Armenia-Grecia: presidente Pavlopoulos oggi in visita a Erevan (Agenzianova 05.11.19)

Erevan, 05 nov 08:40 – (Agenzia Nova) – Il presidente greco Prokopis Pavlopoulos si reca oggi in visita ufficiale in Armenia. Lo ha riferito nei giorni scorsi il servizio stampa presidenziale di Erevan, secondo cui la visita si svolgerà su invito del capo dello Stato Armen Sarkissian. Pavlopoulos terrà dei colloqui con Sarkissian e deporrà una corona al memoriale per le vittime del genocidio degli armeni. Il presidente greco incontrerà anche il patriarca della Chiesa armena Karekin II e visiterà l’Istituto dei manoscritti antichi Mesrop Mashtots (Matenadaran), oltre a tenere un incontro con la comunità greca. (Res)

Il genocidio degli armeni, riconosciuto dagli USA agita Erdogan (Opinione 04.11.19)

Martedì 29 ottobre, a seguito del riconoscimento da parte della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti del “genocidio armeno”, Ankara ha convocato l’ambasciatore degli Usa, in Turchia, David Satterfield.

Potremmo sintetizzare, con queste poche parole, un tema di assoluta rilevanza storica e sociologica, che come altri fenomeni simili, rientra in un “negazionismo anacronistico” al quale ci si aggrappa solo per ottusità globale. Il voto Usa ha un “profilo” chiaramente simbolico, evidentemente non porterà ripercussioni o sanzioni a carico della “Nazione” artefice, ma ovviamente è un riconoscimento importante, che dopo la commemorazione francese del 24 aprile scorso, giorno della “Memoria armena” in memoria della retata di intellettuali armeni avvenuta a Costantinopoli nel 1915, spalanca un ampio canale di “giustizia storica”, che sta provocando l’ira di Recep Tayyip Erdoğan.

Ipotizzando che in politica la casualità è improbabile, la decisone presa dalla Camera dei Rappresentati, unita a quello che sta accadendo nelle ultime settimane nell’area del Vicino Oriente, dove è conclamata la forte tensione tra gli Stati Uniti e la Turchia (sinteticamente), potrebbe apparire come un “colpo” strategico all’arroganza della politica di Ankara. Politicamente Erdoğan è alla ricerca di una rivincita “globale” dopo le sconfitte elettorali interne; non si esime dall’utilizzare vittime curde o irachene o siriane, al fine di immaginare una ripresa dei consensi in patria, ma l’ampliamento del riconoscimento del genocidio del popolo armeno, apre un altro difficile fronte politico da gestire.

Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, ha affermato che: “Troppo spesso, tragicamente, la realtà di questo abominevole crimine è stata negata”… “Oggi stiamo dicendo chiaramente, in quest’Aula, che verranno incisi nel marmo degli annali del Congresso, che gli atti barbarici commessi contro il popolo armeno costituiscono un genocidio”.

Il “testo” della “risoluzione”, votato dall’Aula Usa, si è basato sull’approvazione dei seguenti punti: “la commemorazione del genocidio armeno”; “il rifiuto dei tentativi di associare il governo degli Stati Uniti alla negazione del genocidio armeno”; e la necessità di “educare su questi fatti”. La sensibilità dei “Rappresentati” si è espressa con una sorprendente e rara comunione di vedute tra democratici e repubblicani, che hanno adottato con 405 voti su 435 (undici contrari), la complessità della risoluzione proposta.

Ricordo, brevemente, che il genocidio del popolo armeno avvenne in due fasi: la prima fase, che potremmo definire propedeutica, tra il 1890 ed il 1896, dove l’antica comunità cristiana degli armeni iniziò a subire una prima forte oppressione da parte “turca”; la seconda inizia il 23-24 aprile 1915 con l’arresto, a Costantinopoli, di quasi 3000 armeni: leader di comunità, funzionari pubblici, studenti, commercianti, uomini d’affari, dirigenti politici, intellettuali e giornalisti, segnando l’inizio, del “Genocidio”. La “pulizia” etnica dell’Anatolia, della Cilicia, della città di Zeytun, della regione di Van, verso il Mar Nero, fino al confine persiano, non può essere negata; gli storici ne danno conferma, cosi come circa trenta Nazioni; i numeri del Genocidio, perpetrato durante la Prima guerra mondiale, stimano dal milione al milione e mezzo, gli armeni uccisi dalle truppe dell’Impero ottomano (successivamente la Porta strinse alleanza con gli altri imperi in “liquidazione”, quello germanico e quello austro-ungarico).

