

Questa ideologia sta portando ad una ridefinizione dell’identità nazionale armena. Infatti, Nikol Pashinyan è accusato dalla popolazione di star eliminando i simboli di tale identità. Come ad esempio il monte Ararat, riconosciuto dalla nazione armena come simbolo fondamentale della propria identità storica nonché religiosa – l’Ararat è considerata la montagna su cui si fermò l’arca di Noè a seguito del diluvio universale. Tramite decreto governativo, è stata decisa la rimozione del simbolo del monte Ararat dai timbri di frontiera a partire dal 1 Novembre 2025.

La “Quarta Repubblica”

In occasione dell’ultimo congresso del suo partito, Contratto Civile, di inizio ottobre, il Primo Ministro, ha dichiarato che, nell’ottica di una rinnovata vittoria alle elezioni a giugno 2026, la sua amministrazione si assumerà la responsabilità di dare vita ad una “Quarta Repubblica”. L’attuale Repubblica dell’Armenia è considerata la “Terza Repubblica” che succede l’Armenia Sovietica e la Prima Repubblica (1918-1920).

La differenza principale, secondo Pashinyan, sta nel fatto che se la terza repubblica era fondata sulla logica del conflitto e sulla ricerca utopica della Madrepatria storica, la quarta sarà fondata su una logica di pace e sul fatto che una Madrepatria esiste già, ed è la Repubblica dell’Armenia. Ciò inoltre implica la redazione, nonché sperata approvazione tramite referendum, di una nuova costituzione – punto necessario sollevato da Baku per la firma di un accordo di pace tra i due Paesi.

Ciononostante, la maggior parte della popolazione armena critica sia l’ideologia della Vera Armenia che la Quarta Repubblica, in quanto percepite come concessioni nei confronti di Baku e Istanbul, nonché un attacco all’identità nazionale e alla memoria del Genocidio e delle recenti guerre in Nagorno-Karabakh e le ingenti perdite umane.

Un ulteriore problema riguarda il tentativo di destituire il Catholicos Karekin II e l’erosione della democrazia.

Cosa sta succedendo con la Chiesa Apostolica Armena?

Qualche mese fa abbiamo parlato delle tensioni tra il Primo Ministro e la Chiesa Apostolica Armena. La situazione non è migliorata e, in vista delle elezioni parlamentari a giugno 2026, la tensione continuerà ad aumentare.

Negli ultimi mesi, diverse diocesi hanno subito nuovi raid che hanno portato all’arresto di ulteriori preti e un vescovo.

Due settimane fa, durante una sessione parlamentare di domande e risposte – boicottata dall’opposizione – il Primo Ministro ha colto l’occasione per criticare aspramente Chiesa e Catholicos, accusandoli di essere “agenti di poteri esterni”.

Inoltre, un sacerdote in servizio al monastero di Hovhannavank, Aram Asatryan, è stato recentemente deposto dalla Chiesa Apostolica Armena su decisione del Catholicos Karekin II, con l’accusa di aver screditato l’istituzione ecclesiastica e di non aver menzionato il Catholicos e il vescovo durante la messa. Asatryan ha respinto le accuse, definendo la sua rimozione una decisione politica legata alle sue critiche verso gli alti rappresentanti della Chiesa. Nonostante ciò, il sacerdote ha annunciato che continuerà a celebrare la messa e ha invitato il Primo Ministro Nikol Pashinyan a partecipare, invito che quest’ultimo ha accettato.

Per due domeniche di fila, Pashinyan – insieme ad altri ministri, membri del partito Contratto Civile e governatori – ha partecipato alla liturgia celebrata da Asatryan, suscitando indignazione da parte del clero e dalla popolazione.

In un video prima della messa, il Primo Ministro ha dichiarato la liturgia “l’inizio concreto della liberazione della Santa Sede di Etchmiadzin”.

Deriva autoritaria

Oltre al suo scontro con la Chiesa Apostolica Armena, negli ultimi mesi, il governo di Nikol Pashinyan ha intrapreso una serie di azioni che sollevano serie preoccupazioni sullo stato della democrazia in Armenia.

Diversi esponenti dell’opposizione, inclusi potenziali candidati alle elezioni del 2026 come Samvel Karapetyan e Davit Hambardzumyan (sindaco di Masis), sono stati arrestati con accuse di corruzione e altri reati, insieme ad individui critici verso il governo e le sue politiche, come l’avvocato Aleksandr Kochubayev – episodio fortemente criticato dall’Ombudsman Anahit Minasyan, la quale ha espresso preoccupazione per l’abuso della detenzione preventiva, che rischia di minare la fiducia nel sistema giudiziario.

Nelle scorse settimane è stato arrestato anche il sindaco di Gyumri Vardan Ghukasyan, il quale aveva vinto le elezioni a scapito del candidato di Contratto Civile nell’aprile scorso. Ghukasyan aveva criticato il Primo Ministro e il suo governo per la repressione nei confronti della Chiesa Apostolica Armena, ricevendo in risposta dalle autorità la minaccia di subire a sua volta repressioni.