L’annuncio del voto della Camera dei Rappresentati è stato accolto, dal primo ministro armeno Nikol Pashinyan, con riconoscenza e profondo apprezzamento: “saluto il voto storico del Congresso americano che ha riconosciuto il genocidio armeno”, affermando inoltre che la risoluzione “è un passo coraggioso verso la verità e la giustizia storica, che offre anche conforto a milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno”.

Da parte sua la Turchia, tramite il proprio Ministero degli Esteri, ha affermato che: “Questo atto politico insignificante si rivolge esclusivamente alla lobby armena e ai gruppi anti-turchi”, criticando la decisione presa ha affermato: “Riteniamo che gli amici americani della Turchia a favore della continuazione dell’alleanza e delle relazioni amichevoli, si domanderà il perché di questo grave errore”.

Recep Tayyip Erdoğan, mercoledì, durante un discorso ai deputati nella capitale turca, ha dichiarato: “Vediamo questa accusa come il più grande insulto alla nostra nazione”, aggiungendo: “Mi rivolgo al pubblico americano e al resto del mondo: questa misura non ha valore, non la riconosciamo”.

Nel “gioco delle parti” martedì, la Camera dei Rappresentanti Usa, a seguito del voto sul “genocidio armeno”, ha anche approvato all’unanimità un “documento” che annuncia sanzioni contro i dirigenti turchi che hanno deciso l’offensiva in Siria, prevedendo sanzioni anche verso istituti bancari turchi.

Per concludere, il disegno di legge dovrà essere approvato dal Senato e dalla Camera Alta del Congresso Usa per diventare esecutivo; nel frattempo le ire di Erdoğan, tra ricatti e minacce, terranno alto il suo nome nella drammatica ricerca di attenzione “geopolitica” e consenso interno, utilizzando “teatralmente” i tragici “fatti storici” del passato e di cronaca, come “scudi umani” delle sue difficoltà a gestire un compito fuori dalla sua portata.

Vai al sito

Armenia: ambasciata Usa, assistenza finanziaria al paese in aumento del 40 per cento (Agenzianova 04.11.19)

Erevan, 04 nov 10:44 – (Agenzia Nova) – Il governo degli Stati Uniti ha rafforzato ulteriormente l’assistenza finanziaria all’Armenia nel corso del 2019, portandola a 60 milioni di dollari complessivi. Lo si apprende da una nota diffusa oggi dall’ambasciata statunitense ad Erevan. “Si tratta di un incremento del 40 per cento, teso a sostenere lo sviluppo democratico dell’Armenia e ad aiutare il governo locale in una serie di ambiti quali la lotta alla corruzione, l’energia, la sicurezza, l’istruzione e i diritti umani e civili”, si legge nella nota. (Res)

Siria, turchi e jihadisti assieme realizzano una pulizia etnica “soft” contro curdi e cristiani nel nord-est della Siria (Larepubblica 03.11.19)

DAMASCO (AsiaNews) – L’esercito turco e le milizie filo-jihadiste che sostengono l’offensiva lanciata da Ankara contro i curdi nel Nord-Est siriano – riferisce Asianws – stanno realizzando una vera e propria pulizia etnica “soft”, colpendo anche membri di altre minoranze religiose, fra cui i cristiani. È quanto denunciano attivisti e Ong internazionali, secondo i quali le rassicurazioni fornite dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan al vice-presidente Usa Mike Pence, in realtà sono in larga parte disattese sul terreno.

Intimidazioni e attacchi contro armeni e cristiani. L’organizzazione che denuncia le violazioni dei diritti umani, Amnesty International, punta il dito contri i militari turchi e gli alleati arabi, che avrebbero mostrato “una vergognosa mancanza di rispetto per la vita dei civili”. Gli attivisti rilanciano le testimonianze di soccorritori, sfollati e giornalisti, secondo cui si sarebbero registrate “gravi violazioni e crimini di guerra”, fra i quali “esecuzioni sommarie e attacchi” che hanno “ucciso o ferito civili”.  Fra quanti denunciano gli abusi dei turchi e dei loro alleati vi è anche un politico cristiano siriano, responsabile del Syriac National Council. Interpellato dal Catholic News Service (Cns), Bassam Ishak parla di intimidazioni e attacchi mirati contro armeni e cristiani siriaci, ai quali viene impedito di accedere alle terre e alle loro proprietà nel territori contesi del Nord-Est. Un problema grave, spiega, soprattutto in questo periodo di raccolta del cotone, fra le principali fonti di reddito.

Liberi di espropriare terre e saccheggiare beni. Secondo Ishak, membro del Consiglio democratico siriano, i miliziani filo-turchi avrebbero l’ordine di “non toccare fisicamente i cristiani”, ma sono liberi di espropriare terre e beni. I gruppi armati siriani alleati con Ankara “stanno ripetendo quanto già fatto in passato ad Afrin”, quando i turchi hanno invaso la città del Nord-Ovest della Siria nel 2018 con l’aiuto di bande armate e mercenari. “Ad Afrin – racconta Ishak – hanno preso i raccolti dei curdi che vivevano nella zona e ora fanno lo stesso con i cristiani. I cristiani di Ras al-Ayn possiedono almeno un terzo dei terreni agricoli. Queste forze stanno conducendo una sorta di pulizia etnica in tono soft. I cristiani sono spaventati da queste bande, e finiscono per perdere la loro fonte di reddito”, per questo si chiedono “perché dovrebbero restare e vivere sotto gli estremisti islamici”.

La tassa islamica per avere protezione. Un dottore cristiano della città parla di bombardamenti turchi la notte del 24, quando avrebbe dovuto essere in vigore la tregua, che hanno provocato “molti morti”. Il giorno seguente tre infermiere sono state colpite a Suluk, nei pressi di Tal Abyad, da miliziani siriani alleati alla Turchia, rimanendo uccise. I loro corpi mutilati sono stati ritrovati nel sistema fognario. Questi eventi, afferma, mostrano una volta di più le violazioni alla tregua e gli abusi commessi da Ankara e dai suoi alleati. A questo si aggiunge il video postato il 21 ottobre dal cosiddetto Esercito dell’islam, che invita i propri membri a trattare i cristiani come “cittadini di seconda classe” e costringerli a pagare la jizya, la tassa islamica che le minoranze devono pagare per beneficare della protezione dei musulmani.

La tragica condizione della popolazione civile. Come denuncia il gruppo Physicians for Human Rights, a dispetto dell’accordo fra Russia e Turchia del 22 ottobre scorso, la situazione resta “durissima” per i civili. Ankara, aggiungono gli attivisti, deve “cessare immediatamente gli attacchi contro i civli in Siria e rispettare i diritti umani”. Tuttavia, a dispetto delle parole nell’area si susseguono le violazioni alla tregua e anche nelle ultime ore si è tornati a combattere. I media statali siriani riferiscono di violenti scontri nella cittadina di frontiera di Ras al Ain, dove Ankara punta a creare una “zona sicura”. Il centro abitato è sotto il controllo delle forze guidate dai curdi siriani, sostenuti dai soldati di Bashar al-Assad che da giorni ingaggiano combattimenti con le truppe di Ankara.

Vai al sito

Serj Tankian e HR 296: “Onore per i nostri nonni” (Periodicodaily 02.11.19)

Il genocidio armeno è stato riconosciuto dagli Stati Uniti, o almeno dalla Camera dei Rappresentanti, ora tocca al Senato continuare l’opera.
In questa occasione Serj Tankian, leader della band System of a Down, ha scritto due lunghi post sulla questione.

Tankian, come gli altri componenti della band, sono tutti di origine armena, fuggiti con la propria famiglia negli Stati Uniti. Un solo componente della band, il più giovane, è nato in California, ma tutti gli altri sono nativi dell’Armenia, hanno frequentato la scuola armena dove si sono conosciuti ed hanno messo su la band che oggi conosciamo.

Dal post di Serj Tankian si legge: “La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha fatto un grande passo verso la giustizia oggi onorando adeguatamente la storia con un riconoscimento formale del genocidio armeno. Molti leader e singoli individui del Congresso hanno lavorato incessantemente per decenni per vederlo accadere. Ciò non risolverà la nostra monumentale perdita generazionale della nostra patria e delle nostre vite ancestrali, ma sarà un onore per i nostri nonni e per ciò che hanno vissuto. Il Senato dovrebbe essere il prossimo, si spera, con numeri a prova di veto. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito a far sì che ciò accadesse. Much Love Serj #armeniangenocide

serj tankian parla del genocidio armeno

In un altro post ancora vediamo Serj mandare un messaggio a Ilhan Omar, rappresentante del quinto distretto del Minnesota: “Cara @repilhan, ci stiamo tutti grattando la testa chiedendoci come qualcuno così eloquente contro l’ingiustizia negli Stati Uniti possa essere così ingenuo nella sua posizione nei confronti dei despoti a livello internazionale come nella tua relazione con la Turchia di Erdogan. Il tuo voto “attuale” oggi su HR 296 è stato uno strano fenomeno. Capisco che Erdogan abbia inviato denaro per aiutare il governo della Somalia e tu lo apprezzi, ma ciò non significa che devi ignorare l’orrendo record sui suoi diritti umani e sulla sua Turchia, né la storia reale in riferimento al genocidio della mia gente, gli armeni. Ti ho sempre pensato come una forza intelligente e progressista al Congresso in linea con la maggior parte delle mie convinzioni, quindi sono sinceramente deluso dal tuo sostegno a Erdogan e dalla sua regola gag sul riconoscimento del genocidio negli Stati Uniti. Uno dei tuoi argomenti è che il riconoscimento del genocidio viene usato come misura punitiva contro l’incursione della Turchia in Siria. Hai ragione, lo è. Ma renditi conto che la Turchia e Erdogan hanno utilizzato specificamente il genocidio armeno come capitale geopolitico spendendo milioni di dollari ogni anno su K Street e campagne di disinformazione per riscrivere la storia. Ogni ordine di acquisto per elicotteri Apache dagli Stati Uniti o aerei da combattimento era capitale politico ed economico e opportunità contro un voto di giustizia sul riconoscimento del genocidio. Sto scrivendo questo nella speranza che capirai la gravità della tua decisione oggi e cambierai idea di conseguenza.
Con rispetto
Serj Tankian