Tali misure, giustificate come parte della lotta alla corruzione e al cosiddetto “revanscismo”, appaiono tuttavia mirate a neutralizzare ogni forma di dissenso politico. Dinamica che entra in evidente contraddizione con i piani annunciati dal Ministro degli Esteri Mirzoyan di intensificare il percorso di integrazione europea e di democratizzazione a partire dal 2026: l’Unione Europea dovrebbe valutare con attenzione la natura e il tempismo di questi arresti, che sembrano avvenire proprio in concomitanza con l’avvicinarsi delle elezioni, sollevando dubbi sul reale rispetto dei principi democratici.

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Papa Leone XIV e l’incontro col primo ministro dell’Armenia (Ticinolive 02.11.25)

Città del Vaticano, 20 ottobre – Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza, presso il Palazzo Apostolico, il Primo ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan. Successivamente, il leader armeno ha incontrato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, e monsignor Paul Richard Gallagher, responsabile per i Rapporti con gli Stati.

Un dialogo improntato alla cordialità, che ha ribadito l’ottimo stato delle relazioni tra la Santa Sede e l’Armenia, prima nazione al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di Stato nel 301 d.C. La delegazione armena ha espresso gratitudine per il costante sostegno della Chiesa cattolica, soprattutto nei momenti più drammatici della sua storia.

Il grido del Nagorno-Karabakh

Accanto ai temi religiosi e culturali, l’attenzione si è concentrata sulla situazione esplosiva del Nagorno-Karabakh (Artsakh), regione dove negli ultimi anni si sono consumate atrocità e violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione armena.

Dopo la guerra del 2020 e l’attacco lampo del settembre 2023, oltre 100.000 armeni sono stati costretti a fuggire dalle loro terre ancestrali, in una crisi umanitaria che molte istituzioni internazionali e giuristi hanno definito pulizia etnica.
Villaggi storici svuotati, chiese e cimiteri minacciati, testimonianze di brutalità e persecuzioni sono state documentate da numerose organizzazioni indipendenti.

È un dramma che richiama alla memoria la ferita del genocidio armeno del 1915, riconosciuto pubblicamente da più Pontefici.

«Nessun popolo dovrebbe essere costretto a scegliere tra la vita e la propria identità», ha affermato Leone XIV in un recente discorso, richiamando la comunità internazionale alle proprie responsabilità.

Il ruolo del Vaticano per la pace

Nel colloquio, la Santa Sede ha riaffermato il proprio impegno perché nel Caucaso meridionale si arrivi a una pace giusta, stabile e duratura, basata sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti gli abitanti della regione.
Non bastano tregue precarie: è necessario un processo politico trasparente, garanzie internazionali e la tutela del patrimonio culturale e religioso armeno minacciato.

Una speranza che nasce dall’incontro

La presenza del Primo ministro armeno in Vaticano assume così un valore simbolico e concreto insieme: è un segnale di dialogo, riconciliazione e vicinanza tra Roma e Yerevan.
Il Papa guarda all’Armenia come a una nazione martire e testimone, che ancora oggi difende la propria identità cristiana in condizioni difficilissime.

Il messaggio che giunge dal Vaticano è chiaro: la pace non può nascere dal silenzio sulle ingiustizie, ma dal coraggio di chiamare per nome il dolore dei popoli.

La Santa Sede non dimentica l’Armenia.
E la Chiesa non resterà in silenzio davanti alla sofferenza dei suoi figli.

 

Una fraternità che non fa notizia, ma cambia la storia

Papa Leone XIV ha più volte sottolineato come i rapporti con l’antichissima Chiesa apostolica armena occupino un ruolo privilegiato nella sua visione pastorale: condividono la stessa fede in Cristo, la stessa eredità dei Padri e, soprattutto, una storia di martirio e testimonianza.

Durante l’incontro, il Pontefice ha richiamato la memoria della tragedia del genocidio armeno, riconosciuto dal magistero cattolico come uno dei più grandi crimini contro l’umanità del XX secolo. La sofferenza del popolo armeno — ha ricordato Leone XIV — è una ferita che interpella tutti i cristiani alla solidarietà e alla cura reciproca.

Una Chiesa antica quanto la fede cristiana

Il Catholicosato di Etchmiadzin, cuore della Chiesa armena, affonda le sue radici nel IV secolo, quando l’Armenia fu la prima nazione al mondo a proclamare il cristianesimo religione di Stato. Il Patriarca degli Armeni porta il titolo di Catholicos, successore spirituale di san Gregorio l’Illuminatore.

L’incontro con Roma non è dunque un fatto diplomatico come gli altri: riguarda l’incontro tra due tradizioni apostoliche che si riconoscono sorelle, separate nei secoli da questioni teologiche che oggi appaiono sempre più superabili.

Oltre le divisioni, la cura dei cristiani d’Oriente

Al centro del dialogo vi sono oggi:

  • la difesa dei cristiani in Medio Oriente e nel Caucaso, sempre più vulnerabili
  • la collaborazione nel campo della carità e dell’aiuto umanitario
  • il riconoscimento reciproco dei sacramenti
  • il desiderio di una comunione piena e visibile

Il Papa ha espresso ammirazione per la resilienza della Chiesa armena, che ha custodito la fede in condizioni politiche e sociali tra le più dure dell’intera storia cristiana.

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Leone XIV sventa il “complotto” contro il patriarca armeno Minassian e il patriarca siro Yousef III (Il Messaggero)