Genocidio Armeno: La storia di un massacro

Per l’Armenia questo non fu il primo massacro che subì, altre stragi accaddero intorno al 1890.
Il genocidio in questione della popolazione armena cristiana, avvenuto in Turchia tra il 1915 e il 1916, viene ricordato dalla popolazione come il Medz yeghern, “il grande crimine”.
Le prime uccisioni toccarono all’élite armena fra la notte del 23 e il 24 aprile 1915. L’operazione non si fermò li, ma continuò nei giorni successivi; in un mese più di mille intellettuali armeni, tra cui giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari furono deportati verso l’interno dell’Anatolia.

Per quanto riguarda lo sterminio e la deportazione di massa, della popolazione cristiana dell’Armenia occidentale, erano stati decisi dall’impero Ottomano a causa delle sconfitte subite all’inizio della prima guerra mondiale per opera dell’esercito russo, in cui militavano anche battaglioni di volontari armeni. In sostanza il popolo turco si vendicò facendo una strage.
Dall’inizio del 1915 gli armeni maschi in età da servizio militare venivano raggruppati in “battaglioni di lavoro” dall’esercito turco e poi uccisi, mentre il resto della popolazione era stato deportato verso la regione di Deir ez Zor in Siria . Una marcia della morte che coinvolse più di un milione di persone. Centinaia di migliaia morirono per fame, malattia, sfinimento o furono massacrati lungo la strada.

La Turchia non ha mai accettato la definizione di genocidio, sostenendo che le uccisioni compiute dall’impero Ottomano erano una risposta all’insurrezione degli armeni e alla necessità di difendere le sue frontiere.

Il numero delle vittime è piuttosto controverso. Fonti turche fermano il numero dei morti a duecentomila, mentre quelle armene arrivano a 2,5 milioni. Gli storici hanno stimato che il numero delle vittime vari tra i 500mila e due milioni di morti, anche se il bilancio di 1,2 milioni è il più accreditato.

I paesi che attualmente riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 22, tra cui l’Italia, mentre in altri è riconosciuto solo da singoli enti o amministrazioni. Altri paesi continuano nel non riconoscere il massacro come un genocidio, probabilmente anche per non incorrere in attriti con la Turchia e, di conseguenza, paura di ripercussioni

Vai al sito

Turchia. Deputati USA, “Fu genocidio armeni, ore non dimentichiamo curdi” (Notizie Geopolitiche, Fatto Quotidiano altri…02.11.2019)

La Camera dei rappresentanti americana ha approvato una risoluzione con cui riconoscere il genocidio degli armeni da parte della Turchia. Il via libera al testo è stato accolto da un applauso dell’Assemblea.
Tra il 1915 e il 1916, prima della dissoluzione dell’Impero Ottomano, si stima che furono deportati e uccisi dalle armate del sultano oltre un milione di esponenti della comunità armena. I discendenti delle vittime e i loro rappresentanti chiedono da tempo che Ankara ammetta le sue responsabilità in quella vicenda e incoraggiano il resto del mondo a riconoscere ufficialmente e a impiegare il termine “genocidio”.
La Turchia però si è sempre rifiutata, contestando le eventuali adesioni di quei governi che hanno accolto la richiesta degli armeni.
La decisione dei deputati americani giunge a tre settimane dal lancio di una offensiva turca nel nord-est della Siria, nell’ambito della politica di Ankara di contrastare le iniziative autonomiste della comunità curda, divisa oltre che tra Turchia e Siria anche tra Iraq e Iran.
Per alcuni deputati americani, le violenze contro i curdi sono analoghe a quelle subite dagli armeni: “Quando vediamo le immagini di famiglie terrorizzate nel nord della Siria, non possiamo affermare che i crimini di un secolo fa appartengano al passato. Non dimenticheremo e non staremo zitti”, il commento di Adam Schiff, deputato democratico relatore del testo.
Il recente attacco della Turchia nella Siria nord-orientale è sopraggiunto all’indomani del ritiro delle truppe americane, una decisione che ha suscitato tra i democratici americani molte proteste.

Vai al sito


Usa, gli States riconoscono il genocidio degli armeni. A quando gli altri? (Ilfattoquotidiano 01.11.19)

L’incoerenza e l’opportunismo, sul fronte dei genocidi perpetrati in Europa tra XIX e XXI secolo, continuano a regnare. L’occasione per riflettere viene offerta dal recente riconoscimento, da parte della Camera degli Stati Uniti, del genocidio di un milione e mezzo di armeni commesso tra 1915 e 1917 dall’Impero ottomano, di cui è erede la Turchia. Dove per “genocidio” si intende, secondo la definizione adottata dall’Onu, “ciascuno degli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.

Occorre premettere che la contorta linea politica delle istituzioni statunitensi nei confronti della Turchia e del suo presidente/dittatore Recep Tayyip Erdogan è a dir poco ondivaga. Si distingue il presidente repubblicano Donald Trump, che prima ha abbandonato gli ex alleati curdi nel Nord della Siria nelle fauci dell’esercito turco, quindi ha invitato Erdogan alla Casa Bianca per il 13 novembre. Lo accoglierà perché la Turchia, giura Trump, ha “una buona reputazione”, è “un grande partner commerciale” e “un Paese con cui è facile trovare accordi”.

Però il presidente degli Stati Uniti si troverà sull’uscio un Erdogan imbufalito. Motivo? Proprio il 30 ottobre i deputati della Camera Usa hanno approvato quasi all’unanimità (democratici e repubblicani assieme, con soli 11 contrari e 19 astenuti su 435 votanti), la risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede di imporre sanzioni alla Turchia per l’offensiva in Siria. La parola passerà presto al Senato.

Così, mentre in Turchia chi parla o scrive del genocidio finisce in galera, la scelta dei deputati statunitensi ha confortato l’Armenia (piccolo Stato indipendente, prima all’interno dell’Urss) e i milioni di armeni della diaspora successiva al massacro o giunti dopo la disgregazione sovietica: 2 milioni vivono degli Stati Uniti, qualche migliaio dentro i confini italiani. Attualmente il massacro viene riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia.

Però i ruoli geopolitico, militare ed economico turchi inducono alla cautela. E manca la presa di posizione definitiva da parte degli Stati Uniti, che forse arriverà se Trump non si metterà di traverso. Quest’ultimo nel 2017 aveva definito la vicenda “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”, senza fare poi passi ufficiali. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato a riconoscere il genocidio, ma non lo fece.

Torniamo dunque all’incoerenza a proposito di genocidi. Sia chiaro: il sacrificio di quasi due milioni di armeni merita senza dubbio un pieno riconoscimento, possibilmente più esteso di quello espresso da appena trenta Stati sovrani su 196 nel mondo. Resta tuttavia l’impressione che i governi e i parlamenti dei Paesi cosiddetti “democratici” cavalchino lo sdegno, pure quello a scoppio ritardato, sull’onda delle mode più convenienti.

Per esempio, si fa grande fatica a considerare degni di solidarietà i genocidi legati alla guerra condotta dall’Arabia Saudita contro gli sciiti nello Yemen o quelli contro un milione di rohingya, perseguitati in Birmania. Sono abbandonati a se stessi – per fare altri due esempi – anche gli yazidi (500mila) in Iraq, massacrati ultimamente anche dall’Isis, e gli uiguri (8,5 milioni) in Cina.

Nel caso degli Stati Uniti, poi, c’è un’enorme buco nero per quel che riguarda il genocidio delle popolazioni native americane. Nel 1890, allorché la “conquista del Selvaggio West” (espressione ancora usata dalla retorica americana bianca) fu completata, in tutto il Nord America erano rimasti 250mila dei 12 milioni di nativi presenti quattro secoli prima; ma la loro emarginazione è andata avanti ancora a lungo e per molti versi non è mai finita.

Fra le tante pagine nere della storia, poche sono state manipolate come questa: stragi, esecuzioni di massa, persecuzioni, segregazione, sterilizzazione forzata sono crimini non soltanto rimossi, ma addirittura “esaltati” da certa cinematografia western, “popolata” dai “pellerossa cattivi”. Soltanto nel 2005 il Senato statunitense ha presentato le scuse ufficiali. Nonostante questa tardiva presa di posizione, i nativi – oggi in tutto 5 milioni – sono ancora per lo più emarginati.

Tra i ragazzi che vivono nelle riserve il numero di suicidi è 150 volte più alto rispetto a quello tra i coetanei bianchi. Un nativo su cinque è alcolizzato, le condizioni economiche e sanitarie sono disastrose, la disoccupazione è endemica. E ancora oggi i “pellerossa” valgono meno di un oleodotto, come dimostra la forte repressione durante le proteste dei Sioux che si sono opposti alla costruzione dell’inquinante Dakota Access Pipeline nei “loro” limitati territori: gli oleodotti hanno il forte sostegno del presidente Trump, che ha ordinato di colpire duramente le comunità indigene (e gli ambientalisti).

Insomma, il riconoscimento del genocidio armeno è importante, così come non bisogna dimenticare la Shoah e i campi di sterminio nazisti. Ma sarebbe fondamentale anche riconoscere che tra XIX e XXI secolo di genocidi ce ne sono stati altri. Così come altri ancora sono in corso: però quasi nessuno ha voglia di vedere quello accade in luoghi in cui telecamere e social network non possono, o non vogliono, arrivare.


 

Armenia, un viaggio verso la città di Sevan e dei suoi bellissimi monumenti (Kmetro0.it 01.11.19)

K metro 0/Assadakah – Yerevan – Ho scritto molto sull’Armenia, un Paese che amo molto, ma ogni volta che lo visito, non posso non immergermi nello splendore del lago Sevan e dei suoi bellissimi monumenti.

Ci siamo lasciati alle spalle Yerevan, la capitale, e ci siamo diretti nella provincia di Gegharkunik, nella parte orientale della repubblica Armena, ad est della splendida città di Sevan. Non era la prima volta che vedevo l’immenso lago di montagna, raggiungendo un’altitudine di quasi 2000 metri.

Il lago Sevan è uno dei tesori dell’Armenia, con i suoi 80 km di lunghezza ed è il più grande del Caucaso. Ben ventotto immissari, tra fiumi e torrenti che lo alimentano, il fiume Hrazdan rimane solo l’unico emissario. Un corso d’acqua che sorge sulla cresta di una sottile penisola fra le acque, e sulla quale sorge un magnifico complesso di chiese armene che, dal nome del lago, è denominato Sevanavank. Questo monastero, che oggi si può tranquillamente raggiungere in auto, era anticamente su un lembo di terra circondato dalle acque e si chiamava “Mariamashen” dal nome Mariam che era la principessa della dinastia dei Bagratuni, che nel IX secolo lo fece costruire. Un luogo, quello di Sevanavank, abitato fin dall’età neolitica e soggetto a numerose distruzioni a seguito della dominazione araba. Ed è stato sulle rovine di uno dei primi monasteri, fatti costruire nel IV secolo dal re Tiridate III, che la principessa Mariam, cinque secoli dopo, decise di costruire un insieme di tre chiese, celle per i monaci e una fortezza a protezione.

Ma anche il complesso di Sevanavank non fu risparmiato dalle distruzioni delle invasioni, soprattutto quella dei mongoli del XIII secolo. Dopo il ripristino di Echmiazin, nel 1441, fu ricostruito tanto che, dieci anni dopo venne fondato il seminario di Sevanavank, simile a quello dell’università di Tatev. In epoca recente, negli anni dell’Armenia Sovietica, questo antico monastero venne chiuso, la chiesa dedicata alla Madonna è stata demolita e le pietre dell’antica struttura sono state usate per realizzare una casa di riposo a Sevan. Anche il terremoto del 1936 danneggiò le antiche strutture, che vennero successivamente restaurate e messe in sicurezza. Solo dagli anni ‘90 nel monastero sono ricominciatele funzioni religiose.

Ma come mai quella che era un’isola diventò penisola? La ragione sta nel tentativo, effettuato nel periodo sovietico, di limitare l’enorme evaporazione estiva del lago, abbassando il livello dell’acqua. Secondo lo studio effettuato dall’ingegnere Soukias Manasserian infatti, in tal modo si sarebbe potuto assicurare la quantità giusta di acqua per sfruttare l’importante riserva per scopi idroelettrici.  Purtroppo, però, diminuendo la profondità del lago di circa 20 metri, si provocò un grave danno idrogeologico, che portò ad un ulteriore prosciugamento e la conseguente trasformazione dell’isola in penisola.

Ma anche questo luogo, dalla spiccata spiritualità, ha la sua leggenda, legata proprio al nome del lago. Sevan infatti, in armeno significa lago nero. Pare che in una delle numerose invasioni degli arabi gli abitanti della città di Sevan, spaventati, attraversarono il lago ghiacciato per arrivare sull’isola e rifugiarsi nel monastero a pregare. Anche gli arabi, nel tentativo di raggiungerli, passarono sopra lo specchio del lago ma il ghiaccio non ha retto al peso ed è ceduto. Le truppe restarono imprigionate nel ghiaccio e morirono. Il lago, pieno di questi corpi, appari nero e fu da allora chiamato lago di Sevan.

Inutile dire che questo affascinante complesso monastico rappresenta uno dei posti più noti dell’Armenia, con le sue due chiese gemelle, le rovine del gavit, le antiche celle dei monaci. Le altre testimonianze purtroppo non esistono più, ma gli edifici rimasti, dall’alto della collina, si affacciano sulla meraviglia di quel lago tanto grande da sembrare il mare che la piccola Repubblica d’Armenia non ha più. Dalla splendida terrazza panoramica della collina si può ammirare la residenza presidenziale e quella riservata a poeti e scrittori del periodo sovietico, che si ritiravano lì in cerca di ispirazione, ammirando le acque brillanti grazie al riverbero dei radiosi tramonti d’oriente

 

di Talal Khrais e Letizia Leonardi

Perché è importante che gli Usa abbiano riconosciuto il genocidio armeno (Tempi.it 01.11.19)

«Molti parlamenti, uno dopo l’altro, hanno cominciato a riconoscere il genocidio degli armeni: e ieri è stato il momento della Camera degli Stati Uniti. È un atto che diffonde una verità storica, non ha conseguenze pratiche: e vorrebbe aiutare il popolo turco ad affrontare finalmente questo immenso “scheletro nell’armadio” che avvelena il Paese e lo priva della sua stessa memoria». Ha scritto così, giovedì 30 ottobre, sul Corriere della Sera, la scrittrice italiana d’origine armena Antonia Arslan, commentando la decisione della Camera dei rappresentanti statunitensi di riconoscere come «”genocidio” lo sterminio di circa 1,2-1,5 milioni di armeni a opera dell’Impero Ottomano, tra il 1915 e il 1917 con una scia di sangue fino al 1922».

La rabbia turca

Come è noto, la Turchia non vuole riconoscere come “genocidio” ciò che accadde 100 anni fa ad opera dei giovani turchi sui cristiani armeni. Ad oggi sono una trentina i paesi (tra cui anche l’Italia e il Vaticano) ad averlo fatto. Una presa di posizione che innervosisca sempre molto la Turchia. Infatti, come prevedibile, Ankara ha subito protestato convocando l’ambasciatore americano e lasciando intendere che il presidente Recep Tayyip Erdogan potrebbe rifiutarsi di recarsi a Washington da Donald Trump il 13 novembre. Ancora oggi chi osa parlare di “genocidio armeno” può subire l’arresto e fino a due anni di carcere secondo l’articolo 301 del codice penale nazionale turco.

Il Grande Male

Tempi vi ha parlato in diverse occasioni del Metz Yeghern, il Grande Male, la carneficina cui furono sottoposti gli armeni tra il 1915 e il 1922. A partire dal 24 aprile 1915 furono arrestati e deportati gli esponenti delle élites armene di Costantinopoli, Smirne e Aleppo. Nei due anni successivi persero la vita un milione e mezzo di armeni a causa sia di massacri che di malattie e stenti dovuti alle condizioni in cui venivano spostati attraverso i territori dell’Impero.

Le ombre del popolo perduto

La “battaglia” per il riconoscimento del genocidio, come ha sempre spiegato Arslan, prosegue ancora oggi a causa del “negazionismo” turco. Come ha sempre scritto l’autrice della Masseria delle allodole sul Corriere,

«Negazionismo: non sono solo parole, sono atti ben precisi, calcolati e studiati per spargere sale su ferite appena rimarginate, per creare confusione in menti abitate dal ricordo di violenze inaudite che vengono minimizzate o negate, col preciso scopo di venire infine dimenticate. Per gli armeni, ci fu una logica perversa in questo meccanismo diabolico, che li schiacciò. Dopo il trattato di Losanna del 1923, con la complicità delle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, la stessa parola “armeni” scomparve, le centinaia di testimonianze pubblicate fra il 1915 e il 1921 furono consegnate all’oblio, i monumenti sparsi nell’intera Anatolia distrutti, i nomi dei luoghi cambiati. Le ombre del popolo perduto vagavano invano per l’Armenia storica, nessuno le vedeva…».

La battuta di Hitler

Non solo. Come ha brillante dimostrato la studiosa americana Siobhan Nash Marshall nel suo I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno, i fatti del 1915 sono profondamente legati alla Shoah. L’esempio armeno colpì così profondamente Adolf Hitler tanto da indurlo a invadere la Polonia nella certezza che il mondo avrebbe tollerato e poi dimenticato: «Wer redet heute noch von der Vernichtung der Armenier?» (“Chi oggi parla ancora dello sterminio degli armeni?”, si chiedeva il Führer prima di passare all’azione). E non è un caso che il termine “genocidio” sia stata coniato dall’ebreo polacco Raphael Lemkin nel 1944.

Vai al sito

Gli Usa hanno riconosciuto il genocidio degli armeni. Sale la tensione con Ankara (Agi 31.10.19)

Riconoscimento del genocidio armeno e sanzioni: dopo l’offensiva di Ankara nel nord della Siria, gli Usa mettono in guardia la Turchia. Erevan esulta e parla di “passo storico”, ma Ankara replica con rabbia: il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore americano e il presidente, Recep Tayyip Erdogan, lascia capire che potrebbe rifiutarsi di andare a Washington alla Casa Bianca da Donald Trump.Il riconoscimento del genocidio armeno da parte della Camera dei Rappresentanti americana è una vittoria morale per Erevan ed è una secchiata d’acqua fredda per Ankara, il partner ribelle della Nato, che Washington fatica a rimettere in riga. Il voto è arrivato pochi minuti dopo prima che la Camera approvasse sanzioni contro la Turchia per la sua offensiva contro le milizie curde Protezione Unità Popolare (YPG) nel nord-est della Siria.

La risoluzione era stata presentata all’inizio dell’anno ma il ‘via libera’ è stato ritardato per mesi e ha coinciso con la nuova escalation di tensione tra Usa e Turchia. La Camera ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” a stragrande maggioranza (405 sì su 435 voti, con solo 11 contrari). Anche le sanzioni sono state approvate con 403 sì e soli 11 no e ora passano al Senato. Il genocidio armeno è riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia.

Ankara ha subito “respinto” la risoluzione, bollata come una decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”. La Turchia ha sempre negato che si possa parlare di genocidio per le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall’impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che secondo alcune stime avrebbero causato fino a un milione e mezzo di morti. “è un passo politico insignificante”, ha affermato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, “indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia”.
Nel 2017, subito dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo” ma aveva evitato di usare il termine genocidio. Il suo predecessore Barack Obama in campagna elettorale si era impegnato a riconoscere il genocidio armeno ma poi non lo aveva fatto.

Ora ha preso in mano la situazione Capitol Hill, che si ritrova in una rara intesa bipartisan proprio mentre si apre la battaglia sull’impeachment. Ed è significativo anche che Trump non abbia fatto nulla per bloccarla. Ankara però non ci sta ed Erdogan, fa capire che potrebbe anche non andare a Washington: ha detto di essere “ancora indeciso” se andare negli Stati Uniti, dove il 13 novembre prossimo è in programma l’incontro con Trump.
Adesso resta da capire se la decisione dei deputati americani puo’ essere un passo ulteriore verso l’isolamento della Turchia nel panorama geopolitico, dopo che l’operazione in Siria gli ha attirato le critiche dell’Occidente e approfondito la frattura con i Paesi del Golfo (ad eccezione del Qatar).

Vai al sito


 

Ankara convoca ambasciatore americano (Agi 30.10.19)


Turchia, deputati Usa: fu genocidio quello degli armeni, non dimenticare i curdi (Buisiessinsider 30.10.19)


Turchia, deputati Usa: fu genocidio quello degli armeni, non dimenticare i curdi (Redattoresociale 30.10.19)

Il presidente del parlamento dell’Armenia Ararat Mirzoyan è stato ricevuto dal sindaco di Napoli (La Repubblica 29.10.19)

Il presidente del parlamento dell’Armenia Ararat Mirzoyan è stato ricevuto nel pomeriggio dal Sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
Il Presidente ha guidato una folta delegazione – in visita ufficiale in Italia su invito dei due rami del Parlamento italiano – e ha voluto scegliere Napoli, dopo la tappa a Roma, per completare il suo tour nel nostro Paese.

Lungo e cordiale è stato il colloquio nel corso del quale sono stati toccati molti temi, sia di natura politica che anche quelli dei flussi turistici, di artigiano, di agricoltura e della grande vivacità culturale di Napoli. Il Presidente Mirzoyan, anche a nome del Sindaco di Erevan, la capitale, una città con molte similitudini con Napoli, ha invitato in Armenia il primo cittadino anche per lavorare ad un gemellaggio tra le città di Napoli ed Erevan.

Nella delegazione erano presenti, tra gli altri, l’Ambasciatrice dell’Armenia in Italia Victoria Bagdassarian Al termine dell’incontro de Magistris e Mirzoyan hanno proceduto al tradizionale scambio dei doni. Il Sindaco ha donato il gagliardetto ufficiale della Città ed una pubblicazione con le più belle immagini di Napoli che il Presidente armeno ha molto apprezzato.

Vai al sito